Lo Slalom del 25 maggio | Cosa leggere, sapere e vedere

   

 

   

Ho due amori: il mio Paese e Parigi

Josephine Baker

     

►  NOVAK DJOKOVIC ha finalmente vinto il centesimo torneo della carriera e si è tolto un pensiero. Ha battuto Hurkacz in finale a Ginevra proprio mentre il Roland-Garros che sta per cominciare. Amburgo invece è una festa tutta italiana: Flavio Cobolli ha vinto il singolare battendo Rublev in finale, Bolelli e Vavassori il titolo in doppio. 

◇  Lando Norris parte dalla pole position nel GP di Monaco. Ha battuto il record della pista e preceduto Charles Leclerc, in prima fila di fianco a lui. Alle loro spalle l’altra McLaren di Oscar Piastri e l’altra Ferrari di Lewis Hamilton

◇  I fratelli Marquez continuano a far scempio della MotoGP. Alex ha vinto la Gara-Sprint di Silverstone davanti a Marc e Di Giannantonio, primo al mondo fuori dallo stato di famiglia. Rimontona di Bezzecchi – quarto davanti a Zarco. Bagnaia in difficoltà negli ultimi km. Oggi la gara lunga

◇  Kasper Asgreen ha vinto la 14esima tappa del Giro d’Italia dopo una lunga fuga e con 16 secondi sul gruppo. Una corsa segnata da una caduta a circa 20 km dal traguardo. Le conseguenze: Giulio Ciccone è stato costretto al ritiro, Antonio Tiberi è sceso dal terzo all’ottavo posto, Roglic e Ayuso hanno perso quasi un altro minuto dalla maglia rosa. Adesso Isaac Del Toro – anche lui coinvolto nella caduta, ma subito ripartito – guida la classifica con 1:20 su Simon Yates e 1:26 sul compagno di squadra spagnolo

 

 

 

I cento tornei di Djokovic e la nostalgia per Nadal

Il dolore di un ritorno lo chiamiamo nostalgia, quell’impasto di tristezza e rimpianto che nella vita dell’umanità era sconosciuto fino al giorno in cui uno studente di medicina all’Università di Basilea scrisse una tesi su certe nuove sofferenze patite dai mercenari svizzeri al servizio di Luigi XIV re di Francia. Era una specie di mal du pays ma più forte. Era quello che i tedeschi chiamavano Heimweh ma di più. Era νόστος e άλγος – ecco cosa serviva – un termine nuovo che avesse le sue radici nella lingua degli antichi greci e nel sentimento avvertito da Ulisse senza Itaco. Lo studente si chiamava Johannes Hofer e mai avrebbe immaginato che la sua Dissertatio avrebbe generato il casino che ogni volta la nostalgia produce. 

Mai avrebbe immaginato che l’avremmo messa in valigia e l’avremmo portata in una domenica di fine maggio a Porte d’Auteuil per l’apertura del Roland-Garros, l’unico torneo dello Slam dove ci si sporca i calzini con la polvere rossa dei mattoni. Succede che in occasione dell’edizione numero 124, mentre il tennis viaggia in direzione di una nuova rivalità fra un 22enne e un 21enni, il pensiero si posi sullo spagnolo che su questi campi ha vinto 14 volte e sul giocatore serbo col maggior numero di titoli Slam. 

Rafa Nadal verrà omaggiato oggi dopo le prime tre partite sul Philippe-Chatrier: c’è anche una mostra a lui dedicata. Novak Djokovic giusto ieri ha finalmente raggiunto il traguardo del 100esimo torneo vinto in carriera. È successo a Ginevra, il paese di Roger Federer e della famosa Università di Johannes Hofer. I francesi poi aggiungono la loro dose nazionale di nostalgia perché Caroline Garcia ha appena fatto sapere che smette e su questa terra la vedremo allora per l’ultima volta. 

Julien Reboullet ha scritto che il Roland-Garros 2025 si apre con l’aspetto di un Musée Grévin all’aperto, una sfilata di statue di cera in attesa di trovarci fra due domeniche di fronte a una finale che in tanti immaginano possa essere Sinner-Alcaraz. Anzi: Alcaraz-Sinner. Il giornale francese assegna ★★★★☆ allo spagnolo e  ★★★☆☆ a Jannik. Non c’è nessuno che ne abbia ★★★★★, mentre con ★★ seguono Musetti e Djokovic – rientrato nel borsino dei favoriti proprio mentre il treno stava chiudendo le porte. Con ci sono Zverev, Draper e Ruud. Fine dei giochi. 

Se così fosse – se fra due domeniche davvero arriveremo a vedere una partita fra la testa di serie #1 e la testa di serie #2 – ci troveremmo dinanzi alla certezza di avere tra le mani la quinta coppia nell’era Open che si è spartita sei titoli dello Slam consecutivi, dunque una vera rivalità, storica, dopo il tandem Federer-Nadal [undici titoli di fila tra il 2005 e il 2007], la coppia Nadal-Djokovic [nove tra il 2010 e il 2012], i sorprendenti Rod Laver e Arthur Ashe [sette nel 1968-1970] e addirittura Pete Sampras e Sergi Bruguera [sei nel 1993-1994]. 

I due tie-break con cui Djokovic ha capovolto il 5-7 subito da Hurkacz nel primo set della finale a Ginevra ci restituiscono alla vigilia del Roland-Garros un jolly che ha di nuovo il sorriso perfido del Joker. È il solo in giocatore ancora in attività coinvolto oggi nella cerimonia-omaggio a Rafa, insieme con Roger Federer e Andy Murray, il coach dal quale si è appena separato. 

Un giocatore di nuovo molto sicuro del suo impegno e delle sue traiettorie. Così viene definito stamattina dal giornale francese, mentre Hurkacz si starà chiedendo come abbia fatto a non vincere nonostante 19 ace. Novak è rimasto in campo per tre ore e otto minuti all’età di 38 anni, trovando la fiducia per dire a fine partita che fisicamente si sente bene e che non avrà problemi per gli incontri da cinque set. Ma lui per primo sa che sono un’altra cosa e che servirà un’impresa per passare da 100 a 101: ieri i raccattapalle di Ginevra hanno alzato nell’aria alcune palle dorate e decorate con il numero tondo del traguardo raggiunto. Se non fosse dappertutto, si direbbe nostalgia. 

Il tabellone maschile

Perché si lascia: la testimonianza di Wilander

È l’anno degli addii, si immalinconisce Mats Wilander nella sua colonna su L’Équipe. Anche Richard Gasquet ha avuto una wild card dal torneo così da salutare il popolo del Roland-Garros dopo un ventennio di magnifici rovesci a una mano. 

I motivi per cui si conclude la propria carriera – dice Wilander – sono diversi per ogni giocatore. Il principale è che si smette di essere felici. Per uno come me non c’era più modo di continuare perché sentivo di aver perso il desiderio di vincere. Non era stanchezza per i viaggi, no. Quando giochi un torneo e non ti interessa, o al contrario quando ti occupa troppo la mente, non sei più in una logica di miglioramento. Amavo allenarmi, era fantastico, mi sentivo libero, non mi importava di nient’altro. Ma improvvisamente, durante le partite, avevo problemi. Troppi. Finché le partite non mi sono interessate più

Deve essere la prima volta che Wilander racconta una cosa del genere. O forse è la prima volta che lo racconta così bene. Quando ho iniziato a perdere contro ragazzi che non avrebbero dovuto battermi, ho pensato tra me e me: che diavolo ci faccio qui? Era orribile, mi sentivo in colpa. Sono un atleta professionista, guadagno soldi, viaggio, alloggio in hotel bellissimi, sono viziato e quando vado in campo non me ne frega niente? Avvertivo un terribile senso di colpa verso gli altri

Wilander ricorda che Stefan Edberg fece la stessa cosa di Caroline Garcia: decise di giocare un altro anno, avvertendo che si sarebbe fermato alla fine. Impossibile per me. Da un giorno all’altro – riprende – era finita. Riuscivo ancora ogni tanto a vincere delle partite e a divertirmi. Era sempre bello giocare davanti a 10.000 persone. Ma quando arrivi al punto decisivo e la tua mente è altrove, tutto è impossibile. È facile reggere la fatica fisica. Anche quella mentale per il 90% della partita. È molto difficile combattere sul 4-4. Oppure sul 15-40 con l’obbligo di vincere quel punto. Quando la fine è vicina. Quando giocavo a Parigi negli anni ’80, non succedeva mai. Non c’era paura di vincere, né paura di perdere. Quando giochi e non hai più la testa dentro la partita, come accadde alla fine della mia carriera, non impari niente. Quando sono tornato dopo diversi mesi di pausa nel 1993, era perché mi annoiavo. Giocavo a golf, avevo un progetto musicale a cui avevo lavorato nei due anni precedenti. Ma avevo bisogno di tornare a giocare a tennis per divertirmi. Ho avuto quattro anni buoni. Sono risalito al 40esimo posto, ho giocato di nuovo la Coppa Davis contro Agassi e Sampras a Las Vegas. Fantastico. Allora ho pensato tra me e me che non ero più lo stesso di prima. E ho lasciato il tennis molto più soddisfatto della prima volta, quando non ero felice.

Cosa possiamo aspettarci da Iga Swiatek

Solo un paio d’anni fa era la Nadal del circuito femminile, stamattina Iga Swiatek è la grande spina conficcata nel cuore del tennis femminile, una campionessa in caduta libera se non in disarmo, ancora incapace di scuotersi dal traume della sospensione per doping, un mese di stop per contaminazione involontaria – pure lei. 

È uscita dalle prime quattro della classifica, è finita sulla strada di Jasmine Paolini al sorteggio ma Louis Boulay su L’Équipe invita a non darla per spacciata. 

La traduzione a volte è un po’ imprecisa e varia a seconda del cantone – scrive – ma pare che, secondo un vecchio detto polacco, non si dovrebbe mai vendere la pelle di Iga Swiatek prima di essere sicuri di poterla mettere sotto di due set. Altrimenti, per principio, è meglio non dir nulla. La tre volte detentrice del titolo è una bestia ferita. Non ha ancora vinto un solo torneo nell’arco di un anno. Non ha ancora giocato una finale nel 2025. È stata eliminata al terzo turno a Roma. Ha perso dei set per 6-0 e ha perso la semifinali a Madrid per 1-6 1-6 in poco più di un’ora. Ma no, l’ex numero 1 del mondo, non è ancora sepolta due metri sotto terra.

«Sono un essere umano, non sono un robot» ha detto lei in una lunghissima intervista all’ultimo numero del magazine francese. Quando Yann Soudé l’ha intervista a Stoccarda, Iga stava leggendo un saggio sulla storia della Polonia nel XIX secolo. Porta sempre un libro con sé in ogni torneo, anche se dice che di solito preferisce romanzi – e di recente racconta di essersi appassionata alla saga dei Florio di Stefania Auci. Dice che i romanzi le permettono di evadere, di stare lontana dal tennis, dai social network, dai tormenti. I libri – si legge su L’Équipe Magazine – sono diventati essenziali per il suo benessere e il suo equilibrio psicologico. Le consentono di evitare di sprecare energie nel soffermarsi sugli errori, su cosa avrebbe potuto fare meglio: la sua attenzione ai dettagli rasenta l’ossessione

Possiamo davvero escluderla dai pronostici? – si domanda anche la rivista Tennis. Sottinteso: no. Come ha dimostrato nel 2015 e nel 2022 l’eroe di Swiatek – Rafa Nadal – se ami abbastanza il Roland-Garros puoi vincerlo anche senza aver vinto nessuno dei tornei di preparazione.

La terra di Parigi è peraltro un’insidia tradizionale per Aryna Sabalenka. Ha un bilancio di 34 vittorie e 6 sconfitte quest’anno. Ha vinto sei torneo tra cui Madrid, ma quella è una terra battuta anomala per via dell’altitudine. Ma fa ancora fatica a mantenere la calma scrive Tennis. Negli ultimi due mesi ha perso finali contro Mirra Andreeva e Jelena Ostapenko, così come è stata battuta per la prima volta da Zheng Qinwen. Quindi Sabalenka non è invincibile al Roland-Garros, dove non è mai arrivata in finale. La domanda è se qualcuna possa farla sudare o cadere prima dle quarto turno. Le candidate più probabili sembrerebbero Collins, Clara Tauson e Amanda Anisimova. 

Per quanto riguarda Cori Gauff, si trova nella strana posizione di aver raggiunto due finali consecutive in un Masters 1000 sulla terra – a Madrid e Roma – pur calando di livello con il l’avanzare dei tornei. Nelle ultime due partite a Roma ha commesso 137 errori non forzati e anche il rovescio ha cominciato a cedere. Anna Kalinskaya è la prima testa di serie che le potrebbe toccare, Madison Keys è la testa di serie più alta nella sua porzione di tabellone. Ma un’altra giocatrice da tener d’occhio e che le potrebbe portare qualche fastidio è Barbora Krejcikova, campionessa a Parigi nel 2021, possibile avversaria al quarto turno.

 

Il tabellone femminile

LE PARTITE DA GUARDARE OGGI

  Leylah Fernandez (CAN) contro Olga Danilovic (SRB)

I consigli arrivano direttamente dal sito del Roland-Garros, forse il sito ufficiale più bello fra quelli dei quattro Slam. Forse ma forse. Leylah Fernandez è la canadese che ha scampato un pericolo. Ha avuto la ciorta di perdere la finale degli US Open 2021 contro Emma Raducanu e così ha evitato di essere condannata a tutto ciò che perseguita da allora la britannica, le aspettative, l’ossessione di essere all’altezza di sé, ripetersi. 

Leylah giocò quella finale una settimana dopo il suo diciannovesimo compleanno e piano piano, lontana dalle luci che hanno abbagliato Emma si è messa a costruire un tennis più aggressivo. La difesa resta il fondamento del suo gioco, insieme a un dritto che sa essere strepitoso. È una giocatrice da cemento per natura, non ha un curriculum straordinario sulla terra, ma è stata campionessa jr del Roland-Garros nel 2019 e non ha mai perso una partita sulla terra rossa in tutta la sua carriera giovanile. È stata ai quarti di finale qui nel 2022. Non male per essere male. 

Olga Danilovic è di un paio d’anni più grande. È alta una quindicina di centimetri in più e arriva a Parigi da finalista di Rouen e vincitrice di Antalya. Se non è una bella partita questa, allora siete degli incontentabili. 

    Giovanni Mpetshi Perricard (FRA) contro Zizou Bergs (BEL)

Lui è il nuovo tira-fort del circuito. Un seriale accumulatore di ace. Ma non avrebbe potuto scegliere momento peggiore per giocare contro il belga. Non vince una partita nel circuito principale da febbraio, ma un paio di settimane fa ha dato segnali di ripresa al challenger di Bordeaux. Zizou Bergs è invece nel pieno di progressi costanti. Il numero #49 della sua attuale classifica è il migliore di sempre per lui. Gran parte di questo successo, scrive il sito del torneo, è dovuto al semplice fatto di aver risolto il problema dei crampi che lo ha perseguitato per anni. Una migliore idratazione e qualche modifica alla preparazione gli hanno fatto bene.

   Jasmine Paolini (ITA) contro Yuan Yue (CHN)

Essì, essì: oggi gioca Jasmine. Mai prima dell’anno scorso era riuscita ad andare oltre il terzo turno in uno Slam, nel giro di sette settimane è invece arrivata in finale al Roland-Garros e a Wimbledon. Ora quei punti in classifica deve difenderli. Si parte da una ventiseienne cinese che non ha mai vinto un incontro del tabellone principale a Parigi. 


  

 Che cosa stanno leggendo in Europa

 🟨   In Inghilterra la vittoria dell’Arsenal nella Champions femminile e in Spagna la sconfitta del Barcellona – In Francia la Coppa andata al PSG e l’inizio del Roland-Garros – In Italia l’ultima giornata del campionato di calcio e il GP di Monte-Carlo con le speranze di Leclerc

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I messaggi del PSG per l’Inter

Sulla prima pagina di quel piatto ricco che stamattina è L’Équipe [56 pagine] spiccano i Re di Francia, così vengono chiamati i calciatori del PSG che hanno battuto per 3-0 il Reims nella finale di Coppa. A sabato prossimo titola il giornale all’interno: appuntamento alla finale in Baviera per l’ultima partita di Champions contro l’Inter. 

Nel suo editoriale, Vincent Duluc scrive che non abbiamo neppure avuto il tempo di dimenticare la ferocia con cui il PSG ha calpestato le competizioni francesi negli ultimi quattro mesi ed eccoli qua, di nuovo, come prima, con una produzione di gioco, gioia e forza collettiva

È la sedicesima Coppa di Francia in 21 finali giocate dal 1982, una doppietta con il campionato che non sorprende affatto, data la sua assoluta supremazia economica e sportiva, e il dibattito sui suoi meriti non sembra destinato a esaurirsi, da est a ovest, da nord a sud, soprattutto a sud scrive Duluc in riferimento alle polemiche che sta sollevando da Marsiglia il presidente locale Pablo Longoria. 

Ma se la seduzione dei record non fosse sufficiente – aggiunge l’editorialista francese – questo PSG aggiunge dell’altro: un modo di essere allo stesso tempo più talentuoso e più collettivo del passato, oltre a una gioventù che privilegia l’identificazione con il club

Tutto è filtrato attraverso il pensiero della partita che ci aspetta all’Allianz Stadium. Se il calcio italiano non vince una Coppa dei Campioni dal 2010, il calcio francese c’è riuscito solo una volta, era il maggio del ‘93. Duluc scrive allora che il PSG non si è allenato ad alzare un trofeo sotto i coriandoli, di sabato sera, ma ha fatto molto di più: ha dato per una buona mezz’ora nel primo tempo una dimostrazione di intensità ed efficacia dalla quale non dovrà allontanarsi per un’ora e mezza contro l’Inter. Non avrà certamente la stessa facilità nel trovare Achraf Hakimi dietro la difesa dell’Inter. Il Reims si è ricordato in fretta che giovedì prossimo gioca una partita decisiva per salvarsi, ma il pressing, il contropressing, le corse e la grande serata di Bradley Barcola hanno deciso la vittoria

Un otto in pagella per lui, come per Hakimi terzino destro e per Fabian Ruiz interno a sinistra [coscienzioso, mai un gesto di troppo” – che giocatore: ndSl], ma poi ci sono sei giocatori con 4 per il Reims, tre con un 3 e c’è anche un 2 in pagella al povero Okumu centrale in difesa.

Kvara non ha giocato. Aveva un forte mal di testa. Le ombre: la prestazione di Ousmane Dembélé, interessante in alcuni momenti di gioco, ma ha dato l’impressione di un giocatore non ancora al 100% della forma.

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Lo stile del PSG è impressionante

VIRGIL VAN DIJK a L’Équipe 

 

  Quando la palla è ovale, i francesi invece hanno pochi rivali. Hanno vinto otto finali di Coppa dei Campioni di rugby giocate dal 2013, l’ultima ieri con il Bordeaux Bègles. C’è stata una finestra di successi al di là della Manica tra il 2016 e il 2020 [tre volte i Saracens, una l’Exeter e una i Saracens] e per il resto Francia, solo Francia. 

I Bègles sono alla prima Coppa della loro storia. Hanno battuto 28-20 il Northampton presente nell’albo d’oro alla riga 1999-2000. Come miglior giocatore della competizione è stato scelto Damian Penaud – che L’Équipe definisce un’ala divertente, autore di due mete, 14 in tutto per lui nel corso della stagione. Un premio ricevuto sotto gli occhi del padre, Alain, a sua volta vincitore del titolo nel 1997 con il Brive. 

Il giudizio del sito specializzato On Rugby: La partita è stata caotica, giocata a una intensità estrema, ma tutt’altro che scevra di errori. Ha rispettato in qualche modo le attese della vigilia: le due contendenti sono entrambe squadre capaci di grandi momenti di spettacolo, che non sono mancati, ma occasionalmente tendenti anche all’eccesso di foga, perdendo compostezza.

   

L’imbuto che potrebbe aver deciso il Giro

Quando mancavano una ventina di km al traguardo di Nova Gorica, lo sconfinamento sloveno pensato per omaggiare Roglic e per tentare Pogacar, il Giro è andato giù per terra e ha smosso la classifica come se fosse stata una tappa di montagna. I Visma stavano davanti e tiravano da uscir pazzi per andare a prendere Asgreen in fuga e portare Kooij alla volata. La prima dozzina di corridori, forse una ventina, si è impiastricciata e solo Del Toro ha avuto i riflessi per scampare al trappolone. 

Ayuso e Roglic hanno lasciato quasi un minuto per la strada. Ciccone è a casa. Tiberi ha perso il posto sul podio. 

Tony Lo Schiavo su Bicisport polemizza: Nel ciclismo iper-tecnologico di oggi, dove grandi investimenti consentono alle squadre di non negare nulla alle necessità dei propri corridori per ottenerne il miglior rendimento, bastano due gocce d’acqua per annullare tappe e togliere dalla scena alcuni protagonisti principali dell’evento compromettendone salute e rendimento. Non è una cosa che si può accettare a cuor leggero. Ma i rimedi ci sarebbero… Tutte le squadre hanno un’ammiraglia che precede la corsa per visionare il percorso e segnalare gli eventuali pericoli che la strada propone. Possibile che non sia stato segnalato un fondo sdrucciolevole (per di più in una curva stretta) reso ancora più pericoloso per la pioggia? Le previsioni metereologiche sono ormai affidabili e vengono consultate con continuità dalle varie squadre. Perché, sapendo che l’asfalto del sud è più scivoloso, o anche solo prevedendo le insidie di una pioggia insistente, non si provvede a scegliere pneumatici con maggior grip? O magari più semplicemente ad abbassare la pressione per garantirsi una maggiore tenuta?.

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Certo era un circuito con molte curve – ha detto Van Aert dopo l’arrivo – ma quello di Lecce mi era sembrato molto più pericoloso. Quello che è successo oggi è stato una scelta dei corridori. I team di classifica sono nervosi, producono il loro stress ed è per questo che cadono. Bisogna avere il coraggio di dirlo. Corrono costantemente dei rischi eccessivi ed è per questo che cadono

WOUT VAN AERT

Del Toro zitto zitto

Carlos Arribas su El Pais dice che Del Toro è come il ponte di Salcano sul possente Isonzo, attraversato dalla ferrovia fin dai tempi dell’Impero austro-ungarico: un arco di pietra possente e slanciato, una linea sospesa nell’aria, lunga 85 metri, demolito durante le guerre e ricostruito, eccolo lì, in diagonale, ad abbellire il paesaggio e a illuminare lo spirito. Quasi altrettanto luminoso è Kasper Asgreen, un danese duro come tutti i danesi, sopravvissuto alla fuga, favorito dal caos e dalla frenesia alle sue spalle, imprendibile sull’asfalto bagnato come nel suo anno magico al Giro delle Fiandre. È entrato a Gorica, da solo nel rettilineo finale, con l’Italia alla destra e la Slovenia alla sinistra, un confine reso stupido dalla guerra che lui rompe serpeggiando, ora di qua ora di là, e tutto il gruppo dietro di lui lo imita. Il ciclismo è internazionalismo e proletariato

Del Toro non è solo un ponte, scrive Arribas, è una macchia rosa visibile, agile, con una vista da elicottero, un iperattivo, mette piede a terra mentre gli altri cadono e non si sa come, con la bici in mano, si destreggia tra rottami e corpi. Prima che qualcuno se ne accorga è già con il gruppo degli illesi. È un predestinato, un campione in stato di grazia, come dicono i vecchi di quelli che non cadono né falliscono mai, e quando pure succede non gli succede nulla. Juan Ayuso non è fra loro, né Roglic, né Egan. Quando cadono loro, si fanno male e perdono tempo. Potrebbero aver perso il Giro in un giorno stupido, a causa di una caduta stupida, in uno stupido imbuto all’ingresso della Slovenia

Considerata la piega che sta prendendo la corsa, in Gazzetta provano a farsela piacere. 

Come corre bene Del Toro – scrive Pier Bergonzi – ha la reattività di chi è nel pieno della forma e corre col sorriso di chi fa tutto con facilità e gli riesce bene. A 21 anni e 6 mesi, Del Toro si candida a diventare uno dei più giovani vincitori nei 116 anni della corsa rosa. Davanti avrebbe soltanto Fausto Coppi, che aveva 20 anni e 8 mesi. Siamo oltre metà Giro, è quello che ha corso in maniera più spavalda e concreta

 

La casa di Bruno Pizzul

Stefano Zago su Al Vento racconta che il Giro è passato a pochi chilometri da Cormons, la casa di Bruno Pizzul, quando in fuga c’erano Mirco Maestri, Kasper Asgreen e Martin Marcellusi. 

Anche Pizzul, che ha raccontato “il pallone”, come dicevano i nonni, girava spesso in bicicletta – scrive – pure a Milano, prima di tornare nella sua terra, e non aveva la patente. Pare, lo racconta Marco Pastonesi, che la prima bici sia stata un regalo del padre, dopo una insufficienza in matematica e dopo essere stato mandato a letto senza cena dalla madre. L’altra era una bicicletta personalizzata, regalatagli a Bologna. La utilizzava, ma solo dopo aver fatto rimuovere il proprio nome per ritrosia. Pensa te. Forse sarebbe passato da queste parti, oggi, era già stato al Giro. “Ahi”, disse Pizzul per raccontare un rigore sbagliato, a Napoli, contro l’Argentina. Non aggiunse altro. E, per certi momenti, basta un “ahi”, perché di altro, in fondo, non siamo a conoscenza.

 

I camosci in fuga sul Monte Grappa

Quando i corridori saranno arrivati ai piedi del Monte Grappa, a poco più di 100 km dall’ultima tappa della seconda settimana, comincerà il finale di stagione del Giro d’Italia. È il primo contatto con le Alpi, l’habitat dei prossimi giorni con un’abbondanza di cime temibili e famose. Oggi il dislivello tocca i 3.900, il massimo finora, ma poco rispetto agli oltre 4.000 che verranno.

Nelle ultime apparizioni al Giro, il Monte Grappa è stato l’ultima salita alpina e non la prima. L’anno scorso arrivò al penultimo giorno di corsa e la classifica era già decisa, Tadej Pogačar aveva quasi otto minuti di vantaggio. Attaccò lo stesso quando mancavano 36 km dal traguardo, raggiunse e superò Giulio Pellizzari, si prese la quinta delle sei vittorie di tappa con un margine di oltre due minuti. 

Nel 2017 vedemmo invece sul Monte Grappa sei corridori racchiusi in 1:30. Tom Dumoulin corse in difesa, sotto gli attacchi di Nairo Quintana, Thibaut Pinot, Vincenzo Nibali, Ilnur Zakarin e Domenico Pozzovivo. Limitò il distacco a 15 secondi e poi vinse il Giro con la cronometro. La tappa di oggi è strutturata in modo simile a quella lì: dopo il Monte Grappa ci saranno un’altra salita e un altopiano fino al traguardo di Asiago. 

La rivista Rouleur scrive che per quanto impegnativo, oggi il Monte Grappa viene a 90 km dal traguardo. È improbabile che sia così drammatico. Ci sono molte altre montagne da affrontare. I corridori in classifica generale potrebbero trattenersi e aspettare

A Rouleur si aspettano che possa vincere in fuga uno degli scalatori puri ormai fuori classifica, tipo un Romain Bardet, un Wout Poels, un Pello Bilbao, un Louis Meintjes, un David Gaudu, un Andrea Vendrame. Anche Mathias Vacek ha impressionato. Lorenzo Fortunato andrà a caccia di punti per la maglia blu della montagna – un tempo maglia verde. I nomi degli outsider: Rémy Rochas, Marco Frigo, Filippo Zana, Luke Plapp, Nairo Quintana, Davide Formolo, Georg Steinhauser e Stefano Oldani. Ma Rouleur punta su Wout Poels più che su tutti gli altri. E chi siamo noi per dar torto a Rouleur?

     

▛    Asiago

Allora la Banca Antoniana aveva solo ventisette filiali e non più di dieci miliardi di vecchie lire di depositi. Nulla, se confrontato alle masse di risparmio amministrate dalle banche di oggi. Mi aveva raccomandato Nico Pavin, il direttore della filiale nella quale avrei lavorato. Era di Tombolo e conosceva da sempre me e la mia famiglia. Lui era entrato in banca dalla porta di servizio a quindici anni come commesso. Aveva la terza media, ma era un uomo molto capace, tanto che era riuscito a scalare tutti i gradini che lo separavano dal diventare direttore di filiale. Pavin non aspettava altro che mi diplomassi. «Appena avrai finito la scuola verrai a lavorare da me», mi diceva sempre. Lo diceva tutte le volte che mi incontrava, e così fu. Cominciai quel giovedì, e lavorai anche i due giorni successivi. Sabato compreso, certo, perché allora le banche erano aperte anche al sabato mattina. Ricordo con precisione quelle date perché la domenica dopo si correva il Giro del Veneto, gara di ciclismo che non sarebbe passata molto lontano da Tombolo.

Non potevo perdere un’occasione come quella. Avrei potuto vedere all’opera molti dei miei beniamini, così con alcuni amici andammo in bicicletta su per la salita che porta ad Asiago, proprio lungo il tracciato della corsa. Quel giorno avrebbe rappresentato un punto di svolta della mia vita [Ennio Doris, C’è anche domani, Sperling & Kupfer].

 

L’eccitazione di Monte-Carlo

  Frédéric Ferret ce lo ricorsa su L’Équipe senza infingimento, dice che il GP di Monaco si vince di sabato in un giro solo. Dopodiché bisogna pregare gli dei delle corse e sopravvivere per poco meno di due ore. Il leggendario circuito di Monte-Carlo è celebre per le scarse possibilità di sorpassare. Centrare la pole position può essere decisivo per vincere di domenica. La storia racconta che 33 volte in 70 GP è arrivato primo il pilota partito davanti a tutti. Dal 1986 in avanti il successo è sempre andato a uno dei primi tre delle qualifiche. 

Il principe Charles conosce Monaco come il palmo della sua mano, anzi anzi, si tratta di uno studente eccellente che fin dal suo debutto in Formula 1 ha sempre annotato su un quaderno tutto ciò che era importante. Vedere che questa pole position gli è sfuggita per un misero decimo di secondo sarà un inferno. Il suo amore per la F1 è nato ai balconi che si affacciano sulle strade del Principato: non aver conquistato la pole position è una condanna [sempre L’Équipe]. 

  È un giorno di grande eccitazione nel Principato perché la squadra di pallacanestro gioca stasera la finale di Eurolega contro i turchi del Fenerbahçe. In semifinale il Monaco ha surclassato la squadra che aveva vinto la stagione regolare, l’Olympiakos, dove da giocatore faceva prodezze Vassilis Spanoulis, il suo allenatore. Il Monaco ha tenuto i greci a soli 68 punti, con una difesa magistrale e tenendo i greci al minimo di assist della stagione. Sasha Vezenkov ha avuto una serata nera al tiro, mentre dall’altra parte Alpha Diallo ne ha fatti 22, Mike James 17 con 7 rimbalzi e 7 assist. Anche Mam Jaiteh ha brillato, segnando 11 punti e prendendo 6 rimbalzi, surclassando nettamente i centri dell’Olympiakos. 

Anche il Fenerbahçe era considerato sfavorito contro il Panathinaikos. Così stasera la partita può finire in qualunque modo, come del resto ci aveva avvertito Geri De Rosa nella sua anteprima alle final four su Sky Sport Insider. La più impronosticabile di sempre

A tutto questo aggiungiamo che la squadra di calcio ha preso Eric Dier dal Bayern e sta considerando l’ipotesi di farsi dare in prestito Ansu Fati dal Barcellona. 

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I tuffi in mare di Ascari e Hawkins

DI ROBERTO LIBERALE   Il circuito di Monaco-Montecarlo è quello dove si sono corsi più Gran Premi per il mondiale di Formula Uno. È il più panoramico, il più affascinante, quello dove gli spettatori ricchi si permettono di assistere alla gara dai loro yacht, intervallando la visione con qualche tuffo in mare. Almeno loro lo fanno volontariamente, un paio di piloti il tuffo in mare lo hanno fatto direttamente con la macchina. In corsa. Segue qui

 

Leonardo Genoni

Le cinque nazioni con più titoli vinti nella storia sono fuori dalla finale. Non solo la Russia per il bando [27 ori, di cui 22 come URSS], ma anche il Canada che sta in cima al medagliere con 52 podi complessivi e 27 Mondiali. È uscito ai quarti di finale, vittima di una delle più sensazionali imprese nella storia di questo torneo [2-1 della Danimarca]. Anche la Cechia dei 13 titoli è uscita ai quarti per mano della Svezia, e poi la Svezia degli 11 ori è andata fuori in semifinale. Risultato: stasera vincono gli USA dopo 65 anni [il titolo olimpico valeva doppio] oppure la Svizzera che non c’è riuscita mai. Il digiuno statunitense potrebbe sembrare un controsenso, se la NHL è il torneo più celebrato. Non è così. Molti giocatori di punta della NHL saltano i Mondiali perché il torneo si svolge durante i play-off. Anche ai Giochi olimpici un oro USA manca dal 1980, e quella finale vinta contro gli URSS viene detta Miracle on Ice. Gli USA sono ai Mondiali con soli due giocatori reduci dal prestigioso Quattro Nazioni dello scorso febbraio: il portiere Jeremy Swayman e il difensore Zach Werenski. L’allenatore è Ryan Warsofsky dei San Jose Sharks. Gli USA sono già qualificati per le Milano-Cortina 2026, le prime Olimpiadi alle quali si prevede che partecipino le stelle NHL dopo Sochi 2014.

I migliori cinque marcatori del torneo sono fuori dalla finale. Il più prolifico ancora in corsa è Frank Nazar, 12 segnati in 9 partite, un 21enne che gioca per i Chicago Blackhawks, scelta #13 al Draft di tre anni fa. Il grosso ostacolo stasera per lui si chiama Leonardo Genoni, il portiere svizzero, 4 shootout nel torneo. Gli shootout sono quella roba che nel calcio italiano i vandali della lingua hanno preso a chiamare clean sheet, le partite senza subire gol. Genoni ha parato il 94,5% dei tiri contro la sua porta. Ha 38 anni, gioca per lo Zug e ha fatto in tempo a perdere due finali mondiali, nel 2018 contro la Svezia e nel 2024 contro la Cechia. 

 

Nadia Battocletti

Ore 21.07, Diamond League di Rabat: Nadia Battocletti vs Beatrice Chebet. Il clou della serata per noi mamelici. L’argento olimpico dei 10.000 contro la signora dell’ora, a 12 giorni dalla notte del Golden Gala in cui si ritroveranno spalla a spalla ma nei 5.000. Altre sei atlete al via sono accreditate di un primato personale inferiore agli otto minuti e trenta. 

 

     

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