Il rumore di Spalletti e il silenzio di Firenze | Il film del campionato

 

 

Spalletti zitto zitto

  Parbleu, qualcosa si muove sul pianeta Juve, e lo spiega in modo convincente Emanuele Gamba su Repubblica, raccontando del 2-1 sulla Roma come della seconda dimostrazione di forza consecutiva, e dunque non lo sfavillio di passaggio di una cometa natalizia. La Roma continua a perdere contro le grandi (quindi la Juve adesso lo è), qui l’ha fatto perché in una partita da ferro e fuoco i talenti bianconeri ci hanno messo le scintille, quelli giallorossi le hanno invece lasciate spegnere: tra i due tridenti, e specie tra i due fantasisti di qua e i due di là, c’è stata tutta la differenza del mondo.

Gamba ha scritto che la partita di ieri sera è stata bellissima, piena di un’energia magnetica che ha tenuto gli occhi della gente incollati al campo anche se per un’occasione da gol sono serviti quasi tre quarti d’ora (destro di Conceiçao, respinta di Svilar) e per segnarne uno appena qualche secondo in più, e ancora con il piccolo portoghese. I ritmi sono stati vorticosi: perdifiato è la parola giusta. Negli spazi stretti e con l’avversario addosso si sono verificati molti errori tecnici, ma era inevitabile, anche perché la Roma ha classe a chiazze: in tanti ne hanno poca e qualcuno tanta ma l’ha usata malissimo, tant’è che Gasp ha presto silurato l’intero tridente delle belle gioie, mentre i primi cambi di Spalletti sono stati dettati dalla fatica muscolare di Conceiçao e Bremer

Per Antonio Barillà su La Stampa, gli ottimisti spostano l’orizzonte, interrompono i calcoli sulla qualificazione in Coppa e studiano la rimonta scudetto: alla luce della convinzione ritrovata e del campionato senza padroni non è follia, ma anche equilibrio e low profil sono caposaldi della filosofia spallettiana.

Massimiliano Nerozzi sul Corriere della sera aggiunge che non è ancora un tre stelle Michelin, la Juve, ma ha almeno smesso di mettere il parmigiano sulle vongole, andando dietro all’ironica metafora di Luciano Spalletti. Il Corriere della sera parla di “un principio di grandezza” – Elisa e Ligabue direbbero “fra gli ostacoli del cuore”. Fabio Licari sulla Gazzetta: “Spalletti aveva bisogno di tempo, e il tempo gli sta dando ragione. Gasp avrebbe bisogno di un attacco.

 

 

scenografia   C’è sempre un Bologna per l’Inter

L’Inter apre il 2026 e chiuderà il campionato contro il Bologna: una coincidenza, certo. Ma nel giallo nerazzurro, scrive Paolo Tomaselli sul Corriere della Sera, le coincidenze cominciano a pesare: una sola vittoria nelle ultime sette con i rossoblù, tredici partite senza successi con Milan, Napoli e Juve. Un trend che va oltre i numeri. Dire che l’Inter si sia fermata allo scudetto della seconda stella è eccessivo; però la tendenza nelle grandi partite è diventata un marchio da Monaco in poi: sconfitta col Psg, poi Atletico, Liverpool, e persino Fluminense. Chivu ha rimesso insieme i pezzi dopo lo choc, ma le crepe si vedono a occhio nudo dice Tomaselli quando si alza il livello. Mkhitaryan parla di lavoro, Chivu difende i rigoristi, l’eliminazione in Coppa fa sei ko stagionali, ed è la più costosa. Dopo il vantaggio immediato con Thuram ha usato in dosi omeopatiche il killer instinct delle grandi squadre dice il Corriere. Senza Dumfries il problema è diventato cronico: quattro stop su sette sono arrivati senza di lui. Emerge un’Inter sbilanciata a sinistra: Dimarco spinge, a destra le soluzioni non reggono negli scontri diretti. Augusto fuori posto non funziona, Luis Henrique è volenteroso ma senza margini di crescita tecnica. L’errore sull’1-1 di Orsolini nasce da lì. Dumfries rientra a marzo, Darmian non basta. Henrique e Diouf pesano già per 50 milioni e servono scelte nuove: Il sogno Palestra è d’oro, Dodò è più accessibile, Belghali un’ipotesi. E con il malumore di De Vrij diventa possibile una scossa anche dietro: Bastoni non ha tregua e il Barça osserva. Qualcosa va cambiato. Senza aspettare altre coincidenze conclude Tomaselli.

 

montaggio   L’assemblaggio del Milan

La sconfitta al cospetto di Antonio Conte, manda di nuovo sotto processo Massimiliano Allegri per il suo stile di gioco. Così scrive Luigi Garlando sulla Gazzetta, mettendo a confronto il lavoro estivo del Napoli per dare respiro internazionale alla rosa, mentre il Milan di Allegri è stato educato solamente a blocco basso e ripartenza, così quando trova le piccole che si chiudono o le grandi che lo fanno ad arte (vedi il Napoli a Riad) soffre regolarmente e, non avendo un solido spartito collettivo, paga le assenze delle individualità chiave: Modric che verticalizza, Rabiot che galoppa. Pesano come macigni anche gli errori di mercato. Era giusta la visione di Maldini: fare base con il Milan scudettato di Pioli e migliorarlo aggiungendo pochi pezzi a stagione, anche uno solo, ma di spessore. Invece, come ha appena ricordato Theo alla Gazzetta , si è preferito abbattere la statua di Paolo, come nelle rivoluzioni di piazza, e rimuovere tutto ciò che era legato a lui, da CDK a Kalulu, per rifondare con una confusa pesca a strascico. Dovevano arrivare solide ipoteche di futuro come Buongiorno e Hojlund, eccoci a De Winter e Nkunku.

 

effetti sonori  Il silenzio di Firenze

La Fiorentina riparte dal vuoto. Ilaria Masini, sulla Gazzetta, descrive l’Artemio Franchi di oggi: stadio muto per venti minuti in segno di protesta, clima teso, classifica pesante [6 punti in 15 partite] e una prima vittoria in serie A che manca e che diventa una necessità urgente. Serve un moto d’orgoglio per iniziare a risalire la classifica. Vanoli rischia la panchina, la piazza ribolle, ma anche i giardini e la gente nei bar, galleggia e se ne va, e per questo giochiamoci pure: l’ultima spiaggia. Anche se è dicembre. L’ultima vittoria viola in campionato viene da un’altra Udinese, quella del 25 maggio: 3-2 in Friuli, 65 punti e qualificazione alla Conference League. Allora sembrava poco, oggi sarebbe un miracolo. Sono passati sette mesi, due allenatori, un d.s. [forse arriva Paratici] e un salto nel vuoto. Masini scrive che serve un cambio di passo, il vero De Gea perché la sua percentuale di parate è tra le più basse in Serie A. Cuoce a fuoco lento Vanoli e friggono i nomi dei sostituiti, che vanno da Stefano Pioli ancora sotto contratto a un altro ex, come Beppe Iachini

Quando a dicembre spunta Beppe Iachini, ineluttabile, significa che il cielo sopra Firenze è di cemento. 

  ore 18   su Sky Sport

 

dialoghi   Jonathan Rowe

 ➣  In ogni spogliatoio c’è un dj. Chi è il vostro?

«Lorenzo De Silvestri, il capitano. Non abbiamo gli stessi gusti, ma va bene. L’importante è che nelle playlist ci siano One more time dei Daft Punk e L’anno che verrà di Lucio Dalla. Ci portano bene».

 ➣  Lei sta studiando l’Italiano. Quali sono le sue parole preferite?

«Al terzo posto “ciao”. Al secondo “buongiorno”. Al primo, “molto stanco”, dopo gli allenamenti».

 ➣  Lo dice al suo allenatore, Vincenzo Italiano?

«Sì, ma anche lui sta imparando l’inglese. Ogni tanto mi chiede la traduzione di qualche parola. La barriera linguistica per chi arriva dall’estero è una difficoltà in più». Intervista di franco vanni, Repubblica

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