Falli tecnici, tiri liberi, ritmi bassi: la fisicità dei play-off NBA 

 

Un fantasma si aggira per l’America. L’America della NBA. Una parola che pronunciano ripetutamente allenatori, giocatori e dirigenti tra le righe dei play-off. Fisicità. Nelle ultime due settimane è stata ripetuta a margine di sette partite in cinque città, per esempio Chris Finch di Minnesota il giorno dopo Gara-1 contro Golden State, Kenny Atkinson di Cleveland dopo Gara-1 contro Indiana, David Adelman di Denver dopo Gara-6 contro i Clippers. Tutti con la sensazione che la corsa all’anello sia diventato un corpo a corpo, una faccenda di muscoli e contatti, prese, mischie, avvinghiamenti, una lunga partita di wrestling spezzata ogni tanto da qualche canestro. Tutti con la sensazione che gli arbitri stiano lasciando correre troppo e che la deriva sia pericolosa. 

Probabilmente è solo percezione, ma la percezione quando esiste è la realtà. Norman Powell dei Clippers ha detto che gli pare i playoff siano sempre stati fisici perché gli arbitri «lasciano giocare e lasciano vincere i migliori tra i migliori».  

Rudy Gobert è uno dei migliori difensori della lega e prima di Gara-5 del primo turno dei Wolves a Los Angeles ha detto che non si possono fare paragoni tra un campionato e l’altro, quasi mai, eppure sì in effetti gli pare che «quest’anno sia tutto più intenso, tutto più fisico». 

Ovviamente, la fisicità consta di molti elementi, e non tutti favoriscono la difesa. In cosa consiste? Più contatti vicino al canestro? Più margine di manovra ai blocchi per dare spazio ai tiratori? Tutti contro tutti sotto il tabellone per prendere un rimbalzo? 

I falli tecnici sono una possibile unità di misura. Draymond Green ne ha sommati cinque fino a Gara-2 della semifinale a Ovest. La NBA ne consente sette ai play-off prima che scatti la sospensione per una partita. Ma è pur vero che si tratta di un giocatore con 12 tecnici in stagione fino al mese di marzo, quando la ragioneria complessiva della sua esperienza in NBA toccava 17 falli antisportivi e 162 tecnici. [Parentesi: lui dice smettetela di farmi passare per il villain del campionato, sono un uomo colto]

Il dibattito è aperto. John Hollinger di The Athletic ha scritto che si può immaginare che tanti elementi influenzino il gioco in modi diversi, ma gran parte del sarcasmo che ho sentito in giro si concentra sui falli da vicino al canestro, o sulla loro assenza. Sembra una strategia strana da parte della lega: se tutti si preoccupano per i troppi tentativi da tre punti, consentire più contatti in area rende in teoria più difficili i tiri da due, incentivando così la soluzione da lontano. Purtroppo non sembra funzionare così nello yin e yang dell’NBA, dove ogni azione ha una reazione uguale e contraria. Forse se i tiri da 2 punti in area sono più difficili da finalizzare, le squadre devono inviare meno aiuti dagli angoli, e quindi diventa più difficile generare triple in catch-and-shoot

L’analista di The Athletic considera che le triple sono solo un effetto di secondo ordine della fisicità e ammette di non riuscire a trovare dei parametri che suggeriscano come questi playoff siano davvero più fisici degli ultimi due. Falli e tiri liberi sono aumentati rispetto alla stagione regolare ma si tratta di pessimi indicatori, perché possono essere influenzati da falli subiti a fine partita, quando il punteggio è nel ghiaccio – e ai play-off succede. 

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Tutti gli ultimi tre play-off hanno mostrato percentuali nel tiro da due punti peggiori rispetto alla stagione regolare dello stesso anno, con percentuali di tiro da tre stabili, in netto contrasto con quanto avvenuto nelle edizioni precedenti. Hollinger ha creato un grafico assai nerd e si trova qui – se proprio non volete credere a queste parole

Viene fuori che la percentuale di tiri liberi è aumentata dal 2015 al 2022, quelle da due punti sono rimaste stabili nei playoff, ma negli ultimi tre anni è diventato molto più difficile convertire tiri da tre. Il divario di questa stagione è il più ampio del grafico e il 52,5% di tiri da due punti è il più basso da prima della pandemia. 

Le partite sono forse diventate più lente? – si domanda The Athletic. Il fattore ritmo negli ultimi due play-off è diminuito di oltre cinque possessi a partita per squadra, più del rallentamento standard che si registra in media nelle partite della fase dentro-o-fuori. Ed è questo andamento lento, secondo Hollinger, a nutrire la percezione di allenatori, giocatori e dirigenti. Sono partite che esibiscono più contatti rispetto al gioco di transizione end-to-end. La prima partita Boston-Orlando ha avuto solo 90 possessi a squadra. L’ex leggenda dei Grizzlies Zach Randolph ha parlato di lotta nel fango. Eppure, gli Houston Rockets brutti sporchi e cattivi costruiti da Ime Udoka sono andati fuori al primo turno dopo aver conquistato la seconda posizione nella stagione regolare a Ovest, segno che quella storia sull’attacco che vende i biglietti e la difesa eccetera eccetera ogni tanto si prende delle solenni eccezioni – e anche più spesso di ogni tanto [lo faceva notare Dario Costa qui su Sky Sport Insider]

Insomma, brutalmente: è difficile trovare prove concrete e statistiche certe sulla maggiore fisicità di questi play-off rispetto agli ultimi due, ma è certamente vero che i play-off sono più sporchi dal 2023. Come se fosse Madame, The Athletic si domanda se tutto ciò sia un bene o un male, un bene o un male, se sia una cosa positiva o negativa, ma la risposta la rimandiamo a un altro giorno. Per ora accontentiamoci di sapere che sicuramente è un dato reale.

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