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Ai tempi di Nino Sannataro, metà Anni Settanta, le grandi rotte del contrabbando avevano in Napoli, Marsiglia e Barcellona i tre vertici del loro triangolo malavitoso nel Mediterraneo. Nino Sannataro aveva la faccia di Vittorio Mezzogiorno in un lavoro di Giacomo Battiato per la Rai. Ancora li chiamavamo sceneggiati, né serie tv né fiction. Segue qui
Le immagini della giornata di ieri
Le vittorie di Jannik Sinner e Jasmine Paolini
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Il Barcellona è una meravigliosa moneta lanciata in aria, così dice Caparrós
Oggi il Barcellona festeggia lo scudetto con la parata cittadina e il pullman scoperto. È stata decisiva la vittoria di ieris era nel derby con l’Espanyol. Santi Nolla sul Mundo Deportivo stamattina scrive nel suo editoriale: “Quella che era iniziata come la Liga di Mbappé ha finito per essere la Liga di Lamine. Non è un caso che i due gol decisivi siano stati segnati da due giovani giocatori: Lamine e Fermín, i simboli di una squadra che ha saputo coniugare alla perfezione la sfacciataggine e la sfrontatezza dei ragazzi di grande talento con giocatori esperti e veterani di grande valore. Iñigo non sembrava avesse futuro e con Cubarsí al suo fianco è stato fondamentale nella maggior parte delle partite. Pedri incarnava il meglio del calcio difensivo ed è stato il faro di un Barça che ha imposto un livello di calcio superlativo. La squadra di Flick ha sempre mantenuto un modello basato su difesa alta, verticalità e pressione, intensità dal primo all’ultimo minuto. Tutti hanno giocato almeno una volta. Sono tutti campioni. Il Barcellona è riuscito a ribaltare le basse aspettative iniziali e ha giocato meglio di un Real Madrid che avrebbe dovuto arraffare tutti i titoli in un colpo solo per aver ingaggiato Mbappé. Ha finito per piangere con le sue dichiarazioni e con la sua TV impegnata a criticare duramente gli arbitri”.
Al Barça si dedica lo scrittore argentino Martín Caparrós su El País. “Quando vincere sembra essere l’unica cosa che conta, è un lusso vedere una squadra che vince perché gioca come se non le importasse nulla. O forse una squadra che ha deciso di riportare l’aritmetica del calcio alla sua ragione più primitiva: la vittoria consiste nel segnare più gol dell’avversario. Ho conosciuto il calcio con il catenaccio, la parola italiana coniata da un allenatore argentino che ha regalato diversi titoli al Barcellona alla fine degli anni ’50 e altri all’Inter a metà degli anni ’60. Avevo otto o nove anni, ormai è passato tanto tempo, cominciavo a seguire le partite del Boca Juniors alla radio e a leggere i commenti sui giornali e sulle riviste, quasi tutti si lamentavano della stessa cosa: che al “calcio moderno” importava molto di più non subire gol che segnarli, che lo spettacolo era rovinato, il pubblico si sarebbe allontanato e tutto sarebbe andato a rotoli. Ora, il diavolo è ancora in salute, in questi decenni il ritornello è stato ripetuto spesso, il concetto è che una buona squadra si costruisce dalla difesa. Il Barcellona di Hansi Flick non segue questo ritornello. È quel che gli ha fatto vincere una Liga e forse tra qualche anno un posto nella storia”.
È la stessa tesi di chi nei giorni scorsi si esercitava a sostenere che tra una stagione, forse due, il Barcellona non perderà più 4-3 una partita come quella giocata contro l’Inter. Caparrós scrive che “il Barcellona di Flick è una squadra fondamentalmente sbilanciata. Lo vediamo: attacca come un leone e si difende come un toro cieco. Non è una contraddizione o una coincidenza: nel suo sistema, trascurare la difesa, piazzarla alta al centro del campo, giocare sul filo del fuorigioco è il prezzo, a volte alto, per poter schierare quel blocco offensivo – terzini, centrocampisti, attaccanti – prezioso e squisito, fatto di tocchi precisi, dribbling impensabili. Non è nemmeno così fragile come sembra. Spesso cammina sul filo del rasoio, ma nelle sue 58 partite ufficiali di questa stagione ha segnato 169 gol, quasi tre a partita, e ne ha subiti 69, poco più di uno a partita. In campionato ha segnato 61 gol in più di quelli subiti: la differenza è abbondante. Tuttavia, la consideriamo fragile. Nell’ultimo decennio, tutti gli allenatori del Barcellona hanno voluto tornare allo stile Guardiola. Solo che lo hanno fatto in modo accademico: copiandone i manierismi ma, in un certo senso, non l’essenza. Questa squadra invece recupera Guardiola perché non lo copia.E Flick ha dei meriti indubbi”.
Padri gli pare “un Modrić di 15 anni più giovane e con la grinta che Modrić non ha mai avuto. Se facessimo un salto indietro nel tempo e nello spazio, potrei concepire un’eresia: non ho mai visto nessuno così simile all’incomparabile Juan Román Riquelme, il secondo miglior giocatore sprecato dal Barcellona nella sua lunghissima storia di sprechi”. Il primo lo sapete chi è. È sempre un argentino. Caparrós dice che “Pedri e Yamal sono la sintesi, la bandiera di questa squadra dello squilibrio, dello spreco”, uno squilibrio e una spreco che si sono manifestati a san Siro nel giro 40 secondi, dal palo di Lamine Yamal al gol subito sei passaggi dopo.
“Quel minuto – dice lo scrittore argentino – è l’emblema di questa squadra. Ambizione, intelligenza e genio che a volte si scontrano, ordine e disordine che a volte convergono, bellezza e disperazione: una forma minore di grandezza. In ogni caso è la cosa più bella da vedere nel calcio di questi tempi. Una moneta lanciata in aria, a volte esce testa e altre volte croce, ma che abbaglia mentre vola, con una brillantezza che irradia quasi involontariamente. In un mondo in cui ciò che conta è testa o croce, il lusso che offre il Barcellona è lo sguardo su quella moneta, sulla speranza che non tocchi mai terra”.
Quanto sono bravi gli scrittori bravi
La differenza tra questo Bologna e questo Milan
Modello. È la parola più abusata nel calcio. In genere funziona così: se vincono i tedeschi bisogna seguire il modello-Germania, quando domina la Premier allora è il modello inglese che si impone, quello spagnolo se la Spagna alza le coppe, tutti indietro al Belgio quando il Belgio sale in cima al ranking mondiale. E ovviamente c’è l’Atalanta quando è in testa Bergamo, il Borussia se Dortmund batte il Bayern, il Barcellona è un grande classico con la sua Masia.
Modello è la parola più abusata e tradita, in realtà nessuno si mette davvero a studiare come fanno altrove per poi piegare quella traccia alle proprie esigenze. Viene più facile imitare lo squattrinato Totò in quella farsa di Scarpetta, quando si veste da aristocratico e per la fame infila il cucchiaino nella coppetta dei gusti di Gaetano Semmolone perché «a noi nobili piace piluccare nel gelato degli altri».
Dal gelato del Bologna ha piluccato la Juventus l’estate scorsa [peraltro Motta aveva pure il nome adatto] e hanno piluccato pure l’Arsenal con Calafiori e il Manchester United con Zirkzee. È finita come spesso accade. L’innesto nudo e crudo è sempre un’operazione rischiosa. È probabile che produca un rigetto. Ma i nobili non imparano mai. Si innamorano delle sporadiche gioie altrui e allungano le mani. La brillante idea per riparare una sconfitta si riduce quasi sempre a un pacco di soldi che vengono fuori da un cassetto. Il vero modello è la catena alimentare. Così stamattina la Gazzetta già scrive che il Milan sta studiando Vincenzo Italiano. Ma in un posto come il Milan – o come nell’attuale Juventus – saranno mai disposti a concedere a Vincenzo Italiano di perdere tre finali su tre continuando a credere nella forza delle sue idee? Oppure sarà più facile stampare e incollare addosso l’etichetta dell’idealista, utopista, radicale, estremista, talebano, testardo – secondo la fantasia del momento?
Rivista Undici pone il tema quando parla di allenatore “dall’identità fortissima” e del lavoro di supporto della società, “degli investimenti di Saputo, del mercato a cinque stelle di Sartori e Di Vaio, di un progetto che da tempo cresce a ritmi sostenuti e che in questa stagione ha saputo fare un nuovo passo in avanti. Nonostante gli addii, nonostante i cambiamenti. A volte sembra banale dirlo, ma una squadra che riesce a fare più di quello che ha fatto per cinquant’anni, che in campo non fa valere il gap economico rispetto ad altre società più ambiziose, beh, quella è una squadra fondata sulle idee. E sull’impegno che occorre perché queste idee si realizzino durante le partite. Ecco, nel caso del Bologna le idee sono davvero bellissime. E, soprattutto, funzionano. Da anni, in modo coerente. In questo senso, il confronto ancora caldo con il Milan di Furlani/Moncada/Ibrahimovic/Conceição è davvero impietoso. Ed è l’ennesima dimostrazione del fatto che la competenza, più o meno sempre, abbia un peso maggiore rispetto a quello dei soldi in valore assoluto”.
In Abruzzo dopo il caos verso Napoli
L’asfalto resbaladizo è nel titolo di El Pais. L’asfalto scivoloso. L’asfalto delle città di mare quando si bagna, ha detto il direttore del Giro Mauro Vegni per spiegare la necessità di neutralizzare la tappa di Napoli dopo la caduta a 70 km dal traguardo. Hindley si è dovuto ritirare, Roglic ha temuto che potesse accadere a lui, chiacchiere, proteste e trattative che Jon Rivas sul giornale spagnolo racconta così: “Il Giro è la corsa del caos organizzato. Tutto sembra fuori controllo, ma è sotto controllo. La tappa si ferma e riprende dopo un periodo di chiacchiere tra ciclisti e organizzatori. Un cattivo accordo è meglio di un buon giudizio. Piove a intermittenza e la strada è scivolosa in questo arido sud Italia, con l’asfalto che ha accumulato settimane di polvere, sporcizia e olio dai veicoli che passano ogni giorno. Il primo acquazzone trasforma la strada in una pista di pattinaggio”.
La giuria ha stabilito che i distacchi non sarebbero stati riportati in classifica. Il gruppo ha corso solo per i premi finali della tappa. Ha vinto Kaden Groves e non frega nienta a nessuno. Alessandro Autieri su Al Vento ha scritto: “Qualcuno, tempo fa, ci ha detto che la bicicletta permette una sorta di volo di terra, perché l’asfalto lo sfiorano solo le sue ruote e chi pedala, in realtà, è sospeso, in un equilibrio precario”.
Giuseppe Martinelli racconta di aver anticipato a Shefer: «Guarda Martino, se domani piove è il solito casino di Napoli. Le strade sono queste qua: piove poco e come viene giù un po’ d’acqua diventano sdrucciolevoli» [lo scrive Bici.Pro]
Giuseppe Saronni non si capacita di una cosa. A Bicisport ha detto: «Mi domando perché queste cose capitano solo al Giro d’Italia. Cari corridori, bisogna saper correre. Non basta avere i computerini o la radiolina, ci vuole la testa. Bisogna sapere quando è il momento di rallentare, di non rischiare. Quando si cade ci si fa male e bisogna sapersi gestire con intelligenza. Le distanze di sicurezza vanno tenute anche in base alle condizioni di gara. In gruppo si parla, i capitani possono concordare certe situazioni senza fare tanto teatro. Ai miei tempi la neutralizzazione non esisteva e non può essere che tutti gli anni al Giro si debba neutralizzare almeno una tappa. Si interroghino anche sulle loro responsabilità».
▛ KM 11 Rivisondoli
“Mio nonno mi viziava. Fu lui a regalarmi la prima bicicletta. Scorrazzavo su e giù per le strade senza alcuna preoccupazione. Rivisondoli per me era il paese più bello del mondo, anzi ne era il centro. Anche a scuola mi trovavo molto bene, nonostante la nostra maestra Oresta fosse severissima e si presentasse ogni giorno con la sua bacchetta di legno: non credo l’avesse mai usata, ma bastava vederla per provare timore e rispetto. In più, ero il protetto del bullo della classe e questo mi metteva al riparo da tutto. O quasi” [Niko Romito, Leopoldo Gasbarro, Apparentemente semplice, Sperling & Kupfer]
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▛ KM 49 Sulmona
“L’altopiano si spalanca quasi all’improvviso sulla strada che da Sulmona porta a Roccaraso. O viceversa. E’ come entrare, per un attimo, in un’altra dimensione, come trovarsi sulla prateria, lungo una delle mitiche Routes degli Stati Uniti. L’erba, le montagne, e il nastro d’asfalto che si srotola, piatto, davanti a me. Più che D’Annunzio o Silone, i loro romanzi, le loro storie, viene alla mente Jack Kerouac. On the road. Nove chilometri attorno a cui Carlo V decise di edificare cinque rifugi fortificati dopo che trecento fanti della Lega Veneta e cinquecento soldati del Principe d’Orange vi trovarono la morte a causa di una tormenta di neve. (…) L’odore dei tratturi, il profumo dei mostaccioli, della focaccia bianca, delle ferratelle, il sapore della salsiccia paesana e del pecorino gregoriano” [Roberto Perrone, Manuale del viaggiatore goloso, Mondadori]
▛ KM 79 Monte Urano
“Quando una salita ti obbliga ad inarcare la schiena e buttare il volto sul manubrio, e ti fa dondolare come un batacchio di campana, di qua e di là, nella cadenza della pedalata che ti taglia il respiro; quando una discesa ti mette le ali ai piedi come una divinità pagana, e ti costringe a serrare ben forte le mani sulle due leve dei freni, lasciando dietro di te, nelle curve, una scia di ferodo bruciacchiato sul legno dei cerchioni, in un gioco azzardato e pericoloso di equilibrio affidato al precario contatto delle due gomme che hai gonfiato dure come il sasso; quando in pianura devi per forza arrancare per tener dietro alla ruota del compagno che ti precede perché sai che se ti distacchi naufraghi nel gruppo dei ritardatari, senza possibilità di rifarti con l’inseguimento; quando tutto questo accade tu non vedi che cosa sta alla destra ed alla sinistra della strada. I paesi sono solamente case messe in fila, la campagna non è che un gran cartone verde, la folla non è che una macchia scura, punteggiata da gridi d’entusiasmo. In corsa vedi ben poco, non vedi nemmeno la strada, forse, tanto sei preso dalla tua fatica, una fatica che non sai ancora se riuscirà a toccare la vittoria, o se resterà per sempre sconosciuta” – di enrico emanuelli, la Gazzetta dello sport, 1937, citato in Eroi, pirati e altre storie su due ruote [Bur]
Le favole abruzzesi di Indro Montanelli
“L’Abruzzo ci è venuto incontro nella persona di una donna che teneva per mano una bimbetta. Non era una donna molto vecchia: un enorme scialle nero le avviluppava interamente la magra figura ed essa, sedendosi, lo aprì con le braccia per trarselo sulla testa e parvero le ali di un mostruoso uccello notturno che si distendessero per il volo. Sedette sul ciglione della strada ma molto in alto e tacque per un pezzo guardandoci insospettita. Teneva però, strettissima nella sua, la mano della bambina e solo dopo un poco si decise a chiederci, timidamente, se i corridori facevano del male a nessuno. “A nessuno” garantimmo, “nemmeno ai propri concorrenti”. La donna parve rassicurata e dopo un poco cominciò a parlare con la piccola. Non era facile capire quello che diceva, ma credetti intendere che le raccontasse la storia di suo padre che fu il primo in quella contrada a veder passare una bicicletta e corse al paese ad annunziarlo a tutti gli uomini; tenuto consulto e stabilito che un mostro cosiffatto non poteva essere altri che il lupo di Pretorio, si armarono di forconi e con essi vennero sulla strada per accogliere degnamente il malcapitato. Il quale, per sua fortuna, era già scomparso all’orizzonte. Ma questa favola la donna, più che alla sua giovane compagna, la raccontava a se stessa. (…) Nell’impervia e chiusa civiltà abruzzese le favole non sono monopolio dei bambini, come altrove. Esse sono il modo di sentire e di rappresentare anche dei grandi. Questa è la sola terra d’Italia dove i lupi circolino ancora per le strade dei villaggi, vestiti da uomini, e il serpente possa insinuarsi nei letti delle ragazze per sedurli. E le favole d’Abruzzo non sono soltanto in Abruzzo, ma dovunque sia un abruzzese” – di indro montanelli, Corriere della sera, 22 maggio 1948
Piovono Mondiali e Slalom non ne parla
I Mondiali di hockey su ghiaccio sono cominciati da una settimana e dentro queste stanze non se n’è mai parlato. Francamente: imperdonabile. Si giocano tra Svezia e Danimarca. Cioè: non a metà strada, non sul ponte di Ponte di Øresund. Nel senso: un girone a Stoccolma e un girone a Herning. Sedici nazionali divise a metà, formula facile facile, le prime quattro avanzano ai quarti di finale e poi si procede per eliminazione diretta.
Dopo quattro partite su sette, in tre sono ancora imbattute: il Canada e la Svezia nel girone A, la Cechia campione in carica nel girone B. Gli USA hanno perso dalla Svizzera. Sparsi qua e là ci sono 85 giocatori professionisti della NHL: 23 giocano per gli USA, 20 per il Canada, 19 per la Svezia, 7 per la Cechia, 5 per la Finlandia e per la Svizzera, 4 per la Germania, 1 per la Norvegia e per la Francia. Altri 16 giocano in leghe americane di sviluppo e 6 nel campionato universitario. Eppure la NHL non è affatto finita, anzi sono in corso i play-off. Ma certe volte le cose vanno così. Anche in Brasile il campionato di calcio non si ferma durante i Mondiali.
A questi due eventi di hockey si intreccia quell’altro sport chiamato politica. Ne ha scritto Valerio Piccioni su Domani parlando di Effetto Trump. Mark Carney ha vinto le elezioni in Canada con una piattaforme di idee in opposizione al presidente americano e facendo grande esposizione della sua passione per ghiaccio e bastoni. A cominciare dallo slogan, elbows up, gomiti alti, difendiamoci, anche in modo ruvido, anche in modo sporco. Non siamo in vendita – ha detto.
“A pochi giorni dal battesimo presidenziale trumpiano – raccontava Piccioni – una prima sfida fra le due Nazionali era finita letteralmente a botte, tre risse in un pugno di secondi a Montreal, un record assoluto. Nella seconda, a Boston, nella finale del 4 Nations Face-Off (c’erano anche Svezia e Finlandia), una specie di All Star Game della NHL, ci si è accontentati di una sfida sonora a colpi di fischi ai rispettivi inni. Quello canadese si è pure rigenerato sulla scia dei proclami trumpiani. La cantautrice Chantal Kreviazuuk ha infatti cambiato persino le parole e il verso «tutti noi comandiamo» è stato rincarato con un eloquente «che solo noi comandiamo». Per la cronaca, il Canada ha vinto 3-2 nel tempo supplementare, quasi un’Inter-Barcellona su ghiaccio e l’allora premier Justin Trudeau ha spedito a Washington un messaggio: «Non puoi prenderti il nostro Stato, non puoi prenderti il nostro gioco». E su quel ”nostro” è difficile dargli torto perché la prima partita dell’hockey moderno si svolse ad Halifax e le sette regole base del suo svolgimento si devono nel 1879 a un gruppo di studenti della McGill University di Montreal”.
Quando si gioca Canada-USA ai Mondiali? Potremmo anche non vederla. Non sono nello stesso girone. Oppure se le cose procedono così, ci becchiamo la partita delle partite il 22 maggio nei quarti di finale. Tenetevi liberi. Intanto la sfida sta andando in scena sotto mentite spoglie in NHL, dove una squadra canadese non vince il titolo da un trentennio. Gli Edmonton Oilers sono in semifinale, i Winnipeg Jets sono la testa di serie #1 a Ovest ma sono sotto 2-3 contro Dallas nei quarti, Toronto è testa di serie #1 a Est ma è sotto 2-3 nei quarti contro Florida.
I Mondiali di squash
Oh, a dirla tutta non abbiamo ancora parlato neppure dei Mondiali di squash e siamo arrivati alle semifinali. In campo maschile. Ali Farag vs Diego Elias e Paul Coll vs Mostafa Asal. Sono le prime 4 teste di serie. Due egiziani [il primo e l’ultimo], un australiano e un peruviano, cioè Elias che l’anno scorso è diventato il primo campione del mondo sudamericano della storia dopo aver battuto Asal davanti ai suoi tifosi al Cairo. Anche tra le donne sono arrivate in semifinale le prima 4 teste di serie, le stesse quattro di un anno fa, senza sorprese: sono tre ragazze egiziane e una statunitense. Oggi. Nouran Gohar vs Hania El Hammamy e Nour El sherbini vs Olivia Weaver.
Dal 2015 ai Mondiali ci sono stati solo derby egiziani nelle finali femminili, quattro delle quali tra Nour El Sherbini e Nouran Gohar. Poiché il torneo si gioca a Chicago, Olivia Weaver sente di avere qualche chance in più, ma son quelle cose che si dicono. Se fosse ancora in piedi lo Sferisterio di Fuorigrotta, non è che il Mondiale lo vincerebbe una napoletana. L’ultima non egiziana a raggiungere una finale è stata la britannica Laura Massaro nel 2015, campionessa del mondo nel 2013. Al sito Olympics Weaver ha detto che il suo idolo da ragazzina era Maria Sharapova per il suo atteggiamento implacabile e il suo stile in campo. «Amavo anche i suoi abiti» ha detto.
I Mondiali di ping pong
Per non correre il rischio di arriv are alle semifinali senza aver detto ancora niente, togliamoci il pensiero e affrontiamo ‘sti Mondiali di tennis tavolo che cominciano domani a Doha. L’Équipe dedica la prima pagina all’evento perché la Francia è alle prese da oltre un anno con un sensazionale boom in questo sport che viene considerato “il tennis senza mettere i piedi sul campo”. Le prodezze di Félix e Alexis Lebrun hanno acceso una febbre e prodotto un boom di tesseramenti e pratica dal basso.
“Una famiglia quasi come tutte le altre” dice il giornale francese. Beatrice Avignon ha trascorso una giornata in casa loro nella città di Vauvert [oppure è Beatrice Vauvert che ha trascorso una giornata in casa loro nella città di Avignone?]. Nella classifica delle personalità sportive preferite dai francesi i Lebrun vengono dopo Teddy Riner, Léon Marchand e Antoine Dupont, ma davanti ad Antoine Griezmann e Kylian Mbappé. Sul serio.
“Con i suoi abiti comuni e senza occhiali, Felix riesce ancora a passare inosservato. Ma non in televisione, dove appare insieme con Alexis negli spot pubblicitari di una console per videogiochi, di una marca di occhiali, di una banca online, di una casa automobilistica cinese, di uno smartwatch. Le sponsorizzazioni rappresentano il grosso degli introiti dei due fratelli, i montepremi delle gare sono relativamente bassi [156.000 euro tasse escluse per Félix nel 2024, 85.000 per Alexis] e il loro stipendio nel club irrilevante. I Lebrun hanno dovuto avvalersi dei servizi di un’agenzia di consulenza e di un avvocato. Nessun contratto viene firmato senza la previa lettura dei genitori”.
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Il diciassettenne francese che insidia i cinesi nel tennis tavolo
Félix e Alexis hanno avuto un papà [Stéphane] e uno zio [Christophe Legoût] che sono stati il #7 di Francia e il #14 al mondo. Félix ha cominciato a giocare all’età di tre anni. Adotta l’impugnatura a portapenna, oggi molto rara tra gli europei ma tempo addietro sviluppata in Ungheria, una delle culle del gioco. Segue qui
Lo Zecchino [della pallavolo] d’oro
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ULLALLA E’ UNA CUCCAGNA Perugia alla Champions
Perfetta è stata la stagione della pallavolo femminile post olimpica. L’oro di Parigi è stato seguito da tre Coppe europee su tre: Conegliano in Champions con Scandicci in finale e Milano in semifinale, Novara in Coppa CEV, Roma in Challenge Cup nonostante la retrocessione in A2. Tra gli uomini non è andata così.
La Coppa CEV è in mano ai turchi dello Ziraat Bank di Ankara, la Challenge Cup è finita ai polacchi del Bogdanka Luk Lublin, oggi inizia la final 4 di Champions a Lodz senza i detentori di Trento in corsa per il titolo. L’Italia si gioca la carta Perugia, terza nel 2018 e battuta in finale l’anno prima dallo Zenit Kazan. L’avversaria è la squadra di Ankara: la Turchia ancora cerca il primo storico successo nella Coppa maschile.
Domani la seconda semifinale con un derby polacco tra lo Jastrzebski Wiegel [due finali perse nelle ultime due edizioni] e lo Zawiercie sconfitto in finale di campionato dal Lublin.
Adorni e un caldo da perdere i pantaloni
La prima tappa del primo Giro del giovane Mura da inviato andò da San Marino a Perugia. “Dancelli maglia rosa di parola” titolò la Gazzetta in prima pagina. Dancelli prese lo sprint da lontano, a un km dalla fine era già in testa e in testa rimase. Batté Durante e Zilioli, dopo il traguardo scoppiò a piangere [“Ha il fiato corto e i piedi imprigionati nelle gabbiette”, Rino Negri]. La Molteni non voleva portarlo alla corsa, alla fine lasciarono a casa Motta. Adorni si fece sorprendere e restò staccato di una ventina di secondi. Zilioli riuscì invece a scappare dal gruppo degli inseguitori agganciandosi ai primi.
Il giovane Mura aveva una rubrica di interviste nel dopo corsa chiamata “Il processino” perché il processo vero lo faceva Zavoli in tv. E a Perugia il processino andò così:
“Questo l’interrogativo di maggior interesse, su cui verte l’odierno processino: perché, o in che modo, Zilioli è riuscito a rosicchiare una manciata di secondi ai migliori, fatta eccezione per Gimondi? In che misura forza ed astuzia hanno contribuito a questo exploit finale? È più giusto parlare di meriti di Zilioli o di demeriti degli avversari?
Diamo la parola a due direttori sportivi. Comincia Albani: – C’è poco da fare, Zilioli questi scatti a sorpresa li ha nelle gambe. È un segno di buona salute, indiscutibilmente. Non per nulla, prima che avesse quel disgraziato incidente, continuavo a ripetere a Motta che gli avversari più pericolosi, con tutto il rispetto per Adorni, erano i «Sanson»!
In merito all’episodio cruciale della San Marino-Perugia, l’opinione di Eberardo Pavesi: – Zilioli è andato via bene, di forza. Si sente dire che è stato favorito da un ingorgo di macchine, ma non è vero. Ero lì a vederlo. Li ha piantati tutti e se n’è andato, altro che storie.
– Vista l’ottima progressione fornita da Zilioli nella salita finale, non pensa che al corridore sarebbe convenuto andarsene prima?
Pavesi – in ottantadue anni si imparano molte cose! – non è d’accordo: – Con questi discorsi bisogna andarci piano. Può anche darsi che scattando prima, Zilioli avrebbe guadagnato qualcosa di più. Ma se non lo ha fatto avrà avuto le sue ragioni, che proprio io non posso sapere, Del resto, verranno magari tappe in cui partirà presto e rimpiangerà di non averlo fatto più tardi…
Assiste al colloquio Bestetti, autista dell’ammiraglia della Legnano, e dice: – Vede, il fatto è che Zilioli non è uno stolto, per giunta sta benissimo. È in una condizione strepitosa. È venuto su pulito, e gli altri sembravano imbambolati. M’è passato davanti come una fucilata!
Un signore vicino scuote la testa.
– Senta signor …
– Di Dionisio, Alfredo Di Dionisio.
– Senta signor Di Dionisio, perché scuote la testa? C’e qualcosa che non va?
– È per quelli di dietro: ma come si fa a lasciare solo uno Zilioli? Visto come ne ha approfittato?
Passiamo ai corridori. Parla De Rosso, uno dei «grossi calibri» sotto accusa: – Zilioli l’abbiamo visto tutti che andava via, non c’e stata sorpresa. Se nessuno gli è corso dietro vuol dire che nessuno aveva la «birra» necessaria. Non ci sono altre spiegazioni. E dopo De Rosso, onesto come sempre nelle sue dichiarazioni, chiediamo a Italo Zilioli, promotore dell’entusiasmante finale di ricostruire l’episodio-chiave della giornata.
– Son partito a tre chilometri dall’arrivo e ho raggiunto i battistrada – spiega Italo con molta semplicità.
– Come spiega il fatto di non aver incontrato una valida resistenza da parte dei diretti suoi antagonisti per il primato finale?
– Bè, questo bisognerebbe chiederlo a loro …; posso dirle solo che son venuto su discretamente perche per me questo è un periodo di buona condizione.
– Come mai non ha ritenuto di attaccare all’inizio della salita finale? Forse avrebbe guadagnato qualcosina di più.
– Non l’ho fatto per due motivi. Primo: all’inizio della salita andavano tutti forte, perciò era inutile scattare. Invece verso la metà molti erano provati. Secondo: non intendevo ricavare gran che da questo mio tentativo. L’ho fatto, per così dire, per tastarmi il polso.
– Deducendone?
– Mi sento in forma. Ma ci sono ancora ventun tappe. C’è tempo.
E non aggiunge altro. Per i suoi gusti, ha detto anche troppo. Chiudiamo sentendo la versione di Adorni: – Erano appena scattati Taccone e Mugnaini: li abbiamo ripresi e sullo slancio è partito Zilioli. Siamo rimasti un attimo a guardarci in faccia, tiri tu o tiro io, e quando ci siamo svegliati Zilioli aveva già preso un vantaggio che era impossibile colmare.
– Ritiene che quei diciannove secondi abbiano molta importanza nell’economia del Giro?
– Può anche darsi che Zilioli vinca il Giro con quindici secondi di vantaggio sul secondo, e allora sarebbero decisivi, ma io non lo credo. Con le tappe che ci attendono, e se continua questo caldo, uno fa in tempo a perdere anche i pantaloni, non so se mi spiego”.
Guida allo sport in tv di oggi
Le semifinali di Roma e la Diamond di Doha
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