Leggi tutto nella versione web
#4 giorni alla Amstel Gold Race
► Le prime due semifinaliste della Champions sono il PSG e il Barcellona. Hanno resistito ai tentativi di rimonta di Aston Villa e Borussia Dortmund ◇ Tre turni di trasferte vietate ai tifosi di Roma e Lazio dopo gli scontri prima del derby ◇ Sara Curtis ha battuto il record italiano nei 100 stile libero agli Assoluti: era di Federica Pellegrini. Ha preso il pass per i Mondiali come Sara Franceschi e Anita Gastaldi nei 200 misti ◇ Jannik Sinner è tornato un tennista: da ieri può allenarsi ◇ Golden State e Orlando si sono qualificate nella notte per i play-off NBA
Che cosa stanno leggendo in Europa
| Non è importante come colpisci
L’importante è come sai resistere ai colpi,
Rocky Balboa
prima di tutto
Non si va in semifinale senza fatica
Il PSG è in semifinale di Champions per la quarta volta negli ultimi sei anni: in precedenza c’era arrivato nel 1995. Dal 2021 le sue sorti coincidono con quelle del calcio francese, che con la nuova formula era arrivato in semifinale con il Monaco [tre volte], il Nantes [1996], il Marsiglia [campione nel 1993] e il Lione [2010 e 2020].
Il Barcellona tornerà a giocare una semifinale dopo sei anni. Si era qualificato sette volte in otto edizioni fra 2006 e 2013, solo due volte dal 2014 in poi. La Spagna ha almeno una squadra in semifinale dal 2008 con l’eccezione del 2020
A un certo punto le notifiche che partivano dalla Francia contenevano tutte una stessa parola. Panico, il PSG è nel panico – dicevano – in balia dell’Aston Villa e del tifo incontenibile del futuro re d’Inghilterra in tribuna. L’incubo di un’altra rimonta subita è stato sventato dalle parate di Gigione, “God save Donnarumma” scrive stamattina L’Équipe che gli dà 8 in pagella per aver fermato una volta Pau Torres, due volte Rashford, una Tielemans, una Asensio. “Grazie Gigio” scrive in italiano Eurosport France
Ma se stamattina si parla di pericolo scampato per la squadra che un tempo collezionava stelle è per un calciatore venuto dall’Ecuador, una delle rivelazioni dell’anno, eppure disastroso a Birmingham fino al 93esimo. William Pacho era stato coinvolto in due gol dell’Aston Villa, due deviazioni nella sua porta, non una siore e siore, due, prima di mettere il suo corpo nei minuti di recupero lungo la traiettoria di un tiro al volo partito dal piede di Iaan Maatsen, “la sua respinta ha risparmiato alla squadra le incertezze dei tempi supplementari” scrive L’Équipe, riconoscendo che se con Marquinhos si è trovato a ballare la rumba è perché “le altre linee avevano rallentato il ritmo del pressing”. Pensa se questa respinta provvidenziale fosse invece diventata una terza carambola alle spalle di Gigione, niente ci voleva, solo che il Caso decidesse così. Nel dubbio – salvataggio o no – L’Équipe gli ha mollato un bel 4 in pagella e buonanotte. Ma non è stato il peggiore, eh: ci sono un paio di 3 per Vitinha e per Kvaratskhelia, “troppo egoista”, “deludente”, “in alcune occasioni terzino destro” e un pallone perso da cui è nato un gol.
La Catalogna dà fiato alle trombe per il passaggio del turno, ma nel suo editoriale alma y corazon sul Mundo Deportivo il direttore Santi Nolla ammette che è stata la peggior partita di Champions League per la squadra di Flick. Malgrado il vantaggio di 4-0 dell’andata. “L’assenza di Iñigo e di Pedri si è fatta sentire, Lamine non è riuscito a trovare la sua magia, Lawandoski il suo gol, Raphinha i suoi colpi. In modo incomprensibile, Kovac ha schierato una difesa a cinque uomini con tre difensori centrali nella partita di ritorno anziché in quella di andata. È stato bravo a tenere viva la partita. Sul 2-0 poteva succedere di tutto. Il cuore dei tifosi del Barcellona è crollato quando è stato annullato il gol che avrebbe potuto essere il 4-1. I tedeschi hanno tirato 11 volte in porta, gli uomini di Flick due. Ora sembra che manchino solo tre partite, ma non è vero. Ne manca sempre e solo una, quella che viene dopo. Ma tutto è possibile”.
Qualcosa deve essere successo e non possiamo dar la colpa ai computer. I dati nei computer li mettono ancora le persone. Ma “il tempo può farci diventare tutti degli idioti. Anche i supercomputer” è la formula scelta da Anantaajith Raghuraman su the Athletic per dire del contesto dinanzi al quale ci troviamo stamattina.
All’inizio della stagione il software di previsione dei risultati della società Opta assegnava al Manchester City il 25% delle possibilità di vincere la Champions e al Real Madrid un altro 18%. Il Manchester City trascorre i martedì e i mercoledì guardando le serie tv, il Real Madrid stasera è chiamato alla remun… mmm… alla remun… mmm.. deve segnare una manit… mmm… niente non esce – il Real Madrid è chiamato a portentose gesta per andare in semifinale.
Così, il supercomputer Opta che negli anni Novanta avremmo chiamato “un cervellone” ha rivisto le sue stime, calcolate su una combinazione di quote del mercato delle scommesse, statistiche, classifiche di rendimento, prestazioni del passato. Ma non esiste un solo modello in grado di prevedere l’infortunio di Rodri né i due gol su punizione di Declan Rice. Tuttavia, stasera l’Arsenal va in campo da secondo nuovo favorito del torneo dopo il Barcellona. Deve solo capire come si esce indenni per 90 minuti – almeno 90 minuti – dal Bernabéu.
Dalla foresta di segni che inquieta la Casa Blanca emerge pure il risultato del play-in nell’Eurolega di basket, la partita secca che il Real Madrid ha perso in casa con il Paris, l’ultima arrivata. Un paio di anni fa la pallacanestro a Parigi era come l’hockey su ghiaccio a Portopalo di Capo Passero. L’ultima cosa che gli passava per la testa. Invece Paris è ai quarti di finale del torneo alla sua prima partecipazione, peraltro dopo essere stato in testa alla classifica regolare per un tratto iniziale della stagione. Il Real si era qualificato per la final four in cinque delle ultime sei edizioni e aveva vinto la Coppa tre volte dal 2015 in avanti. È un impero che crolla sotto i colpi dei nuovi barbari, “quaranta minuti di sudore e lotta contro un gigante da 11 titoli, un pizzico di follia come antidoto” sintetizza L’Équipe riferendo il pensiero di Nadir Hifi dopo l’impresa: «Gli arbitri li hanno aiutati molto».
A proposito di foreste e di segni. Simone Inzaghi deve aver studiato la storia dell’Inter e di questa partita, se ieri ha detto e ripetuto che la partita d’andata non conta, non bisogna pensarci, che anzi bisogna ripetere l’impresa. Devono avergli raccontato che in 10 precedenti di Inter-Bayern, quasi sempre ha vinto la squadra in trasferta e che proprio sempre, ma proprio sempre i tedeschi ci sono riusciti a San Siro. Il Corriere della sera fa l’elogio preventivo del coraggio di Simone Inzaghi che ha scelto di non scegliere, Alessandro Bocci ha scritto: “Accendere e spegnere l’interruttore, dare tutto ogni volta, senza gestire, senza turnover, senza fare calcoli. Non è facile, ma se c’è una squadra che ci può riuscire, questa è l’Inter, che conta sulle parate di Sommer, la regia preziosa del ritrovato Calhanoglu, il dinamismo abbinato alla tecnica di Barella, la velocità chirurgica del recuperato Dimarco, per arrivare al talento di Martinez. Quando c’è Lautaro, c’è Inter”.
Sebastiano Vernazza sulla Gazzetta dello sport scrive che “la forza dell’Inter di Simone Inzaghi è la capacità di adattamento, parliamo di una squadra che sa farsi concava o convessa secondo necessità. Un Bayern all’assalto consentirebbe all’Inter di distendersi in contropiede, di attivare Marcus Thuram in profondità, laddove l’attacco agli spazi alle spalle dei difensori è una specialità della punta francese. Questo non significa che l’Inter debba fare muro, acquattarsi davanti a Sommer e basta: se lo facesse, sarebbe inevitabile subire un gol. Ci aspettiamo una difesa proattiva, costruttiva, tesa alla controffensiva”.
Il Jackie Robinson Day e le politiche di Trump
Ci sono molti modi per far sentire la propria voce, opporsi, sollevarsi. Per esempio il baseball. Mentre la Casa Bianca prende di mira i programmi DEI [Diversity, equity, inclusion], la MLB celebra Jackie Robinson, l’uomo che ha infranto la barriera razziale nello sport.
È una circostanza che fa notare il Washington Post, giornale che l’editore Jeff Bezos ha deciso di avvicinare alla linea del governo con la sezione opinioni, stabilendo che i columnist si sarebbero dovuto occupare solo di libero mercato. Ma qui siamo nella pagina dello sport, deve aver pensato Michael Lee, scrivendo che “gran parte di ciò per cui Robinson ha combattuto e combattuto è messo a dura prova. Nella prima settimana del suo secondo mandato, il presidente Donald Trump ha firmato una serie di ordini esecutivi che vietano la diversità, l’equità e l’inclusione nel governo federale, spingendo alcune importanti aziende ad abbandonare o a riconsiderare i programmi che sostenevano tali sforzi. Il Dipartimento della Difesa ha rimosso – e successivamente ripristinato – un articolo sul suo sito web che si occupava del servizio militare di Robinson, forse la purga di un materiale considerato DEI. A marzo la Major League ha risposto agli ordini esecutivi di Trump rimuovendo ogni riferimento alla diversità dalle pagine dedicate alle carriere nel suo sito web. Un portavoce ha affermato che la decisione è stata presa per garantire che i programmi siano conformi alla nuova legge federale, ma ha sottolineato che non riflette un cambiamento nei valori. In altre parole – scrive il Washington Posti – la MLB insiste sul fatto che il suo impegno per garantire opportunità a tutti i tipi di giocatori rimane invariato, ma non vuole correre il rischio di dover affrontare una causa legale – né intende sottoporre i suoi numerosi donatori repubblicani al vaglio della Casa Bianca”.
In una intervista con Forbes il commissioner Rob Manfred ha affermato che la MLB continuerà a promuovere l’eredità di Robinson perché Robinson «trascende qualsiasi dibattito in corso nella società odierna sulle questioni relative a DEI. Jackie Robinson ci ha aiutato a superare una forma palese di segregazione che, a mio parere, oggi nessuno sostiene più. Ne è un simbolo ed è una parte importante della nostra storia. Continueremo a celebrarlo come abbiamo sempre fatto».
Ci sono molti modi per far sentire la propria voce, opporsi, sollevarsi. Per esempio il football e la pallacanestro. Né la NFL né la NBA intendono modificare le proprie iniziative DEI. Il commissioner Roger Goodell ha detto a margine del Super Bowl che «continueremo con questi sforzi perché ne siamo convinti» mentre un portavoce NBA ha dichiarato che la lega «continuerà a cercare dipendenti nel più ampio bacino possibile di candidati».
Il Washington Post scrive che “lo sport si spaccia come un luogo di meritocrazia suprema, ma non è sempre stato così. Robinson non aveva bisogno di un acronimo di tre lettere per dimostrare che i migliori giocatori del mondo dovrebbero condividere lo stesso terreno di gioco, indipendentemente da razza, origini e nazionalità. Ha resistito a insulti personali e minacce violente affinché il baseball potesse affermarsi come lo sport professionistico più diversificato del Nord America. Il numero di giocatori di baseball afroamericani è in declino da decenni, un fenomeno spesso sottolineato nel Jackie Robinson Day, ma altri gruppi etnici sono arrivati. Shohei Ohtani, il miglior giocatore di baseball, è giapponese. Lui, Juan Soto e Vladimir Guerrero Jr., entrambi della Repubblica Dominicana, sono i titolari dei tre contratti più cari nella storia del baseball”.
Tuttavia esiste una discussione. I più critici verso le politiche dell’amministrazione Trump hanno espresso perplessità sull’opportunità della visita dei Los Angeles Dodgers alla Casa Bianca la scorsa settimana. Durante il suo discorso alla squadra, il presidente ha salutato Mookie Betts, il quale sei anni fa aveva rifiutato di unirsi ai Boston Red Sox per il ricevimento. Betts è l’unico giocatore afrodiscendente dei Dodgers. Stavolta è andato perché «il Paese è in una situazione diversa». Il Washington Post fa notare che “all’epoca gli atleti professionisti erano più espliciti nel criticare Trump, mentre durante questi primi mesi del secondo mandato le personalità dello sport sono state in gran parte o favorevoli o silenziose”.
Josh Bell, prima base dei Nationals, dice che l’attivismo è qualcosa che non si pianifica: «Quindi non si sa cosa succederà in futuro. È un periodo strano».
Forse non si pianifica, ma per Kareem Abdul-Jabbar l’attivismo non si frena. In un discorso al Dodger Stadium ha colto lo spunto del Robinson Day per definire le politiche di Trump uno stratagemma. «Il presidente vuole sbarazzarsi di DEI. Penso che sia uno stratagemma per discriminare. Quindi sono contento che facciamo cose come questa, per far sapere a tutti nel Paese cosa è importante. Hanno anche cercato di sbarazzarsi di Harriet Tubman. Non ha funzionato»
Jabber si riferisce alla rimozione di un articolo che menzionava Tubman sul sito web del National Park Service. Anche in quel caso, come per Robinson, è stato rimesso online dopo le proteste. «Jackie aveva un’idea chiara di ciò che dovevamo affrontare – ha detto Abdul-Jabbar – dovevamo affrontare la segregazione. E per molti versi la stiamo ancora affrontando. Ma vale la pena battersi. E certamente fa sì che le persone ci rispettino come Paese quando vedono che c’è una certa tensione, e che le brave persone cercano di fare la cosa giusta».
Gli stessi Dodgers andati in ricevimento da Trump portandogli una maglia con il numero 47 erano presenti davanti alla statua di Robinson vestendo tutti il suo numero 42.
artefici
L’effetto Butler su Golden State
Golden State Warriors e Orlando sono avanzate al primo turno dei playoff NBA. Jimmy Butler e Steph Curry hanno dato ai Warriors la settima testa di serie a Ovest e un accoppiamento con gli Houston Rockets [#2]. Memphis ha dovuto fare a meno per un periodo di Ja Morant [caviglia] e giocherà venerdì contro la vincente della sfida di stanotte tra Dallas e Sacramento per andare ad abbinarsi con Oklahoma [#1].
Qualche settimana fa, dopo un’altra serata deludente in attacco, Jimmy Butler rispose a chi gli chiedeva più aggressività che «quando sarà il mio momento, saprete che è venuto il mio momento». “Il messaggio di Butler – scrive the Athletic – era semplice per chi ha seguito la sua carriera. Quando la posta in gioco sale, aumenta anche la sua potenza realizzativa”. Nella partita di domenica contro i Los Angeles Clippers per guadagnarsi i play-in, ha chiuso la sua prima partita da 30 punti con la maglia dei Warriors e stanotte con i Grizzlies ne ha fatti 38 con 12 su 20 al tiro e 12 su 18 dalla lunetta. Ora i Warriors avranno quattro giorni di riposo prima di cominciare i play-off con Houston. Soprattutto avranno questo Butler.
Secondo il Wall Street Journal sono addirittura “i contendenti al titolo più temibili. Dovevano solo arrivare ai play-off. Stanno giocando come veri aspiranti all’anello. Ma nessun vincitore è mai arrivato dal torneo dei play-in”
A Est è andata avanti la squadra di Paolo Banchero, ua’ ve lo ricordate Paolo Banchero: era sempre sui giornali italiani e adesso di lui non gliene frega più niente a nessuno. I Magic si son presi la testa di serie #7 e un primo turno con i Boston Celtics [#2], mentre Atlanta affronterà venerdì la vincente della partita di stanotte tra Miami e Chicago per affrontare al primo colpo Cleveland. Orlando è avanzata con la sua dote migliore, la difesa, “questo è ciò che i dirigenti avevano in mente – ha scritto Josh Robbins su the Athletic – quando hanno allestito la squadra: un gruppo orientato alla difesa, composto da giocatori alti e slanciati che non avrebbero avuto bisogno di serate eccezionali al tiro per vincere la maggior parte delle partite nella stagione regolare”. Orlando ha chiuso il suo play-in con 11 triple segnate su 39, vincendo lo stesso. Ma tirare da lontano con il 28 percento, avverte il magazine americano, non sarà sufficiente nella maggior parte delle serate dei play-off, soprattutto contro i Boston Celtics.
La micidiale Roubaix dei giovani d’oggi
Gilbert vinse nel 2019: sarebbe stato fuori tempo massimo
C’è un dato meraviglioso, sorprendente e inquietante scovato da quei gran geni di Bicisport intorno alla Parigi-Roubaix di domenica. Con il tempo servito per vincere l’edizione del 2019 – 5 ore 58 minuti e 2 secondi – quest’anno Philippe Gilbert sarebbe finito fuori tempo massimo. Bicisport riferisce peraltro che sei anni fa la corsa era lunga 257 km, due in meno di domenica scorsa, e aveva 800 metri e un settore in meno di pavé rispetto a quest’anno. Eppure Mathieu van der Poel ha impiegato 5h31’37”. Con 26 minuti e 35 secondi in più, Gilbert sarebbe arrivato fuori classifica. La media del 2019 era stata di 43,069 km orari, quella dell’olandese è stata di 46,921. E allora Bicisport dice che “i bambini sanno essere di una crudeltà infinita” nel raccontare l’aneddoto di fine corsa. «Perché di nuovo quarto?», ha chiesto il piccolo Georges van Aert a papà Wout. «Perché in tre sono stati più veloci di me», è stata la risposta.
Con le sue 5 ore 33 minuti e 38 secondi, Van Aert avrebbe vinto la Roubaix del 2019 con 25 minuti di vantaggio.
mappe
Il ritorno del Mondiale di ciclismo a Sallanches
L’Alta Savoia ha presentato i suoi Mondiali su strada. Sono lontani ancora due anni e ne sono trascorsi quarantacinque da quando le biciclette vennero qui una volta per assegnare la maglia iridata. Il posto è lo stesso del 31 agosto 1980, Sallanches, con la salita di Domancy, due km e mezzo al 9,4% di pendenza media, un tracciato costruito perché Bernard Hinault potesse frantumare ogni resistenza, e così andò. Nel 2027 i corridori completeranno venti volte un circuito di 13,3 km passando di nuovo dal punto dove Hinault staccò G.B. Baronchelli.
Hinault vinse quella corsa in una maniera che fece scrivere a Maurizio Caravella su la Stampa: “Se Baronchelli fosse diventato campione del mondo, sarebbe stato bellissimo per gli italiani e bruttissimo per il ciclismo: sarebbe stato uno schiaffo alla giustizia, se non proprio uno schiaffo alla logica, visto che chi domina non sempre è chi vince, visto che il più forte non sempre batte il più furbo. Ma se Hinault avesse perso questo titolo mondiale che ha cercato con rabbia dal primo all’ultimo metro, seminando per strada gli avversari come una locomotiva che lasci i vagoni a morire sui binari, si sarebbe dovuta inventare un’altra maglia iridata apposta per lui. Baronchelli, che un giorno riuscì a far tremare anche il grande Merckx alle Tre Cime di Lavaredo, è stato grande, ma Hinault è stato grandissimo, ieri: all’altezza di un Merckx, all’altezza di un Coppi. Su un percorso da tempi eroici del ciclismo, l’eroe è stato lui”.
Una domenica di pioggia e gelo. Saronni si ritirò e quando chiesero a Baronchelli cosa fosse successo disse: «Non lo so, io ero davanti». L’anno dopo sbagliò a tirargli la volata a Praga, lasciandolo al vento ai 300 metri, esposto alla rimonta di Freddy Maertens. Anche Gimondi fu molto critico con Saronni. L’indomani scrisse sul Corriere della sera che “l’attenuante della pioggia e del freddo non è sufficiente. La stagione di un campione si contraddistingue per tre-quattro appuntamenti ai quali non può mancare, un camplone vero ci deve essere sempre, a questi appuntamenti, quali che sia il tempo che trova, sole o pioggia”. Erano ancora tempi in cui si potevano esprimere delle critiche senza che prima o poi venisse fuori qualcuno a dirti tutte quelle scemenze sul fatto che eri salito o sceso dal carro.
L’odore dei nemici
Harriet Dart si è dovuta scusare pubblicamente per aver chiesto all’arbitro di dire alla sua avversaria Lois Boisson di usare il deodorante.
No, un attimo. Rileggiamo.
“Harriet Dart si è dovuta scusare pubblicamente per aver chiesto all’arbitro di dire alla sua avversaria Lois Boisson di usare il deodorante”.
Lo dicono le cronache dal torneo WTA di Rouen. Sul serio. L’ha fatto. Deve aver pensato che un conto è essere José Mourinho e desiderare di sentire il rumore dei nemici, un altro conto è sentirne l’afrore. Forse frustrata nel cuore di una partita che avrebbe perso per 6-0, 6-3, Dart è stata beccata dai microfoni a bordo campo mentre si lamentava dell’igiene personale dell’avversaria durante un cambio di campo nel secondo set. L’arbitro ha risposto in un modo che non è stato possibile decifrare. Lei: «Puoi dirle di mettere il deodorante? Ha un odore davvero cattivo». Boisson era in fondo al campo, non deve aver sentito.
Dart si è scusata con una storia su Instagram: «È stato un commento dettato dal momento e me ne pento sinceramente. Non è così che voglio comportarmi. Nutro grande rispetto per Lois e per come ha giocato. Imparerò da questa esperienza»
La WTA non ha commentato, mentre Boisson ha pubblicato una storia su Instagram per scherzarci su. Ha postato un fotomontaggio di lei che tiene in mano una bomboletta di deodorante durante un servizio. Ha taggato uno sponsor e ha scritto che c’è bisogno di un sostegno. Ha 21 anni, si trova al numero #303 della classifica mondiale, ma è tra le prime-10 per ironia e spiritosaggine.
L’etichetta di Brian Shelton
È buffo che una cosa del genere accada nel tennis, lo sport che per storia e tradizione si sente più di ogni altro legato a quella cosa che chiamiamo etichetta. È buffo o forse un segno di sintomatico mistero, come direbbe il Maestro – e peraltro lo direbbe nella stessa canzone dove garantisce che “avete voglia di mettervi profumi e deodoranti, siete come sabbia mobili tirate giù”.
È stata una questione di etichetta pure a Monte-Carlo. Eravamo distratti da Musetti. Torneo di doppio. Succede che Ben Shelton, in coppia con Rohan Bopanna, gioca negli ottavi di finale contro la coppia italiana composta da Andrea Vavassori e Simone Bolelli. A un certo punto Vavassori ha rimproverato Shelton per avergli tirato alcuni dritti addosso, colpendolo una volta al petto.
Ahé. Stava finendo a chi sei tu e chi sono io. «Tito’» gli ha detto Vavassori, incerto se scrivere nel fumetto sulla sua testa Tito’ oppure Titeaux trovandosi a Monte-Carlo. «Che è», gli ha risposto Shelton [e qui il dialogo potrebbe andare avanti per alcune linee, ma la pietà per i lettori ha preso il sopravvento]. Vavassori ha alzato la maglia e ha mostrato un livido, Shelton ha risposto che il tennis non è baseball. Dopo aver perso Vavassori ha annunciato di essersi ritirato dal torneo di Barcellona per un dolore alle costole. Shelton peraltro lo aveva colpito con eleganza. Con una volée di dritto. The Athletic ha scritto che “i singolaristi reagiscono abitualmente con intensità variabili di sguardi se un avversario sferra uno smash nella loro direzione, perché spesso c’è più campo libero a cui mirare. Ma colpire la palla al corpo di un giocatore – che si tratti di uno scambio al volo o di una situazione come questa – è fondamentale per una buona strategia di doppio. Se Shelton avesse rispedito il colpo profondo verso Bolelli, Vavassori avrebbe avuto più tempo per prepararsi a ricevere la palla e mettere a segno il punto. A nessuno piace ricevere un colpo al petto, ma rimproverare qualcuno per aver giocato il colpo giusto in una determinata situazione è troppo”.
C’è un diciassettenne che ci manda un messaggio
Quando Denis Shapovalov ha capito che neppure il medico poteva aiutarlo durante il time-out, quando ha dovuto ritirarsi dal primo turno del torneo di München, Diego Dedura-Palomero si è sdraiato felice sulla terra rossa. È diventato il primo giocatore nato nel 2008 a vincere una partita in un tabellone principale dell’ATP Tour: era avanti 7-6 3-0. È entrato in tabellone com lucky loser, ma molto lucky e poco loser. Era il quarto della lista e ne sono stati ripescati tre. Finché pure Gael Monfils si è fatto da parte e c’è stato posto anche per lui. Aveva battuto nelle qualificazioni il numero 100 del mondo, l’americano Mackenzie McDonald, prima di perdere da Alexander Bublik.
Dedura-Palomero è allenato dai suoi genitori, Cesar Palomero e Rūta Deduraitė-Palomero. Suo padre è cileno e sua madre lituana, lui è nato a Berlino. La lista dei primi giocatori di un certo anno di nascita in grado di vincere un match ATP è piena di luminose promesse per Diego. Il primo 1995 fu Nick Kyrgios, il primo ‘96 Cristian Garin, il primo ‘97 Alexander Zverev. L’elenco prosegue così: 1998 Frances Tiafoe, 1999 Denis Shapovalov, 2000 Felix Auger-Aliassime, 2001 Jannik Sinner, 2002 Lorenzo Musetti, 2003 Carlos Alcaraz, 2006 Joao Fonseca [Gli altri li aspettiamo: 2004 Stefanos Sakellaridis, 2005 Shang Juncheng, 2007 Justin Engel].
Diego giocherà domani al secondo turno contro il belga Zizou Bergs – che ha appena eliminato proprio Bublik.
Guida allo sport in tv di oggi
Slalom ha un canale Whatsapp, dal quale diffonde non più di due aggiornamenti quotidiani, probabilmente un riepilogo serale con rassegna mattutina e nuovi sviluppi. Non vi impressionate. È una cosa riservata, per pochi intimi. Siamo un centinaio, niente di che. Nessuno disturba, non ci sono riunioni di condominio, mai un messaggio prima delle 8.30, mai uno dopo le 20.30.
Chi volesse unirsi, può farlo seguendo questo link
Lo Slalom apparirà su whatsapp nella lista Canali insieme a tutti gli altri a cui vi siete iscritti, nella sezione Aggiornamenti. A cosa serva non si sa, però pare che fa molto fico.