Il proselitismo di Nigel Farage nelle curve inglesi

Il tifo nella Premier si sposta verso l’estrema destra

Quando alle prime ore del mattino, davanti al Red Bar di Belgrado, un gruppo di tifosi inglesi intona cori come se non esistesse un domani, quando nell’atmosfera di sempre, tra una birra e l’altra, sulle note di Sweet Caroline si sente stop the boats, stop the boats, Nigel Farage, we’re all voting for Reform UK – allora è definitivamente chiaro che la politica ha invaso gli stadi e che il calcio inglese è diventato il nuovo campo di battaglia della destra. 

Lo scrive Philip Buckingham su The Athletic certificando la nuova potenza in ascesa della politica britannica, pur contando appena cinque seggi sui 650 della Camera dei Comuni. Una presenza di minoranza con un’influenza che si insinua ovunque, anche dove meno te lo aspetti: sugli spalti delle partite della Nazionale.

Il calcio, sempre più spesso, si trova risucchiato nelle guerre culturali del Regno Unito si legge. Un tempo erano un rifugio, così sostiene Buckingham, oggi gli stadi inglesi sono diventati luoghi di sfogo politico. Era  dai tempi di Margaret Thatcher che non si sentiva un capo di governo diventare il bersaglio dei cori delle curve. Keir Starmer, laburista, è regolarmente insultato dai tifosi durante le partite internazionali, segno del clima che si respira nel paese.

Farage ha intercettato perfettamente la potenza simbolica del calcio. Ha fatto stampare delle maglie azzurre di Reform FC con il numero 10 e il suo nome sulla schiena. Lo slogan è Family, Community, Country. The Athletic racconta che la maglia costa 39,99 sterline, ma quelle firmate dal leader possono arrivare a 99,99. Ogni dettaglio, dal logo circolare all’anno di fondazione, è pensato per evocare l’immaginario del calcio.

Il parallelo con Trump è inevitabile. Farage sa che il pallone è un veicolo formidabile di consenso “e sembra seguire l’esempio del presidente americano su scala minore. La propaganda e lo spettacolo non sono più distinguibili l’una dall’altro. 

Il punto non è che emergano opinioni estreme, ma che si sia verificato uno slittamento culturale verso destra che ora si manifesta negli stadi, spiega Danny Fitzpatrick, docente di politica e storia all’Università di Aston a The Athletic. Bandiere di St. George con la scritta Stop the Boats, adesivi con il motto On the charge with Nigel Farage, cori che mescolano ironia, rabbia e nostalgia di una qualche identità perduta.

La sinistra, un tempo custode del tifo popolare, appare spaesata. I leader laburisti hanno sempre cercato di cavalcare la popolarità del calcio, ricorda Philip Buckingham, evocando la famosa partita tra Tony Blair e Kevin Keegan nel 1995. Ma con l’arretramento nelle regioni operaie, il campo è rimasto libero per Farage e i suoi simboli. Eppure, come osserva ancora il professor Fitzpatrick, «ciò che è cambiato è la rispettabilità dei tifosi: oggi sono considerati i salvatori del gioco, non più un problema da risolvere». È l’elemento che ha reso più facile per la destra appropriarsi della loro immagine.

La politicizzazione del calcio inglese si muove tra ironia e inquietudine. Da un lato, le maglie di Reform potrebbero sembrare una parodia, paragonate da GQ ai cappellini MAGA di Trump. Dall’altro, sono l’indizio di una strategia precisa: parlare al cuore di un elettorato disilluso, quello delle città impoverite e dei club in crisi come Bury o Wigan, dove la rabbia sociale e quella calcistica si intrecciano in un’unica narrazione dell’abbandono.

I cori politici, le bandiere con gli slogan nazionalisti e la retorica anti-élite arrivata in curva sono i segnali di una trasformazione profonda. Qualcosa è sicuramente cambiato negli ultimi dodici mesi. Il calcio riflette il paese, e quando il paese si sposta a destra, anche gli stadi lo fanno.

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