L’amico geniale di Slalom scrive in chat che pure stavolta il derby di Torino era una partita a sé. Questo ci diciamo da almeno un decennio, forse un ventennio, un trentennio, forse di più, forse ce lo ripetiamo da quella volta del 1975 che il derby ribaltò le gerarchie del calcio cittadino cominciando a portare lo scudetto sulla maglia che ha il colore del sangue. E invece gli amici che hanno il cuore dalla parte del Toro, da ieri sera vanno pregando libera nos a malo, per il solito dolore provato, la timidezza, il vuoto, la vittoria disinvolta della Juventus: libera nos a malo lo dicono al loro presidente Urbano Cairo, perché di tanto in tanto emerge in modo chiaro e netto la medietà del suo ventennio alla guida del club, un arco di tempo nel quale Bologna Fiorentina Lazio e Atalanta sono state in Champions, il Napoli ha perfino vinto uno scudetto: tutti club con i quali il suo Torino è partito alla pari, o perfino da un gradino più su.
Il Torino di Cairo non ha mai giocato neppure una semifinale di Coppa Italia, si tiene a misura di distanziamento sociale dal sesto posto, non vince un derby dal 2015, ora è alla sesta sconfitta nelle ultime sette di serie A.
Emanuele Gamba su Repubblica ricorda che “era dalle prime due giornate (3-0 al Cagliari, 3-0 al Verona) che la Juventus non trovava un avversario così docile e quindi una vittoria così facile, ma d’altronde questo è il derby – salvo sporadiche eccezioni – da quando il Torino è in mano a Cairo e ogni volta la squadra ne asseconda l’obiettivo della mediocrità. Sono 24 le sconfitte del Torino su 31 derby (una sola vittoria, dieci anni fa, quando la Juve aveva già vinto matematicamente lo scudetto): non c’è avversario dei bianconeri che in questo lasso di tempo abbia uno score peggiore né presidente granata che abbia fatto peggio di Cairo. Alla Juve per vincere è servito poco, all’inizio quasi soltanto le sgroppate di Cambiaso sulla sinistra, Vanoli è perlomeno riuscito a evitare che il suo primo derby scadesse nell’umiliazione. Adesso Thiago Motta tiferà per un pareggio tra Inter e Napoli che le stanno davanti: qui lo scudetto per quest’anno è considerato un miraggio, ma non si sa mai. Questo non è mica un deserto“.
Giulia Zonca su La Stampa considera che “questa partita non si gioca più: il Toro la diserta, la Juve la gestisce e il pubblico la accetta così come è, una formalità. I tifosi del Toro atterriti, quelli della Juve a cantare «salta con noi Urbano Cairo» e la provocazione purtroppo rende l’idea. Il derby di Torino ha spesso vissuto di ovvie e marcate differenze, fin dalla formazione, è comunque, a lungo, stato una questione di territorialità, di zolle, di centimetri da trovare su un campo magari impossibile, però comunque aggredibile. Si poteva chiamare tremendismo o testardaggine o volontà, anche solo orgoglio e lentamente ogni sentimento da contrapporre ad avversari di qualità è stato spolpato di significato. Non si vince con la determinazione, però non presentarsi a un appuntamento che dovrebbe esaltare una stagione è un modo sicuro di perdere. E male. E sempre peggio“.
Non ci sono invece foto di Urbano Cairo oggi sulle pagine della Gazzetta, anzi, di più, il suo nome non è mai citato, mai, non solo nei titoli, non è mai citato nemmeno in una sola riga in nessuna delle 56 pagine del quotidiano. tranne che nella gerenza
Massimiliano Nerozzi sul Corriere della sera tesse l’elogio di Cambiaso. Scrive che “la Juve è una repubblica fondata sul palleggio e sul possesso palla — 55% alla fine — finché, a un certo punto, arriva Andrea Cambiaso che, dritto per dritto, spacca in due l’assetto nemico e arriva in area, scaricando al compagno (a Lille) o tirando (ieri sera). Pareva di sentire il professor Scoglio: «Io non faccio poesia, io verticalizzo». Insomma, combina sempre qualcosa di buono”.