Lo Slalom del 23 marzo | Cosa leggere, sapere e vedere

 

 

#1 giorno al Giro di Catalogna

 

 

   La Milano Sanremo è stata vinta dall’Olanda: Mathieu Van der Poel in campo maschole e Lorena Wiebes in campo femminile  🟨 Ai Mondiali di indoor di atletica leggere secondo posto per Zaynab Dosso nei 60 metri, ori per Jakob Ingebrigtsen nei 1.500 e per Armand Duplantis nel salto con l’asta 🟨 Nei play-off scudetto femminili di pallavolo Conegliano ha vinto la prima semifinale molto facilmente 🟨 La Virtus Bologna è stata di nuovo battuta nel campionato di basket e rischia di aver compromesso il primo posto nella stagione regolare 🟨 Il torneo di tennis da Miami: Sonego, Arnaldi e Darderi sono usciti tutti. Berrettini ha battuto Gaston, Jabeur si è ritirata prima del match con Paolini. Qualificate pure Osaka, Gauff, Keys e Sabalenka.  🟨 Poco fa è finito il GP di Cina: c’è stata una doppietta della McLaren con il primo posto di Piastri e il secondo di Norris

 

  

 Che cosa stanno leggendo in Europa

  Guarda tutto

 

 prima di tutto

   

La Coppa della metamorfosi di Federica Brignone

Le cose per Federica Brignone stanno così. La seconda Coppa del mondo è arrivata con 10 vittorie e 14 piazzamenti fra le prime-tre. Ha il record del podio e del successo più longevi nel circuito in discesa, in Super-G e in gigante. Ha vinto 4 Coppe di specialità in 4 discipline diverse e corre per aggiungerne un altro paio. È uscita dai Mondiali con l’oro nel gigante e l’argento in Super-G. È l’ottava di sempre per gare vinte [37)] e ha trascinato l’Italia al primo posto nella classifica femminile per nazioni vinta nel 2017 e nel 2020. 

Sono tutte le perle di Brignone messe in fila da Gianmario Bonzi, voce delle telecronache su  Eurosport. Sulla sua pagina Facebook aggiunge. “What else?. Niente. In effetti: niente. 

Leggi tutto

L’uscita di scena dei fratelli Boe

  Serve un cuore di ghiaccio per togliere la Coppa del mondo a Johannes Thingnes Boe a 24 ore dal suo ritiro. Il norvegese corre oggi la mass start di Oslo e poi basta, basta con il biathlon. La corre sapendo che la classifica generale è andata. Il cristallo gli è stato soffiato da Sturla Laegreid, norvegese come lui, con il primo posto nell’inseguimento di ieri. 

È la prima Coppa per Laegreid, 29 anni, nipote del calciatore Frode Kippe e della regista Aslaug Holm. Ha spezzato così l’egemonia di Boe, cinque successi nelle ultime sei edizioni. Si ritira anche suo fratello Tarjei. Anche lui aveva vinto una Coppa [nel 2011], prima delle sette consecutive di Martin Fourcade. 

   

Il dibattito su Didier Deschamps in Francia

Ci sono due gol da recuperare per la Francia stasera contro la Croazia, nella partita che rievoca la finale mondiale del 2018, sette anni fa, quando Macron venne accompagnato da Putin nello spogliatoio di Deschamps. Vincent Duluc su L’Équipe la definisce la serata della verità per i Blues, chiamati a mostrare la loro vera natura” dopo la sconfitta dell’andata in trasferta. 

Due gol da recuperare e un filo da riannodare dodici anni dopo un’analoga rimonta vissuta contro l’Ucraina per andare a giocare i Mondiali in Brasile. L’editorialista del giornale francese parla di una Nazionale che si trova ai piedi di una vertigine

Quella notte di novembre del 2013 portava con sé la tremenda e storica paura di perdersi un Mondiale. La paura di non qualificarsi per la Final Four della Nations League non è esattamente dello stesso ordine: ne parleremmo per un giorno o due, e saremmo più interessati all’inizio delle qualificazioni per il Mondiale del 2026.

Anche Francia, come l’Italia, se va fuori finisce in un girone da cinque [Repubblica Ceca, Montenegro, Isole Faroe e Gibilterra] anziché da quattro [Ucraina, Islanda e Azerbaigian], ma come scrive Duluc non è il risultato a porre il problema, piuttosto la misura del vuoto visto nel primo tempo e dell’impotenza del secondo.

Intorno a Deschamps è stato riaperto un dibattito, innescato dall’annuncio della sua partenza nel 2026. L’Équipe dice che poche sconfitte della Nazionale portano misura: gli eccessi derivano dalla rarità delle partite e dalla sensazione che dovremmo vedere il meglio del calcio, dunque dal divario tra questo desiderio e la realtà, dalla delusione per il fatto che i buoni periodi degli attaccanti nei loro club portino invece a un’espressione collettiva così poco interessante.

Eurosport France esplicita tutto questo con il nome di Dembélé, al quale Luis Enrique ha dato un ruolo ricavandone grande efficacia, mentre Deschamps non riesce a far lo stesso. La stanchezza dalla Nazionale viene ricondotta un po’ alla Champions League e un po’ al Ramadan. Chi corre a guardare cosa si dice sui social per compilare il racconto della realtà con la finzione degli hashtag dice che la gente vuole il ritorno di Paul Pogba e Antoine Griezmann, dato che Raymond Kopa non è disponibile ironizza Duluc, eppure Tchouaméni è un titolare di Carlo Ancelotti al Real e Dembélé corre per il Pallone d’Oro.

L’urgenza vera, secondo L’Équipe, è ritrovare uno slancio collettivo attorno a Kylian Mbappé, reduce da tre sconfitte in tre partite da titolare partenze con i Blues: Abbiamo sempre pensato che il suo ritorno ai massimi livelli, con il Real avrebbe cambiato la Nazionale. E invece. 

Che i Blues si qualifichino o meno per la Final Four non è la questione più importante. Ma dimostrare che squadra vogliono essere, questo sì.

 

… E la discussione su Thomas Tuchel in Inghilterra

Gli inglesi stanno dibattendo della prima Nazionale sotto Thomas Tuchel. Il nuovo cittì ha portato intensità e una squadra interessante. Questo è stato il commento di Barney Ronay sul Guardian – dove è stato sottolineato pure il suo nuovo modo di stare in piedi, una nuova energia, un nuovo schema. Quali sono i significati della sua postura, della sua falcata, dei movimenti delle braccia? C’è un tipo di carisma in questa figura magra, spigolosa, alta, stranamente impressionante, come un duca che passeggia. O forse è solo l’Albania conclude Ronay con una consapevole ironia sui vizi e i tic del mestiere.

Sam Wallace sul Telegraph è il portavoce sovranista di chi sente orrore per il mondo mescolato e immagina come un sopruso, uno scandalo, una violenza la presenza di un tedesco sulla panchina dell’Inghilterra. Così spulciando qua e là il Telegraph trova che Tuchel in settimana abbia detto una cosa e il suo contrario, che abbia predicato di vincere con stile ma pure di vincere in modo sporco. E questo non va bene, non sia mai che del calcio si possa prendere un piatto intero e non la mezza porzione. Ideologia. Ideologia. 

Wallace rimprovera più o meno all’Inghilterra di Tuchel il fatto che l’Albania sia scarsa, questo pare di capire leggendolo, quando dice che la qualità superiore si è fatta sentire in pochi istanti e tuttavia non si sa quale sia lo stile dell’Inghilterra. Questa cosa dello stile diventerà un fattore. Al Telegraph pare che Tuchel sia colpevole di essere stato poco lusinghiero nei confronti del suo predecessore che ha portato l’Inghilterra a due finali e a una semifinale, e che la federazione avrebbe volentieri tenuto per un quinto torneo. Naturalmente, Tuchel ha il diritto di dire cosa pensa di Sir Gareth Southgate e senza dubbio è stato ben accolto dalla folla in collera con lui. La cosa è accaduta nella stessa settimana in cui Southgate ha invece detto che la cosa migliore che potesse fare per il suo successore era non dire nulla. Ma l’unica cosa che Tuchel non ha detto chiaramente è come vorrebbe che giocasse l’Inghilterra.

Jonathan Liew non ha scritto di Tuchel ma di Jude Bellingham, dicendo che la parte più interessante di lui come calciatore è quanta poca decorazione ci sia nella ostentazione del suo talento. Nessun esibizionismo: solo semplici abilità eseguite come in un concerto, ogni soluzione è condensata nella sua forma più economica e devastante. Il tiro, la finta, la rotazione, le sottili inclinazioni, gli spostamenti di peso. Un ragazzino può imparare a fare quello che fa Bellingham in un pomeriggio. L’assist per il gol di Myles Lewis-Skelly è un semplice passaggio di lato che chiunque di noi pensa di poter eseguire. Ma la velocità e la visione per intuirlo in anticipo, l’audacia di rischiare, il tempismo, il ritmo, più tutto ciò che era venuto prima, questo rende Bellingham un vero grande, la capacità di mettere insieme i pezzi, eseguirli alla perfezione, uno dopo l’altro, ancora e ancora.

 

Come va a finire il calcio della mescolanza

A proposito. La Nuova Caledonia può sentirsi a 90 minuti dalla qualificazione ai Mondiali. Ha battuto Tahiti per 3-0 e sfida domani mattina la Nuova Zelanda nella finale del torneo d’Oceania. Sono sfavoritissimi, ovviamente, e questa partita viene definita già come i nostri Mondiali, un motivo di orgoglio per un calcio locale scosso dalle rivolte dello scorso maggio. Il campionato non è più ricominciato. In dieci giocano in Francia. il capitano Zeoula è dello Chauvigny in Quinta Divisione – e sono arrivati solo tre giorni prima della semifinale con Tahiti. Ma anche in caso di sconfitta con la Nuova Zelanda, resterà in piedi una nuova chance, un play-off di andata e ritorno con un’avversaria di un altro continente

Nuova Caledonia e Tahiti sono territori francesi d’oltremare ma hanno una propria federazione e possono partecipare in modo autonomo alle qualificazioni per la Coppa del Mondo, una situazione viceversa impossibile per la Martinica, la Guadalupa e la Guyana. I due territori beneficiano della loro affiliazione all’Oceania e della loro autonomia amministrativa in materia sportiva. I loro club partecipano alla Coppa di Francia ma anche alla Champions League dell’Oceania. Guadalupa e Martinica sono rigorosamente sotto l’egida della federcalcio francese, ma entrambe possono tuttavia partecipare a competizioni specifiche come la Gold Cup, in quanto membri associati della Concacaf.

In effetti il mondo è complesso, anche se è pieno di gente nei palazzi del potere che sta provando a semplificarlo, limando le sfumature e riducendo tutto a due: noi e loro. Chi siamo i noi e chi sono i loro è molto spesso una faccenda dura da determinare. L’Équipe per esempio racconta stamattina dei molti giocatori africani, provenienti soprattutto dal Maghreb – ma non solo – che hanno deciso di giocare nella nazionale dei loro genitori. È un fenomeno apparso parecchio vistoso nelle ultime edizioni dei Mondiali, specialmente con Algeria e Marocco: Bilal El Khannouss è nato in Belgio e venerdì ha segnato il gol decisivo per i suoi contro il Niger. I suoi quando si gioca a calcio hanno la maglia del Marocco. 

Anche le nazioni sub-sahariane cominciano a essere toccate dal fenomeno, come la Repubblica Democratica del Congo con Ngal’ayel Mukau e Noah Sadiki, la Nigeria con Ademola Lookman e Ola Aina, il Senegal con Pape Gueye e Assane Diao, la Costa d’Avorio con Guéla Doué. Per un verso, spiega L’Équipe, sanno di trovare più facilmente una via d’accesso per la partecipazione ai Mondiali: il cittì marocchino disse a Bilal El Khannoussi che non lo avrebbe portato in Qatar per testarne il reale desiderio di giocare per il Marocco. Dall’altro questi giovani vedono i dibattiti sull’Islam e sul Ramadan come ostacoli alla loro fede e come una modalità di esclusione. L’ascesa dei partiti di destra – scrive L’Équipe – radicalizza questo slancio. I discorsi mediatici sono percepito come uno stigma. Le giovani generazioni ne parlano tra loro mettendo in discussione il loro posto nella società. Quando dici a un giocatore della nazionale che non dovrebbe osservare il Ramadan e mandi un membro federazione, un musulmano, a dirgli che ha il diritto di non praticarlo, si crea un attrito perché i giovani calciatori religiosi hanno difficoltà ad accettare questo tipo di discorsi, racconta un agente al giornale francese. Se invece sceglie il paese d’origine, sottolinea, viene presto considerato un eroe. 

In Belgio Konstantinos Karetsas, centrocampista 17enne del Genk, ha optato per la Grecia. Chemsdine Talbi, attaccante 19enne del Bruges, ha scelto il Marocco. Il centrocampista dello Standard Liegi, Ilay Camara, 22 anni, ex nazionale Under 21, è tornato al Senegal. Matias Fernandez-Pardo ha preferito la Spagna. Eppure, potremmo immaginare il Belgio, terzo ai Mondiali del 2018, senza Marouane Fellaini e Nacer Chadli [origini in Marocco], Axel Witsel [Francia], Yannick Carrasco [Spagna-Portogallo] Vincent Kompany, Youri Tielemans, Michy Batshuayi o Romelu Lukaku [RD Congo]?

 

   

Ping pong, scacchi, e adesso tocca alla diplomazia dell’hockey

Ma non è affatto la stessa cosa

In un dispaccio del Cremlino di qualche giorno fa, dopo la telefonata intercontinentale con la Casa Bianca senza scatto alla risposta, si faceva cenno all’ipotesi di organizzare una bella patita di hockey su ghiaccio – quello sport dove a un certo punto i giocatori iniziano a picchiarsi e gli arbitri lasciano fare perché mo’ s’hannâ sfuga’. 

Mosca ha fatto sapere che Trump sostiene l’idea di Putin di organizzare partite negli Stati Uniti e in Russia coinvolgendo giocatori della NHL e della KHL, e che poi certo c’è stato un momento in cui hanno pure dovuto parlare della guerra in Ucraina. La NHL ha fatto sapere di essere venuta a conoscenza dell’idea solo dopo, e in una dichiarazione alla Associated Press dice che sarebbe inappropriato commentare.

Ne parla invece lo scrittore Gabriele Romagnoli nella sua rubrica domenicale su Repubblica scrivendo che questa idea di sancire la ricostituzione dei rapporti tra Russia e Stati Uniti giocando a hockey è uno specchietto così luccicante che la presidenza americana e quella del Cio debbono essere delle volonterose allodole per andarci a sbattere contro. Già non si capisce quale distensione vada promossa: con Trump alla Casa Bianca c’è sempre stata una cordiale intesa

Ma insomma tira aria da anni Ottanta, sottolinea Romagnoli ricordando il Miracle on Ice, la vittoria dei dilettanti americani sui fuoriclasse russi ai Giochi di Lake Placid. Erano più o meno gli stessi giorni in cui Ivan Drago diceva a Rocky che lo avrebbe spiezzato in due

Romagnoli dice che semmai questa partita ci sarà, allora andrà letta coma un timbro sul passaporto russo, scaduto nel 2019 per il doping e stracciato nel 2022 per l’invasione ucraina. Significherà poterlo ripresentare, senza neppure aver cambiato la foto segnaletica, proprio al confine italiano, per partecipare a Milano-Cortina 2026. Se gli americani giocano con i russi perché gli altri non dovrebbero farlo? La Federazione hockey ha prorogato la squalifica fino al maggio successivo, ma tira una diversa aria, anche al Cio, dopo l’elezione di Kirsty Coventry. E in Italia ci sono forze di governo che sarebbero ben felici di portare la bandiera rossa a Cortina e far abbeverare i cavalli dei cosacchi a Milano (e non sono discendenti di quelle sospettate decenni fa). Via il bando, tutti in campo e poi a cena all’Hotel Posta, brindando al ritrovato ordine mondiale.

 

I commenti alla morte di George Foreman

A proposito di America [Ma quale America poi?]. Il Washington Post ha salutato George Foreman come il pugile più amato dopo essere stato così divisivo. Foreman aveva sventolato la bandiera USA con le stelle e le strisce alle Olimpaidi messicane quando Smith e Carlos avevano invece alzato i pugni nel guanto nero. Per questo a Kinshasa fu facile per Ali dargli del nero bianco, mettergli il Congo contro. Se vince lui, disse Ali, saremo schiavi per altri trecento anni. Se vinco io, siamo liberi. Con chi doveva stare la folla: con Barabba? Ali disse che Foreman era lento come un treno merci, ma soprattutto lenta era la sua lingua, non sapeva reggere l’inizio dell’età dei personaggi. 

Il Washington Post gli rende un omaggio postumo definendolo un uomo che ci ha venduto il lato più autentico di sé, una vita tipicamente americana. Nel senso che George Foreman è stato un po’ di tutto: un attaccabrighe adolescente del Fifth Ward di Houston; un medaglia d’oro spensierata; un campione dei pesi massimi scontroso a 24 anni; un perdente cupo contro Muhammad Ali nel Rumble in the Jungle a 25 anni; un pugile in pensione e un cristiano rinato a 28 anni; un ministro della fede; un analista popolare a bordo ring; un sorprendente campione dei pesi massimi per la seconda volta a 45 anni; un imprenditore famoso; un re delle sponsorizzazioni. Da attaccabrighe di strada a ciarlatano, non ha mai smesso di cambiare. Dopo la sua imbarazzante presentazione, l’America ha imparato ad accettare tutti i suoi cambiamenti. La sua crescita è una tipica storia americana che dobbiamo ascoltare e custodire. Foreman ha imparato in giovane età che non era fatto per tutti. Nel 1968 non ha bucato lo schermo perché era un atleta ma non era un attivista. Con uno stile rissoso e un’immagine minacciosa, non sarebbe stato abbracciato dalla nazione. Quel rifiuto lo rese distante e provocatorio. Il tempo ha addolcito il rapporto, la sua vita si è arricchita perché è stato disposto a mostrare tutte le sue dimensioni invece di rimanere malmostoso perché la nazione non lo aveva apprezzato a una prima impressione.

Le Monde dalla Francia lo chiama “il pastore che boxava senza odio”, era “un uomo di fede, un uomo d’affari e soprattutto un pugile eccezionale, dal montante devastante, un uomo di un metro e 92 rinomato per la sua forza sovrumana”. In una intervista al giornale francese dell’aprile 95 aveva raccontato che inizialmente «ero un delinquente, un cattivo ragazzo. Sono salito sul ring per uccidere il mio avversario. L’odio era nel mio corpo, nei miei muscoli, dietro ogni pugno che sferravo. Penso che la natura mi abbia reso pugile. È dentro di me. Sono nato per salire sul ring». 

Due quotidiani sportivi italiani su tre non hanno messo la sua morte in prima pagina. Il Corriere dello sport-stadio sì e ne ha scritto Dario Torromeo dicendo che ha messo due volte ko Frazier, sconfitto in un’epica sfida Lyle, battuto Norton. Eppure, per parlare di lui, è quasi indispensabile dire che era l’altro sul ring di Kinshasa, quel 30 ottobre 1974; il rivale demolito da Muhammad Ali. Una sola sconfitta avvolge nella nebbia anni di successi ad altissimo livello. Credo sia ingiusto.  Big George Foreman merita più rispetto”.

Torromeo racconta che quando la sua storia comincia, tutti lo chiamano Monk. Vive nel ghetto di Fifth Ward a Houston. A 12 anni è già un colosso, se ne sta in mezzo al marciapiede, chiedendo un pedaggio di 25 cent a chiunque voglia passare da lì. Presi i soldi, gli tira un calcione sul sedere e li manda via. A fine giornata entra in un malandato pub e spende tutti i dollari in vino. Nel tempo libero, rompe le finestre dei vicini, taglieggia i negozianti e partecipa a qualche piccola rapina. Non porta armi con sé.  «L’arma è lui!» dice Roy, uno dei fratelli

Di Foreman scrive su Repubblica Emanuela Audisio. Lo aveva intervistato qualche anno fa. Telefonargli era complicato. «Parla George». Si divertiva a passare il cellulare ai suoi figli. Aveva cinque maschi e si chiamavano tutti come lui. Così ti chiedeva: «Con quale George Foreman credi di stare parlando?». Se intonava il gospel di Aretha Franklin, What a Friend You Have in Jesus , capivi che era lui. Aveva anche cinque figlie (due adottate), la terza, Frida, una breve carriera nel pugilato, si era suicidata in casa a 42 anni nel 2019.

Audisio ne ripercorre la vita, le molte vite, e chiude raccontando che due anni fa si è sbarazzato della sua collezione di 51 auto, si trasferiva in una casa più piccola e non trovava un garage adatto. Sapeva che quella del ’74 per la boxe era stata la notte del secolo. E che aveva un solo modo per vincerla: lasciarla andare.

 

     

 Guida allo sport in tv di oggi

Fabbri e Furlani: cosa sapere delle finali di atletica 

 Leggi tutto

 

L’argento di Dosso ai Mondiali indoor

Per dire cos’è diventata l’atletica italiana bisogna guardare l’argento europeo di Mattia Furlani nel salto in lungo e l’argento mondiale di Zaynab Dosso sui 60 metri. Mattia e Zaynab sono due ragazzi assai contemporanei, con i piedi saldi dentro i nostri giorni. E dunque felici, centrati, consapevoli che non sarà un risultato a definirli. Eppure, tutt’e due hanno fatto mmm, tutt’e due hanno detto che si erano messi in viaggio pensando all’oro. Era possibile. È sfumato. Si chiama sport. L’accoppiata Europa-mondo è riuscita al britannico Azu. 

Dosso l’ha persa per due centesimi contro Mujinga Kambunji, un battito di ciglia si rammarica il Corriere dello sport-stadio, ma alla svizzera aveva tolto l’oro europeo per uno, dunque per mezzo battito. Ha pagato la partenza, per una volta non del tutto mostruosa secondo le sue abitudini. Ha corso con un dolore al piede ma sempre sciolta, bellissima nella sua postura leggera, in una finale senza un’americana e senza una giamaicana. 

Giulia Zonca su La Stampa scrive che ha raggiunto una solidità che le permette di correre tre turni in un giorno in sette secondi e spiccioli”

Leggi tutto

 

Le magnifiche sconfitte nella Sanremo olandese

È stato spettacolare perdere la Sanremo a questo modo. È stato spettacolare tirare uno schioppo di gambe e polpacci nell’ultimo km, scappare scappare scappare come in quei sogni nei quali ti inseguono e li senti, ti prendono, arrivano. È stato spettacolare vedere davanti solo strada e sentire solo l’aria sbattere contro il fiato, provare tra la lingua e il palato il sapore della gioia e vedere che invece ti passano di fianco a 200 metri dal traguardo, com’è successo a Elisa Longo Borghini. 

È stato spettacolare perdere la Sanremo attaccando sulla Cipressa come tutti avevano capito avrebbe fatto Tadej POgacar, ma come allo stesso tempo tutti trovavano assurdo e improbabile. L’ha fatto e ha fatto il vuoto. Quasi il vuoto. Hanno resistito in due. Filippo Ganna si è poi sganciato sul Poggio ed è rientrato tra discesa e rettilineo. Mathieu van der Poel mai, non ha mai perso un metro e ha preparato la volata con una lettura strategica da manuale per le giovani marmotte. 

Insomma stamattina l’Olanda del ciclismo si trova due vincitrici eccezionali in Lorena Wiebes e Mathieu, l’Italia due magnifici sconfitti in Elisa e Filippo, il mondo delle biciclette un cannibale che a Sanremo va in crisi di fame. Le donne hanno avuto una prima storica edizione senza confronti, gli uomini una delle corse più belle degli ultimi anni. Secondo Davide Cassani la più bella degli ultimi dieci. 

Ho provato le stesse emozioni di quando a vincere fu Vincenzo Nibali ha scritto sulla sua pagina Facebook, elogiando Ganna per la resistere al forcing di Pogacar sulla Cipressa. Hanno fatto la salita in meno di 9 minuti a 37 di media. Lui ha tenuto i suoi chili appiccicati ai due più grandi interpreti del ciclismo ibrido contemporaneo. 

Leggi tutto

 

 

Gli highlights della giornata di ieri

🟨  Guarda tutto

E che cosa sta già succedendo oggi

🟨  Guarda tutto

 

     

Slalom ha un canale Whatsapp, dal quale diffonde non più di due aggiornamenti quotidiani, probabilmente un riepilogo serale con rassegna mattutina e nuovi sviluppi. Non vi impressionate. È una cosa riservata, per pochi intimi. Siamo un centinaio, niente di che. Nessuno disturba, non ci sono riunioni di condominio, mai un messaggio prima delle 8.30, mai uno dopo le 20.30. 

Chi volesse unirsi, può farlo seguendo questo link 

Lo Slalom apparirà su whatsapp nella lista Canali insieme a tutti gli altri a cui vi siete iscritti, nella sezione Aggiornamenti. A cosa serva non si sa, però pare che fa molto fico. 

           

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.