Lo Slalom del 8 ottobre | Cosa leggere, sapere e vedere

   

La rinuncia rimane dolore, quantunque dolore volontariamente sostenuto

George Eliot

    

La musica è finita, gli avversari se ne vanno

Lo strapotere di Pogačar: 298 ritirati nelle sue ultime tre vittorie

Stavolta i km percorsi in solitudine sono stati 20, un terzo di quelli ai Mondiali in Rwanda e cinquanta in meno che agli Europei, ma è comunque il primato per la Tre Valli Varesine negli ultimi vent’anni. In mezzo a una folla di biciclette Tadej Pogačar non ci sa stare. Il mucchio non lo diverte. Deve sentirsi a disagio. Nel ciclismo che per molto tempo ha considerato una specie di maledizione correre in maglia iridata, Tadej ha vinto con l’arcobaleno sul petto le prime due gare dopo i Mondiali. Si potrebbe dire un’impresa visti i precedenti [se ne parlava qui], se non lo avesse fatto pure un anno fa. 

Da Busto Arsizio a Varese ieri ha dato 45 secondi a tutti. Nel giro di 5 minuti di ritardo, agli Europei sono riusciti a rimanere in sei e ai Mondiali in quattro. La novità è un’altra. Quando Pogačar scatta e parte, tutti hanno imparato che nessuno andrà più a prenderlo. Né se va via a 20 km dal traguardo, né se lo fa ai -66 come a Kigali, ai -75 come nell’Ardèche, ai -81 come sulla Strade Bianche nel 2024. 

Allora basta, allora se ne vanno. Tanti, troppi, quasi tutti. In Rwanda sono partiti in 165 e sono arrivati al traguardo in 30. Agli Europei sono partiti in 101 e sono arrivati in 17. Alla Tre Valli Varesine di ieri i ritirati sono stati 79, e stavolta non c’era di mezzo un tracciato durissimo. Sommati a quelli delle due corse precedenti, fanno un totale di 298 disertori in 10 giorni, 298 vittime della frustrazione innescata da Tadej. 

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A Trump non piace il programma dello show per il Super Bowl

Dimmi cosa canti e ti dirò chi sei. Non solo. Ti dirò pure che non dovresti. Bad Bunny, per esempio. È una superstar portoricana, icona pop globale. Il prescelto per i quindici minuti di popolarità più costosi e più vistosi d’America. Ma con un microfono in mano allo show dell’intervallo al Super Bowl, Donald Trump non ce lo vuole. Intervistato da Newsmax, il presidente ha bollato la decisione come “assolutamente ridicola”, aggiungendo: “Non so chi sia. Non so perché lo stiano facendo — è una follia”. Un commento che è una glossa politica, un’analisi culturale, la fotografia perfetta del cortocircuito americano: il potere politico che guarda con sospetto la musica latina mentre il pubblico mondiale la incorona.

Ne ha scritto Darnell Mayberry su The Athletic, spiegando come la scelta dell’artista non sia stata né casuale né improvvisata: I performer dell’intervallo del Super Bowl vengono selezionati dalla NFL in collaborazione con Apple Music e Roc Nation, la società fondata da Jay-Z e stavolta la scelta è caduta su un nome che rappresenta l’apice di un’altra America — più giovane, più multilingue, più globale. Bad Bunny sarà il primo artista latinoamericano maschile a esibirsi come headliner nello show, un traguardo che arriva proprio mentre la politica americana torna a dibattere su immigrazione e identità culturale in senso contrario. 

Ma come sottolinea The Athletic, la storia non si ferma al fastidio estetico di un presidente. C’è un’eco più profonda, una tensione che attraversa il Paese. Pochi giorni dopo l’annuncio dell’artista, un funzionario dell’amministrazione Trump, Corey Lewandowski, si è fatto minaccioso: «Non esiste luogo in cui offrire rifugio a persone che si trovano illegalmente in questo Paese. Non al Super Bowl, e da nessun’altra parte. Le troveremo. Le arresteremo. Le deporteremo». 

Una linea ribadita dalla segretaria alla Sicurezza interna, Kristi Noem, che ha definito la scelta della NFL «un messaggio politico» e ha aggiunto dritta come una lama: «Fanno schifo, ma vinceremo, e Dio ci benedirà» 

Dietro il linguaggio ruvido e le minacce d’ufficio si nasconde il simbolismo di un evento che trascende lo sport. The Athletic osserva che la performance di Bad Bunny — tre volte vincitore del Grammy, artista che canta quasi esclusivamente in spagnolo e che ha criticato le politiche migratorie di Trump — rappresenta non solo un momento di intrattenimento, ma anche un gesto di affermazione culturale, un palco che rispecchia la realtà di un’America che cambia.

Eppure, “l’opposizione di Trump e dei suoi alleati mostra quanto il Super Bowl sia ormai più di un gioco o di un concerto: è un terreno di scontro simbolico, un modo per misurare chi davvero detta le regole del gusto nazionale

Di fronte a tanta polemica, la NFL tace, mentre la Bay Area Host Committee, responsabile dell’organizzazione dell’evento a Santa Clara, ha commentato la scelta con entusiasmo. Il CEO Zaileen Janmohamed ha detto che Bad Bunny «esalta lo spirito unico e la diversità della nostra regione» 

Così, mentre Trump si dice scandalizzato da un artista che non conosce, Bad Bunny si prepara a portare il suo linguaggio e la sua energia su uno dei palcoscenici più globali del pianeta. Come conclude Mayberry su The Athletic, è ironico che un evento nato per celebrare l’America bianca e maschile sia oggi il manifesto della sua trasformazione culturale. Va a finire che pure la NFL, il posto dove il trumpismo fece perdere il lavoro a Colin Kaepernick, sta diventando un altro terreno franco del potere.

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Storia di Aya Nakamura, la cantante non abbastanza francese per i Giochi

Sei la cantante francese più seguita al mondo. I tuoi pezzi hanno raggiunto i 7 miliardi di ascolto in streaming. L’anno scorso hai fatto il tutto-esaurito per tre concerti a Parigi vendendo i biglietti nel giro di quindici minuti. Con una miscela di afrobeat e zouk caraibico, hai portato l’immaginario della musica francese oltre la linea de La vie en rose, Jacques Brel, eccetera eccetera. Che cos’è che non va? Perché non potresti cantare i pezzi di Édith Piaf alla tua maniera alla cerimonia d’apertura delle Olimpiadi?

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trame

E se cantasse Taylor Swift?

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Del resto – diciamo la verità – la Casa Bianca non esulterebbe neppure se l’Halftime Show fosse consegnato a Taylor Swift, la star delle star con il cuore politicamente dall’altra parte dell’America. Sempre su The Athletic, Jayna Bardahl racconta un episodio che sembra uscito da una commedia romantica ma che rivela il modo in cui Taylor Swift costruisce e controlla la propria immagine pubblica: ironia, eleganza, una sorprendente dose di normalità.

Durante un’apparizione al Tonight Show di Jimmy Fallon, ha messo fine alle voci secondo cui avrebbe rifiutato di esibirsi all’intervallo del Super Bowl. In realtà, ha chiarito, «non c’è mai stata un’offerta ufficiale». Hanno scelto Bad Bunny e basta. Swift ha preferito disinnescare la narrazione che la voleva in rotta con Jay-Z e la sua Roc Nation. Con il tono disinvolto di chi sa come si vive sotto i riflettori, Swift ha spiegato che con Jay-Z i rapporti sono ottimi, e che quelle sul Super Bowl sono solo chiacchiere tra amici dell’ambiente: «A volte chiamano e chiedono: “Come si sente riguardo al… (mormorando) Super Bowl?”, ma non è un’offerta ufficiale o una riunione in una sala conferenze». E poi ha aggiunto, con una delle battute che solo lei può permettersi: «Possiamo sempre dirgli la verità, cioè che sono innamorata di un uomo che gioca a quello sport su quel campo. È una specie di scacchi violenti, gladiatori senza spade, è pericoloso. Per tutta la stagione, io sono concentrata su ciò che quell’uomo fa sul campo».

L’uomo è Travis Kelce, tight end dei Kansas City Chiefs, fidanzato ufficiale della cantante. Da quando la loro relazione è diventata pubblica, Swift è una presenza fissa alle partite, con telecamere che la seguono sugli spalti quasi quanto il pallone sul campo. Eppure, dietro l’immagine da coppia più fotografata d’America, c’è una scelta precisa: non mescolare i due mondi. Almeno per ora.

Alla domanda su quanto piacerebbe a Kelce vederla al Super Bowl, Swift ha sorriso: «Lui adorerebbe che io lo facessi, ma ho scelto di no. Riesci a immaginare? Lui là fuori ogni settimana, rischiando la vita in questo sport pericolosissimo, intensissimo, e io che mi chiedo: vediamo, quale coreografia potrei fare?».

Come sottolinea The Athletic, l’arte di Taylor Swift è stata quella di ribaltare una domanda di gossip in un momento di intimità pubblica: un equilibrio che solo lei sembra padroneggiare. Dietro la battuta c’è il ritratto di una donna che ha trovato un nuovo tipo di passione, raccontata con entusiasmo durante il podcast New Heights, condotto proprio dai fratelli Kelce. Lì Swift non si è limitata a battere ogni record di ascolti [1,3 milioni di spettatori simultanei su YouTube] o ad annunciare il suo nuovo album, The Life of a Showgirl: ha rivelato che la puntata nascondeva una sorpresa. Travis le avrebbe chiesto di sposarlo subito dopo la registrazione.

Lo ha raccontato a Fallon con un sorriso ancora incredulo: «Ogni volta che registra il podcast, non è che oscuri tutte le finestre. Ma quella volta c’erano tende nere in tutta la casa. Girava nervoso, diceva: – Il mio cuore batte fortissimo… Voglio che sia tutto come l’hai sempre sognato. Non l’avevo mai visto così nervoso, mai. È un professionista del non essere nervoso».

Nel racconto di Jayna Bardahl, Swift appare allora come una donna che nel mezzo di tournée globali, contratti miliardari e una popolarità planetaria, riesce ancora a trovare spazio per la spontaneità e per un amore che non ha bisogno di palcoscenici aggiuntivi. Un dettaglio che compare in altre fonti: l’NFL avrebbe rifiutato una richiesta di Swift per il Super Bowl perché non avrebbe concesso due condizioni che lei normalmente richiede: un compenso sostanzioso e la proprietà totale delle riprese della perfomance.

 

  La rivincita del Lione 

Eliminate dall’Arsenal in semifinale di Champions League nella primavera scorsa, nonostante una vittoria a Londra, le Lyonnaises hanno lanciato la loro campagna europea andando a vincere a Londra 2-1 nella nuova Champions con la fase-campionato come i maschietti, ma la strada verso Oslo è ancora “ha mantenuto tutte le promesse. Per intensità, ritmo, duelli e aggressività. C’erano tremila spettatori molto rumorosi sulle tribune del piccolo stadio di Meadow Park

Sotto gli occhi di Michele Kang, la proprietaria del Lione che possiede anche il club inglese London City Lionesses, promosso quest’anno in Premier Division, le francesi hanno rimontato con una doppietta di Melchie Dumornay il primo gol preso da Alessia Russo, terza all’ultimo Pallone d’Oro. Dumornay è stata aiutata dagli errori di rilancio della portiera Daphne Van Domselaar. Ha 22 anni, è nata e cresciuta a Mirebalais, Haiti. I suoi genitori venivano dal sud. Ha iniziato a giocare a calcio nel suo quartiere, a piedi nudi contro ragazzi più grandi di lei. È stata la prima haitiana candidata al Pallone d’oro. 

Anche la Juventus ha vinto al suo esordio in rimonta, giocando all’Allianz Stadium davanti a 4.500 spettatori, più che a Londra per la partita clou. Ha deciso una doppietta della difensora Cecilia Salvai. 

Aiuto, il Canada vuole prendersi il baseball

Povera America, frustrata again. Gli europei si sono presi la NBA, i giapponesi la MLB e adesso nei play-off spuntano pure i canadesi – che in genere danno parecchio fastidio sul ghiaccio. I Toronto Blu Jays sono avanti 2-1 sugli Yankees – che nel baseball sono come Van Gogh nella pittura. In gara-3 è servito un grande Aaron Judge per salvare NY. 

Ma il Wall Street Journal dedica un ritratto a Vladimir Guerrero Jr., simbolo di un’intera nazione. Ha firmato un contratto da 500 milioni di dollari con i Blue Jays, accettando di legare per sempre la sua carriera alla franchigia canadese e di incarnare “il volto del baseball per un intero Paese”, come scrive il quotidiano americano.

Da Pedro Martínez a Randy Johnson, da Larry Walker a Paul Molitor, molte stelle hanno brillato in Canada. Ma per tutti, quella canadese è stata una parentesi. Guerrero, invece, è il primo a restare, il primo a legare il proprio destino a un Paese che di solito preferisce lo sport giocato sul ghiaccio. Persino suo padre, una leggenda degli Expos, a un certo punto fuggì a Sud verso la California prima che la squadra lasciasse Montreal per diventare i Washington Nationals.

Quando il 26enne Vladimir Jr. ha rinunciato alla free agency per restare a Toronto, si è trasformato in un eroe nazionale. Solo Shohei Ohtani, nota il Wall Street Journal, può capire cosa significhi portare addosso il peso di rappresentare un’intera nazione nel baseball moderno. Ma Guerrero non si è fatto schiacciare dalle aspettative. Le ha abbracciate.

In questi play-off, i primi dopo il mega-accordo, il canadese di nascita e dominicano d’origine sta ripagando ogni centesimo. Toronto è a una partita di distanza dalle Championship Series dell’American League. Guerrero è il trascinatore assoluto. Contro i New York Yankees ha messo a segno sei valide in nove turni, due fuoricampo e sei punti battuti a casa. Il suo grand slam di domenica scorsa, chiuso con un leggendario lancio della mazza, è considerato “uno dei momenti più memorabili nella storia dei Blue Jays”.

Guerrero porta con sé un’immagine diventata profetica: era un bimbo di tre anni in uniforme degli Expos, quando se ne stava mano nella mano con il padre sull’erba dell’Olympic Stadium. A 16 anni è entrato nel sistema dei Blue Jays; a 20 era in Major League. A Toronto ricordano che i tifosi che inseguivano il pullman per avere un suo autografo. Ha imparato presto a gestire tutto questo, navigando fra le delusioni. Fino a oggi, ottobre è stato il suo incubo: tre apparizioni ai playoff tra il 2020 e il 2023, solo tre valide su ventidue turni e una manciata di punti. Toronto, con la sua stella piloffia, era sempre uscita al primo turno.

La sua esplosione ha un valore simbolico. È la rivincita di un talento che sembrava destinato a restare incompiuto dice il WSJ sottolineando come più che un contratto, quella di Guerrero è stata una promessa, un patto d’amore con un Paese che non ha mai smesso di credere nel baseball, anche quando sembrava che il baseball avesse smesso di credere in lui.

 

 

 

La beffa di LeBron

Per quasi ventiquattr’ore, il mondo del basket ha creduto di sapere. Le redazioni in allerta, i tifosi davanti agli schermi, i social con l’hashtag in canna: sembrava che il momento fosse arrivato. LeBron James annuncia il suo ritiro, e altrimenti cosa parla a fare di second decision, la decisione delle decisioni? Titoli pronti e polpastrello nei pressi del tasto pubblica. Invece niente. Il Re è rimasto al suo posto. 

Era uno spot pubblicitario. Come racconta María Porcel su El País, una finta perfettamente orchestrata, un colpo di scena degno di Hollywood.

Alle nove del mattino, ora della West Coast, doveva arrivare l’annuncio che avrebbe cambiato la storia dell’NBA. Ma LeBron, come fa spesso, ha deciso di sorprendere con un’ora d’anticipo. Sul suo profilo X, seguito da 53 milioni di persone, ha pubblicato un video: “La decisione è presa. Un brindisi per la mia 23esima stagione”. Nessuna lacrima, nessuna conferenza stampa, solo un bicchiere di cognac da 40 dollari a bottiglia.

Davanti alla telecamera, con aria solenne da attore consumato, si è lasciato intervistare come se fosse in procinto di dire addio: “La gente vuole sapere dove porterai il tuo talento questa stagione. Qual è la tua decisione?”. E lui tomo tomo, cacchio cacchio, fingendo esitazione, ha risposto serio: “Amico, è difficile…” per poi svelare che avrebbe investito il suo talento in un marchio di liquori. Lo spot a quel punto si fa cocktail, risate, amici, LeBron che mescola drink e gioca a carte.

Non hanno riso proprio tutti, ecco, diciamo la verità. Molti si sono sentiti presi in giro, accusando LeBron di aver giocato con le loro emozioni e con i sentimenti [c’è gente che si prende sul serio. Tempo fa un amico di fronte a chi metteva il muso diceva: pensa a Charlize Theron e vedi che ti passa, era in tutta evidenza un maschilista]. 

Del resto, come ricorda El País, James è già un miliardario – la rivista Forbes stima il suo patrimonio in 1,3 miliardi di dollari – e l’idea che il suo “annuncio epocale” servisse solo a vendere alcolici ha indignato più di un tifoso. In effetti nel mondo non è che ci siano poi tutti questi altri motivi di indignazione. 

L’attesa è stata tale che perfino i prezzi dei biglietti per le partite dei Lakers erano schizzati nel frattempo alle stelle: 580 dollari in media per vedere da vicino quello che si pensava potesse essere il suo passo d’addio [la sua last dance su Slalom non si leggerà mai – ops ma è stato appena scritto]. 

E invece, nessun addio. A 40 anni, LeBron non ha ancora deciso di smettere, ma sa che la fine è vicina. In un’intervista recente con il sito NBA aveva detto: «Sono entusiasta di poter giocare ancora una stagione nel campionato che amo. Non so quando arriverà la fine, ma so che sarà presto». Poi, con quella calma da veterano che lo contraddistingue, ha aggiunto: «Per me l’età è solo un numero, ma è anche una realtà». 

Non è la prima volta che James gioca con l’attesa del pubblico: a giugno aveva messo in scena un finto annuncio dal titolo What’s next?, alla fine si era rivelato la promozione di sconti su Amazon. Ma stavolta la burla ha avuto un sapore diverso, più teatrale – dice El Pais – più arrogante forse, come se il Re avesse voluto ricordare a tutti che il trono – e l’attenzione del mondo – restano suoi.

El País chiude il pezzo dicendo che LeBron James continua a dominare il campo e la narrazione. Detta il ritmo del gioco. E in un’epoca in cui tutto è marketing, anche un finto addio può diventare l’ennesimo capolavoro mediatico.

È la stessa considerazione fatta da Undici: LeBron James ha dimostrato di poter fermare il mondo quando vuole

 

Il clandestino a bordo nelle regate di Dalin

Con un’intervista che va da pagina 2 a pagina 4, con una sua foto che domina la prima pagina, Charlie Dalin racconta come ha vinto la Vendée Globe nel gennaio scorso e come sta curando il cancro da due anni, ma soprattutto L’Equipe ci racconta in  questo modo perché la Francia è un paese diverso, con una cultura sportiva diversa, dove sulla prima pagina di un quotidiano sportivo che vende 250 mila copie al giorno ci può stare un velista. 

È la prima volta che Dalin racconta della sua malattia. Lo fa dal divano dello studio di MerConcept a Concarneau. «La stagione non è andata come previsto, ma in questo momento va bene», dice. È stato operato, ha perso quasi dieci chili, c’è stata una remissione della malattia. Dalin racconta le giornate scandite da sport leggero, programmi sulle gare future, incontri con il team, senza perdere il contatto con la propria passione: il mare.

Sta per uscire un suo libro, La force du destin, in cui dice della sua esperienza senza filtri. Non è solo una memoria di navigazioni e vittorie: è un messaggio di speranza, un invito a resistere, a non arrendersi mai.

La malattia è arrivata nel settembre 2023, quando il dolore e la stanchezza lo costringono a uno stop improvviso, a pochi giorni dalla Transat Jacques Vabre. La scoperta di una massa di quindici centimetri sull’intestino è un colpo. «All’inizio non sapevo se avrei visto crescere mio figlio. Non pensavo al Vendée Globe, pensavo alla mia famiglia». 

Grazie a un trattamento mirato, il dolore si attenua in pochi giorni e la voglia di rimettersi in gioco prende il sopravvento. Con un pamplemousse clandestino a bordo, come chiama il suo tumore, torna al mare, con la mente lucida e il corpo segnato. «Questa vittoria mi ha dato fiducia nelle mie capacità di vincere con questo pompelmo nello stomaco».

Ogni manovra, ogni decisione sul mare – spiega L’Equipe – assume un significato più profondo: non è solo competizione, è riconquista della vita. Dalin racconta che ha imparato a staccarsi dal peso della performance e ad apprezzare la dimensione del momento: «Prima non l’avrei mai fatto. Penso che derivi dal distacco, dal punto di vista che ho acquisito rispetto all’importanza delle cose».

La malattia ha imposto limiti e precauzioni. Una terza Vendée Globe, allo stato attuale della medicina, non è possibile.

    

Ave Maria, cosa sta facendo Sharapova

All’uscita dell’ascensore, al ventesimo piano di un grattacielo di Manhattan, una risata rompe il silenzio. Maria Sharapova, elegante, imperturbabile, con la stessa disciplina che l’ha accompagnata da Soči alla gloria si presenta all’appuntamento con il fotografo de L’Equipe Magazine per un servizio di 14 pagine che apre l’edizione di stamattina. Una lunga intervista di Quentin Moynet alla ex bambina che tra i pini del parco Riviera colpiva per ore una pallina contro un muro, con la racchetta che il padre di Evgeni Kafelnikov le aveva regalato segandone il manico. Poi la Florida, l’accademia di Nick Bollettieri, dove capì presto che non sarebbe bastato confondersi nella massa

Questa ex bambina nata dopo la catastrofe di Černobyl’, figlia di una coppia scappata dalla terra contaminata, è cresciuta tra la neve siberiana di Niagan prima di volare negli Stati Uniti con il padre, lasciando la madre bloccata in patria per due anni. Oggi è una signora della Hall of Fame, accompagnata nel giorno della cerimonia e dell’investitura dall’avversaria che più l’ha odiata. 

«Con mia madre ci scrivevamo lettere e ci sentivamo una volta al mese – ricorda – e con il senno di poi, capisco che quella distanza mi ha abituata all’idea di essere sola». Come sola si sarebbe sentita all’Academy. «C’erano tantissimi bambini e facevano tutti la stessa cosa. Io dovevo allontanarmi da quel sistema unico: avevo bisogno di un allenatore che giocasse solo con me. Se significava svegliarmi alle sei del mattino per un allenamento personale, lo facevo».

L’Equipe Magazine racconta che da quella volontà nasce il personaggio Sharapova, capace di trasformare la disciplina in una forma d’arte. «Se il mio contratto mi chiede A, B e C, io do A, B, C e D. Ho saputo navigare bene tra due mondi. Più grande del mio sport, ma consapevole che tutto quello che avevo, lo dovevo al tennis. Non ho mai dimenticato perché avevo quelle opportunità: la risposta è che vincevo. Amiche nel circuito? Quasi nessuna. È difficile mantenere un’amicizia con chi rappresenta un ostacolo ai tuoi più grandi successi». Il suo agente Eisenbud dice che pochi hanno conosciuto la vera Maria. Aveva bisogno di una corazza per vincere, «ma credo che venisse molto dalle sue origini: loro contro il resto del mondo».

Oggi è una donna d’affari, madre del piccolo Theodore, impegnata in investimenti e board internazionali. «Ho sempre voluto essere quella che gioca il tie-break decisivo sul 6-6. Non ho mai avuto paura della scena o della luce. Il lavoro nascosto, nell’ombra, lontano dalle telecamere, è lì che costruisci la tua carriera».

  La Stampa: Senza respiro – Lo sport si è consegnato a stagioni infinite ma ormai si può capire il punto di equilibrio tra introiti e fatica. O ci si lamenta per il calendario e il caldo o si va a giocare la Serie A in Australia mentre i tennisti sfidano l’umidità all’85%  ➔  Giulia Zonca ha scritto: È ora di essere onesti sulla posizione. Vale per i calciatori, per i tennisti e per i cestisti Nba. Lì per reggere le 82 partite stagionali si procede a un turn over fisso che scontenta il pubblico, così si rilancia con un numero di presenze dovute in un continuo frullatore di ipotesi. Adesso il quadro è chiaro, tocca scegliere. Troppo semplice per il pallone incolpare la Fifa che ha voluto a tutti i costi il Mondiale per club. Ha pure concentrato (dal 2026) i confronti tra nazionali in un unico periodo autunnale, allungato per evitare i continui spostamenti da un continente all’altro. Il nostro campionato ha risposto chiedendo il permesso di fare un volo extra di 20 ore

 

   

PENSIERI E PAROLE

|   Repubblica intervista Zaynab Dosso. «Se la mia parte italiana si esprime nella vivacità, la mia parte africana si identifica nella famiglia che mi ama incondizionatamente, al di là di quello che io sia o abbia fatto. Per me l’Olimpiade era l’occasione della vita, per loro non cambiava niente. Mio nonno ha avuto cinque mogli, siamo tantissimi, là si cresce in condivisione, con tanto affetto. Ero concentrata su me stessa, poi ho iniziato a non usare il telefono, al mercato vedevo bambini di dieci anni che facevano i meccanici, bambine che correvano con pesanti ceste in testa. Mi sono detta: “Non posso piangermi addosso perché una gara è andata male”. Ora con mia sorella che fa le treccine voglio aprire una boutique di acconciature, magari a Roma».

|   Il Corriere della sera ha parlato con Danilo Gallinari che promette senza dirlo e lasciandolo capire di fare il manager per la NBA in Europa. 

 

   

Renard o l’Indonesia: la distanza tra il naufragio e l’impresa

  Oggi è la giornata in cui si apre la finestra delle qualificazioni ai Mondiali. Sì, in effetti le partite europee iniziano domani, ma poiché non siamo da soli noi europei a questo mondo – le prove sono molteplici negli ultimi tempi – andrà considerato che si gioca in Asia e in Africa. L’Equipe ha intervistato il commissario tecnico dell’Arabia Saudita, altri non è che il famoso Hervé Renard, cittì del Marocco ai Mondiali in Russia 2018 e dell’Arabia Saudita in Qatar nel 2022. Hervé Renard è tornato alla guida dei cosiddetti Falchi Verdi un anno fa, al posto di Roberto Mancini. Terza nel suo girone di qualificazione, l’Arabia Saudita affronterà stasera a Jeddah l’Indonesia nei play-off della zona asiatica. Ma il titolo del giornale francese guarda avanti, al futuro, alle prossime sfide di Renard. Frase chiave: prima o poi tornerò in Africa. E sembra un omaggio alla memoria di Jane Goodall – che a quel continente ha dedicato la sua ricerca e la sua vita. 

«Se non riusciamo a qualificarci per i Mondiali – dice Renard – è perché non lo meritiamo. In quel caso, l’aeroporto non è lontano dal campo, sono 20 km. È scritto nei nei contratti. Quando sono arrivato per succedere a Roberto Mancini, conoscevo la sfida, non era facile». Una volta sistemato così Mancini, Renard ci ricorda che con lui in panchina l’Arabia ha battuto in Qatar l’Argentina che sarebbe poi diventata campione [«È la loro partita del secolo»] e un altro messaggio lo manda agli avversari, alla regione e al mondo: «In squadra non ci sono naturalizzati. C’è ancora strada da fare. Spesso la gente confonde l’Arabia Saudita, un vero paese di calcio con 35 milioni di abitanti, con Qatar ed Emirati Arabi. Una nazionale deve mantenere un’identità. Se naturalizzi troppi giocatori, perdi la tua anima».

Renard ha parlato anche di politica e della sua visione sul governo del paese. «Rispondo prima di tutto che il lavoro è il lavoro. E ho la fortuna di vivere qui in un paese senza alcuna insicurezza: non ha prezzo. L’insicurezza è il peggior male in Francia oggi. Qui, invece, mi sento libero. Sono stati fatti progressi: quando sono arrivato nel 2019 le donne non potevano guidare, non potevano viaggiare da sole senza autorizzazione. Prima del 2017 e dell’ascesa al potere di Mohammed bin Salman c’era ancora la pressione della polizia religiosa. Otto anni sono pochi. Molte cose sono state fatte in poco tempo e questo paese avanza rapidamente».

Nel luglio scorso, in compenso, insieme a un centinaio di altre personalità di spicco, Renard ha firmato l’appello per la liberazione del giornalista sportivo francese Christophe Gleizes di So Foot, condannato a sette anni di carcere in Algeria. È ancora in attesa di appello. Era in Algeria per dei reportage, uno sulla squadra di calcio JS Kabylie. È accusato dal governo algerino di “apologia del terrorismo” e di “possesso di pubblicazioni a scopo di propaganda lesiva dell’interesse nazionale”. Renard ha lavorato in Algeria, ha bei ricordi e dice di temere che si tratti di un regolamento di conti a causa dei cattivi rapporti del paese con Francia.

È interessante anche la traiettoria dell’Indonesia. Mentre le Indie orientali olandesi erano tra le quindici squadre presenti ai Mondiali del 1938 in Francia, l’Indonesia, indipendente dalla fine della Seconda guerra mondiale, sta facendo più che mai affidamento sul suo legame con l’Olanda per inseguire la prima qualificazione ai Mondiali. 

La selezione Garuda [dal nome di un favoloso uomo-uccello della mitologia indù e buddista] ha nominato come allenatore Patrick Kluivert e come direttore tecnico Jordi Cruyff. Nell’ultima lista di 28 giocatori convocati ce ne sono 16 nati in Olanda [se ne parlava a gennaio qui]. Il terzino sinistro Calvin Verdonk è uno dei nuovi giocatori chiave e racconta a L’Equipe che l’euforia dei tifosi è incontenibile. Intorno all’albergo che li ospita in ritiro c’è stato bisogno di avere protezione. 

▥   Il magazine The Athletic approfitta della sosta delle nazionali per misurare l’impatto avuto sulle rispettive squadre dai 155 acquisti estivi della Premier League. Al primo posto c’è Jack Grealish passato dal Manchester City all’Everton [nessuna convocazione in nazionale, ma la merita. È in testa alla classifica degli assist con quattro finora, più un gol, ma soprattutto sembra che si stia divertendo di nuovo. Un acquisto eccezionale], segue Estevao dal Palmeiras al Chelsea [Dimenticate i numeri, guardatelo e seorridete: che talento], al terzo Adrien Truffert dal Rennes al Bournemouth [Capace di prestazioni spettacolari e complete sulla fascia sinistra – sia in difesa che in attacco]. 

Gigiotto Donnarumma s’è piazzato all’ottavo posto: Non ha deluso. Ha fatto alcune delle migliori parate della stagione finora e il suo gioco con i piedi è migliore di quanto si pensi. E che personalità.  In estate The Athletic diceva: Portiere da botteghino, da Harlem Globetrotter. [Qui ci sono tutt’e 155]

▥   Il Corriere della sera apre la sua sezione con un servizio critico sulla Superchampions, un piano al veleno viene definita. È il torneo che – pare – dovrebbe nascere dal compromesso tra UEFA e superleghisti, un altro. Dopo il 2027 ci sarebbero 36 squadre divise in due fasce da 18 e le partite andrebbero gratis su una piattaforma in streaming. A rischio la serie A e gli altri tornei nazionalisi allarma il Corriere e Daniele Dallera nel suo commento parla di affarismo, masochismo e baraccone. 

▥   Repubblica invece torna su quelle che definisce Plusvalenze Osimhen presentando le carte segrete dell’affare. Le carte segrete è l’informativa della Guardia di finanza in cui la procura della federcalcio non ha ritenuto di rinvenire fatti nuovi rispetto a quelli che avevano spinto ad archiviare il caso. Seguono intercettazioni.

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