Finire nell’abisso per colpa di un terzino: la Nemesi di Pep Guardiola

Quale straordinaria rivincita si prende certe volte il Caso. Fa succedere cose strampalate e quelli che hanno studiato la chiamano Nemesi. Prendiamo Myles Lewis-Skelly. È un ragazzo che gioca a calcio in quella squadra di Londra che chiamano Arsenal. Mestiere: terzino. Solo che terzino non vuol dire proprio niente più. I terzini sono i Pier Paolo Pasolini del calcio d’oggi. Scrivono romanzi, fanno inchieste sotto forma di documentario, girano film, compongono poesia, consegnano editoriali per la prima pagina dei quotidiani, alla fine giocano pure a calcio. Chi ha inventato tutto questo si chiama Pep Guardiola. 

Il pasolino sinistro dell’Arsenal è Lewis-Skelly – e allora ha pensato bene di manifestarsi in tutta la sua pasolinità contro l’uomo che questa roba l’ha brevettata. Il momento migliore della più chiassosa sconfitta del Manchester City è arrivato quando il prodigioso diciannovenne nato da genitori britannici, con quattro nonni che vengono da Barbados, Guyana, Giamaica e Samta Lucia, ha ricevuto un passaggio da Declan Rice e si è lanciato con grazia e naturalezza verso la palla. Dice il Guardian con Barney Ronay che Lewis-Skelly ha con essa un rapporto naturalmente intimo.

Ha una tecnica impressionante per essere un terzino e una disposizione a far tutto quando gioca da centrocampista. È una specie di Essien che gioca come Cabrini, oppure una specie di Cabrini che gioca come Essien. 

Insomma: che succede. Al minuto 62 succede che Lewis-Skelly fa il pasolino mutevole pensato da Pep, la posizione più geniale e postmoderna in campo, il motore di ogni reinvenzione tattica, di nuove linee e nuovi angoli: scudo, avanguardia e sovraccarico del centrocampo contro l’allenatore che ha portato quest’innovazione nel campionato inglese, la prima volta con certe strane manovre indolenti di Pablo Zabaleta molto molto tempo fa, quando nel calcio c’erano ancora i contrasti e i portieri non facevano i passaggi

Non pago del gol che indirizzava la partita nella direzione della mortificazione per Pep, Lewis-Skelly è andato a esultare come di solito fa Erling Haaland, sedendosi sul prato con le gambe incrociate, in una posizione che pareva yoga, la posizione del loto, eppure faceva tutt’il contrario dello yoga. Anziché invogliare alla riflessione e alla diffusione della pace interiore, diciamo la verità: Lewis-Skelly sfotteva

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Così la crisi del City – come se a Manchester non bastasse quella dello United [e viceversa] – assume una sfumatura di toni che va dal patetico al grottesco, dove patetico sta per pathos e grottesco viene da grotta, parete, le superfici di pietra su cui la realtà prendeva la forma di un disegno e sempre si trattava di una deformità. 

Sofferente e deforme, questo adesso è il City a una decina di giorni scorsi dal vero istmo della sua stagione, la partita di Coppa dei Campioni contro il Real Madrid, altro gigante in croce. 

La quantità di atteggiamenti cupi di Pep Guardiola nel 24-25 supera di gran lunga la somma di tutti quelli assunti in carriera fino a un anno fa. Il Guardian dice che ieri a un certo punto si è seduto accasciato sulla panchina con l’aria di uno Jedi morente. È successo quando Ethan Nwaneri ha segnato il gol del 5-1. 

Se avessero detto ai tifosi dell’Arsenal che al 3 febbraio avrebbero avuto 9 punti di vantaggio sul Manchester City, avrebbero pensato a una Premier League dominata in lungo e largo, avrebbero prenotato una torta gigante con un sosia di Arsène Wenger dentro [sempre il Guardian]. Invece è solo un altro segno dell’Apcalypscity.

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