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RUOTE
Una app, un QR Code e un gettone: il GP che ricicla i rifiuti
Un week-end in mezzo alla Marea Orange di Zandvoort
DI ROBERTO LIBERALE
Haarlem è una cittadina di 160.000 abitanti a una trentina di km da Amsterdam. Nei weekend del GP di Olanda la sua stazione ferroviaria è il crocicchio di tutti gli appassionati di Formula Uno olandesi. Come se fossero tanti fiumi, umani, lassù confluiscono da tutte le città per formare poi la famosa marea orange che andrà ad affollare il circuito di Zandvoort. Haarlem è la stazione della Nederlandse Spoorwegen (NS), le ferrovie olandesi, da cui partono i treni che in 9 minuti coprono il tragitto verso la stazione di Zandvoort Aan Zee, 20 minuti a piedi dal circuito.
Bas, Merel e Daan, tre dei tanti appassionati che sono sul treno, raccontano che Verstappen è il loro orgoglio nazionale, ma che loro a vedere la Formula Uno ci andavano anche prima che Max diventasse un fenomeno. Merel, studentessa di ingegneria a Delft, ricorda le tante volte che da bambina il suo papà Bas la portava a Spa, e qualche volta pure a Hockenheim. Il ritorno della Formula Uno a Zandvoort nel 2021 ha ricucito fisicamente un rapporto mai interrotto con le corse. Chiedono della passione italiana per la Ferrari, ma forse in Italia è diverso, la passione verso la Ferrari è più profonda, quasi una religione. All’entrata del circuito tutto scorre in maniera ordinata, senza fretta. I mezzi tecnologici moderni, con l’ingresso consentito solo tramite QR Code nella App dedicata, come ormai avviene quasi ovunque, facilita le cose. A tutti viene consegnato un gettone di legno con sopra impresso la scritta CM e un codice di 6 lettere. Dicono di usarlo al bar. Bah.Diciotto gradi, pioggia sottile, incessante, folate di vento. Evidentemente non disturba i tanti che arrivano in polo, bermuda e sandali. Gli olandesi non si lamentano mai del tempo, convivono con le 4 stagioni che si possono alternare nelle 24 ore. In effetti nella giornata cambierà più volte, fino a trasformare una mattinata di vento e pioggia in un tardo pomeriggio quasi estivo. Sul palco della FanZone sono previsti spettacoli di canto e ballo, DJ set con musica techno. Lassù sono anche attesi in mattinata i piloti, nel primo pomeriggio i Team Principal per le interviste ad uso e consumo degli appassionati. Alle 10.30 la birra già scorre a fiumi, probabilmente contribuisce a tollerare meglio la mezza bufera che si sta scatenando.
POPOLI
La vocazione olandese per la festa
“Da dove viene questa follia tra i tifosi olandesi che non si negano nessuna stravaganza e amano festeggiare in gruppo?” se lo domanda Erik Bieldermann su L’Équipe notando che va sempre così, le scene sono sempre uguali, che ci sia di mezzo Max Verstappen, la Nazionale di calcio agli Europei o un ciclista al Tour de France. “Sono ovunque. Questa è l’anima degli olandesi, naviga tra i cliché che li raffigurano allo stesso tempo distanti – a volte altezzosi – e totalmente sconvolti”. «Lo sport è solo un pretesto, per gli olandesi ogni cosa è buona per divertirsi, travestirsi e bere. È una fatto culturale» spiega Erik van Haren, giornalista di De Telegraaf.
È la famosa arte della kermesse, parola che unisce kerk [chiesa] a messe [messa]. Così si chiamavano le fiere, in origine feste religiose e parrocchiali, di cui a partire dal Medioevo si abusò “trasformandole in feste e altri tormenti pagani”. Nel XVI secolo Carlo V, imperatore del Sacro Romano Impero, volle mettervi fine. Un editto del 1531 vietò ufficialmente che potessero durare più di un giorno. L’editto non verrà mai applicato. Il pittore fiammingo Pierre-Paul Rubens dipinse quegli eccessi ne La Kermesse [1635-1638] esposta al Louvre, “prezioso patrimonio visivo di questo fenomeno culturale. Vergogna e orgoglio mescolati” scrive L’Équipe.
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La rivincita di Roglic
Ehm, no, Ben, non è così che puoi pensare di vincere la Vuelta. Alla prima ascesa con la maglia rossa sulle spalle, ti sei fatto mangiare quasi un minuto da Primoz Roglic. Non andiamo ben, Eppure alla vigilia era tutto un “terza categoria, percentuali irrisorie, non vi preoccupate, le pendenze pazzesche arrivano la prossima volta. Che razza di scherzo, invece, questo tratto di finale di Cazorla, nuovo, molto spietato, malvagio, con il sole che picchiava sordo, bastava vedere lo stato del gruppo sulla strada, esploso, sparso come il sacco di biglie di un ragazzino disordinato, per capire che non c’è mai niente di semplice o di normale alla Vuelta, dove tutti i dossi finali sono per definizione diabolici”.
Questo è Alexandre Roos su L’Équipe, lo si riconosce a occhio nudo. Nel pieno del colpo di calore dell’Andalusia, quest’arrivo sembra un miraggio, dice l’immaginifica firma francese, il miglior raccontatore di ciclismo che ci sia oggi al mondo, un miraggio totale, in quella sua imprevedibilità assaggiata pure da Giulio Ciccone e Txomin Juaristi, spiazzati e spazzati via a 16 km dall’arrivo perché un cervo aveva deciso di tagliargli la strada. Allora Roos si domanda se per caso non dobbiamo “mettere nell’archivio dei miraggi e delle illusioni anche l’idea che Ben O’Connor possa vincere la Vuelta, dopo la dimostrazione di forza nella tappa di Yunquera giovedì e i quasi 5 minuti di vantaggio che aveva nella generale?”.
Stamattina sì. Il vantaggio è ancora tanto, 3’49” su Primoz Roglic, solo che ieri sembrava solido e ora molto più friabile. Nella meravigliosa immagine scovata da Roos, ora è “come se lo sloveno avesse ribaltato la clessidra e che la riduzione del tempo paia inesorabile” soprattutto perché il nostro amico australiano Ben dice che «non mi aspettavo di perdere tanto tempo».
Oggi le cartine della Vuelta da Motril a Granada parlano di tappa di montagna, bisogna scalare l’Alto de Hazallanas, non una volta sola, bensì due, e la seconda a una quindicina di km dal traguardo. Ci sono quattro sezioni sopra il 7% di pendenza e lunghe più di 2,5 km, per un totale di 126 km su 174 in cui si va o all’insù o all’ingiù, per 4.486 metri in verticale: solo altre due tappe in queste Vuelta ne hanno di più. Se Mameli ruggisce dentro e proprio non si trattiene, possiamo sfamarlo dicendogli che c’è Antonio Tiberi con 5 minuti di ritardo al quarto posto nella generale, buono, Goffre’, buono, dovresti saperlo che non è l’anno giusto per lamentarsi di un quarto posto.
US OPEN
Anche Djokovic ha qualche dubbio sulla sentenza Sinner
Djokovic ha ancora fame, annuncia L’Équipe con una foto in cui il serbo si appresta al servizio. L’ultima volta che lo abbiamo visto su un campo di tennis stava singhiozzando in attesa di farsi mettere una medaglia d’oro al collo. New York è il posto dove 4 anni fa lo buttarono fuori per una pallata alla gola di una giudice di linea, adesso si ripresenta qui come il campione di tutto, gli Slam, l’Olimpiade, la Coppa Davis, il Masters. “Cosa può sognare adesso?” si domanda Bertrand Lagacherie. Risposta: “Un 25esimo titolo del Grande Slam per superare Margaret Court e apparire da solo sulla linea più alta nel libro dei record del tennis. Ma già così, Djokovic non è più paragonabile a nessuno”.
Andava tutto bene fino a ieri sera, finché Djokovic non ha pensato di ingannare la vigilia parlando in chiaro dei problemi che ha il tennis con l’antidoping. Dalle sue parole si evince che non ha preso bene la decisione dell’arbitrato su Sinner, e che non abbia trovato infondati i rilievi dei giocatori definiti dei cretini da Angelo Binaghi. Alla schiera dei cretini, perplessi non per la positività di Sinner, ma per il modo in cui è stata gestita, si erano nel frattempo iscritte anche persone con minor stigma di Kyrgios, per esempio Barbara Schett e Mats Wilander. Oppure Chris Evert alla Associated Press: «Credo che ci sia un qualche tipo di protezione nei confronti dei top player. Tengono tutto segreto per un po’ di mesi perché i giocatori non vogliono cattiva stampa. I più forti sono trattati diversamente da Joe Smith, numero 400 del mondo».
Djokovic la pensa allo stesso modo e maledizione, ora s’è giocato gli inviti a Sanremo e i palleggi con Fiorello, Ha detto: «Sono i casi come quello di Sinner il motivo per il quale abbiamo fondato la Ptpa, che sostiene sempre protocolli equi, protocolli chiari per approcci standardizzati a questo tipo di casi. Capisco che la frustrazione dei giocatori sia dovuta alla mancanza di coerenza. Da quanto ho capito, il suo caso è stato risolto nel momento stesso in cui è stato annunciato. Penso anche che siano passati cinque o sei mesi da quando la notizia è stata data a lui e alla sua squadra. Quindi sì, ci sono molti problemi nel sistema. Esiste una mancanza di protocolli standardizzati e chiari, quindi posso capire i sentimenti di molti giocatori che si chiedono se vengono trattati allo stesso modo. Speriamo che gli organi di governo del nostro sport siano in grado di imparare da questo caso e avere un approccio migliore per il futuro. Penso che collettivamente ci debba essere un cambiamento, e penso che sia ovvio»
Un pensiero in linea con un altro editoriale uscito nei giorni scorsi, poche ore prima della conferenza stampa di Sinner, sul Wall Street Journal, il giornale più venduto in America. “Tutto fatto, problema risolto – scriveva Jason Gay – ma sotto la superficie [della decisione, ndSl] c’è qualcosa di turbolento. E per dire un’ovvietà: non è il massimo per il tennis. Sinner è talentuoso e simpatico, il tipo di giocatore che il tennis spera di veder progredire mentre la generazione dei Big 3 Roger/Rafa/Novak va in pensione. Adesso colpirà i suoi dritti sotto esame”. Gay esamina la ricostruzione e scrive: “Il Team Sinner sa che è un po’ troppo. Si può sentire il pubblico sollevare gli occhi, sebbene ci siano ricerche a sostegno dell’affermazione secondo cui il clostebol può essere trasmesso inavvertitamente attraverso il contatto della pelle. Ma il fatto che il numero 1 al mondo sia stato scoperto positivo al test antidoping è una storia enorme. Giocatori attuali ed ex giocatori si sono fatti domande sul trattamento preferenziale per una star, un caso silenziosamente risolto dietro le quinte, quando altri test positivi hanno portato a drammi pubblici e sospensioni. La chiave è applicare questo standard e questa discrezione in modo uniforme a tutti i giocatori, in particolar modo a quelli meno noti che potrebbero non avere le risorse per organizzare una difesa vigorosa e immediata. Gli US Open saranno un test per la reazione del pubblico. Non è una bella storia. Non lo è per il tennis, né per Jannik Sinner, né per chiunque altro”.
LE MIGLIORI RÉCLAME DEL BASKET
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La differenza tra la pallacanestro italiana e quella francese

ULLALLA’, E’ UNA CUCCAGNA
Victor Wembanyama rookie dell’anno in NBA, Francese. Zaccharie Risacher, prima scelta degli Atlanta Hawks al nuovo Draft. Francese. Alex Sarr, seconda scelta dei Washington Wazards. Francese. Basta passare Ventimiglia o salire su un’alta velocità da Torino verso Lione per trovare una pallacanestro che funziona. Nella famosa frase velaschica secondo cui «chi vince festeggia e chi perde spiega», la Francia festeggia e l’Italia… ehm… no, in effetti l’Italia neppure spiega. Fuori dalle Olimpiadi con la Nazionale maschile per la quarta volta nelle ultime cinque edizioni, esonerato il cittì che ci aveva qualificato in quella volta sola, fuori dai Mondiali tre volte su sei e mai più su dell’ottavo posto, fuori perfino da una semifinale europea negli ultimi vent’anni, non c’è stata neppure di passaggio una riflessione sullo stato delle cose. Lo ha fatto notare anche Valerio Bianchini sulla sua pagina facebook. “Il silenzio del basket italiano è assordante. Avrei sentito volentieri dai coach più in vista fare il punto sulla direzione che sta prendendo la tecnica del basket europeo cosi come è emersa da questa Olimpiade. Invece come cantava la Ferri: Tutti al mare a mostrar le chiappe chiare”.
Per non dire dell’irrilevanza che ha in federazione la Nazionale femminile. La Under-16 gioca oggi per la medaglia di bronzo europea, come un anno fa. Nel 2018 ha vinto il titolo. Le giovani azzurre sono state campionesse d’Europa 2019 con la Under-17 e con la Under-20, oltre che vice-campionesse del mondo 2016 con la Under-17, senza che questa coltura abbia mai qualificato la Nazionale maggiore per le Olimpiadi [fuori dal 1996] o ai Mondiali [fuori dal 1994]. Avete mai sentito un’analisi da parte di chi dirige il movimento? In effetti da noi chi vince festeggia, chi perde tace a aspetta che passi la bufera – che certe volte sui media più diffusi neppure comincia.
Oltre Ventimiglia invece un argento olimpico nel 2000, 2021 e 2024, un bronzo mondiale nel 2014 e nel 2019, cinque volte sul podio europeo dal 2005 con un oro e due argenti. Negli ultimi 25 anni di sonno profondo dell’Italia, la Francia è diventata la potenza europea di riferimento. Come ha fatto? Come ha fatto e come continuerà a fare, bisognerebbe domandarsi perché dall’Under-16 all’Under-20, le sue squadre giovanili, maschili e femminili, hanno raccolto quattro titoli europei sui sei in palio in quest’estate, mai visto prima. battendo tre volte la Spagna in finale (Under-20 e Under-18 femminili, Under-16 maschie] e anche in semifinale [Under-16 femminile] e ai quarti [Under-20 maschile].
Sono la continuazione dei risultati della scorsa stagione, quando arrivarono tre titoli su sei agli Europei [Under-20 maschile, Under-20 e Under-16 femminile], un argento ai Mondiali maschili Under-19 dopo aver battuto in semifinale gli Stati Uniti, un 4° posto per le ragazze.
“Centri di formazione professionale e strutture federali producono le migliori promesse d’Europa” spiega L’Équipe. C’è un nuovo approccio all’allenamento, avviato dopo Tokyo 2021. La spinta viene dall’ANS [Agenzia Nazionale per lo Sport] e dal suo piano per la formazione di allenatori e allenatrici. È il posto nel quale, si legge, praticano “la diffusione della cultura della vittoria. Sempre meno pepite riescono a sfuggire alle maglie della rete di rilevamento”.
Da noi è il contrario. La minoranza resta imbrigliata e la maggioranza scappa. Uomini e donne. Per fortuna. Così almeno finiscono a pallavolo.
IL CALCIO ITALIANO
Che cosa sta succedendo al Milan
Il Milan è un’ipotesi, titola il Corriere della sera per la sconfitta in casa del Parma, il Parma di Fabio Pecchia, che da calciatore una volta osò intervenire con la gamba alta su Franco Baresi, costringendolo a giocare per il resto della partita con un turbante intorno al capo. Anche ieri ha affondato i colpi ogni volta che gli pareva, e non c’era neppure Franco Baresi.
L’analisi al microscopio della partita dice di 4 grandi occasioni per il Parma contro 3, eppure quelle del Parma hanno avuto la caratteristica di essere vistose, deflagranti, rumorose, a campo aperto, di quelle che ti lasciano negli occhi un senso di esondazione, lo straripamento di un’energia che abbatte gli argini. Il Milan ha tenuto il pallone per sei minuti ogni nove, il Parma si è fatto bastare quei tre in cui scorrazzava per erbe e zolle senza alcun presidio.
La stampa milanese reagisce al risultato con severità. Carlos Passerini sul Corriere della sera parla di Milan senza grinta, una squadra che è già spalle al muro per “l’assoluta assenza di gioco, di idee e di tenuta, come se allenatore e giocatori si fossero dati appuntamento per la prima volta la settimana scorsa e non a inizio luglio”. Eppure è la squadra che tra luglio e agosto aveva battuto City, Real e Barcellona, ma dopo 13 anni nessuna delle prima due partite di Serie A. “Il migliore è stato il debuttante Pavlovic, che con i suoi tackle ha tenuto in piedi il Milan consentendogli di restare quantomeno in partita fino alla fine. Con Fofana a schermare la difesa la situazione migliorerà”. In effetti pare quello l’aspetto più urgente da risolvere, oltre che risolvere il rebus della collocazione di Loftus-Cheek, così complesso che divide anche gli analisti in tv, chi lo considera il miglior trequartista possibile a disposizione di Fonseca, chi sostiene che non è quello il ruolo.
A Milano c’è impazienza, siamo già agli ingaggi rinfacciati. Daniele Dallera sul Corriere della sera: “Non si è mai visto un giocatore stipendiato dal Milan che cercasse la palla tra i piedi dell’avversario, la parola pressing pare abolita dal vocabolario rossonero. Ecco, perché sosteniamo che Fonseca abbia le sue pesanti responsabilità, ma che Theo Hernandez, uno di quelli che passeggiano, in via Montenapoleone e non con le braghe corte in un campo, e compagni (troppi) debbano avere ben altra testa e cuore”.
L’Inter sa come si fa, titola invece il Corriere della sera, in contrapposizione alla delusione del Milan. Dopo il pareggio con il Genoa, è arrivata la prima vittoria contro il Lecce. Paolo Tomaselli dice che “Inzaghi può stare tranquillo perché il suo martellamento sulla squadra funziona. Non ci sono tracce di presunzione in questa Inter e nemmeno di scarsa fame. C’è solo un rodaggio da completare, anche se il tempo è sempre tiranno: venerdì c’è già l’Atalanta per il primo tagliando sulla strada dello scudetto”.
L’insofferenza di Vanoli di cui la Gazzetta non si è accorta
Mentre la pentola Antonio Conte bolle a fuoco ancora lento, ieri è stata la giornata del primo grande sfogo di un allenatore. È esploso Paolo Vanoli a Torino perché gli hanno venduto Bellanova, subito avversario con la maglia dell’Atalanta.
«Non sono uno che cerca spiegazioni. Quando una società mi vende un giocatore a mia insaputa, è inutile cercare spiegazioni. Non sono abituato a piangermi addosso. Non sono d’accordo su questa vendita, ma alzo la testa e vado avanti. Ho detto al presidente in faccia ciò che penso. Non mi piace la mediocrità. Ho detto al presidente chi era Vanoli e alla società di avere più coraggio e di tirare fuori tutte le potenzialità». Ecco.
Un discreto pandemonio, così uno immagina, e in effetti in questo modo l’hanno percepito e trattato a Sport Mediaset [“Lo sfogo di Vanoli”], a Calciomercato [“Vanoli sbotta”], al Messaggero [“Vanoli contro la società”]. Stamattina Francesco Manassero su La Stampa lo definisce “gentile ma diretto, concreto. Senza alzare la voce, eppure efficace. Dalla sciabola di Juric si è passati al fioretto di Vanoli: il bersaglio è sempre lo stesso, ma i colpi così sembrano più efficaci”.
Il bersaglio è Urbano Cairo, presidente di un Toro rilevato dalla fallimentare nel 2005 e ripartito dalla Serie B, la categoria in cui nello stesso anno si trovava il Bologna oggi in Champions, mentre il Napoli era addirittura in C. La Fiorentina c’era passata due anni prima, l’Atalanta sarebbe stata in B nel 2010-11. Ma in questi vent’anni il Toro di Cairo non si è mai sollevato dalla medietà, mai si è avvicinato a quelle altezze, è anzi retrocesso una volta, non si è mai piazzato fra le prime sei, due volte settimo, mai neppure una semifinale di Coppa Italia. Sta per diventare il presidente più longevo, superando Orfeo Pianelli, il capitano dell’ultimo scudetto [‘76]. Tuttosport ha scritto qualche giorno fa della “aritmetica di Cairo: incassati 35 milioni, spesi solo 8.5” e anche La Stampa ha pubblicato una tabella mostrando che in cassa ci sono 60 milioni. «Ho speso troppo, ora basta», aveva detto il presidente. Tutto questo malumore circola da tempo fra i tifosi e ogni tanto prende una forma più insofferente, secondo alcune fonti Cairo pensa di non andare oggi allo stadio per evitare la contestazione.
Ecco cosa c’è dietro l’insofferenza di Vanoli. Insofferenza, poi. Dipende. Alla Gazzetta non sembra. Non ce la vede. Delle parole di Vanoli, ieri pomeriggio parevano rilevanti queste: «Io lavoro e sogno. E questo Torino deve credere nelle sue idee di gioco». Erano nel titolo della cronaca online. Oggi l’edizione su carta parla di Linetty il faro e di Ricci l’uomo in più, “Il meglio è in mezzo”, rassicura la Gazzetta nel titolo grande grande. “Qui nasce il Toro votato al bel calcio”. Oh, ecco, quel bel calcio [di una volta].
Le parole di Vanoli sono stringate, sono state riassunte, tagliamo, tagliamo non c’è spazio. Sono diventate: «È successo tutto in un lampo: non sono d’accordo sulla vendita di Raoul. Io e i calciatori siamo rimasti sorpresi, ma al gruppo ho detto che bisogna voltare pagina e non fare di questo caso un alibi». Lla contestazione annunciata altrove diventata un appello del tecnico “al cuore della tifoseria”. E niente, boh, ci sarà un motivo.
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Come Estanguet prepara la cerimonia delle Paralimpiadi
Saranno di nuovo Giochi monumentali, dice L’Équipe, quando mancano tre giorni alla cerimonia d’apertura delle Paralimpiadi. Louvre, Invalides, Palazzo di Versailles, Grand Palais, Torre Eiffel, Conciergerie. L’album è completo. I luoghi iconici di Parigi saranno “molto più di un elemento decorativo, una gigantesca pubblicità di sedici giorni in mondovisione” per la città – sostiene il giornale francese, sebbene non sia un posto di nicchia, ecco.
«Chi non sarebbe felice? Abbiamo trascorso due settimane assolutamente meravigliose», afferma Corinne Menegaux, direttrice generale di Paris je t’aime, l’ufficio turistico della capitale. «È la migliore campagna promozionale che potresti sognare» Una gioia olimpica condivisa da Sylvie Leluc, direttrice del Museo dell’Esercito, a Les Invalides: «Eravamo un po’ preoccupati per l’evento, alla fine siamo felicissimi e molto orgogliosi. Durante il tiro con l’arco si sentivano gli applausi del pubblico fin qui, e abbiamo avuto visitatori sorridenti». Anche l’amministratore della Reggia di Versailles, Pierre-Emmanuel Lecerf, parla di «grande orgoglio per essere stati nell’incanto dei Giochi. Avete visto le immagini? Sono leggendarie», e via così.
***
Ieri L’Équipe ha pubblicato una lunga intervista con Tony Estanguet, l’ex campione di canoa che dirige il comitato organizzatore, il suo ruolo è lo stesso anche per le Paralimpiadi. «Per dieci anni – ha detto – sono stato accusato di essere un idealista al settimo cielo, un sognatore pazzo. Ho immaginato questi Giochi come una grande festa, ci ho sempre creduto. Durante l’evento c’era un aspetto un po’ irreale che mi diceva, in effetti, forse è meglio di quanto avessi sognato. Perché c’era un’atmosfera pazzesca, la gente sorrideva e avevamo l’impressione che i francesi fossero felici di vivere i Giochi»
La saga della qualità dell’acqua della Senna ha messo in ombra questo successo? Il medico della delegazione americana annuncia che il 10% degli atleti che hanno nuotato nel fiume hanno sviluppato una gastroenterite,
«Siamo riusciti a organizzare le gare con ottimi livelli di qualità dell’acqua e non è stato facile, viste le condizioni. Successivamente abbiamo avuto atleti che si sono ammalati. Da quello che ho capito, non è la prima volta, lo dice la federazione internazionale, convinta che sia stato straordinario aver potuto fare questo triathlon. È stata una corsa contro il tempo. Abbiamo sempre detto che non avremmo corso alcun rischio per la sicurezza degli atleti, le norme in gran parte sono state rispettate»
L’asticella è alta per la cerimonia di apertura delle Paralimpiadi.
«Conserviamo l’ambizione di una cerimonia eccezionale e unica. La gente ha l’impressione che sia facile e normale. Non avrà nulla da invidiare alla cerimonia dei Giochi Olimpici, si svolge in una location eccezionale di Parigi, di fronte all’Arco di Trionfo, agli Champs-Elysées, dietro il giardino delle Tuileries».
Ha partecipato alle prove?
«È meraviglioso quello che ho visto finora negli studios. Quasi 200 artisti, 150 ballerini ci offriranno uno spettacolo immaginato da Thomas Jolly sul tema dell’inclusione. Come trovare il giusto equilibrio tra un momento spettacolare ed emozionante e un momento che dice cose e manda messaggi, in particolare sul tema della disabilità, la principale causa di discriminazione oggi in questo Paese. Gli artisti ci sfideranno sui nostri pregiudizi e su un modello di società più inclusivo ma con poesia, umorismo, modernità. La posta in gioco è questa, uno sport che vuole essere più inclusivo riconosce che i suoi atleti paralimpici sono grandi campioni».
Avvertirà gli ultimi tedofori solo il giorno stesso, come il 26 luglio?
«Il mio compito è assicurarmi che ci siano molti tedofori presenti alla cerimonia di apertura. Ci sto lavorando. Non posso dire altro».
A che punto è la vendita dei biglietti per le Paralimpiadi?
«Abbiamo superato 1,8 milioni di biglietti venduti e stiamo aumentando. Meglio così perché abbiamo ancora 2,5 milioni di biglietti da vendere e mancano pochi giorni. Siamo lieti di vedere che c’è un pubblico che si sta mobilitando. Siamo al 90% di pubblico francese negli stadi. È comune che per le Paralimpiadi ci sia un pubblico nazionale».
È ancora preoccupato?
«Non particolarmente, è bello vedere siti quasi già pieni. Per altri più grandi come Roland-Garros, Bercy, ci sono ancora posti e vale la pena cogliere queste opportunità perché rimane un’esperienza eccezionale in siti iconici. All’inizio dell’anno scolastico, spero che la generazione 2024 avrà visto in estate più sport del solito».
Cosa farà dopo la cerimonia di chiusura?
«Voglio portare avanti questa avventura fino alla fine. Non si fermerà all’8 settembre perché ci sono tante cose da fare, luoghi da smontare e ripulire, un bilancio da stilare, resoconti qua e là. Poi bisognerà riposarsi davvero, per questo non voglio avere fretta. E dopo arriverà il momento di ricominciare. A differenza di quanto ho sperimentato da atleta, quando c’era un po’ di questa pressione personale, la curiosità di sapere se eri capace di fare qualcosa di diverso dalla canoa, adesso non sento lo stress di sapere se sono capace di fare qualcosa di diverso dall’organizzazione delle Olimpiadi. Sono curioso di sapere cosa mi riserva la vita» [intervista di rachel pretti, L’Équipe]
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