Infantino, l’ombra di Trump: che ci faceva agli accordi su Gaza

Infantino, l’ombra di Trump: che ci faceva agli accordi su Gaza

Se tutto questo succede, se Trump può agitare lo spettro di un Mondiale sottratto a qualche città americana, può succedere perché sulla pedana rialzata di Sharm el-Sheikh, in Egitto, dove i leader mondiali affiancavano Donald Trump per celebrare l’accordo di cessate il fuoco a Gaza, c’era un uomo che spiccava fra gli altri, pur non essendo né capo di governo né un reale arabo. Esatto. Lui.

Gianni Infantino, presidente della FIFA, era l’unico dirigente sportivo al vertice di lunedì e l’unico presente senza un ruolo politico. Si è fatto fotografare con Trump e con il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, promettendo di aiutare a ricostruire i campi sportivi distrutti a Gaza. Come ha dichiarato nel suo video su Instagram, «è davvero importante che la FIFA sia qui».

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Come racconta Tariq Panja sul New York Times, Infantino sembra avere una bussola precisa: essere dove c’è Trump, qualunque sia l’agenda del giorno. Nel 2020 parlò a una cena di imprenditori organizzata da Trump al World Economic Forum di Davos, poi volò a Washington per la firma degli Accordi di Abramo e si è guadagnato un posto d’onore alla seconda inaugurazione del presidente americano. Da allora, la sua presenza nello Studio Ovale è diventata familiare.

Da parte sua, Trump non nasconde l’ammirazione, lo chiama «il re del calcio». Infantino, in cambio, offre parole di venerazione. Dopo aver aperto un ufficio della FIFA dentro la Trump Tower, lo ha proposto per il Nobel per la Pace. «Ho bisogno di un rapporto stretto con i leader dei Paesi ospitanti per organizzare con successo i Mondiali», ha spiegato il presidente della FIFA. Solo che non dedica lo stesso tempo ai governi di Canada e Messico.

Questa vicinanza sta provocando una buona quota di critiche. Come riporta il New York Times, alcuni funzionari avrebbero espresso in privato preoccupazione per il comportamento del presidente. E l’organizzazione è sotto pressione, perché deve ancora pronunciarsi sul reclamo della federazione palestinese contro Israele. 

Nick McGeehan, direttore del gruppo per i diritti umani FairSquare, ha accusato Infantino di «aver abbandonato ogni parvenza di neutralità politica che la FIFA dichiara di  seguire», e di aver «messo l’organizzazione saldamente al fianco di Donald Trump e Benjamin Netanyahu». Ha definito la sua presenza in Egitto «profondamente inquietante». 

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Infantino è arrivato al vertice a bordo di un jet privato di proprietà del Qatar, altro paese con cui mantiene rapporti di lunga data. «È necessario essere vicini ai leader che contano», ha ribadito. Ma, come osserva Tariq Panja, non esiste un vero precedente per una simile alleanza tra sport e potere politico. Né Thomas Bach da presidente del CIO né Sepp Blatter alla FIFA avevano mai fatto della diplomazia una passerella personale.

Infantino coltiva rapporti stretti anche con altri governanti che confondono affari e politica: Paul Kagame in Ruanda, Mohammed bin Salman in Arabia Saudita — che ha ottenuto i Mondiali 2034 senza un concorso — e l’emiro del Qatar, Tamim bin Hamad al-Thani, dal quale ha ricevuto a disposizione una villa a Doha prima del torneo del 2022.

Non è solo Trump, insomma. Anche la sua famiglia è entrata nell’orbita: Ivanka Trump ha partecipato al sorteggio del nuovo Mondiale per club — un privilegio di solito riservato agli ex giocatori. E poi ci sono i trofei. Due trofei, tra cui una replica della Coppa del Mondo, sono rimaste alla Casa Bianca. Nel museo della FIFA a Zurigo, dove dovrebbe esserci la sua teca, oggi quello spazio è vuoto.

 

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