Lo Slalom del 5 gennaio | Cosa leggere, sapere e vedere

domenica 5 gennaio 2024

#1 giorno alla finale di Supercoppa

 

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“È uno strano dolore: morire di nostalgia per qualcosa che non vivrai mai

Alessandro Baricco

DI CHE COSA SI PARLA STAMATTINA 

Il sentimento che ci fa perdonare ogni cosa a Rooney

  C’è una meravigliosa illustrazione sul Guardian per definire cosa sta accadendo a Wayne Rooney, 120 presenze in Nazionale da calciatore, quasi 400 con la maglia del Manchester United campione d’Europa 2008, oggi allenatore con un curriculum che tiene insieme due esoneri, una retrocessione, nessun piazzamento delle sue squadre sopra il 21esimo posto. In questa illustrazione si vede il povero Rooney sporgersi dalla sabbia nella parte inferiore di una clessidra, mentre con il ditino indice di una mano prova a fermare i granelli che ancora continuano a scendere da lassù, come polvere di stelle. I granelli nella parte superiore sono a forma di cuore e… oh, ma non si fa prima a mettere l’illustrazione qui sotto?

Insomma: è chiaro. Come dice Barney Ronay: La sua bravura da allenatore non è ancora stata dimostrata, ma l’energia della vecchia scuola che Rooney rappresenta, gli assicura che sia ancora considerato con affetto. Rooney è bravo o no? Non lo sappiamo, risponde il quasi omonimo Ronay. Nessuno lo sa per certo. Rooney ama il football. È intelligente e simpatico. È anche tuttora intrappolato nel paradosso Wayne-22, secondo il quale Wayne Rooney viene assunto solo grazie al pensiero che sia una buona idea assumere Wayne Rooney. Il Plymouth ha uno dei budget più bassi del campionato. Assumere una celebrità inesperta che vuole fare le sue cose con i terzini invertiti, non poteva mai funzionare. Solo quando un club che non potrebbe mai chiamare Wayne Rooney nominerà Wayne Rooney, sapremo se Wayne Rooney è un buon allenatore.

L’editorialista del Guardian si auto-denuncia. Sono di parte, perché voglio che abbia successo. Non sono il solo. A Birmingham e Plymouth l’aspetto più sorprendente è stato il senso di simpatia. Questa è la cosa più interessante di Rooney ora. È popolare. C’è un pozzo di affetto per questo pezzo unico leggermente ammaccato, un sopravvissuto. Non è una novità. I ​​tifosi del Manchester United allo stadio hanno sempre amato Rooney. I giovani su Internet hanno il culto di Rooney. I tifosi inglesi su un treno cantano ancora regolarmente il suo nome. C’è un senso di revival, un affetto nostalgico nel vederlo camminare su un campo in campionato, con la barba che gli sporge dal mento alla maniera di un vecchio guerriero celtico. Abbiamo sentito parlare del suo stile di vita da scapolo, delle sessioni di karaoke, delle foto con i fan al kebab a tarda notte. Rooney sembra sempre qualcuno alla ricerca di una casa, di una seconda vita, inseguito ancora dalle vecchie promesse adolescenziali luminose. Come dice Harry Angstrom, l’ex stella panciuta in Rabbit Run di John Updike, quando sei stato nella prima fascia in qualcosa, non importa cosa, in un certo senso perdi la soddisfazione di essere nella seconda fascia. Con Rooney questa percezione include la consapevolezza che il mondo sia stato duro con lui e che lui abbia trascorso la sua vita a sfrecciare come un asteroide in fuga.

Il Guardian dice così perché considera che Rooney e Beckham siano stati i primi calciatori inglesi a essere processati, senza difesa, dalla moderna macchina delle celebrità. Rooney è stato ritratto come una specie di bambino che rovista nella spazzatura, un trovatello di strada. Le sue disavventure sessuali adolescenziali sono state allegramente pubblicizzate dagli adulti che lavorano per la stampa. Beckham era quello che voleva essere famoso. Rooney è stato semplicemente gettato nel tritacarne.

Nella lettura simbolica di Barney Ronay, Rooney è come la Gran Bretagna post-industriale, un posto dove le persone si chiedono cosa fare, come vivere, come fare le cose e andare avanti, con la leggera sensazione di essere state imbrogliate, lasciate ingrassare, private di uno sfogo per tutta questa energia rappresa. Il rapporto con i tifosi inglesi è sempre stato sia tossico sia amorevole. È come essere rimasti incastrati dentro il nostro amore d’infanzia. Rooney è stato fantastico, poi siamo rimasti solo noi. Come ha detto una volta Sepp Blatter: il calcio fa impazzire le persone. Le ultime parole di Eriksson da cittì dell’Inghilterra sono state: – Lasciate vivere Wayne Rooney. Ha ancora ragione

La notte di Derrick Rose

  Anche questa in fondo è una storia di nostalgia. Una storia di nostalgia del futuro. Forse non è mai esistito in NBA un giocatore con una forbice così ampia tra potenzialità e sfortuna come Derrick Rose. Fu il più giovane MVP nella storia del torneo, era il 2011, aveva 22 anni, e sembrava che finalmente il cielo si fosse ricordato dell’esistenza di Chicago – dopo trent’anni in cui la sola preoccupazione degli dèi del basket è stata fargli scontare il privilegio di aver avuto Michael Jordan dalla propria parte. 

Invece non avevano finito di accanirsi. Gli hanno fatto vedere lo zucchero filato e poi lo hanno fatto cadere sul pavimento. Nel momento dell’esplosione definitiva, Rose si è prima rotto il legamento crociato anteriore del ginocchio sinistro [stagione finita e la successiva saltata], poi si è lesionato il menisco mediale del ginocchio destro [un’altra stagione finita]. Un anno ancora dovette portare una maschera per proteggere un osso della faccia, aveva problemi di vista. I muscoli non hanno mai davvero retto a tutto il lavoro di riabilitazione che tocca affrontare dopo interventi così invasivi. Derrick Rose è diventato il più grande rimpianto della pallacanestro, sebbene abbia vinto due Mondiali con gli USA. Ma doveva essere altro, molto altro. 

Stanotte la NBA e Chicago gli hanno reso omaggio con una cerimonia. È prossimo il suo ingresso nella Hall of Fame [secondo piano, reparto Ortopedia, si entra dalle 14 alle 16]. Così The Athletic ci spiega con Jon Greenberg perché alla fine Rose è stato così importante. Perché la storia di Derrick Rose parla di fede. Lui credeva in se stesso. Chicago credeva in lui. Un ragazzo di Englewood. Un uomo di Chicago. Un MVP per sempre. Ma è stata anche una storia di gioia e amore. Si può dire che gli sport professionistici sono definiti da soldi, celebrità e bilanci a cuore freddo. O sei un campione o non lo sei. Eppure Rose non ha mai vinto un titolo a Chicago. Per parafrasare Stacey King, il suo periodo al top è stato troppo veloce, troppo breve, troppo lontano. Ma Rose ha significato di più, e non ha smesso. Ecco perché i tifosi continuavano a gridare MVP alla fine della sua carriera, quando faceva apparizioni cameo nelle squadre ospiti. Ecco perché 14 anni dopo Rose è stato onorato allo United Center con una festa. La Derrick Rose Night è stata il culmine di una settimana di festeggiamenti. L’anno prossimo la sua maglia numero 1 verrà ritirata sulle travi dello United Center. Ma l’impatto di Rose è andato oltre i numeri e i premi. Alcuni atleti diventano leggende nel tempo. Rose lo è diventato prima ancora di sapere chi fosse. In un’altra stagione da dimenticare dei Bulls, la nostalgia è ancora un’attrazione potente [eccola qua, ndSl]. Durante la stagione 2012-13, la prima che Rose si è perso dopo la rottura del legamento crociato, la nostra routine pre-partita era guardarlo mentre si allenava in campo. Giravamo video e foto e li pubblicavamo per i tifosi che volevano credere che Rose sarebbe tornato come prima, come nuovo. A dire il vero, volevamo tutti la stessa cosa

Volevamo davvero credere che nonostante tutto esista un ordine nelle cose, un’esattezza sovrannaturale che esige di veder messi a posto tutti i pezzetti di un collage quando una mano malvagia li mescola e li riduce a un guazzabuglio. Lasciate perdere, dice Derrick Rose. L’esattezza si trova dentro di sé. Fuori no, fuori è sempre il solito guazzabuglio. 

Adesso crediamo in Wembanyama

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  Messa in questo modo fa impressione. Dunque. Dopo 100 partite giocate in NBA, Victor Wembanyama ha segnato più punti di quanti ne avesse LeBron James fino a quel punto, ha messo dentro più triple di Steph Curry, ha stoppato più volte di Shaquille O’Neal e di Dikembe Mutombo, ha chiuso con le stesse triple-doppie di Michael Jordan. Inoltre. È il solo giocatore negli ultimi trent’anni ad aver toccato i0 punti e 10 rimbalzi di media prima di compierne 21. Ha pure all’attivo un paio di “5 per 5”, cioè aver messo a referto un cinque in cinque voci statistiche. Un evento raro che nella storia della NBA si è verificato in tutto in 23 occasioni, sei per Hakeem Olajuwon. La sintesi de L’Équipe: Victor Wembanyama potrebbe non piazzarsi mai al vertice di una delle statistiche, ma la sua presenza fra i primi-quindici lo rende uno dei migliori giovani della storia della NBA. Anche nel reparto assist appare naturalmente lontano dai giocatori più piccoli, eppure solo Bill Walton e Brad Daugherty ne avevano forniti più di lui nelle prime 100 partite. Accadeva ben prima degli anni ’90. Ora la NBA ha di nuovo tra le sue fila un giocatore capace di fare tutto, e anche meglio.

POP CORN

La doppia-doppia di Jokic vs Wembanyama. Il rientro di Kawhi Leonard

Le immagini della notte in NBA per ora e poi la giornata in tempo irreale

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    EUROGOL

La passione di Rod Stewart per il calcio

L’Équipe  dedica stamattina la terza e ultima puntata della sua serie sulle relazioni tra il rock e lo sport a Rod Stewart e al suo tifo per il Celtic Glasgow. Le precedenti sono state per gli Oasis e il Manchester City, per Cherry Red Records e il Wimbledon

Il vecchio Rod era già stato intervistato in estate, durante gli Europei, quando aveva parlato della Tartan Army e della sua specificità, perché aveva tenuto un concerto a Lipsia in occasione di Germania-Scozia lamentandosi di non poter vedere la partita, né quella né le successive due della sua Nazionale nel torneo. 

Rod in realtà è nato in Inghilterra, ma suo padre, scozzese e morto nel 1990, gli ha trasmesso il tifo per i Blu e lui a sua volta l’ha passata ai miei figli.  

Stamattina il giornale francese aggiunge che Robert Stewart era un allenatore di squadre di calcio giovanili a Highgate, quartiere operaio nel nord di Londra,  e che questa infedeltà all’Inghilterra non ha mai impedito a molti fan di Stewart di andare ai suoi concerti indossando sciarpe del Celtic per gettarle sul palco quando inizia You’re in My Heart, un modo per dichiarare il loro amore sia per la squadra sia per l’artista.

Un altro rito calcistico ha scandito per molto tempo i suoi spettacoli: quando partiva Hot Legs, Rod lanciava 36 palloni autografati verso il pubblico. Ha smesso di farlo perché nel 2014 un americano lo ha denunciato e gli ha chiesto i danni per essersi rotto il naso. Si trasferì in California per un certo periodo [dal 1975] e giocò a lungo a calcio negli Exiles, una squadra che riuniva gli inglesi espatriati. Al rientro visse un sogno ad occhi aperti nel luglio del 2005, quando prima di un’amichevole contro il Fulham, il Celtic andò ad allenarsi letteralmente sotto casa sua. 

    Spagna

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Siamo vivi e idioti dentro una tribù: parola di Valdano

Oh, Jorge Valdano è tornato. Era sparito. Non scriveva più dal 14 dicembre. Si è fatto le ferie. Sarà andato a farsi due bagni in Uruguay. È tornato. Eccolo qua. Ieri ha ripreso possesso della sua rubrica del sabato su El Pais, dicendo di aver trascorso le vacanze confuso come Dani Olmo, orfano come i tifosi del Siviglia dopo il ritiro di Navas, perso come Vinicius il giorno in cui venne assegnato a Rodri il Pallone d’Oro, smarrito come Pep

Il tema del primo Valdano post-natalizio è il senso tribale di appartenenza che si vive attraversando il calcio. Ha un certo gusto se l’appartenenza non è militanza, se te ne stai in un angolo a guardare chi gioca meglio sperando che ci sia giustizia e che prevalga [non c’è la giustizia nel calcio, questo dovrebbe essere chiaro ormai]. Oppure c’è la partecipazione, c’è il trasporto per una squadra una volta che hai tracciato quella che Valdano chiama la linea di demarcazione. Di qua ci sei tu con i buoni, di là ci sono i cattivi. 

Come avrete capito, Valdano è rientrato in grande forma. AVrà fatto un grande pre-campionato al mare. Sostiene Jorge che se hai un’identità definita, il calcio sa mortificarti o renderti felice. Scegli una squadra e il gioco ti ama con le sue emozioni pendule e capricciose. E qui veniamo al punto. È qui che don Jorge vuole arrivare: alla Supercoppa spagnola che si gioca la prossima settimana in Arabia, dove lunedì finisce quella italiana con il derby Milan-Inter. 

Andiamo tutti in Arabia – dice Valdano – per rendere omaggio al nuovo calcio, che non disdegna di trascurare la sua reputazione romantica in cambio di soldi. Il calcio è una piccola nazione e sembra brutto che la comprino. Ma chi darebbe la colpa al calcio di svendersi, se ormai tutto ha un prezzo? Elon Musk sta per comprarsi il governo americano e ci sembra normale. Io stesso sono sul mercato in attesa di un’offerta. L’Arabia ha deciso di impossessarsi di questo sport. Nel calcio si stanno prendendo tutto, hanno iniziato con i grandi giocatori, hanno proseguito con i diritti televisivi del Mundialito per club che trasmetteranno gratuitamente attraverso la loro piattaforma, finiranno con l’organizzazione del Mondiale 2034. Di questo passo ci lasceranno senza palloni. Li compreranno tutti e basta. Non importa se in Spagna o in Arabia Saudita, forse anche su Marte, se un giorno Elon Musk deciderà di comprare il calcio nel suo generoso desiderio espansionista. Qualunque cosa ci aspetti, sapremo adattarci, da adulti, al mandato pratico del calcio moderno. Durante le vacanze di Natale, il calcio è intermittente, va e viene, ma nel resto dell’anno ne abbiamo bisogno come di una droga discreta, uno stimolo che ci aiuta a sentirci qualcuno, a sentirci vivi, a sentirci una tribù. Anche se a volte il prezzo da pagare sembra un po’ stupido.

  Francia

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La Supercoppa si gioca in casa del PSG. In Qatar

Rinviata più volte, la Supercoppa francese si gioca oggi pomeriggio a 5mila km di distanza dalla Francia, in quel Qatar che rende il PSG quasi un padrone di casa contro il Monaco, nel Paese dei suoi azionisti di riferimento. Trofeo dei Campioni, si chiama così in Francia. Doha ha messo sul piatto 3 milioni di euro per ospitarlo una volta che sono saltate le trattative per andare in Cina, in Congo o in Costa d’Avorio, difficoltà – scrive L’Équipe – che riflettono la limitata attrattiva della Ligue 1 già emersa per la vendita dei diritti TV. Trasferendo l’evento a 5.000 km dopo aver scartato Monte-Carlo e il Parco dei Principi, la Ligue 1 non ha scelto la via più facile in termini di visibilità, dando seguito al desiderio vecchio di una quindicina d’anni di guadagnare influenza internazionale. I tifosi in arrivo dalla Francia sono pochi, tuttavia 35mila dei 44mila biglietti disponibili erano stati venduti entro giovedì scorso. Ne sono rimasti pochi, ai botteghini con un costo che va dai 30 agli 80 riyal, cioè da 8 a 21 euro. Un venditore che L’Équipe definisce anonimo ha sussurrato al giornale, in via del tutto confidenziale e riservata, senza volersi esporre perché la faccenda è davvero riservata, che se ci fossero stati ancora Messi e Mbappé al PSG – uhm [sospiro] – allora i biglietti sarebbero già tutti esauriti. 

È quando emergono questi delicatissimi retroscena, con fonti anonime per tutelare la loro privacy, che viene sempre in mente Vujadin Boskov in quel giorno lontano al vecchio campo d’allenamento del Napoli a Soccavo, quando raccontò di un cameriere che gli si era avvicinato al tavolo con circospezione e gli aveva sussurrato di avere un consiglio di mercato per lui, un nome da suggerire per rinforzare l’attacco dello squattrinato club azzurro anni Novanta. Guardandosi attorno per esser certo che nessuno sentisse, gli aveva detto allora: «Mister… Batistuta». E Boskov gli aveva risposto con quel suo fare e con quella sua voce: «Ecco. Bravo»

IL CALCIO ITALIANO

Il pescatore di asterischi sulla panchina del Napoli

  La classifica della serie A è disseminata di asterischi. Ne ha uno l’Atalanta accanto al suo nome, dovrà recuperare il 14 gennaio la partita congelata in questo week-end per andare in Arabia a giocare la semifinale della Supercoppa. Ne ha due l’Inter, sia per la partita col Bologna slittata da oggi al 15 gennaio sia per quella di Firenze, sospesa il 1° dicembre per il malore a Edoardo Bove. Solo la gravità del motivo evitò che ci fossero discussioni sulla pesantezza dell’asterisco e calcoli su cosa convenisse a chi: in quel momento i Viola erano lanciati da 7 vittorie di fila. Discussioni e calcoli che invece non sono mancati dentro Casa Milan per il rinvio della trasferta a Bologna a causa dell’alluvione [pure gli asterischi del Bologna sono due]. 

Così, come in quella canzone di Samuele Bersani, stamattina c’è Antonio Conte che fa il pescatore di asterischi, quello che non si può partecipare subito a un concorso di poesia, che idea intitolarla apnea: vale un primo posto. Vale il primo posto il tre a zero di Firenze, stadio dove erano cadute Lazio e Milan. Restano due ipotesi: 1] o andare a Firenze non è più la stessa cosa che andarci a fine novembre-inizio dicembre, 2] oppure davvero il Napoli ha fatto qualcosa di rilevante. Senza Kvaratskhelia, senza Politano, senza Buongiorno [e in fondo senza Osimhen, in prestito in Turchia]. 

Massimiliano Gallo sul Napolista ha scritto che se Antonio Conte fosse un medico, sarebbe il massimo esperto in post-traumatologia. Da allenatore è il numero uno al mondo nel saper prendere squadre in disarmo, sull’orlo dell’abisso, e trasformarle in corazzate. Lo fece, un’epoca fa, con la Juventus. Lo ha fatto col Chelsea. Lo ha fatto all’Inter dove ha posto le basi di un lavoro che ancora oggi dà frutti. E lo sta facendo col Napoli”. 

I 44 punti in classifica sono una media superiore a quella delle prime stagioni di Sarri e Spalletti, i due allenatori del quasi-scudetto e dello scudetto-vero. Cosa significa in prospettiva? Più o meno niente. 

Il vero grande traguardo è aver visto ridere Neres. Non ride mai.  Veramente. Non ride mai. Marco Ciriello sul Mattino lo ha chiamato dribblomaniaco perché seduce il pallone con la suola e l’interno del piede. Guizzando serpigno tra le gambe avversarie. Vive al confine tra indolenza e velocità. Poi arriva il pallone e si diverte.  Neres è l’avanguardia della vittoria e il tempo del divertimento

Ahia. Che brutta parola. Divertimento. Cioè. Non brutta. Pericolosa. C’è il rischio che mo’ ‘sto Neres alimenti il dissing che abita le strade di Napoli, dove si sfidano a colpi di trap [lettera minuscola] i contiani e i post-sarristi, i rafaeliti e i loyalisti ancelottiani. Non sapete cosa vi perdete. Si scontrano – e sono seri – sulla supremazia di questo o quello stile, questa o quella filosofia, sei giochista o sei risultatista, sei scatuozzo o sei scartiloffista

Per fortuna, rassicura Ciriello, Neres fa divertimento ma non un dribbling di più, solo quelli per arrivare al tiro o al passaggio perfetto. Fiuu. Così cono contenti pure gli italianisti. Per non farli dispiacere lo chiameremo Neres Rocco. 

“Per quante curve disegnino i suoi piedi col pallone le sue azioni non diventano mai asterischi o peggio arabeschi”. Gli arabeschi stanno giocando la Supercoppa. Per questo hanno gli asterischi. 

AMERICHE

Baltimora chiede a Lamar Jackson di sbrigarsi 

I Ravens di Baltimora hanno vinto la divisione settentrionale della NFL battendo i Cleveland Browns per 35-10. È quello che Sports Illustrated definisce un risultato degno di nota ma pure un risultato di cui a nessuno importa a Baltimora, dopo anni di gioco stellare tra settembre e dicembre, solo per vedere il mese di gennaio trasformarsi in un incubo. Succede questo: da quando Lamar Jackson è arrivato come prima scelta dal Draft di Louisville del 2018, i Ravens hanno avuto un record di 78 vittorie e 38 sconfitte nella stagione regolare. Solo i Kansas City Chiefs sono andati meglio con 90 vittorie e 25 sconfitte. Solo che. Ecco. Come dirlo. I play-off sono uno schifo. I Chiefs hanno vinto tre degli ultimi cinque Super Bowl, i Ravens non vincono il campionato dal 2012. 

Le sconfitte – dice Matt Verderame su Sports Illustrated – non solo sono state diffuse, ma anche disastrose. Nel 2019 Baltimora aveva vinto 14 partite su 16 nella stagione regolare, ma da testa di serie #1 si fece battere dai Tennessee Titans, sesti in classifica. Quando nel 2020 vinsero finalmente la prima in un play-off con Lamar Jackson, si fermarono subito dopo contro i Buffalo Bills, raccogliendo solo tre punti. L’anno scorso i Ravens erano ancora una volta la testa di serie numero 1 e hanno perso in casa contro Patrick Mahomes e i Chiefs. 

Ora Lamar Jackson è con entrambi i piedi dentro la migliore stagione mai avuta in carriera. Ha chiuso la partita di stanotte con 16 passaggi su 32 per 217 yard e due assist da touchdown, aggiungendo 63 yard di corsa. È il candidato più autorevole al titolo di MVP. La settimana scorsa ha stabilito il record di corsa di tutti i tempi per un quarterback. È diventato il primo nel suo ruolo a lanciare per 4.000 yard e correre per 800. Ha messo 41 passaggi da touchdown e ha subito solo quattro intercetti, il numero di più basso nella storia della NFL per un quarterback da 40 touchdown in su. Ma solo adesso inizia il vero test. [fonte: The Athletic – sennò qui a Slalom che ne potevamo sapere]. 

Per raggiungere il Super Bowl – scrive Sports Illustrated – Baltimora dovrà esorcizzare i demoni degli anni passati e il suo quarterback superstar dovrà vincere tre partite consecutive ai playoff, una in più di quelle vinte nelle sue prime sei stagioni nella NFL. I Ravens hanno un’altra possibilità di riscatto. Un’altra possibilità di dimostrare di essere qualcosa in più di un colosso d’autunno e un rottame d’inverno”.

RUOTE

Le braccia alzate di Van Aert dopo cinque mesi

Quando i vdP non ci sono, i WvA ballano. In questo lungo inseguirsi per non prendersi mai, il topo Wout van Aert ieri ha vinto la prova di Coppa del mondo di ciclocross In assenza di Mathieu van der Poel, dal quale era stato battuto nell’unico incrocio della stagione a Loenhout, prima che l’olandese si fermasse pieno di acciacchi, una volta messe da parte cinque vittorie su cinque. 

Van Aert ha aperto il quaderno dei successi stagionali a Gullegem, nelle Fiandre Occidentali. È partito dalla terza fila, a causa del numero insufficiente di punti UCI, si è subito unito ai favoriti della corsa in testa [Michael Vanthourenhout, Laurens Sweeck, Joran Wyseure ed Eli Iserbyt], per più di metà gara è stato in loro compagnia anche il francese Clément Venturini. Finché Van Aert non ha deciso di accelerare al quarto degli otto giri, in compagnia di Vanthourenhout, l’unico che sia riuscito a tenere il suo passo e a un certo punto finanche ad allungare prima di arrendersi.

L’ultima vittoria di van Aert portava la data del 27 agosto, alla tappa di Baiona delle Vuelta di Spagna, dove era stato in maglia amarillo per due giorni tra Ourèm e Castelo Branco, nei giorni della Grande Partenza dal Portogallo. La corsa di Paolino Wout van Paperinaert si era fermato ai Laghi di Cavadonga per una caduta nella discesa della Collada Llomena e stagione finita al 55esimo giorno di gara, 8.900 km complessivi, ma avendo già saltato le Classiche che più gli stanno a cuore [Fiandre e Roubaix] per un altro incidente alla A travers la Flandre. 

Oh, le braccia alzate del titolo sono metaforiche. Sul traguardo di Gullegem, van Aert ha sollevato la mano destra e con le dita ha fatto il segno del numero quattro, perché quattro sono gli anni che giusto ieri ha compiuto Georges, il suo primo bambino. L’altro è Jerome, nacque nel luglio del ‘23 durante il Tour de France e Wout uscì dal gruppo come Jack Frusciante, salutò la compagnia e se ne tornò a casa per stare accanto alla sua compagna nel momento del parto. 

VITE OLIMPICHE

Chissà se alle freccette farà bene il dominio di Luke Littler

Ora che Luke Littler è campione del mondo di freccette all’età di 17 anni e qualcosa, viene da porsi la domande delle domande, il dilemma su cui ogni sport si trova periodicamente a riflettere? L’ascesa di una figura così grossa, una figura che sovrasta tutto il resto, fa il bene del suo sport o no? Promuove o divora? Diffonde o cannibalizza? È stato il grosso dubbio dello sci di fronte a Tomba, dell’atletica con Bolt, delle moto dinanzi a Valentino, il tennis femminile con Serena Williams. Quando ci sono, lasciano poco spazio a tutto il resto. Quando non ci sono più, ti fanno credere che la scena si sia impoverita. È la stessa riflessione su cui indugia in queste settimane la NBA: l’assenza di un’egemonia in stile Lakers ‘80 e Bulls ‘90, i sei campioni diversi in sei anni, accendono l’interesse o l’ammosciano?

Sui giornali la risposta la conosciamo. Se l’audience senza egemonia è buono, le egemonie fanno male. Se l’audience è cattivo, le egemonie fanno bene. Sul Guardian se ne occupa Jonathan Liew, scrivendo che Luke Littler porta con sé enormi opportunità per le freccette e domande scottanti”. Se non avesse vinto ancora il primo campionato del mondo, dice in sostanza LIew, staremmo ancora brindando a una delle stagioni più straordinarie mai viste nell’era professionistica di questo sport da parte di un debuttante. Invece ha vinto e il Guardian dice che pare l’annuncio di un dominio [beh sì, in effetti Littler è a soli 13 Mondiali di distanza da Phi Taylor]. 

Liew scrive che Littler potrà vincere molto, moltissimo, sebbene i media come con altri in passato si impegneranno parecchio per rovinarlo. Ma se Littler inizierà a mettere in ombra il suo sport come un tempo hanno fatto Van Gerwen e Taylor, su un palcoscenico globale per un pubblico globale, sarà una buona cosa per le freccette o no?  Persino Humphries, ancora il numero 1 al mondo, ha detto che si aspetta che Littler domini prima o poi. 

Dal punto di vista del marketing – scrive il Guardian – tutte le prove suggeriscono che le dinastie spingono i numeri. È l’effetto che fanno una Simone Biles o un Tiger Woods. Ma a che punto l’inattaccabilità di uno si trasforma in uniformità del gioco? Le freccette vogliono raccontare al mondo una sola storia o più storie?

Scrive Liew che una delle grandi virtù delle freccette è sempre stata la sua diversità nell’ambientazione dei tornei. Vai all’Alexandra Palace e trovi un certo tipo di folla, in genere degli occasionali, degli edonisti. Vai a Minehead e ci sono i turisti. Vai a Blackpool e ci sono intenditori, quello è il posto dove effettivamente ci si trova per guardare la tecnica delle freccette. Le folle inglesi sono diverse dalle folle scozzesi, le folle scozzesi sono state diverse dalle folle olandesi. Ma queste distinzioni col passare degli anni si stanno smorzando. 

Ovunque tu vada – dice il Guardian – da Glasgow a Graz a Wollongong, i Darts sono essenzialmente la stessa cosa: gli stessi giocatori che giocano più o meno nello stesso formato, mettono lo stesso vestito elegante, si sentono le stesse canzoni, si beve la stessa birra. La tendenza alla monocoltura ha giovato molto alle freccette da un punto di vista commerciale, consentendole di vendere lo stesso prodotto collaudato su ogni nuovo mercato. E mentre i volti al vertice continuavano a cambiare – un po’ di Van Gerwen, un po’ di Michael Smith e di Peter Wright, un breve intermezzo di Gerwyn Price – scoprivi che c’era sempre una nuova scorta di storie a far girare la ruota. Ma adesso? Adesso che il futuro sembra voler proporre Luke Littler che calpesta ogni altro volto umano come la mettiamo? 

TENNIS

La conversione dei campi in luoghi per il padel

Nella sua rubrica domenicale per Repubblica, lo scrittore Gabriele Romagnoli avverte stamattina che in Tibet esiste un solo campo da tennis e che però per la prima volta c’è un ragazzino di 19 anni, un certo Fnu Nidunjianzan, sbarcato per la prima volta fra i primi 800 giocatori al mondo. “Paradossalmente si potrebbe dedurne che il rapporto fra campi e campioni è di 1 a 1”. Romagnoli ne parla perché nota che i campi da tennis in giro stanno scomparendo. Nella sua Bologna innanzitutto, ma non solo. Scompaiono principalmente vengono convertiti al padel. Il profitto. Il padel rende di più. C’è stato un tempo, verso la fine degli anni ’80, inizio anni ’90, in cui sparivano per far posto ai campo di calcetto. Così hanno smesso di venir fuori campioni sia nel tennis sia nel calcio, contemporaneamente. 

Romagnoli scrive: “Ora che si può colpire la pallina anche dopo che ti ha superato, rimbalzando sulle pareti della gabbia, i ragazzini crederanno che la vita offra sempre una seconda occasione, ma è meglio concentrarsi sulla prima. Dove giocherà il milione di iscritti alla federazione (ma, attenzione, di tennis e padel)? Già nel 2017 Maria Laura Gasparini, ricercatrice di Geografia economica, guarda caso all’università di Bologna, pubblicava uno studio dal titolo La geografia del tennis in Italia, censendo 9996 impianti e giudicandoli “insufficienti e inadeguati alla crescente domanda”. Di questi il 53,4% era al Nord, il 25,1% al Centro e il 21,5% al Sud. Nel rapporto con la popolazione svettava, pensa un po’, il Trentino Alto Adige, con 437 campi che già avevano svezzato Jannik Sinner. E ora, come cantava Cat Stevens, dove giocano i bambini? Dove li mandiamo per sognare: a Montecarlo? O basta il Tibet?”

FIGURINE

▥   Era l’alba e Naomi Osaka stava giocando la sua prima finale di un torneo dal 2022. Non ne vince uno dal gennaio di quattro anni fa. Ora, poiché si sa che quella è esattamente l’ora in cui muoiono i sogni, quando era avanti di un set contro la danese Tauson, si è dovuta ritirare per un infortunio ai muscoli addominali. È il secondo ritiro negli ultimi due tornei. A ottobre si era fatta male alla schiena in Cina mentre giocava contro Coco Gauff agli ottavi e quel problema mise fine al suo rientro dopo il congedo per maternità. L’Australian Open inizia fra un settimana. 

▥   Era troppo bella la storia, per essere vera. Thomas Heurtel no, non torna al Barcellona, il club che una volta lo lasciò appiedato in un parcheggio di Istanbul di notte per ripicca, quando venne scoperto a trattare con il Real Madrid. C’è sempre un aeroporto di mezzo, nelle sue storia. Così stamattina L’Équipe che il nazionale francese ha saputo della retromarcia azulgrana una volta atterrato dalla Cina. Il veterano [35 anni, 99 presenze in Nazionale] viene descritto come “segnato dal dietrofront catalano e trascorrerà qualche giorno con la famiglia prima di cercare una nuova squadra”. 

Certe vendette devono essere davvero dei piatti che si consumano gelidi. Il karma ci insegue sempre, diciamo quasi sempre, spesso, Clint Eastwood è un campione nel raccontarlo. Ma la faccenda può valere anche al contrario, per il Barcellona: chissà che Heurtel non trovi davvero una squadra in Eurolega come desidera e un giorno – ciuff – non metta dentro un canestro ghiacciato. Sono filtrati i nomi di Real Madrid e Fenerbahçe, perché sono due squadre alla ricerca di un leader, ma il Real ha mandato via Heurtel il 9 aprile 2022 dopo un’uscita in discoteca ad Atene con Trey Thompkins e Guerschon Yabusele a poche da una partita contro il Panathinaikos, mentre i turchi sono allenati da Sarunas Jasikevicius, ex allenatore del Barça.I giornali spagnoli fanno anche il nome dell’ASVEL Villeurbanne. Heurtel punta a tornare in Nazionale e giocare gli Europei. 

   IL TELECO-SLALOM

Dallo slalom di Kranjska Gora a Orlando-Utah

La guida allo sport che c’è oggi in tv

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  IL CANALE WHATSAPP

Slalom ha un canale Whatsapp, dal quale diffonde non più di due aggiornamenti quotidiani, probabilmente un riepilogo serale con rassegna mattutina e nuovi sviluppi. Non vi impressionate. È una cosa riservata, per pochi intimi. Siamo un centinaio, niente di che. Nessuno disturba, non ci sono riunioni di condominio, mai un messaggio prima delle 8.30, mai uno dopo le 20.30. 

Chi volesse unirsi, può farlo seguendo questo link 

Lo Slalom apparirà su whatsapp nella lista Canali insieme a tutti gli altri a cui vi siete iscritti, nella sezione Aggiornamenti. A cosa serva non si sa, però pare che fa molto fico. 

 SUI SOCIAL SIAMO QUI MA CON MODERAZIONE

           

 

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