Lo Slalom del 8 luglio | Cosa leggere, sapere e vedere

 

 

   

La maestra dice che quando suona una campana un angelo mette le ali

La vita è meravigliosa di Frank Capra

L’angelo custode di Jannik Sinner

Quando Jannik Sinner si è trovato per l’undicesima volta in carriera sotto di due set a zero, siamo tutti andati a controllare che margine di rimonta ci fosse in base ai precedenti. Il 20 percento. Aveva recuperato due volte, sempre e solo a Melbourne. La prima contro Fucsovics nel 2023 e la seconda – indimenticabile – contro Medvedev in finale nel 2024. Grigori Dimitrov invece era avanti di due set per l’82esima volta e solo in due occasioni si era fatto rovesciare il tavolo: da Moutet a Wimbledon 2019, da Giron al Roland-Garros 2021. 

Il punto è che la partita pareva scorrere dentro binari strani, nuovi, irregolari, imprendibili. Prima di ieri sera per 37 game di servizio Jannik Sinner non aveva lasciato neppure una palla break. Al primo game di servizio del primo set di negli ottavi di finale, Grigor Dimitrov gli ha strappato il servizio – come si diceva ai tempi di Guido Oddo.

E poi è accaduto l’incredibile. Dimitrov ha sentito il corpo ribellarsi all’ipotesi di una vittoria fragorosa contro il numero 1 del mondo. Ha scelto di entrare nel grande libro delle statistiche dalla porta sbagliata, diventando il quarto giocatore a ritirarsi in una partita dello Slam nonostante un vantaggio di due set [come Belkin nel 69 contro Goven a Parigi, come Mathieu contro Verdasco a Melbourne, come Darcis contro Serra a Melbourne 2012.  Ancora più sconcertante è che sia diventato il primo giocatore costretto a ritirarsi in cinque tornei dello Slam consecutivi. Un anno fa su questi prati aveva lasciato a metà la partita con Medvedev, a NY 2024 contro Tiafoe, a Melbourne scorso contro Passaro, allo scorso Roland-Garros contro Quinn.

Ora guida la classifica del maggior numero di abbandoni nel Grande Slam dall’inizio dell’era Open: 10 volte, due in più di Janko Tipsarevic e tre in più di Novak Djokovic, Michael Llodra, Wayne Ferreira. L’unica ipotesi plausibile è mistica: l’angelo custode di Jannik Sinner, come Clarence nel film di Frank Capra, adesso sta mettendo le ali. 

Jannik è stato molto pudico. Si è fermato a consolare l’avversario, si è offerto di portargli la borsa, ha detto di non sentirsi vincitore. Ma avanza. Nessuno glielo toglie. Con un asterisco grosso così giocherà i quarti di finale. Vincenzo Santopadre su La Stampa ha scritto che ora toccherà ai coach capire che cosa non ha funzionato, se la caduta sul gomito che ha compromesso una parte del gioco di Jannik è la causa principale dello scivolone, o solo una concausa”. 

La Stampa lo chiama stellone, il Giornale la definisce fortuna, se Gene Gnocchi volesse occuparsene come con Arrigo Sacchi troverebbe una parte anatomica del corpo umano per racchiudere in una parte il tutto. 

 

  Cobolli aspetta Djokovic

Battendo Marin Cilic, Flavio Cobolli ha vinto la sua 63esima partita in carriera nel circuito maggiore. Undici scrive che a Wimbledon sta facendo un percorso inatteso e meraviglioso. Il numero 63 riguarda pure Novak Djokovic, suo prossimo avversario. Sessantatré sono i quarti di finale in uno Slam conquistati dal serbo. Negli ultimi sette anni a Wimbledon ha vinto 43 partite su 43 contro giocatori che non si chiamano Carlos Alcaraz. Più anziani di lui nei quarti di Wimbledon sono stati solo Roger Federer con 39 anni e 337 giorni, Ken Rosewall con 39 anni e 246 giorni.

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I temi del giorno

        

Le cadute al Tour de France

Coquin in francese è una storia piccante. Coquin è uno sguardo malizioso. Coquin è una bambina monella, l’amante di qualcuno, un mascalzone. Coquin allora è il Tour de France, scrive stamattina l’immaginifico Alexandre Roos, autore di una meravigliosa quotidiana grammatica su cui studiare la lingua. 

È la definizione che stamattina stampa su l’Équipe per raccontare una cosa dove dal nulla possono nascere molte cose, dalla tranquillità può nascere il caos, un posto dove i salutari momenti di tregua che ci permettono di digerire le ultime patatine fritte prima di lasciare il Nord si alternano a fulmini che colpiscono all’improvviso per scuoterci dal nostro torpore.

È così che introduce al racconto della tappa chi l’ha vista e chi non c’era, una lunga corsa verso Dunkerque costellata di cadute, la più dolorosa delle quali toccata a Jasper Philipsen, costretto al ritiro. Solo quarantott’ore fa era maglia gialla. 

Rouleur la chiama una giornata da tipico disastro del Tour de France, nata da vento forte e contrario, qualche curva all’arrivo e momentanei cali di concentrazione. Sulla carta doveva essere una giornata semplice per molti, ma non si sa mai cosa aspettarsi in questa corsa.

Coquin

Prima che arrivasse lo sprint finale c’è stato anche modo di vedere Tim Merlier andare a sprintare sul Mont Cassel per prendersi i punti della classifica per la maglia a pois al posto di Tadej Pogačar, e ringraziamo Wellens – dice Roos – perché questo ci risparmierà per un secondo giorno l’oltraggio visivo della maglia a fungo addosso allo sloveno, quando sappiamo che potrà tirare fuori dall’armadio quella iridata.

Tim Merlier è oggi il miglior velocista del mondo, perché senza un treno a sua disposizione si è fatto strada in mezzo a quel mucchio selvaggio di catene, pedivelle e freni a disco per mettere la sua ruota di qualche millimetro davanti a Jonathan Milan, una tappa decisa al fotofinish, ma allo stesso tempo senza alcun dubbio che il fotofinish potesse dire una verità diversa da quella colta a occhio nudo. Merlier è arrivato a 11 vittorie nel 2025, la prossima non potrà inseguirla prima di sabato a Laval. 

Filippo Maria Ricci sulla Gazzetta parla di cinque centimetri di strada, svariati centimetri di pelle. I primi sono la misura della distanza tra Jonathan Milan e la vittoria, gli altri la misura della abrasione mostruosa che si è impossessata della schiena di Jasper Philipsen. E così – in ritardo – salutiamo la prima volta da suiveur di Ricci al Tour. Buon viaggio. 

Alex Bardot su L’Équipe spiega che dunque si può vincere anche così, senza un treno che fa il lavoro sporco per te, ma mettendo in strada l’arte di cercarsi un posto da solo o come dice ancora meglio Philippe Le Gars quello che è abituato a sbrigarsela da solo.

   

Camei

Il simbolo sfortunato di una tappa segnata dalle cadute si chiama Bryan Coquard e porta una maglia che pare uscita dall’armadio delle casacche per il palio di Siena. La contrada della Sfiga. A volte chiudiamo discretamente gli occhi quando un uomo cade a terra, toccati dal dolore e dalla paura che deve provare. Ma un uomo in piedi a volte è ancora più toccante ha scritto Thomas Perotto su l’Équipe del 33enne, arrivato davanti a una nuvola di microfoni con gli occhi asciutti, poi un po’ meno, per finire completamente bagnati mentre cercava di raccontare la sua giornata e le sue disgrazie.  

Ustioni alla gamba e al gluteo sinistro, ferite multiple, dolori alla scapola. In due delle tre grosse cadute di giornata, lui c’era, dignitosamente toccato da ciò che aveva prima causato e poi sofferto. Alessandra Giardini su Bicisport lo definisce disattento e goffo, colpisce Rex e rimbalza su Philipsen. Patatrac. Poi il suo ds fa vedere che anche lui è ferito e sul polpaccio ha tatuata la gomma di Jasper, ma questo non lo scagiona.

 

Si parte dalla città dove visse e morì Jules Verne e si arriva nel posto dov’è nato Gustave Flaubert. Cinque salite negli ultimi 50 chilometri, con oltre 2.000 metri di dislivello, fanno molto Viaggio al centro del mondo, spirito avventuroso e fantascienza, ma soprattutto fanno una nuova sfida per Mathieu Van der Poel, con l’opportunità di vincere una tappa in maglia gialla prima di lasciarla a qualcun altro nella cronometro di domani a Caen.

A Rouleur si domandano se la quarta tappa somiglierà alle emozioni di un romanzo di Verne o all’inerzia dei personaggi di Flaubert. Segue dibattito sull’inerzia reale o solo presunta dei personaggi di Flaubert. L’ultima volta che la corsa passò da Rouen vinse André Greipel e in effetti fu un evento sonnolento, fino a una caduta di massa a 2,5 km dal traguardo, di mezzo ci finì Mark Cavendish. 

Poco fuori Rouen c’è un monumento per Jean Robic, nel punto dive nel 1947 attaccò contro ogni etichetta Pierre Brambilla nell’ultimo giorno di corsa e gli sfilò la maglia gialla. 

Tutte e cinque le salite di giornata sono concentrate negli ultimi 50 km, le ultime tre a meno di 20 km dal traguardo, l’ultima e la terzultima delle quali con pendenze abbastanza ripide, entrambe lunghe 900 metri, alla media del 10,6% e del 7,2%. Staccate il telefono perché sicuramente in quel momento squillerà e qualcuno dall’altra parte chiederà: Ti disturbo? 

Alternative: Remco Evenepoel, Julian Alaphilippe [magari], Romain Grégoire, Oscar Onley, Aurélien Paret-Peintre, Neilson Powless e Ben Healy, ma pure Mattias Skjelmose e Thibau Nys: tutti in grado di resistere su salite brevi e giocarsela in uno sprint ristretto. 

 

 

  Rouen

Al solo nome di Rouen, la memoria espelle i ricordi scolastici di Giovanna d’Arco e Claude Monet. Monet ritrasse Rouen una trentina di volte, Gustave Flaubert una volta per tutte in Madame Bovary. Rouen è al centro dell’avventura amorosa di Emma e Léon. A est della città si trova il piccolo villaggio di Ry, dove Flaubert prese ispirazione per Yonville-l’Abbaye, il luogo in cui Emma va a vivere con il dottor Charles. Rouen peraltro è la città dov’è morto Jacques Anquetil, nato in un paesino poco distante, Mont St. Aignan, e sepolto a Quincampoix. 

Gianni Mura ha scritto: A Rouen e dintorni si può andare per musei avendo solo l’imbarazzo della scelta: Corneille, Flaubert, Malot, Maupassant, Hugo e Leblanche, il creatore di Arsène Lupin, il ladro gentiluomo. Lato paesaggio, primo premio assegnato a Varengeville, con un cimitero marino che, con tutto il rispetto, batte 3-0 quello di Paul Valery a Séte. Questo è proprio dietro una chiesetta. Oltre ci sono ottanta metri di strapiombo sul mare. Prato verde, rocce bianche e mare blu. Ci è sepolto Georges Braque, il pittore

Era di Rouen il medico a cui Anquetil rubò la moglie nel 1957, ma proprio in senso letterale. La portò via da quella casa in una maniera che Janine raccontò così una volta a Vélo Mag: «Mi sono ritrovata in vestaglia e biancheria intima per strada. Abbiamo preso il treno per Villefranche. È stato pazzesco. Ma una follia di cui non mi sono mai pentita. È strano, a volte ho pensato: ma perché è entrato nella mia vita? Ringrazio il caso per averlo messo sulla mia strada». 

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Le analisi

 

   

Comincia una Champions League che a Kuopio non hanno visto mai

Come nel film Goodbye Lenin, stamattina a Kupio si svegliano e scoprono che gli hanno cambiato il mondo. Kuopio è una città finlandese di 122 mila abitanti occupata per metà della sua area urbana da laghi e foreste. Ospita un’università di nome e la sauna di Jätkänkämppä considerata la più grande del mondo. Ha una capacità di 130 persone e si trova in un campo dove un tempo regnavano i taglialegna. A Kuopio tutti sanno preparare il kalakukko, del pane fatto con segale, pesce e pancetta. Molti musicisti e scrittori finlandesi dell’età romantica hanno vissuto là. 

Kuopio possiede pure uno stadio di calcio vezzoso da tremila e cinquecento posti, attraversato negli ultimi decenni da diverse peripezie, comprese alcune retrocessioni della squadra cittadina in serie B e una perfino in serie C. Ma cinquant’anni fa, dentro quello stadio si giocava la Coppa dei Campioni. Nei giorni dei sorteggi per il primo turno, il Kuopio Palloseura era un nome che accompagnava le vite bambine dei boomer di oggi. 

Quasi mezzo secolo dopo l’ultima volta, il Kuopio stasera riapre lo stadio e ospita la prima partita della nuova edizione della Champions League, un’edizione che comincia 38 giorni dopo la finale tra Inter e PSG. Alle cinque del pomeriggio il Kuopio fa i conti con il fatto che la Coppa dei Campioni nel frattempo si chiama in un altro modo, che i gol in trasferta non valgono il doppio e soprattutto che aver vinto lo scudetto finlandese non dà diritto a un bel niente, se non a questa specie di spareggino con i campioni della Moldavia per vedere di nascosto l’effetto che fa. Lo chiamano preliminare ed è il massimo del lusso al quale si può essere ammessi nel calcio post-92 se non sei nato nel posto giusto. 

Erano belli i tempi in cui entravi nella stessa urna e nello stesso tabellone del Liverpool, non c’erano teste di serie, le partite si interpretavano nell’arco dei 180 minuti, una volta facevi 2.2 con i polacchi del Ruch Chorzow, un’altra andavi a prenderne cinque in casa del Bruges. Ora il primo turno di qualificazione è una partita secca, chi vince va avanti, chi perde ciao. Il Kuopio l’ha già vissuto nel 2020, ma quella volta fu in trasferta, in Norvegia, e per conservare una certa confidenza con la tradizione andò a prendere cinque gol pure là. 

Stasera è un’altra cosa, stasera la Coppa dei Campioni passa di nuovo nei paraggi della sauna, dei laghi, delle foreste. Battere il Milsami Orhei significa guadagnarsi un secondo show contro l’Olimpia Lubiana o il Qairat, in questa specie di ghetto riservato a chi vince i campionati più scrausi, mentre se arrivi secondo in Scozia o in Grecia fai un altro percorso, non ne parliamo se poi se sei finito quarto in Italia o quinto in Inghilterra. 

A questa cayenna che parte stasera prendono parte addirittura 28 squadre e fra loro compare il nome del Malmö, nel 1979 finalista della Coppa. Nei giorni dei sorteggi Ceferin ha detto di essere felice di poter rappresentare valori come inclusività, diversità, equità e opportunità. Il Malmo è stato abbinato ai campioni della Georgia – quelli che al tempo del Goodbye Lenin del Kuopio Palloseura avrebbero casomai rappresentato l’URSS come succedeva alla Dinamo Tblisi. I campioni della Georgia oggi si chiamano Iberia 1999. Gli ha dedicato un approfondimento la pagina facebook Calcio da dietro. Era conosciuta come Saburtalo Tbilisi, una delle zone più vivaci della capitale georgiana, le proteste che si sono viste in TV nel 2024 si svolgevano esattamente da queste parti. Vi passa la linea della metro, quella “verde” in salsa milanese e corre da queste parti la Pekini Avenue, una delle principali vie dello shopping di Tbilisi. Come in ogni capitale sovietica che si rispetti, però, accanto agli edifici più avveniristici, sorgono quei classici palazzoni in stile comunista che sanno tanto da anni ’80 e ’90. L’identificazione del nome della squadra col quartiere si è interrotto, appunto, nel febbraio 2024, quando il proprietario, dal 2005, Tariel Khechikashvili ha deciso per il cambio di denominazione.

Nel nome di Iberia non c’è il romanticismo dei musicisti e dei poeti finlandesi di Kuopio, pià che altro c’è la voglia di pubblicizzare l’Iberia Business Group di cui è titolare Khechikashvili, peraltro ex ministro dello sport, il più grande gruppo automobilistico del paese. Comprereste una macchina usata da Khechikashvili? Per forza. A Tblisi le vende tutte lui: Volkswagen, Audi, Skoda, Mitsubishi, Seat, Kia e Renault. 

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Interpreti

Le accuse a Thomas Partey e l’atteggiamento dell’ArsenaL

  Per la prima volta da quando Thomas Partey ha lasciato la sua città natale di Krobo Odumase in Ghana, all’età di 11 anni, stamattina si è svegliato senza squadra. Il suo contratto con l’Arsenal si era appena esaurito quando è stato accusato con cinque capi d’imputazione per stupro e uno per violenza sessuale. La sua carriera futura sarà determinata per buona parte dall’esito del processo che inizierà a Westminster il 5 agosto. Le accuse sono state presentate da tre donne per episodi avvenuti tra il 2021 e il 2022. Partey nega e «accoglie con favore l’opportunità di riabilitare il suo nome». Ma è una nuova storia di abusi che arriva dentro il mondo del calcio. 

L’incriminazione di Partey non è sinonimo di colpevolezza, ma casi come questi – ha scritto Jonathan Liew sul Guardian – non puntano solo a stabilire un verdetto e arrivare alla verità, qui si tratta anche di gestire l’immagine e la reputazione. Ecco perché l’editorialista si sofferma su altro, su quanto cioè è avvenuto nell’ultimo anno, da quando l’Arsenal è venuto a conoscenza delle accuse. 

Sarebbe stato legalmente complesso per l’Arsenal rescindere il contratto di Partey, fa notare Liew, ma c’erano misure del tutto ragionevoli da adottare. Calciatori di grande talento come Mesut Özil e Pierre-Emerick Aubameyang – racconta – sono stati silenziosamente allontanati per delle presunte mancanze fuori dal campo. L’anno scorso, un dipendente di nome Mark Bonnick è stato licenziato per alcuni post sui social media riguardanti Israele. L’Arsenal aveva a disposizione numerose opzioni legalmente non problematiche che avrebbero potuto offrire conforto a quei tifosi che si sono traditi, si sentono traditi – dice Liew – perché l’Arsenal sul suo sito web ha una pagina in cui parla dei suoi valori e della sua cultura dicendo che facciamo la cosa giusta anche quando nessuno ci guarda

Così, secondo Liew, non c’era bisogno di elogiare Partey sui social dopo una buona partita o rendere omaggio al suo carattere e la sua resilienza «dopo quello che ha passato» [parole di Mikel Arteta]. Non era necessario farlo giocare 108 volte, continua Liew, né passare gran parte del mese di giugno a riflettere se valesse la pena rinnovargli il contratto

In termini di pubbliche relazioni, la strategia adottata dell’Arsenal è stata: non dire nulla, non fare nulla, sperare che la tempesta passi. L’ascesa di Martín Zubimendi a centrocampo, secondo Liew, offre la sensazione di un rinnovamento, la una pagina da voltare, forse persino una sorta di purificazione. La squadra femminile è campione d’Europa e giocherà tutte le partite casalinghe del prossimo campionato all’Emirates. Ci sono sempre storie più felici e semplici da raccontare, e l’Arsenal non si stancherà mai di farlo

Tuttavia il punto non è neppure l’Arsenal. Non dovrebbe esserci spazio in questa storia per il trionfalismo tribale. Molti altri club – si dice certo Liew – avrebbero agito in modo simile in circostanze analoghe. La posizione di business as usual dell’Arsenal è una delle caratteristiche distintive del capitalismo allo stadio terminale, un capitalismo in cui le grandi aziende perseguono spietatamente il profitto, strombazzando al contempo la propria virtù.


     

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