Il sollievo della Juve e il Napoli sgonfiato | I rumori della Champions

 

 

      I bisogni di Xabi Alonso

La notte in cui avrebbero dovuto cacciarlo, Xabi Alonso ha guardato la sua squadra ribellarsi al destino e forse al suo, solo per cadere di nuovo. Ha ascoltato i fischi, ha abbracciato il suo mentore Guardiola e poi è scomparso nel tunnel del Bernabéu senza voltarsi. Sid Lowe per il Guardian inizia esattamente da qui, nella crepa sottile tra la dignità di una prestazione e il vuoto che la inghiotte. Rodrygo ha segnato il suo primo gol dopo 33 partite ma non è bastato. Rodrygo è corso ad abbracciare l’allenatore, ma non sempre è il gesto che ti salva, anzi. Domenica notte, racconta il Guardian, c’erano dirigenti decisi a chiudere il ciclo: due vittorie in sette partite e una sentenza sospesa solo per arrivare a questa sorta di giudizio universale. Il pareggio non è arrivato, la serie si è allungata a otto senza successi: e adesso niente è garantito. Né l’esonero, né la permanenza.

Il Real Madrid però non ha ceduto, scrive Lowe: ha dato segni di vita, scintille di un vecchio Real che ruggisce nelle notti d’Europa. Alonso parla di una squadra senza nulla da rimproverarsi, battuta da un gol sporco e un rigore discusso, poi da una traversa che ha negato una rimonta quasi meritata.

Pep si è avvicinato alla partita con un consiglio crudo. «Que mee con la suya», cioè che faccia la pipì da solo, faccia a modo suo, senza farsi dettare la strada né dal gruppo né dalla dirigenza. Un Real costruito per convinzione, non per accomodamento: una frase irresistibile e perfetta. Che Alonso abbia davvero potuto farlo è un’altra storia. Metà difesa fuori, Camavinga, Huijsen, Mendy assenti, Mbappé escluso all’ultimo per una caviglia gonfia. E così ha scelto una squadra quasi sperimentale, meno stellare, con Vinícius riportato al centro del palcoscenico e Dani Ceballos come sorpresa del giorno. Endrick più tardi. Qualcosa di vivo, comunque. In realtà, sostiene il Guardian, i problemi sono più elementari: corre chi vuole correre

 

      Il PSG si sta svegliando

Dentro lo 0-0 del PSG al San Mames si nasconde una squadra non brillante ma in crescita, con un pressing ritrovato a fiammate, Barcola e Kvara ispirati ma spreconi. Un grande PSG avrebbe vinto, scrive Vincent Duluc su L’Equipe, però questo inizia finalmente ad assomigliargli. Elogio di ciò che il calcio può essere anche quando finisce 0-0: Basta amare il calcio per apprezzare ua serata al San Mamés», dice Duluc, che descrive lo stadio dell’Athletic come una “cattedrale febbrile”, capace di trasformare un pareggio senza gol in un’esplosione di orgoglio. 

Ma il punto è il PSG. Duluc sostiene che, pur senza brillare, Parigi ha mostrato qualcosa che non si vedeva da mesi, l’idea di una ricostruzione che sta emergendo in modo chiaro. Dentro un risultato anonimo, ci sono segnali forti e un limite, la solita fragilità sotto porta. Barcola ha ritrovato le gambe ma non il piede  e nemmeno l’ingresso di Désiré Doué ha cambiato la trama. «È probabile che il PSG si rimetterà, purché arrivi pronto alle trasferte decisive di gennaio per blindare un posto fra le prime-8. E soprattutto alla finale dell’Intercontinentale a Doha: il primo trofeo possibile, dove non sarà vietato — scrive Duluc con malizia — essere più efficaci di quanto visto a Bilbao.

    Quando il Napoli si sgonfia

Uno ha vinto questa Coppa due volte, per l’altro è sempre stata una terra ostile. Se questa è la Coppa dei dettagli, a chi poteva mai consegnarsi la partita nel primo scontro diretto fra Mourinho e Conte nel torneo? Si è infilata fra le braccia di José senza che ci fosse un solo minuto di dubbio. Il Benfica ha dominato il Napoli dall’inizio alla fine e la sconfitta di Lisbona lascia il Napoli al 23º posto, la penultima posizione utile per gli spareggi di febbraio, con il Copenaghen alle spalle per un solo gol in differenza reti. Prossima partita: a Copenhagen. Così Sebastiano Vernazza sulla Gazzetta si domanda: Questo Napoli è in grado di vincere a Copenaghen?.

Nel suo racconto tecnico parla di contiani in sottomissione, sempre secondi sui palloni, fragili nelle transizioni, traditi dagli errori individuali — tra cui un passaggio senza corona e senza scorta di Milinkovic-Savic, manco fosse stato suo fratello. Il gol dell’1-0 è arrivato come una punizione attesa e il raddoppio, quattro minuti dopo l’intervallo, viene definito una genuflessione a Mourinho co il colpo di tacco di Barreiro in area piccola.

Il Benfica ha incarnato alla perfezione le idee del suo allenatore con Otamendi in trincea — il pirata argentino di 37 anni che respingeva tutto mentre il Napoli produceva solo cross lenti e prevedibili. Conte, nota Vernazza, si è consegnato in silenzio, quasi con rassegnazione.

Nel suo commento per il Corriere dello sport-stadio, il direttore Ivan Zazzaroni dice quando si partecipa (anche) alla Champions non si possono regalare all’avversario 7 giocatori, cinque dei quali titolari indiscussi, e due giorni di riposo. Nel primo tempo il Napoli sembrava svuotato, il Benfica era più aggressivo e rapido nella riconquista del pallone: la strategia che Conte aveva attuato con la Juve l’ha in parte ripresa Mourinho, pressando alto e pretendendo che i suoi rientrassero tutti quando a muovere il pallone era il Napoli. Ascoltatelo Conte quando parla di «difficoltà oggettive». Lui sa bene che lo spirito e l’entusiasmo non possono bastare se il centrocampo si riduce a McTominay, Elmas e Vergara e se in Europa vengono a mancare l’esperienza internazionale e il peso di gente come De Bruyne, Anguissa, Lobotka e Lukaku.

 

        Il sollievo della Juve

Massimiliano Nerozzi sul Corriere della sera lo chiama The Juve horror picture show, un’ora di spettacolo terribile prima di vedere una squadra arrabbiata e arrembante, con un cuore che batteva ancor prima di un pallone che correva. I gol di McKennie e David l’hanno riportata dentro la zona play-off, perfino a ridosso della zona alta, dove sei testa di serie. Altro aspetto inquietante – dice – che andrebbe analizzato è il perché, dopo aver visto come andava nei primi dieci minuti, la Juve abbia continuato a ripetere le stesse identiche giocate: McKennie e Cambiaso dentro il campo, Yildiz e Zhegrova larghi, sempre raddoppiati; e, tra le linee, fantasia completamente azzerata. Ne usciva appunto un tiki-taka irrilevante, anche nell’ultimo terzo di prato, con tutti i bianconeri fermi: non un taglio, non un movimento.

Emanuele Gamba su Repubblica sottolinea che dopo questo scempio durato tre quarti di partita, a un certo punto Spalletti ha messo quattro attaccanti attingendo soprattutto all’inesattezza del calcio segnando un gol da centravanti di un centrocampista appena arretrato in difesa, giusto per riassumere il senso confuso di una vittoria complicata.

Fabio Licari sulla Gazzetta spiega che la Juve vive di iniziative individuali. Non c’è strategia. Il Milan, al di là della classifica, ce l’ha perché dispone di giocatori pensanti. L’Inter ce l’ha con un movimentismo più fisico ma collettivo. Il Napoli ha un copione definito anche se gli infortuni lo stanno mettendo in ginocchio. Attacchi a fatica I bianconeri partono sempre a testa bassa, non si risparmiano mai, però la manovra percorre sempre gli stessi sentieri che, nel calcio dei database, non sono un mistero per nessuno. Non c’è un bianconero al quale riesca un filtrante centrale. Si finisce sempre con palla in fascia, al vertice di un’area dove, senza Vlahovic, si crea l’effetto vuoto.

Comunque sia, spiega Guido Vaciago su Tuttosport, la Juve è un malato in convalescenza, va avanti a brodini caldi, prosciutto cotto e patate bollite. Deve ritrovare le forze e, soprattutto, deve ritrovare se stessa. Percorso lungo e faticoso, che Spalletti è perfettamente in grado di guidare

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