Le lettere di vent’anni fa a L’Équipe per protestare contro lo scoop su Armstrong

Lo spaccato di un’epoca

A proposito di quei bei tempi di una volta. A distanza di vent’anni dall’agosto del 2005, quando L’Équipe firmò uno scoop mondiale scrivendo che Lance Armstrong aveva usato EPO durante il primo Tour de France vinto nel 1999, il giornale francese è tornato sul clima di quei giorni aprendo gli archivi e i cassetti, per tirare fuori trentanove lettere ricevute dai lettori durante quell’estate. “La maggior parte erano ostili, alcune riconoscenti, tutte scritte in fretta, come per una reazione”. 

Quelle trentanove lettere vengono adesso presentate in un lungo articolo per raccontare  quale fu il sentimento intorno al pezzo che il 23 agosto 2005 si intitolava La menzogna di Armstrong. Trentatré furono spedite dalla Francia, tre dagli Stati Uniti, una dalla Gran Bretagna, una dalla Spagna e una dall’Australia. 

“Armstrong non aveva ancora confessato nulla e godeva di un’immensa popolarità, forte della sua reputazione di sopravvissuto al cancro”. 

«Il vostro scoop è patetico perché demoralizza milioni di malati di cancro che hanno trovato in Lance un campione capace di sconfiggere il male assoluto» scriveva una lettrice, mentre un’altra considerava che «tutto questo puzza di antiamericanismo, di meschino spirito francese, di gelosia verso il potere». 

Les Rosicons, dicevano, ecco cosa siete. 

Un lettore americano spedì la fotocopia di una mappa dello sbarco in Normandia del 6 giugno 1944 e a mano aggiunse: «Non dimenticate. Viva Armstrong. Dio benedica l’America».

Ci furono però altre persone che mostrarono apprezzamento per il lavoro de L’Équipe e ringraziavano. «Deve restituire le sette maglie gialle rubate. Vogliamo un Tour de France più pulito». 

Come se in Francia ci fosse ancora Dumas, vent’anni dopo L’Équipe ha dato voce ad alcuni degli autori di quelle lettere, per riflettere sul periodo e discutere del nostro rapporto di spettatori con il ciclismo. 

Jean-Pierre Bidet, testimone di quel tempo, racconta di aver conservato quelle lettere senza pensare che un giorno sarebbero state pubblicate, ma “qualche mese fa, un po’ per caso, tra le righe di una conversazione sull’insolente dominio di Tadej Pogačar e sull’immagine sempre tormentata del ciclismo, mi sono ricordato della loro esistenza. Le ho ripescate, le ho rilette, le ho riscoperte. E ho capito che contenevano un materiale ricco e complesso, la testimonianza di un momento storico. Sollevano interrogativi sul rapporto del pubblico con gli idoli dello sport, in particolare del ciclismo, un rapporto che non si è mai completamente ripreso”.

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