giovedì 5 dicembre 2024
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EUROGOL
A chi piace ‘sto Mondiale per club
Lo studio di Telemundo a Miami fa molto grande evento, fa molto grande attesa, fa molto anni Ottanta. È laggiù che alle sette della sera ora dell’Europa centrale si terrà il sorteggio per la composizione dei gironi del nuovo Mondiale per club, con 32 squadre in gara anziché 7, un mese di partite di calcio in estate anziché una settimana in inverno [dal 15 giugno al 13 luglio]. È il nuovo giocattolo di Gianni Infantino, sospettato di essere la mano nascosta dietro il precedente progetto anti UEFA di Superlega. Per questo nuovo bancomat scassa-equilibri, se non altro, ci si deve qualificare attraverso le competizioni nazionali e continentali. La faccia è salva, ormai ci facciamo bastare questo.
Il problema è un altro. La competizione che Infantino ha definito «innovativa e inclusiva» sta facendo più fatica del previsto a essere considerata pure indispensabile. Forse a nome del suo polo tv, forse a nome del PSG, forse a nome dell’ECA, forse a nome personale, Nasser al-Khelaïfi non dubita dell’interesse, dice che in fondo «non aggiunge molto impegno ai giocatori perché si svolge solo ogni quattro anni e con un numero limitato di squadre».
Se si trovasse al buio e senza guardie del corpo dentro una stanza con il pallone d’oro Rodri, la faccenda rischierebbe di diventare imbarazzante. Il Mondiale per club è il fumo negli occhi dell’attuale miglior calciatore del mondo, allo stesso tempo il più nobile degli infortunati. «Se le cose continuano così, a un certo punto non avremo altra scelta che scioperare» ha detto lo spagnolo a metà settembre. «Nessuno ci ascolta» si è lamentato Jules Koundé, nazionale francese del Barça. Più di due mesi dopo, «il fastidio e l’irritazione sono allo stesso punto» riassume David Terrier, membro del comitato mondiale della FIFPro, il sindacato mondiale dei giocatori, presidente della FIFPro Europe.
L’impossibile rivolta
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Ma lo sciopero non ci sarà. Non al Mondiale per club. Forse mai. Come faceva notare a settembre Jonathan Liew sul Guardian la lotta di classe dei calciatori non può esistere perché essi non sono una classe. Ci sono calciatori che nei loro contratti hanno previsto un bonus se superano un tot per cento di presenze. Più partite si giocano più turnover deve essere previsto, più turnover è previsto più possono raggiungere il bonus, e dunque guadagnare. Ci sono calciatori che quel Mondiale per club, questo calendario così affollato, non lo vedono come Rodri, non gli pare un fastidio, ma un’opportunità.
La questione è stata affrontata la settimana scorsa durante l’assemblea generale annuale della FIFPro in Indonesia. Ieri il sindacato stava valutando la possibilità di diffondere una nota per mantenere alta la pressione sui dirigenti del calcio mondiale. Secondo quanto riferisce The Athletic, nelle ultime settimane si sono svolti tre incontri tra FIFPro e UEFA sul tema del calendario, mentre il 28 ottobre la FIFA ha creato un gruppo di lavoro consultivo sulla salute e il benessere dei giocatori, guidato da Arsène Wenger: prima riunione in programma il 12 dicembre.
Di certo non sembra che gli americani siano particolarmente eccitati all’idea di avere il Mondiale per club in casa loro l’estate prossima, la prima di due estati di fila in cui il soccer – appunto – si infila in mezzo al baseball. Neppure la presenza dell’Inter Miami di Messi sembra finora un buon motivo per strapparsi i capelli. Sabato negli USA è in programma la finale di MLS Cup tra i Los Angeles Galaxy e i New York Red Bulls, LA vs NY come il mese scorso per il titolo del baseball.
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25 OTTOBRE 2024
Poteva essere una partita a cui affidare il compito di selezionare la squadra USA da mandare ai Mondiali. “Solo che Gianni Infantino – scrive The Athletic – non ha aspettato la finale del campionato nordamericano per distribuire il biglietto rimasto”. Ha colto al volo l’occasione di un’Inter Miami al primo posto dopo la stagione regolare negli USA per far cadere su quel prato il suo biglietto di invito. “Lionel Messi – dice The Athletic – è un venditore migliore dei Galaxy”, anche se pochi giorni dopo la stagione regolare, Miami è andata fuori dai play-off perdendo da Atlanta.
È chiaramente marketing, ha riassunto Bruce Arena, allenatore del San José, alla radio TalkSport. La FIFA in effetti ne ha bisogno. In estate Apple TV+ si è ritirata dalla corsa per i diritti televisivi. Si è fatta avanti da pochissimo DAZN. L’elenco degli sponsor – un marchio di birra e un marchio di elettrodomestici – tarda a crescere. Nulla si sa né dei prezzi né di quando i biglietti verranno messi in vendita. A parte qualche affacciata discreta sui maxi schermi di Times Square a New York, la promozione dell’evento negli USA è ferma. Il sito World Soccer Talk ha detto che la maggior parte dei tifosi americani non ha idea dell’esistenza di questa Coppa del mondo per club. Il grosso degli stadi si trova sulla costa orientale, con una differenza oraria più favorevole all’Europa [6 ore]. Solo il Rose Bowl di Los Angeles e il Luman Field dei Seattle Sounders ospiteranno partite dall’altro lato del Mississippi. Secondo L’Équipe il pubblico americano guarderà in prevalenza la Nazionale impegnata nella Gold Cup. “Desta molto più interesse l’arrivo di Mauricio Pochettino come nuovo allenatore”.
Qui The Athletic ha preparato un’essenziale profilo di tutte le 32 squadre impegnate al Mondiale.
L’EDICOLA
Che cosa si legge oggi in Europa
Le prime pagine di sport dai quotidiani di Francia, Spagna, Inghilterra, Germania, Portogallo, Olanda: l’inconsolabile crisi di Mbappé – Elogio della difesa della Juve – Il sorteggio del controverso Mondiale per club
Spagna
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Chi ci capisce niente di Mbappé
Oh, ma veramente? Sul serio Mbappé ha sbagliato a Bilbao un altro calcio di rigore? Uno non si può distrarre una sera, non può guardare i nuovi episodi di medici pompieri e poliziotti di Chicago, non può vedere di che pasta è fatto questo nuovo Piedone lo sbirro, che il calcio ti apparecchia un simile colpo di scena. E allora stasera che cosa si porta in seno, quale serpe vorrà riservarci il pallone mentre ce ne stiamo a guardare la finale di X Factor?
A Madrid non ci possono passare. La stampa cittadina sottolinea con orgoglio che Kylian Mbappé si è assunto la responsabilità dell’errore, e certo, chi se la doveva assumere? Uno si assume la responsabilità e crede di aver risolto. Invece la crisi è tutta ancora qua, sia quella personale sia quella di squadra. “Otro pesadilla”, un altro incubo titola Diario AS, aggiungendo che si tratta di “un evento inspiegabile”.
Miguel Angel Lara su Marca ha scritto che il Real si sta abituando a perdere. “La parola sconfitta era lontana dal vocabolario del Real Madrid all’inizio della stagione. Pochi mesi dopo il cambiamento è tanto sorprendente quanto inquietante, c’è una squadra che non riesce a ritrovare la propria strada”.
Quella subita a San Mamés è già la quinta in una stagione che ha appena superato il primo terzo del suo svolgimento.
Inghilterra
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Ho scritto Kelleher sulla sabbia
Una volta ti dà e una volta ti toglie. Il caso, il destino, la vita, e pure Kelleher, il portiere del Liverpool. “Sembra crudele che dopo una serie di ottime prestazioni sia stato un suo errore a togliere due punti alla squadra” fa notare The Athletic con una buona dose di saggezza. È andata così. La migliore riserva del campionato, l’eccellente para rigori che stava colmando nel miglior dei modi il vuoto lasciato da Alisson, ha fatto un paio di grandi parate [una nel primo tempo su Anthony Gordon per impedire il 2-0] e poi un’indecisione fatale su un calcio di punizione.
“Ha aiutato il Liverpool a guadagnare molti più punti di quanti ne abbia fatti perdere – riconosce il magazine americano – ed è il motivo per cui ogni critica sarebbe particolarmente ingiusta. Inoltre, non è stato neppure aiutato da chi era davanti a lui nei due gol di inizio partita. C’è molto dibattito a Liverpool sul ruolo del portiere, con Alisson prossimo al recupero della piena forma fisica. Slot è stato chiaro per tutto il tempo – sottolinea Andy Jones – quando il brasiliano sarebbe tornato in condizione, avrebbe ripreso posto nella formazione titolare. Ora, questo errore renderà la sua scelta più facile da spiegare”
IL TELECO-SLALOM
La giornata di sport in tv
Quello che c’è da vedere e da sapere sugli eventi di sport in tv di oggi: dalla finale del Mondiale di scacchi alla seconda fase degli Europei femminili di pallamano
È un ritorno alle radici, quello della Francia, o forse bisognerebbe dire che è la ricerca per un ritorno alle radici, al suo DNA, mettere la difesa nel cuore della propria idea di gioco dopo averla trascurata negli ultimi mesi, negli ultimi due anni. È tornata la priorità per le Bleues che iniziano il loro cammino verso le semifinali questo giovedì sera contro la Romania.
È il punto fermo nelle convinzioni di Sébastien Gardillou, successore di una leggenda della panchina come Olivier Krumbholz. Tutte le grandi imprese dell’ultimo venticinquennio sono state costruite prima dal muro davanti alla portiera, con un atteggiamento tra la necessità e il pragmatismo. «Mi ha sorpreso scoprire che non eravamo più la migliore difesa del mondo», dice Grace Zaadi-Deuna a l’Équipe, 31 anni, 196 presenze in Nazionale dal 2013, ma esclusa dai Giochi di Parigi quando è stata individuata come capro espiatorio di un gioco offensivo diventato troppo prevedibile. Passava troppo dalle sue mani, Krumbholz l’ha fatta fuori, lei si toglie un sassolino dal tallone della scarpa. «È stato un po’ uno schiaffo in faccia perché ho sempre saputo che la Francia aveva standard difensivi elevati. Cavolo, forse ci siamo concentrate troppo sull’attacco. Le avversità offensive sono state superiori, questo è innegabile. Ma il motivo principale è che abbiamo un po’ trascurato il progetto difensivo» dice Zaadi, sistemando così levante e ponente.
Più sorprendente che la medesima osservazione arrivi da Pauletta Foppa, che non ha nessun motivo di risentimento verso il precedente cittì, anzi, è diventata lei quella che L’Équipe definisce la “torre di controllo al centro del muro azzurro”. La rivoluzione in attacco ha finito per coincidere con l’amaro quarto posto in Europa del 2022 e la finale olimpica persa l’estate scorsa. A Euro 2022 la Francia aveva comunque la prima difesa e il sesto attacco. Alle Olimpiadi del 2024 è stata la quarta difesa e il primo attacco. Imperdonabile per l’ideologia di Krumbholz, maestro assoluto dei bunker.
«La pallamano è progredita molto nel gioco veloce – spiega Foppa – in certi attacchi mostruosi per le qualità di certe giocatrici. Non possiamo più difendere tutto». Oltre al classico sistema difensivo 0-6, in cui le giocatrici sono tutte allineate, la Francia difende con l’1-5 sfruttando le qualità di Estelle Nze Minko, di vedetta davanti al resto del muro, e recentemente si è lavorato sul 3-2-1, una specie di albero di Natale del calcio.
VITE OLIMPICHE
La marcia si maratonizza e avremo i Mondiali di corsa su tapis roulant
L’unica cosa che lo sport non può permettersi, restare fermo mentre c’è tutto un mondo intorno, che gira ogni giorno. Dice Sebastian Coe, presidente della federazione internazionale di atletica leggera, che «cambiare è difficile ma sappiamo farlo». Che altro succede? Succede che dal 1° gennaio 2026 la marcia dovrà adeguare le sue distanze su quelle della corsa. Così la 20 km si allunga fino a diventare come la mezza maratona [21,0975 km], mentre la vecchia distanza dei 50 km e i 35 km che assegnano l’oro mondiale ma non olimpico trovano uan via di mezzo a quota 42 km, anzi 42 km e 195 metri, facendo nascere la maratona della marcia.
Coe dice che così è tutto più facile da capire per la gente, ecco, la gente è sempre in cima ai nostri pensieri, i loro bisogni nascosti sono sempre chiari alle migliori menti, li sanno intuire. Coe ha voluto anche ringraziare gli stakeholder, in sostanza chi nell’atletica mette i soldi, lasciando spazio al malizioso pensiero che ogni tanto qualche stakeholder suggerisca la via da prendere. Athletic Weekly per esempio riferisce che tra le idee allo studio c’è il campionato del mondo della corsa su tapis roulant, altra geniale idea per alimentare il marketing fra i runner. Le scarpe magiche hanno solleticato quelli che vanno in strada, i Mondiali su tapis roulant andranno incontro ai signori e le signore da salotto.
Tra le decisioni prese durante l’ultima riunione del consiglio rientra anche l’aggiunta della staffetta 4×100 mista ai Mondiali di Guangzhou del 10-11 maggio dell’anno prossimo. Vedremo Zaynab Dosso passare il testimone a Marcell Jacobs. Non è chiaro se sarà come nella 4×400 attuale [uomo contro uomo, donna contro donna] oppure se la diversa natura tecnica delle singole frazioni – la curva, il rettilineo – ci porterà a rivedere uomo contro donna, donna contro uomo, alla maniera della 4×100 misti mista del nuoto.
Il doping dei nuotatori cinesi è stata una storia tutta politica
Il capo della WADA: “Se non fossero stati cinesi, non se ne sarebbe parlato”
L’Équipe pubblica stamattina l’intervista completa a Olivier Niggli, direttore generale della WADA, dalla quale nei giorni scorsi era stata estratta la dichiarazione sul tennis e le positività da picogrammi, quelle di Jannik Sinner e Iga Swiatek. Il giornale francese precisa che l’intervista si è tenuta alla presenza del direttore degli affari giuridici, Cyril Troussard, perché gli argomenti sul tavolo erano caldi: per esempio il caso dei nuotatori cinesi “che ha scosso la WADA, gettando seri dubbi sulla credibilità dell’organizzazione”.
Sette mesi dopo le rivelazioni del New York Times e della tv tedesca ARD, Niggli dice che «per noi la causa non è più in corso dal 2021. Abbiamo la pubblicazione della relazione del signor Éric Cottier che mi sembra abbia chiarito i punti sui quali siamo stati maggiormente attaccati, e cioè che avremmo favorito la Cina, non avremmo fatto il nostro lavoro. Il rapporto dice chiaramente che non è andata così. Per noi è la fine della storia. D’altra parte, durante il comitato esecutivo, abbiamo deciso di creare un piccolo gruppo di lavoro per discutere le raccomandazioni che ci sono state fatte.
La difficoltà è sempre quella di conciliare la tutela degli atleti e l’esigenza di comunicare in modo sufficiente affinché la gente non pensi che stiamo cercando di nascondere le cose. Nel caso cinese, non era solo la WADA a sapere, c’erano anche diverse organizzazioni. Non era una cosa pubblica ma nemmeno nascosta, chi aveva bisogno di sapere, sapeva. Ci siamo ritrovati a doverci difendere anche se non c’era nulla di nascosto. La pubblicazione dei nomi degli accusati in circostanze in cui si ritiene che non vi sia colpa, rimane una questione irrisolta».
È a questo punto che si trova inserita la frase estrapolata qualche giorno fa, quando Niggli dice: «Posso capire che le persone si facciano delle domande, che pensino che siamo ingenui. Il punto in cui abbiamo maggiori difficoltà è quello dei casi di contaminazione che stanno emergendo in questo momento. Sono ovunque, non solo in Cina. Non è che siano più di prima, è che i laboratori sono più efficienti. Potremmo aver creato il problema proprio perché i laboratori sono migliorati. Rilevano quantità infinitesimali. Ma sembra che quando si tratta della Cina vengano poste più domande che per altri paesi. È su questo che mi sento meno a mio agio. Per noi il caso cinese è meno problematico di molti altri casi individuali. Ne abbiamo 23 che vengono scoperti per la stessa sostanza, approssimativamente nelle stesse proporzioni e nello stesso lasso di tempo. Se vuoi organizzare una cosa del genere, non è facile. Alcuni di questi atleti sono stati testati più volte di seguito con variazioni tra positivo e negativo. Queste variazioni, da noi studiate, hanno contribuito a convincere gli scienziati che uno scenario da doping non torna. Per questo siamo rimasti ancora più sorpresi, perché per noi non è stato affatto un caso complesso. È una storia eminentemente politica. Se non fosse stata la Cina, non sono sicuro che ne avremmo parlato».
Così Niggli passa ad affrontare il nodo dell’USADA, l’agenzia americana. «Questa vicenda – dice – venne fuori in maniera orchestrata negli Stati Uniti, poco prima delle Olimpiadi. Non c’era nulla di casuale in questa sequenza temporale di eventi. L’USADA, un anno fa, si è rivolta ai nostri investigatori con domande su questo caso cinese. Loro ne erano a conoscenza, noi abbiamo risposto, ci siamo offerti di fornire dettagli, ma per un anno non abbiamo più avuto risposta finché la storia non è apparsa sulla stampa. Per me questo non significa voler migliorare la lotta al doping. Si chiama organizzare una sorta di colpo di stato con gli ingredienti giusti, perché la storia coinvolge la Cina e permette di riattivare sostegno politico agli Stati Uniti per cercare di fare pressione sull’organizzazione. Aveva lo scopo di indebolirci altri scopi. Dà un’immagine negativa dell’antidoping e me ne rammarico sinceramente. Avremmo voluto che l’USADA adottasse un approccio costruttivo nei nostri confronti. Anche se non fossero stati d’accordo, lo avremmo accettato. Ma non si può dire che siamo corrotti o venduti alla Cina».
Il direttore della WADA dice che «era davvero una situazione complicata da gestire e richiedeva molto lavoro. Durante tutti questi mesi siamo stati accusati senza alcuna prova. È destino dell’autorità di regolamentazione essere criticata, ma in questo caso la componente politica è stata particolarmente sgradevole perché abbiamo davvero avuto l’impressione che non fosse tanto di antidoping che si parlava. Ora dobbiamo guardare avanti, imparare la lezione di questo episodio e mettere in atto misure di salvaguardia per evitare di ritrovarci in questa situazione. Il miglior barometro di questa storia è stata l’Olimpiade di Parigi, dove abbiamo ascoltato migliaia di atleti. Nessuno ci ha parlato dei nuotatori cinesi. Non sono sicuro che gli atleti non credano più nel sistema. D’altro canto, l’opinione pubblica e i governi si pongono delle domande. Ci vorrà del tempo per ricostruire la fiducia. L’unico modo è continuare a svolgere il nostro lavoro nel modo più pulito possibile. Sapendo che la lotta al doping non è una scienza assoluta e che ci troveremo sempre di fronte a nuove sfide».
Le altre tre puntate dell’inchiesta dell’Équipe | L’antidoping, il disordine globale | La guerra degli informatori | La perdita di controllo della WADA sulla vicenda dei nuotatori cinesi
Un altro processo per stupro nel rugby francese
Hugo Auradou di 20 anni e Oscar Jegou di 21 sono tuttora incriminati in Argentina per un episodio di violenza sessuale avvenuto l’estate scorsa durante il tour della Nazionale, quando nel frattempo si è aperto lunedì in Francia un altro processo contro ex giocatori del Grenoble, tre di loro [Loïck Jammes, Denis Coulson e Rory Grice] accusati di aver violentato nel marzo del 2017 una studentessa allora ventenne nella stanza 908 di un albergo a Mérignac. Gli altri due [Dylan Hayes e Chris Farrell] sono incriminati per non aver saputo impedire il reato.
Ieri è stato ascoltato in aula Pascal Lecomte, agente di polizia oggi in pensione. È stato lui a condurre le indagini all’epoca e la sua udienza è durata quasi sette ore, un dettaglio – spiega L’Équipe “che ha sconcertato, addirittura disturbato, il pubblico”. Lecomte ha dichiarato i cinque ex giocatori del Grenoble sono stati protetti nell’ambito dell’indagine, secondo la ricostruzione di Grégoire Mouly, uno dei gli avvocati della parte civile. Avrebbe insinuato che poco dopo i fatti, l’allora viceprocuratore Gérard Aldigé, morto nel 2021, padre di Jean-Baptiste, presidente del club del Nizza, avesse sofferto di pressioni per non aprire un’indagine preliminare e per declassificare la vicenda.
“In un’epoca che sembra lontanissima – ha scritto Guillaume Dufy – e fortunatamente finita, i protagonisti del rugby avevano i mezzi per nascondere o seppellire sotto il tappeto storie ingombranti, grazie alle loro ottime relazioni”.
Il poliziotto sarebbe rimasto sul vago a proposito della natura delle pressioni. Questo presunto intervento alla fine non ha avuto alcun impatto sull’accusa e su Gérard Aldigé, gli investigatori hanno potuto continuare le loro indagini e più di sette anni dopo si è aperto il processo.
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25 OTTOBRE 2024
RUOTE
Chissà se possiamo credere ai record di Burke su Strava
Qualche settimana fa L’Équipe aveva dato notizia delle sbalorditive imprese di tale Jack Burke, ciclista e sciatore dilettante canadese, capace di battere in bicicletta il record di scalata di passi leggendari come l’Alpe d’Huez e il Mortirolo. Burke si considera in grado di competere con i migliori e aspetta che gli venga offerta l’occasione di provarlo. Insomma: insegue un contratto da professionista. “La credibilità delle sue imprese, tuttavia, resta difficile da verificare” scrive stamattina Audrey Quétard sul giornale francese dopo un incontro con lui.
Dei record di Burke si ha conoscenza attraverso la app Strava, dov’è registrata la sua ascesa fino in cima al Mortirolo impiegando un minuto in meno di Vincenzo Nibali [43’45] e in cima all’Alpe d’Huez battendo Sepp Kuss di nove secondi [35’56”]. Pare che abbia pure il miglior tempo di scalata dello Stelvio, ma tanto sullo Stelvio per un motivo o per un altro il Giro d’Italia non riesce a passarci mai. A L’Équipe si son fatti venire qualche dubbio, intanto perché Burke “racconta tutto con uno storytelling ben costruito, usando una voce profonda da podcast, una manciata di superlativi e lezioni di vita che sarebbero capaci di motivare un intero spogliatoio. Con un tocco di lirismo, ripensa con gioia alla sua scalata dell’Alpe d’Huez”.
Burke si sta facendo conoscere in tutti i paesi chiave del ciclismo [qui la sua intervista con Bicisport in Italia – alla rivista ci si abbona qui] e dice cose così: «Sono partito da solo, ho guidato per quattro ore fino ai piedi della salita. Faceva freddo, ma splendeva il sole e mi sentivo bene. Ridevo come un bambino, mi son detto che sarebbe stata una delle migliori esibizioni della mia vita». Di certo non esistono riprese video delle sue imprese, né i dati sono stati condivisi immediatamente dopo le imprese.
Pierre Rolland, ex corridore, oggi consulente del canale L’Équipe, ci mette in guardia e dice che è molto facile migliorare le prestazioni ciclistiche. «Se mettiamo due furgoni qualche metro davanti a noi, possiamo guadagnare velocemente qualche km orario. La sua prestazione è sicuramente di rilievo, ma non c’è stato nessuno che controllasse cosa ha fatto esattamente durante la salita». In effetti potrebbe pure essersi attaccato con la mano al portapacchi di una macchina.
Un periodo da professionista, Burke ce l’ha avuto. Ha firmato con una squadra europea di terzo livello [Leopard Pro Cycling], ha vinto una tappa al Tour de Beauce, vanta un quarto posto al Tour du Jura e un sesto al Tour of Alberta, addirittura dietro il magnifico Sepp Kuss. «La gente – dice – mi chiede perché sono così bravo solo adesso, e questo mi fa impazzire. Non capiscono che prima stavo meglio, ma non ho avuto la possibilità di dimostrarlo».
L’Équipe è andato a stanare il suo ex direttore sportivo Mike Creed, disposto a garantire che mmm, ecco, «Jack era molto forte, ma forse non era il migliore. La competizione è tremenda. Purtroppo nel ciclismo non esiste un piano perfetto per mettersi in mostra».
Alla fine del 2022 Burke si è schiantato contro un’auto durante un allenamento. Una caduta che lo ha sfigurato, gli ha rotto una vertebra della schiena e ha messo fine alla sua breve carriera di rincalzo. La sua prima vera grande vittoria, la cronometro al Tour de l’Abitibi nel 2013, era stata viziata da un controllo positivo al test dell’idroclorotiazide, un prodotto mascherante di altre sostanze. Burke diede la colpa a una fontana del posto dalla quale usciva acqua mal trattata, si sa come sono le fontane nel Québec. Il beneficio del dubbio lo avrebbe salvato in appello.
Per due anni Jack Burke si fece da parte. Ha scritto un libro dal titolo paradossale, Come diventare un corridore professionista, in sostanza spiegando come si fa qualcosa che sta ancora desiderando di fare. Ha lanciato un podcast omonimo con ospiti famosi del circuito, da Toms Skujins a Felix Grossschartner, da Alexander Kristoff a Sepp Kuss. Alcuni di questi incontri, sommati alla risonanza mediatica di queste settimana, lo spingono a riscoprire il suo vecchio sogno adolescenziale. «Avrei potuto fare la Coppa del Mondo di sci con il Canada per preparare le Olimpiadi di Milano-Cortina 2026 ma ho rinunciato per concentrarmi sul ciclismo», urca, la butta là.
[L’amico geniale di Slalom avrebbe racconti fenomenali su quel suo amico che era sempre stato in serie C di qualcosa: un giorno diceva di aver giocato in serie C di calcio, una volta era stato serie C di tennis, toccò vertici sublimi quando disse di essere stato serie C di bocce].
Comunque sia, Burke punta addirittura al World Tour, «ovunque, in qualsiasi momento, farò quello che vorrete» c’è scritto sul suo account Strava. Dice Creed che si tratta di «mancanza di umiltà che lo spinge all’ambizione, non ha paura di nulla, ma un tratto che gli impedisce pure di vedere la realtà. È un ingenuo, quale squadra del mondo potrebbe ingaggiare un atleta di 29 anni? Siamo già a dicembre, le squadre sono al completo. Quando all’epoca gli consigliai di provare le gare di Terza Divisione, le definì gare di merda».
[Mai sottovalutare la portata e il fascino della Terza Divisione. Uno può sempre raccontare di essere stato serie C di ciclismo. In ogni caso viva gli ingenui].
Burke dice di essere a contatto con quattro team della massima categoria, a suo dire impressionate dai record in salita. «Ho la sensazione – dice Rolland – che il ragazzo sia pronto a tutto pur di far parlare di sé. Ha utilizzato i social media con sapienza durante un periodo di stanca del calendario. Ci è riuscito bene. Penso che troverà squadre disposte a offrirgli almeno un provino». Nel frattempo Burke si sente come Cocciante con Margherita, non potendo stare fermo con le mani nelle mani, ha deciso di andarsene a scalare il Col de la Madone, il cui miglior tempo appartiene a Tadej Pogacar.