La trumpizzazione dello sport USA

   

Le critiche del Washington Post al bando transgender

Parla del Super Bowl e si imbuca alla premiazione del Chelsea, tiene una copia della coppa del mondo di calcio nello studio ovale e dice la sua appena lo sport transita dalle sue parti. Nei giorni scorsi per esempio ha fatto scalpore – in mezzo a cento altri scalpori – la presa di posizione del presidente Donald Trump sul nome dei Washington Commanders, quando ha riferito che lui non lo avrebbe cambiato, anzi, avrebbe lasciato il precedente – “il nome che richiamava il trattamento crudele riservato dagli USA ai nativi americani” ha scritto Andscape aggiungendo che il presidente sbaglia. 

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Nella sua rubrica domenicale per Repubblica, lo scrittore Gabriele Romagnoli si occupa proprio della trumpizzazione dello sport, riconoscendo una certa “competenza di base che in campagna elettorale gli ha avvicinato molti giovani maschi. Poi ci sarebbe la forma. E lì ha messo al tappeto il politicamente corretto. Vale tutto. I professionisti del settore si sono sentiti autorizzati a seguirlo e scavalcarlo. Se provi oggi a seguire un programma sportivo senti le peggiori battute sessiste. Un esempio? Il presunto comico Shane Gillis si lancia in un monologo prima della consegna di trofei per imprese atletiche: «Tutti criticano l’allenatore Bill Belichick perché lui ha 73 anni e la sua fidanzata 24. Che razza di Paese è diventato questo? Lui ha vinto sei Super Bowl. Li aveste vinti voi non sareste seduti di fianco a una moglie grassa e racchia». Che razza di Paese è diventato questo?” conclude Romagnoli. [La rubrica è per intero qui]

IL BANDO TRANSGENDER, UNA QUESTIONE POLITICA

Una delle questioni più controverse è il bando alla partecipazione all’attività sportiva femminile per le persone reduci da un percorso di transizione di genere. Trump è diventato la più solida sponda politica che il mondo sportivo potesse trovare dopo i provvedimenti firmati dalle federazioni internazionali di atletica leggera, nuoto, rugby, moltissime federazioni nazionali, perfino quella di scacchi. 

Le voci problematiche sono rimaste poche, fra le poche il Washington Post. In un intervento di qualche giorno fa Kevin B. Blackistone ha sottolineato che “i divieti sono una questione politica, non di equità di competizione”. 

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Blackistone scrive che tutto è cominciato in ottobre, quando la San Jose State ospitava la San Diego State per una partita di pallavolo femminile nella quale ci sono state 66 azioni difensive. Una di esse – solo una – è diventata un video ricorrente in rete [“nel flusso sanguigno dei social media”]. Diverse squadre hanno cominciato a rifiutarsi di giocare contro San Jose a causa delle  voci: una di loro è transgender. La prova era quel video: una difensora del San Diego colpita da una schiacciata. Quel che il video non mostra è la ragazza che poco dopo si alza e schiaccia il cinque alle compagne. Trump ne ha parlato a ripetizione, dicendo di non aver mai visto una ragazza colpire un pallone in modo così violento. Ha parlato di uomini che giocano contro le donne e ha detto che no, non si fa, questa roba il presidente la vieta, non può permettere che accada. La San Diego State ha cercato inutilmente di far sentire la propria voce. 

«È stato riportato erroneamente che una studente-atleta della nostra università sia stata colpita al volto da un pallone durante una partita con la San Jose State University. La palla è rimbalzata sulla spalla dello studente-atleta, che è rimasta illeso e non ha perso neppure un’azione di gioco. Abbiamo chiesto correzioni a diversi organi di stampa» dicono. 

Il Washington Post parla di “deformazione ignorante o intenzionale della verità, trasformata in una promessa elettorale e in un ulteriore pretesto per i continui conflitti del presidente Trump con college e università”. Dalle accuse di anti-semitismo a quelle di aver discriminato le donne sportive. Dinanzi all’ipotesi di perdere i sovvenzionamenti statali, l’Università della Pennsylvania ha cancellato i risultati di Lia Thomas e si è vista sbloccare i fondi dall’amministrazione. 

Dinanzi alla Corte Suprema che stava riesaminando la controversia [“una questione urgente che minaccia di distruggere le fondamenta dello sport” è la versione ufficiale ripetuta dai sostenitori del bando], il senatore dell’Illinois Dick Durbin ha chiesto al presidente della NCAA Charlie Baker quante atlete ci sono nelle università americane.

La cifra è 510.000 secondo i dati ufficiali.

Quante sono transgender – hanno chiesto allora a Baker.

Risposta: meno di 10.

E all’Università della Pennsylvania? Una.

Lia Thomas.

Dice il Washington Post che “sarebbe un eufemismo di proporzioni storiche sostenere che l’attacco di Trump alle atlete transgender è eccessivo. I numeri sono miseri: un think tank della facoltà di giurisprudenza della UCLA nel 2022 ha stimato che circa 1,64 milioni di persone di età superiore ai 13 anni negli Stati Uniti si identificano come transgender – circa lo 0,5% di tutti gli adulti, ovvero 1,3 milioni di persone, e circa l’1,4% degli adolescenti, ovvero circa 300.000. In che modo la messa al bando di così poche atlete protegge le atlete cis?”. 

«Oltre a sottoporre le ragazze a molestie e test invasivi, questi divieti non proteggono realmente donne e ragazze» ha dichiarato Shiwali Patel, direttrice per la sicurezza e l’inclusione scolastica presso il National Women’s Law Center. «Non risolvono nemmeno le disuguaglianze di risorse o finanziamenti nello sport femminile, né il fatto che le atlete universitarie perdano milioni di dollari in borse di studio sportive rispetto agli uomini, né affrontano le dilaganti molestie sessuali contro le atlete da parte di figure autoritarie. Escludere una ragazza perché transgender non è mai giusto: è illegale e mina i diritti di tutte le donne e le ragazze». 

Lia Thomas è un’eccezione. Eppure è diventata il corpo da brandire per disporre divieti politici, dice il Washington Post.

“Ecco perché – scrive Blackistone – la battaglia dell’amministrazione Trump non riguarda l’equità dello sport. Riguarda l’ideologia, riguarda la politica. E nel caso di Trump, è un’altra arma per punire coloro che considera nemici”.

Il Washington Post affida da qualche tempo all’IA il compito di riassumere in poche righe il senso dei commenti sotto i pezzi. Cosa dicono i lettori. Ebbene, l’IA in questo caso rileva che “i commenti esprimono in modo schiacciante la loro contrarietà alla partecipazione delle donne transgender agli sport femminili”. 

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