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VENERDÌ 6 SETTEMBRE 2024

#GIORNO-9 DELLE PARALIMPIADI

 

«L’Olimpiade non è fatta per costruire numeri che portino onore alla Patria, è uno strumento potente che espone le vite dei ragazzi che ci partecipano, soprattutto in quest’epoca di fragilità estrema»

[Niccolò Campriani, campione olimpico]

 

  IL CALCIO ITALIANO

L’Italia contro la Francia e contro Sinner

 

Se vi pare che quei brontoloni di Slalom siano degli esagerati quando dicono che sta cambiando più di  qualcosa nell’atteggiamento dell’opinione pubblica verso il calcio, che sta progressivamente cedendo una monocultura, goccia dopo goccia, allora stamattina bisogna guardare le prime pagine dei quotidiani sportivi del nostro Paese. Basta un colpo d’occhio, eh, neppure un’analisi così profonda e scrupolosa. 

 

In due casi su tre Jannik Sinner sopravanza per spazio la Nazionale di calcio, in un terzo le due partite di stasera stanno a fronte, alla pari: Francia-Italia di Nations League e Sinner-Draper semifinale degli US Open. In campo insieme. 

È un segno. Il calcio ha perso la guida delle prime pagine. Qui però dovremmo introdurre una postilla, chiamiamolo un asterisco. Non è proprio il calcio in sé. È la Nazionale. Quando non si qualifica per i Mondiali o quando esce in fretta dagli Europei, siamo travolti da editoriali che ci spiegano quali sono i mali del nostro calcio, tra i quali trovano generalmente spazio al primo posto gli stranieri, al secondo i club che comprano troppi stranieri, al terzo viene la disaffezione, non so se sapete, la disaffezione dei ragazzi italiani verso la maglia azzurra, dannazione, non è più come una volta, sti ragazzi, ‘sti giovani. Così si legge sulle pagine dei giornali nei quali poi la Nazionale si incontra a pagina 20, mentre in prima ci va qualche argentino che veste la maglia di una delle squadre delle grandi città di riferimento. Insomma, a dirla tutta, viene il sospetto che se stasera insieme con Sinner ci fosse stata una partita di Champions o di campionato del-della … [spazio bianco dove inserire a piacere il nome di un club], il vecchio schema avrebbe tutto sommato retto. È il bacino d’utenza, bellezza, e tu non puoi farci niente. 

Ma questi sono retropensieri. Resta il dato. C’è Sinner. Benvenuto. 

Può sembrare un progresso, invece è la continuazione della stessa politica con altri mezzi. Se è esistito un posto in questi ultimi quattro-cinque anni [con la condizionale] in cui si è mostrato un certo disinteresse per la diffusione di quella che possiamo definire cultura sportiva [ci siamo capiti], quel posto sono purtroppo i nostri quotidiani sportivi, con tutta l’approssimazione che certi discorsi fatalmente generano e con tutte le eccezioni che sarà possibile rintracciare negli archivi come obiezione a questo ragionamento. 

Il quadro generale resta abbastanza inequivocabile. L’Équipe può mettere e mette in prima pagina le stelle del judo, può dargli il titolo principale: noi no. E non solo con il judo. A L’Équipe non sono santi né missionari. Possono mettere e mettono in prima pagina le stelle del judo perché esiste un seguito, esiste un pubblico di riferimento, ma esiste in Francia non come dono del cielo, esiste come conseguenza di una catena virtuosa di avvenimenti che hanno prodotto la cultura sportiva [ci siamo capiti], dentro la quale esiste pure una larga diffusione del judo, del rugby, della pallamano. 

Rispetto a quarant’anni fa – per sintesi: rispetto alla Gazzetta di Cannavò, così da non andare chissà quanto indietro nel tempo – le prime pagine hanno perso temi di discussione, protagonisti, storia interessanti dalla periferia dell’impero – una periferia intesa sia in senso geografico sia in senso di numeri nella pratica sportiva. Sulle prime pagine degli anni Ottanta, l’età dell’oro della Serie A, poteva capitare di non trovare né Inter né Milan né Juventus, poteva capitare che il titolo più grande fosse per l’Udinese, per il Verona, per Moser, per Mennea, ma anche per Sergej Bubka, per Bernard Hinault, poteva finanche capitare che un direttore invitasse la Juventus a restituire la Coppa dei Campioni dopo l’Heysel, giusto o sbagliato che fosse, non è questo il punto. Il punto è la distanza dalla posizione più comoda, la posizione più conveniente sul mercato. Il punto è la sincerità. Il punto è il giornalismo. 

Eppure non era solo l’età dell’oro della Serie A, era pure l’età dell’oro del giornalismo sportivo. Non si è mai più venduto quanto allora. Il discorso è lungo, non si può sbrigare con un inciso o un passaggio che pare polemico, invece è addolorato. Sarebbe un bel dibattito da tenere, sarebbe interessante sentire la voce di chi ha guidato e guida quelle imprese editoriali, chiamate a tenere in considerazione le ragioni del profitto e la legittima attenzione ai bilanci. Ma per vedere negli ultimi quattro-cinque anni qualcosa di diverso dal calcio primeggiare sul calcio, sulle prime pagine dei quotidiani sportivi, abbiamo dovuto aspettare un altro fenomeno di vendite, un altro portatore di interessi. L’Italia fu per esempio il paese che meno spazio diede alla morte di Kobe Bryant, mentre all’estero c’erano prime pagine monografiche: ne scrisse qui Sport In Media e Marco Belinelli su Twitter non si trattenne: Il problema è che i giornali sportivi in Italia NON SONO giornali sportivi. Vergognatevi scrisse. Oggi, nei giornali, i giornali li chiamano prodotti. 

 

Tutto questo pippone per dire che sarà interessante domani mattina il dato degli ascolti. Italia-Svizzera, la partita dell’eliminazione dagli Europei, aveva perso nel giro di una settimana tre milioni di spettatori rispetto a Italia-Croazia. È stata la seconda partita della Nazionale meno vista [12 milioni di media] negli ultimi tre Europei. È da qui che il calcio ricomincia, ma con la concorrenza di Sinner. 

Siamo all’improvviso sulla stessa barca della Francia, dove nei giorni scorsi L’Équipe faceva notare una disaffezione per il calcio, accelerata dalla meravigliosa edizione dell’Olimpiade di Parigi – ovviamente non così meravigliosa secondo noi italiani. 

Stamattina la rivista So Foot parla di Operazione Ri-seduzione da cominciare, mentre Vincent Duluc, prima firma del calcio su L’Équipe, fa il punto sul 4-2-3-1, sull’esordio di Michael Olise nel ruolo di numero 10 che necessariamente ci ricorda qualcosa. Olise incarna il mistero delle origini, la particolare magia di chi sa passare la palla. Ha un talento notevole e tutto porta a credere in lui, ma non possiamo dimenticare la ghirlanda dei tanti nuovi Zidanes nati sotto i riflettori e finiti invece a giocare con i neon

 

L’Italia si ripresenta a Parigi con qualche dubbio sul cittì che trapela ormai dovunque e da diverse settimane. Oggi ne scrive Fabrizio Roncone sul Corriere della sera da Roma, dove Spalletti resterà per sempre l’uomo che fatto smette Totti. Intendiamoci – scrive – perdere con la Francia sarebbe nelle cose, è il calcio, ci sono valori precisi, loro con Mbappé, noi con Retegui. Il punto è però un altro e si porta dietro una domanda cruda, sgradevole, che qui, al Parco dei Principi, molti si ripetono a bassa voce, tra pena e imbarazzo: possiamo ancora fidarci di Luciano Spalletti? La sensazione netta è che sia finito dentro una cupa e pericolosa solitudine (aggiungete che, all’epoca, fu scelto proprio da Gabriele Gravina, ora impegnato nella feroce battaglia per cercare di essere rieletto al comando della Federcalcio. E che tante coccole, perciò, non può nemmeno permettersele).

Ivan Zazzaroni, direttore del Corriere dello sport-stadio, scrive su Spalletti: Posso soltanto immaginare quanto abbia sofferto per il fallimento e gli effetti di una campagna disastrosa, lui che pochi mesi prima aveva realizzato il capolavoro napoletano. La stampa non gliel’ha perdonata, c’è anche chi ha sperato che lasciasse per far posto a Allegri o Ranieri. Agli Europei l’Italia è andata molto peggio di quello che potevamo immaginare, certo, ma se continuiamo a pensare che un eccellente allenatore come lui possa risolvere i problemi del nostro calcio, non abbiamo capito nulla. Spalletti avrà anche idee da vendere, ma la struttura è troppo fragile per dare loro vera forza. Ciò da cui bisogna partire è, per cominciare, l’autoanalisi, l’autocritica e l’assunzione di responsabilità. Se c’è qualcuno che sbaglia e fallisce, ci deve essere qualcuno che sa assumersi la responsabilità dell’errore

 

 

    TENNIS

La Crociata del Telegraph: un Santo contro un Peccatore

Per il bene del tennis, Jack Draper deve vincere. Questa è la battaglia di un Santo contro un Peccatore. L’ha deciso sul Telegraph stamattina Oliver Brown, la firma che di tanto in tanto – più tanto che in tanto – se la prende con la partecipazione transgender alle gare femminili. Oggi dice che se questa semifinale di tennis fosse un match di boxe, Eddie Hearn la promuoverebbe proprio così: il Santo contro il Peccatore, riempiendo le città di manifesti. Come sanno i più fedeli lettori di questa accozzaglia di pensieri, queste carezze serali che ormai arrivano di nuovo di mattina, il tennis contemporaneo è la cosa più vicina alla classicità della boxe. 

  PAGINE  È capitato, in realtà, che uno sport, il tennis, si sia sostituito alla boxe. Oggi è il tennis a richiamare folle e denaro; è il tennis che, presentandosi come un combattimento, attrae gli animi, avidi di trionfi e di sconfitte, di capovolgimenti drammatici, ed è questo sport, soprattutto, che lascia aperte tutte le porte al denaro e in particolare alle scommesse. A ben vedere, la motivazione dei giovani che oggi si orientano verso il tennis è la stessa che alcuni decenni or sono spinse altri giovani verso la boxe: guadagnare denaro e diventare famosi. Oggi le persone si fanno vedere al Roland Garros come un tempo si facevano vedere al Vélodrome d’Hiver o al Madison Squadre Garden – di alexis philonenko. Histoire de la boxe, 1991 (in italiano per il Melangolo, 1997)

Comunque. Cosa dice Brown? Brown dice che da una parte c’è il ragazzo pulito delle Home Counties che ama posare per Vogue con la sua maglieria firmata. E dall’altra c’è Jannik Sinner, il numero 1 al mondo che ha lasciato il mondo del tennis sconvolto il mese scorso, quando è stato rivelato che era risultato positivo eccetera eccetera. Era qua che il Telegraph voleva arrivare, nel più repentino ribaltamento di immagine di Jannik. Il giornale inglese ricorda che anche Roger Federer, solitamente diplomatico fino all’eccesso, questa settimana ha espresso il suo parere sul sistema giudiziario a due livelli che ha permesso a Sinner di continuare a giocare. Persino quel modello di urbanità svizzera si sente a disagio all’idea che Sinner abbia ricevuto un trattamento preferenziale, mentre la britannica Tara Moore ha visto macchiata la sua reputazione per 19 mesi, prima che l’ITIA concordasse con la sua affermazione che i test positivi al boldenone e al nandrolone erano dovuti all’assunzione di carne bovina trattata con steroidi

 

Eh sì, gli inglesi sono avvelenati con l’antidoping del tennis. Ma vagli a dare torto. Il Telegraph sottolinea che nonostante Sinner sia Sinner, cioè un ragazzo educato del Val Pusteria eccetera eccetera – c’è stata una sorprendente mancanza di sostegno incondizionato ma uno dei più fedeli sostenitori è proprio Jack Draper. Sono divisi da soli quattro mesi, sono amici fin dal tempo del circuito jr, si scambiano messaggini come fanno tutte le persone che si sentono in sintonia, a Montreal hanno pure giocato il doppio insieme. Ma lo sfondo di questa partita – scrive l’editorialista – si estende ben oltre il rapporto fuori dal campo dei giocatori. Sebbene Sinner abbia firmato un accordo con Nike del valore di 114 milioni di sterline in 10 anni, la percezione che esista una regola per una minoranza e un’altra per i grossi nomi gli ha tolto un po’ del suo lustro

 

 

Gli USA sono rinati copiando l’Europa: lo dice Mats Wilander

Jessica Pegula ha smontato il tennis sofisticato di Karolina Muchova e s’è presa un posto in finale contro Aryna Sabalenka. Stanotte uno tra Frances Tiafoe e Tyler Fritz riporterà gli USA dopo 15 anni alla partita per un titolo dello Slam. Ma la rinascita del tennis americano in questo US Open non viene dal cielo. È il risultato di una serie di decisioni che tendono ad avvicinarlo al modello europeo. Così scrive stamattina Mats Wilander su L’Équipe, sottolineando come perfino i maestri americani, il paese che ha dato al tennis maschile più Slam di tutti [147], più vincitori di Slam di tutti [49], sei numeri 1 nella storia [Jimmy Connors, John McEnroe, Jim Courier, Pete Sampras, Andre Agassi, Andy Roddick], si sia dovuto mettere a studiare. Tutto è iniziato con Patrick McEnroe, quando era direttore tecnico presso la federazione [2008-2014]. È stata una sua iniziativa incoraggiare i ragazzi a giocare molto di più sulla terra battuta. Dice Wilander che Frances Tiafoe è il frutto più tipico di questa politica. Nell’accademia che lo ha formato ha giocato molto sulla superficie più europea, secondo Wilander la superficie su cui si impara a costruire i punti. Non solo. Ci sono anche ragioni puramente tecniche, come lo scivolamento, che permette di imparare a mantenere l’equilibrio mentre si colpisce o altre tattiche, l’uso degli angoli. Sulla terra non puoi colpire la palla troppo presto, a causa dei falsi rimbalzi. La mossa migliore è spesso la mossa più sicura. Così si diventa più intelligente: giochi davvero a tennis, non sei solo uno che colpisce con tutta la forza di cui dispone. È divertente sentire Taylor Fritz parlare della selezione dei colpi durante uno scambio: sembra che stia parlando un europeo. Di conseguenza – l’analisi di Wilander – gli americani sono diventati giocatori molto più completi, molto lontani dalla filosofia di Andre Agassi, molto più bravi della generazione precedente dei Sam Querrey o dei John Isner.

Dentro questo strappo, Wilander ci mette anche altre decisioni, più filosofiche le chiama, e in quel che dice si intravede in effetti la strada percorsa dalla federazione italiana, lasciare una giovane speranza nella sua famiglia o nell’ambiente locale, anziché centralizzare la formazione, riunire tutti in Florida, al Centro Nazionale. È molto importante per il suo equilibrio, come giocatore e come uomo. Inoltre, nel perfetto spirito dei tempi, niente a che vedere con la rivalità Connors-McEnroe o in misura minore Sampras-Agassi. Ragazzi come Fritz, Tiafoe o Tommy Paul sono davvero amici. L’ossessione di essere il numero 1 americano tra i giovani non esiste più. Si è creata una vera e propria emulazione positiva. Tutti si incoraggiano a vicenda.

 

  EUROGOL

Il dibattito su Vinicius e il razzismo è ricominciato

In Spagna stanno parlando di nuovo in queste ore di razzismo e Vinicius. In una intervista con al CNN, il brasiliano ha detto: «Spero che la Spagna possa evolversi e capire quanto sia grave insultare qualcuno per il colore della sua pelle. Perché se le cose non si evolvono entro il 2030, penso che il Mondiale dovrà cambiare sede. Questo perché se i giocatori non si sentono a proprio agio e sicuri di giocare in un Paese in cui potrebbero subire il razzismo, è molto complicato. Credo e voglio fare di tutto perché le cose possano cambiare perché in Spagna molte persone, la maggioranza, non sono razziste, anche se c’è un piccolo gruppo che finisce per incidere sull’immagine di un Paese dove comunque si vive molto bene»

Ciaccare e medicare, si dice in alcune zone dell’Italia [la spiegazione]. La seconda puntata della storia è stata l’intervista data da Dani Carvajal a Marca, messa in prima pagina ieri con la frase del terzino che nega, nega tutto: «So che cosa è costretto a subire, ma la Spagna non è razzista, posso dirlo con orgoglio. E non credo assolutamente che il nostro Paese non meriti di ospitare i Mondiali. Siamo totalmente contrari a ogni situazione di razzismo negli stadi. So perché soffre Vinicius e noi del Real Madrid lo sosteniamo sia internamente che pubblicamente. La Liga sta migliorando in tal senso e stanno scrivendo dei protocolli sul tema».

Riassunto. Tutt’e due parlano di una minoranza razzista, sia chi attacca sia chi difende, lasciandoci la sensazione che ognuno dica quel che può, non quel che che sente fino in fondo. Così è ripartita la macchina dei commenti e degli editoriali. Il più interessante è di Rafa Cabeleira su El Pais, dove riprende un concetto letto nei mesi scorsi: Il fatto che il brasiliano sia un atleta con atteggiamenti e comportamenti deplorevoli, al limite dell’infantile e della delinquenza, non giustifica alcun insulto o comportamento razzista nei suoi confronti

Scrive l’editorialista galiziano: Se la mia pelle fosse dello stesso colore di quella di Vinicius jr e un centinaio di sconosciuti mi chiamassero ogni giorno fottuto negro mentre vado al lavoro, forse penserei che in effetti sto vivendo in un paese razzista. Non totalmente razzista, certo [non so nemmeno se quel Paese esiste], ma un po’ di razzismo in un paese così deve esserci, se la società sostiene la normalizzazione degli insulti razzisti contro un giovane nero, non importa se gioca a calcio per il Real Madrid o monta del cartongesso a Paco Mirandilla y Hermanos. È lui che vive da nero in Spagna, non io: dunque mi asterrò dall’oppormi per ragioni ovvie. Potrei, con un certo disagio, ricordare che prima dei Mondiali del 2030, nel 2026 si giocherà negli Stati Uniti d’America, che non è Wakanda, l’idilliaca città nera dell’universo Marvel. Potrei ricordare che nel 2022 si è giocato in Qatar senza che Vinicius Jr. alzasse la voce nemmeno di poco

Ma assecondare questi pensieri, dice Cabeleira dopo averli esposti, significa cadere in una trappola, significa flirtare con l’idea che Vinicius meriti tutto ciò che gli sta accadendo. E dunque l’avventura della Spagna verso i Mondiali del 2030 inizierebbe male, se prima di battezzare una mascotte si dovesse cominciare a mascherare le cose

 

Ehi, ma ha vinto San Marino

    L’avversaria era la stessa di quattro anni fa, il Liechtenstein, quando la Nazionale di calcio di San Marino spezzò con un pareggio una serie di sei anni e 40 partite di sole sconfitte, La nazionale di Franco Varrella, ex vice di Arrigo Sacchi a suo tempo, pareggiò 0-0 fuori casa. Era la prima volta che San Marino nella sua storia non prendeva gol fuori casa e anzi aveva rischiato pure di vincere. Ieri sera c’è riuscita. La sua unica vittoria nella storia risaliva al 28 aprile 2004, anche quella contro il Liechtenstein per 1-0. 

San Marino è la Nazionale che Thomas Müller definì un avversario inutile per la sua Germania, prendendosi come risposta una lettera aperta, spiritosa e puntata, da parte del responsabile della comunicazione della federcalcio: Dieci buoni motivi per cui non è inutile giocare contro una squadra scarsa. La riproponiamo oggi per festeggiare San Marino. 

1. Germania-San Marino è servita a dimostrarti che nemmeno contro le squadre scarse come la nostra riesci a fare gol e non dire che non ti sei incazzato quando Simoncini ti ha negato l’ingresso tra i marcatori.

2. È servita a far capire ai tuoi dirigenti (fallo sapere anche a Beckenbauer e Rummenigge) che il calcio non è di loro proprietà ma è di tutti coloro che lo amano tra i quali, che lo vogliate o no, ci siamo anche noi.

3. È servita a ricordare a centinaia di giornalisti di tutta Europa che esistono ancora ragazzi che inseguono i loro sogni e non i vostri assegni.

4. È servita a confermare che voi tedeschi non cambierete mai e che la storia non vi ha insegnato ancora che “prepotenza” non è sempre garanzia di vittoria.

5. È servita a far capire ai 200 ragazzi sammarinesi che hanno seguito la partita per quale motivo i loro allenatori gli chiedono di impegnarsi sempre al massimo. Chissà che un giorno tutti i loro sacrifici non vengano ripagati con una partita contro i Campioni del Mondo.

6. È servita alla tua Federazione (e anche alla nostra) per incassare i soldi dei diritti d’immagine con i quali, oltre a pagarti il disturbo, possono costruire impianti per i ragazzi del tuo paese, scuole calcio, stadi più sicuri… La nostra Federazione, ti svelo un segreto, costruirà un nuovo campo da calcio in un paesino sperduto che si chiama Acquaviva. Tu avresti potuto costruirlo con sei mesi del tuo stipendio, noi lo faremo con i diritti di 90 minuti di partita. Non male no?

7. È servita ad un paese grande come un settore del tuo Stadio di Monaco ad andare sui giornali per un buon motivo, perché una partita di calcio è sempre un buon motivo.

8. È servita al tuo amico Gnabry per esordire in Nazionale e segnare tre gol. Ora può chiedere al Werder il rinnovo del contratto al doppio di quanto ha guadagnato fino ad ora.

9. È servita a qualche sammarinese un po’ triste per ricordarsi che abbiamo una Nazionale vera. Succederà pure anche da voi che siete quasi perfetti che qualcuno si svegli quando perdete e cominci a rompere le scatole, no?

10. È servita a farmi capire che anche se vestite il modello più bello di divise dell’Adidas sotto sotto siete sempre quelli che mettono i calzini bianchi sotto i sandali

 

  VITE OLIMPICHE

L’attivista sudcoreano che protesta alle Paralimpiadi

  Le Paralimpiadi erano appena cominciate, il calderone era stato acceso la sera prima, quando sulla linea 14 della metropolitana di Parigi, intorno alle 9 del mattino, un gruppo di coreani in sedia a rotelle è salito alla stazione olimpica e ha iniziato a gattonare. In un inglese stentato il più anziano diceva: «Cittadini di Parigi, veniamo dalla Corea del Sud e abbiamo bisogno della vostra solidarietà per rivendicare i nostri diritti». L’uomo si chiama Park Kyung-seok e si è messo a ricoprire di adesivi il fondo della metro, finendo solo cinque stazioni più avanti. Ha 63 anni e un aspetto da vecchio saggio, Le Monde racconta la sua storia e lo descrive con i suoi capelli bianchi raccolti in una coda di cavallo, noto negli scantinati di Seoul per aver guidato azioni di disobbedienza civile nella metropolitana della capitale sudcoreana.

La sua è la battaglia per una migliore accessibilità ai trasporti in tutto il paese. Dal 3 dicembre del 2021, data della prima grande manifestazione della sua associazione di portatori di disabilità, diverse decine di persone si incontrano ogni mattina nelle ore di punta per bloccare le porte delle metropolitane nella capitale, alcuni lo fanno con le loro sedie a rotelle. Durante le mobilitazioni più grandi, quattro volte l’anno, arrivano a migliaia. Il 27 agosto scorso è stato il 663esimo giorno  di mobilitazione dall’inizio del movimento. 

Park Kyung-seok è in carrozzina per un incidente avvenuto nel 1983. Aveva 23 anni, stava partecipando a una gara in deltaplano. Aveva imparato qualche mese prima durante il servizio militare. I periti hanno dimostrato che l’attrezzatura era difettosa, Park cadde e perse l’uso di entrambe le gambe. «Mi ricordo benissimo, era domenica. Mia madre mi aveva detto di andare in chiesa, ma io non l’ho ascoltata. Non posso fare a meno di pensare che sono stato punito per questo» dice. Negli anni successivi all’incidente, Kyung-seok ha vissuto come in clausura, ritirato, fuori dal mondo, in casa con sua madre. Ha pensato più volte a darsi la morte. «Avrei preferito essere triste, ma ero come anestetizzato» ricorda. «Prima dell’incidente ero un giovane spensierato a cui piaceva bere e fare festa», oggi ama definirsi un guerriero, pronto a perdere la vita sul campo di battaglia. 

Dall’inizio delle manifestazioni del suo movimento, Park è nel mirino della repressione delle autorità e del sindaco conservatore di Seoul, Oh Se-hoon. In uno dei video girati durante le proteste, si vede il sessantenne trascinato da un agente della sicurezza della metropolitana, una catena metallica gli stringe la gola. Park dice a Le Monde che hanno dovuto ricoverarlo d’urgenza in ospedale. 

Ogni volta che la sua associazione protesta, la compagnia dei trasporti di Seul gli chiede un risarcimento pari a 680.000 euro per le perdite causate dalla paralisi della rete. È in corso un procedimento civile. «Non so nemmeno più quante volte sono stato preso in custodia dalla polizia» racconta. Sono state lanciate numerose raccolte di fondi per consentirgli di pagare la cauzione.

Scrive  Zoé Moreau su Le Monde che se la mobilitazione è così massiccia è grazie alla SADD, un’associazione di solidarietà contro la discriminazione legata alla disabilità, fondata da Park Kyung-seok nel 2007. Riunisce centouno organizzazioni in sedici province. In Francia – osserva il giornale – non esiste nulla di simile. Così l’attivista coreano è apparso a Parigi per le Paralimpiadi, «per mettere il tema della disabilità al centro dei dibattiti e delle considerazioni. È una questione internazionale» spiega, sottolineando che la metropolitana di Parigi è completamente priva di ascensori, con l’eccezione della linea 14.

Il caso di Park Kyung-seok è uno dei dieci sollevati da Amnesty International nell’ambito della campagna annuale Write for Rights. Il 27 agosto è stata lanciata una petizione per sostenere la sua causa. «Combatto la società abilista nel suo insieme. Il lavoro, l’istruzione, la cultura, i trasporti: tutti ne hanno diritto». Pochi giorni prima della partenza per la Francia, Park era stato ricoverato in ospedale per gravi problemi di salute legati alla sua disabilità. Secondo chi gli era vicino, riferisce Le Monde, avrebbe implorato il medico di lasciarlo partire, aggiungendo che era pronto «a morire a Parigi» .

La lotta ai para-imbroglioni

Non si parla della sessualità dei paralimpici [Slalom di ieri: QUI] e poco si dice pure dell’antidoping. Come gli atleti normodotati, possono essere tentati di imbrogliarescrive stamattina Le Parisien dedicandosi a questo secondo tabù, sepolto sotto il tappeto. I controlli sono altrettanto scrupolosi dice Nicolas Berrod nella sua analisi del fenomeno. Disabile… e dopato? Il doping è una piaga diffusa quanto fra gli olimpici e assai controllata nel mondo dello sport per portatori di disabilità. Jérémy Roubin, segretario generale della l’Agenzia francese antidoping (AFLD], dice: «I paraatleti sono atleti come gli altri e ci chiedono di essere trattati come i normodotati, senza alcuna indulgenza particolare a causa della loro disabilità, anche per l’antidoping». I numeri dei controlli sono inferiori perché ci sono meno atleti e meno gare. Durante la stagione 2023-2024 in Francia sono stati raccolti poco più di 300 campioni, su un totale di 13.000. Ma ai Giochi Paralimpici tutto è amplificato. Durante gli undici giorni di competizione e i pochi giorni precedenti, saranno stati prelevati più di 2.000 campioni di urine.

 

LA TOMBOLA  DELL’ATLETICA

La stanchezza delle stelle si è vista anche a Zurigo

8   Sei giorni dopo il Golden Gala, Zurigo ha dato una nuova chiave di lettura anche per Roma. Il classico meeting Weltklasse, oggi tappa della Diamond League, aveva il secondo punteggio per qualità di partecipanti nella scala di World Athletics, alle spalle del solo appuntamento in Silesia del 25 agosto, dove la vita è meno cara, gli hotel costano meno e nel budget hanno più spazio di movimento per offrire gettoni a campioni e campionesse. Eppure, con tutta la schiera di stelle ingaggiata, Zurigo ha chiuso le gare con l’ottavo punteggio per eccellenza di risultati. Alle spalle di Roma. Ci dice che siamo in una fase di respiro, la stagione è quasi finita, sono tutte stanche e stanchi, qualcuno si conserva un ultimo fuoco per le finali di Bruxelles del 13-14 settembre. 

Neppure una prestazione sopra quota 1300 nella tabella di conversione in punti di tempi e misure. Il picco del meeting è stato il 19.55 di Letsile Tebogo nei 200 metri, due centesimi in meno di Kenneth Bednarek alle sue spalle, in una serie con cinque uomini sotto i 19.90. I 22 metri e 66 centimetri del solito Ryan Crouser nel getto del peso vengono subito dopo: Leonardo Fabbri ha chiuso ancora al secondo posto ma con una misura per lui ormai ordinaria [21,86]. La migliore prestazione in campo femminile è stata di Beatrice Chebet, 14:09.52 nei 5.000 metri [“con un vantaggio da Giro delle Fiandre” secondo il dizionario di Nicola Roggero su Sky], miglior tempo mondiale dell’anno. Il resto? In tutto appena 3 primati personali e in 4 hanno fatto la loro migliore prestazione stagionale. 

 

  AMERICHE

Comincia la NFL. E avrà un peso sulle elezioni per la Casa Bianca

La NFL è cominciata nella notte, ma per ora sembra soprattutto un’appendice della campagna elettorale per la Casa Bianca. Ne ha scritto più o meno in questi termini Candace Buckner sul Washington Post: Nelle elezioni presidenziali più importanti della nostra vita (almeno fino al 2028), la NFL avrà un ruolo da protagonista nell’aiutare una nazione divisa a schierarsi.  Come se avessimo bisogno di ulteriore assistenza in questa ricerca

Che cosa è successo? È successo che abbiamo sulla scena la moglie di una superstar che si è schierata dalla parte di Trump, Brittany Mahomes, quando ha messo un like a un post su Instagram del tucoon, un post che ripeteva gli argomenti di discussione MAGA [Make America Great Again]: il timore che i migranti siano tutti dei criminali – scrive il Washington Post – che le donne trans stiano prendendo il sopravvento nello sport e che le scuole pubbliche debbano essere fermate dall’influenzare le giovani menti su qualsiasi argomento riguardante la razza in America.

Sebbene Mahomes abbia rimosso il suo like e poi abbia preso di mira gli haters che hanno osato notare la sua attività sui social media, Trump ha spruzzato delle bombolette spray su questo incendio, condividendo la sua gratitudine e ringraziando la bellissima Brittany Mahomes per averlo difeso così fermamente, giacché MAGA è il più grande e potente movimento politico nella storia del Paese in declino. Ecco. 

Anche il kicker dei Chiefs, Harrison Butker, all’inizio di quest’estate ha utilizzato un discorso di inizio anno in un college cattolico privato per inveire controJoe Biden e il suo sostegno in difesa della legge che consente l’aborto. Butker ha fatto pure un passaggio sul fatto che le laureate del Benedictine College sono più entusiaste di diventare mogli e madri anziché usare i loro certificati di istruzione per far carriera. La lega è dovuta intervenire, con una dichiarazione secondo cui le sue opinioni non sono quelle della NFL come organizzazione. 

Poco dopo, gli Eagles hanno scoperto che su certi poster verdi e bianchi di propaganda a Kamala Harris, affissi all’interno delle pensiline delle fermate degli autobus a Philadelphia, c’era il loro logo e il loro nome. I poster erano dei fake e la squadra ha dovuto usare i suoi canali social per denunciare l’uso di messaggi politici contraffatti. Come fa notare il Washington Post, l’idea che qualcuno, o un gruppo, possa rubare un logo e un font di una squadra della NFL come mezzo per fare campagna elettorale, ci dice del potere della lega. Il football conta tanto negli stati rossi, negli stati blu, negli stati indecisi e in qualsiasi altro posto nel nostro paese. Nessun altro sport possiede un’influenza così smisurata, tanto che il gioco, e coloro che lo praticano o anche solo ne parlano, possono plasmare l’ideologia.

Benvenuti, allora. La NFL è tornata. Quel posto dove il quarterback Aaron Rodgers è stato a lungo sostenitore di Robert F. Kennedy Jr. , prima che costui si ritirasse dalla corsa per sostenere Trump. E non abbiamo neppure mai nominato Taylor Swift. 

 

TITOLI

▥   IL TOM BRADY TELECRONISTA The Athletic: Come Tom Brady si è preparato per il suo debutto da telecronista per Fox NFLAndrew Marchand racconta: Quando Tom Brady si è preso il suo anno sabbatico tra la sua ultima partita NFL all’inizio del 2023 e il suo debutto come analista da 375 milioni di dollari per Fox Sports, ha studiato le trasmissioni NFL come quando cercava di capire il funzionamento di una difesa sui quarterback. Noto per la sua meticolosità, Brady non solo ha studiato come lavorano i colleghi analisti principali, tipo Tony Romo della CBS, Troy Aikman della ESPN e Cris Collinsworth della NBC, ma nelle conversazioni con il produttore esecutivo di Fox Sports Brad Zager, il compagno di telecronaca Kevin Burkhardt e il produttore numero 1 della rete Richie Zyontz, Brady ha chiesto per quanto tempo i producer parlano nel tuo auricolare durante una partita o cosa fa un regista. Si è anche impegnato a girare in ogni stanza per imparare i nomi di ogni persona impiegata nel programma. [TUTTO QUI]

L’Équipe: Rientro anticipato per Wembanyama” – Da quando è tornato dalle vacanze undici giorni fa, Victor si sta allenando presso il centro di allenamento degli Spurs, dove sta tenendo un’intensa preparazione, prima della ripresa della NBA il 24 ottobre. ➔  Maxime Aubin ha scritto: Il caldo estremo di San Antonio ha lasciato il posto alle piogge torrenziali degli ultimi giorni, nessun motivo per restare fuori. Questo è un bene perché Victor Wembanyama non è il tipo che sorseggia un drink in terrazza, casomai si rinchiude nel Victory Capital Performance Center – il nuovissimo centro di allenamento degli Spurs – anche se la ripresa ufficiale degli allenamenti è fissata per il primo ottobre.

 

Inizia pure il rugby in Francia

Con il Tolosa di Anthony Dupont reduce dalla doppietta campionato-Coppa dei Campioni, con il Vannesper la prima volta nell’élite, con Lione e Rochelais che meditano riscatti e rivincite, la francia si sta avvicinando all’inizio del campionato di rugby, il Top 14 lo chiamano. Per i cultori qui c’è un’analisi in cui il Tolosa viene dato come favorito per succedere a sé stesso con cinque stelline, davanti a Bordeaux-Bègles e La Rochelle [tre stelline], Stade Français e Toulon [due], Racing 92 una stella [] e qui c’è invece una galleria delle maglie per la prossima stagione ]. Su carta c’è pure un bel paginone di quelli che nelle redazione si tramandano di grafico in grafico, un paginone con i campetti e le formazioni titolari di tutti i club. Mettono molta allegria e fanno tornare bambini. Sono nove i campioni olimpici francesi di rugby a sette che tornano a giocare la versione a XV: Jean-Pascal Barraque, Théo Forner, Joseph Jefferson-Lee nel Perpignan, Andy Timo nello Stade Français, Antoine Zeghdar nel Castres, Nelson Epee nel Tolosa, Rajan Rebbadj nel Toulon, Grandidier Nkanang nel Pau e ovviamente Antoine Dupont nel Tolosa

 

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