«Lascio serenamente il ciclismo, perché ho ottenuto tutto ciò che volevo». È l’intervista di congedo dal suo sport per Rigoberto Urán, da tre giorni un ex. Ha parlato con L’Équipe a conclusione di una carriera che “lo ha visto mescolarsi ai migliori, fiero ed esuberante, dopo un’infanzia in Colombia durante la quale i narcotrafficanti gli hanno rubato il padre”.
Urán ha vinto due tappe al Giro d’Italia concluso due volte sul podio, una al Tour de France [2° nel 2017 dietro Froome], una alla Vuelta. Ha vinto la maglia bianca di miglior giovane al Giro 2012 e la medaglia d’argento nella corsa in linea Giochi di Londra. Tre volte terzo al Lombardia e una volta quinto alla Liegi. «Non ho la minima idea di come sarebbe stata la mia vita senza il ciclismo», dice, e si vanta di non essersi mai lamentato. «Finisci un Tour de France, beh ce ne sarà un altro tra un anno, non puoi continuare a lamentarti dei tuoi fallimenti, devi prepararti per il prossimo. Ho avuto una giovinezza così difficile che ogni momento successivo è stato facile. Ogni volta in cui pensavo di essere fregato, mi dicevo: – Non sarà così male, hai passato di molto peggio. Nei primi anni a Urrao vendevo biglietti della lotteria per sopravvivere, tutti li compravano e mi davano da mangiare. Per aiutarmi. Poi il sindaco della città ci ha aiutato a trovare un alloggio. Mi hanno aiutato perché avevo un buon atteggiamento. Non ho mai piagnucolato, sono sempre rimasto positivo, con la voglia di farcela, di entrare in una squadra di ciclismo. Se sei triste, se ti lamenti delle tue difficoltà, nessuno ti aiuta. Sono stato fortunato, ho conosciuto tantissime persone decisive, ancora oggi mi aiutano senza aspettarsi nulla in cambio».