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MARTEDI 30 LUGLIO 2024
GIORNO #4 DELLE OLIMPIADI
QUELLO CHE STA SUCCEDENDO
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IN CIMA AI PENSIERI
A che punto siamo dopo tre giorni di Olimpiadi
Eccoci alla giornata-4 dei Giochi. Ci arriviamo con l’oro di Thomas Ceccon negli occhi e con tre paesi asiatici ai primi cinque posti del medagliere, gli USA solo sesti ma primi per podi complessivi, 20-16 sulla Francia, una Francia andata a medaglia in 8 sport differenti finora e anche il solo paese della vecchia Europa ad aver vinto un titolo nella scherma, per ora. La Vecchia Europa non ne ha neppure uno nel judo, per ora.
L’Italia regge un posto nel G-8. La Gran Bretagna è risalita al settimo grazie agli ori nell’equitazione e nella mountain bike di Tom Pidcock. “Magic Monday“ lo sta chiamando la stampa inglese. Ancora senza ori l’Ungheria, paese che occupa una delle prime 10 posizioni nel medagliere complessivo di tutti i tempi.
GLI HIGHLIGHTS PRIMA DEGLI HIGHLIGHTS. Allora: che cosa ci tocca oggi. Ci tocca reggere la fatica di guardare la bellezza di Simone Biles nella finale del concorso a squadre di ginnastica. La Francia spànteca per la portabandiera di Tokyo, la judoka Clarisse Agbegnenou che difenderà il suo titolo nella categoria sotto i 63 kg. Il giorno dopo la finale franco-francese della sciabola individuale femminile e dell’argento di Macchi nel fioretto, la scherma parte con il programma delle prove a squadre e propone la spada femminile. Nella rotazione di genere in calendario, oggi è il turno di pallavolo, pallanuoto e calcio maschile, pallamano e rugby a sette femminile, con le finali della palla ovale. È il giorno delle grandi fatiche di Léon Marchand, già titolato nei 400 misti e impegnato nelle batterie dei 200 farfalla e dei 200 rana.
IL RUGGITO DI MAMELI
Noi invece siam pronti alla morte con Mauro De Filippis e Giovanni Pellielo nella trap che ci appassiona ogni quattro anni; con Savita Russo e Antonio Esposito nel judo dei dolori; con Angela Andreoli, Alice D’Amato, Manila Esposito, Elisa Iorio e Giorgia Villa [per la sintesi dei titolisti “Le Fate”] nella finale a squadre di ginnastica artistica; con Rossella Fiamingo, Mara Navarria, Giulia Rizzi e Alberta Santuccio [incredibilmente senza un soprannome] nella spada a squadre; con Luca De Tullio e Gregorio Paltrinieri nella finale degli 800 stile libero.
ITALIANISMI
Il capolav’oro di Thomas Ceccon
C’è una parola che in questi anni Thomas Ceccon ha ripetuto nelle sue interviste. Anche se non ama che gli sia ricordata. Ossessione. Ecco cos’è stato il nuoto per lui, ecco cos’è stata l’idea di una medaglia d’oro alle Olimpiadi che lo attraversa da quand’è un bambino. L’amico di nazionale Nicolò Martinenghi qualche giorno fa lo ha descritto come un mezzo flippato che passa il tempo a guardarsi le gare di tutti, mentre lui no, lui è un ranista, i ranisti sono i matti del nuoto, mettono le mani giunte davanti al cuore e si aprono così la strada, mentre i dorsisti stanno a pancia in su, gli occhi puntati verso il cielo. Sono due forme differenti di preghiera.
I dorsisti sono quei nuotatori che hanno il privilegio di non dover passare la vita a guardare la striscia scura in fondo alla vasca. Hanno tetti da fissare oppure cieli immensi e immenso amore quando le gare sono all’aperto. Ci scappa pure la possibilità che fissi una nuvola, ti distrai e qualcosa ti sfugge per un centesimo di secondo. Il dorso è lo stile primitivo. È così che ti insegnano a restare a galla.
“Per mesi – dice sul Corriere della sera Arianna Ravelli, che gli diede voce con la prima intervista ampia un attimo prima che esplodesse – Thomas Ceccon ha accarezzato la sua ossessione, non ha neanche cercato di contenerla, si è abbandonato, si è prestato docile, ha capito che l’obiettivo di una medaglia, anzi, diciamolo chiaro, di un oro nei 100 dorso, necessitava di una dedizione assoluta, richiedeva il sacrificio di pezzi di vita, di svaghi, di rapporti («Una fidanzata? No, non ho tempo»), perché a 23 anni nulla era più importante dell’Olimpiade della vita. Un pensiero costante («Ogni quanto ci penso? — ammetteva — diciamo pure ogni minuto»), una missione. Compiuta”.
Ravelli sottolinea allora che “forse l’unica cosa non prevista sono state le lacrime, quella commozione ricacciata in gola mentre era sul podio a vivere davvero quello che per mesi è stato un film visto nella propria testa e che significa secondo oro del nuoto ai Giochi, come solo a Sydney”.
“Fan Thomas” titola Repubblica con un gioco di parole, mentre Giulia Zonca su La Stampa scrive: “Ceccon registra qualsiasi esperienza, la inserisce nei suoi elaborati conti, fotografa ogni ambiente e ne intercetta subito le caratteristiche. Gli è bastato il primo allenamento nella piscina della Défense Arena per capire che qui non avrebbe mai ritoccato il suo primato di 51″60 stabilito ai Mondiali di Budapest nel 2022 nel momento in cui lui e il suo allenatore Alberto Burlina hanno fatto una promessa: «Ai Giochi si va per l’oro». Ed è diventata una missione e pure un’ossessione che li ha portati praticamente in ritiro spirituale. Un viaggio lungo a definire dettagli e ritoccare particolari per far rendere al meglio il fisico «alla Phelps» (parola del suo tecnico). Ceccon che da tempo si è liberato dell’idea di replicare programmi infiniti in nome e per conto del suo mito, ma ci tiene a far durare il gioco più a lungo che si può”.
Il Ceccon bambino e ragazzino prendeva l’autobus da Schio dieci minuti prima delle sei del mattino per andare a Vicenza, alle 7 era in piscina a nuotare, un’ora e mezza di vasca grazie alla scuola che gli aveva concesso un permesso per entrare dopo. Al pomeriggio tutto daccapo. Ceccon passa per un tipo stralunato, Aldo Cazzullo sul Corriere della sera stamattina lo definisce un Cyrano. In realtà sembra un indifferente, un estraneo a quel che gli sta capitando. Quando batté il record del mondo, rimase fermo e placido. Fece una smorfia e basta, forse per via di certe antiche raccomandazioni avute da bambino, quando davanti alle scene di ragazzini che si lasciavano andare, i genitori gli hanno ripetuto che non è il caso, quella roba è sguaiata, sta’ fermo, sta’ calmo, sta’ tranquillo. Allora lui parla così, con quella sua maniera lenta e gentile, anche quando dice cose assurde, folli, postmoderne. È stato definito in passato il Roberto Bolle del nuoto, un ragazzo elegante in un mondo di culturisti. Una volta disse che sott’acqua cantava. In particolare i Coldplay. E allora viva la vida loca, Thomas, goditela tutta, tu e tutti i 23enni di questo posto assurdo che chiamiamo Italia
Il complotto asiatico contro l’Italia
Ma allora Giorgia Meloni che c’è andata a fare a Pechino da Xi? Lei parte, vola in Asia, e l’Asia ci soffia gli ori olimpici sotto il naso, con giudici asiatici nella finale di un asiatico contro un italiano. Parbleu. È questo l’altro grande tema mamelico del giorno, l’esito dell’ultima stoccata della finale di Macchi contro Cheung.
Ora, diciamo la verità, noi popolo da casa che ne sappiamo. Ancora ancora riusciamo a darci delle arie la domenica sera sull’ampiezza del volume del braccio allargato guardando la VAR, a stento capiamo lo step on foot. Ma la scherma, la simultaneità, l’assalto. Onestamente. Chi ci arriva. La scherma l’abbiamo sempre seguita con un certo trasporto in un modo solo, guardiamo le lucine, quando si accende la verde esultiamo, eeeeh, quando si accende la rossa inveiamo contro i giudizi anziani, buuuh, arbitro canuto.
Eppure, attenzione, eppure ieri sera l’Italia era piena di gente che sapeva, lo sapeva bene che Macchi è stato derubato all’ultima stoccata. Forse sarà vero, boh, Slalom si iscrive al partito di minoranza di chi riesce a dire le parole “non lo so”. Lo sapranno gli esperti, di certo è vero che la scherma italiana ha perso otto assalti sul 14-14 a queste Olimpiadi. Verrà la tentazione di dare una spiegazione anche a questo, anche se più probabilmente si tratta di uno di quei magnifici tranelli che il Caso ci tende per farsi due risate alle spalle dei nostri ragionamenti.
La versione diffusa di chi segue la scherma da anni è che sia stato un errore arbitrale, altrimenti detto: porcata. Flavio Vanetti sul Corriere della sera ha scritto: “Non c’è da discutere se c’entrano testa o tecnica, questo è solo un furto”. Anche per Repubblica è “scandalo Macchi”, mentre Valentina Vezzali pone una questione seria, dice che dal mondo arrivano nuovi rivali. Poi avverte: la regola è mai arrivare 14 pari. Paolo Brusorio su La Stampa ammette che certi dubbi e certi sospetti venuti nei giorni scorsi su Errigo e Marini erano invece decisioni accettabili, ma questa no, questa è “la goccia che ha scatenato l’ira azzurra”, anche se Cheung è il numero uno del mondo e tre anni fa a Tokyo ha battuto in finale Daniele Garozzo. Brusorio parla di “giorni di verdetti discutibili (judo e pugilato le altre discipline penalizzate) come se si fosse acceso un corto circuito non proprio casuale”.
Sky Sport ha dedicato la sua rubrica Il Diario del giorno alla questione con la premessa che “nello sport gli errori arbitrali sono sempre motivo di discussione e polemica”. QUI ne discutono Francesco Pierantozzi, Nicola Roggero, Fabio Tavelli e Flavio Tranquillo, considerando “il principio di accettazione della sconfitta senza alibi” e “la necessità di aumentare il supporto agli arbitri, a partire dalla tecnologia”
TITOLI
▥ Corriere della sera: “Sudore e filosofia. La rivoluzione sul ring è una questione di Testa” ➔ Marco Imarisio ha scritto: “Nei giorni scorsi, mentre si allenava alla North Arena di Villepinte, raccontava di sentirsi più matura, di avere trovato dentro di sé la forza di guardare alle cose della sua vita con maggiore distacco. Ne ha fatta tanta di strada, Irma Testa. Con gli uppercut e con le parole. Fai bei sogni, campionessa. E vada come deve andare, siamo già a posto così”.
POPOLI
L’anello mancante dei Giochi
L’Africa è l’anello mancante dei Giochi. Non è tanto una questione di medagliere immanente, sebbene finora un oro sia andato solo al Sudafrica nei 100 rana di Tatjana Smith nata Schoenmaker. Tra qualche giorno arriveranno etiopi e kenyane nell’atletica leggera. Il fatto è che il continente non ha mai organizzato i Giochi olimpici dalla loro rinascita del 1896. È l’unico continente. Ne scrive Le Monde ricordando che si tratta di un continente che “ha vissuto un rapporto tumultuoso con il movimento olimpico, segnato da pregiudizi razzisti e dal contesto geopolitico, sin dall’indipendenza”
Nel 1997, Città del Capo voleva i Giochi 2004, ma la città sudafricana fu eliminata al quarto turno di votazioni in favore di Atene, nonostante il sostegno di personaggi come Desmond Tutu.
“Quanto ancora dovrà aspettare l’Africa prima di ospitare i Giochi? «Non possiamo dire che sia triste o che sia un’anomalia. Considerata la portata delle Olimpiadi, è comprensibile. Bisogna essere realisti» dice Mohamed Diop, ex nuotatore, senegalese. «La spiegazione è semplice: le infrastrutture non sono all’altezza» riassume l’algerino Mustapha Berraf, presidente dell’Associazione dei comitati olimpici dell’Africa. L’inchiesta di Moustafa Kessous è tutta QUI
I dragoni d’Asia
L’Asia è invece tutto uno scintillio di medaglie. Libération in Francia si sofferma sull’ascesa nel judo, il cui medagliere vede finora cinque nazioni con un oro, nessuna europea, con il solo Canada che viene dall’Occidente per infilarsi fra Giappone, Kazakistan, Azerbaigian, Uzbekistan.
È il caso di dire: Europa, che succede?
Succede che le federazioni si sono dotate di budget meravigliosi per attirare i migliori allenatori stranieri, spiega il giornale della gauche francese. Gli adepti del circuito lo chiamano Judostan. La Nazionale kazaka è allenata da Stéphane Traineau, il francese che tre anni fa scoprì da un articolo de L’Équipe di essere stato licenziato dalla federazione. Il suo ex compagno di stanza David Douillet gli disse: fai le valigie e dirigiti verso la terra dei cosacchi.
Scrive Libération: “Visto da lontano, questo esilio potrebbe somigliare a un gulag. In realtà, negli ultimi anni i paesi in stan, ma questo mappamondo include la Georgia o la Mongolia, sono apparsi agli occhi dei vecchi veterani come un Eldorado, dove le attrezzature sono all’avanguardia, i soldi sono illimitati per competere in tornei in tutto il mondo”. Il denaro non è un problema, ammette Traineau e Libération spiega come il Kazakistan è gas, petrolio, uranio, caviale.
Alla guida della federazione mondiale svetta il russofilo Visir, da tempo vicino a Putin, spiega Libération, così il baricentro del potere si è spostato verso est, con le grandi capitali dell’Asia Centrale – Baku e Astana – centrali nell’organizzazione di numerosi Master e tornei del Grande Slam, sponsorizzati dalle compagnie petrolifere locali. Putin è del resto un ex judoka e fino all’invasione dell’Ucraina è stato il presidente onorario della federazione internazionale.
Dell’influenza della politica sulle vicende dello sport scrive pure Valerio Piccioni su Domani, a proposito delle controversie presenti nel mondo della boxe, “uno sport sull’orlo del burrone. Troppi intrecci politici ed economici lo stanno buttando giù. La federazione internazionale è retta dal russo Umar Kremlev, finanziato dalla Gazprom, vicino al Cremlino, in rottura con il Cio che lo accusa di mancanza di trasparenza nella gestione delle risorse e degli arbitraggi. Rischia l’esclusione nel 2028 e c’è una scissione in atto. Così c’è una nuvola di incertezza sui verdetti dell’Olimpiade”.
VITE OLIMPICHE
Storia di Mary Lou Retton, la radice della ginnastica USA
Nel giorno della finale del concorso a squadre di ginnastica artistica, con le USA di Simone Biles favorite per il titolo, L’Équipe è andato a scovare Mary Lou Retton, la prima americana a vincere nel suo sport. Qualche mese fa è stata messa in coma indotto per una rara polmonite. All’età di 56 anni continua a frequentare ospedali e ha dovuto rinunciare al viaggio a Parigi. Céline Nony è stata a casa sua grazie alla mediazione di Nadia Comaneci, la fonte di ispirazione della sua infanzia, divenuta sua amica. Ne è venuta fuori un’intervistona. Che più o meno fa così.
«A Nadia non potevo dire di no. Avevo 8 anni quando vinse i Giochi di Montreal e mi vengono ancora i brividi a pensarci. Sono la più piccola di cinque figli, mio padre era giovanissimo e non avevamo molti soldi. Nella nostra piccola cittadina del West Virginia c’erano poche opportunità per una bambina di praticare sport, soprattutto a quei tempi. Ma grazie a mia madre ho iniziato ad andare in palestra per un’ora a settimana. In un garage. Ero molto piccina, non sono mai stata molto alta, appena più alta di Simone Biles, 1,45 m contro 1,42. Più che la mia altezza, il problema erano le mie piccole mani. Soprattutto per le parallele. Riuscivo a malapena a ad afferrarle. E alla prima gara sono caduta. Due, tre, forse anche quattro volte. Il mio allenatore era disperato quando è uscito il punteggio sul tabellone. Uno. Ho preso 1.00, non le ricorda niente?»
Un riferimento al punteggio apparso sul tabellone nel giorno del 10 di Nadia Comaneci. Era così improbabile che una ginnasta avesse 10 che il tabellone non ne contemplava la possibilità.
«Ho iniziato a saltare in aria – riprende Retton – e a correre per la palestra. Ero commossa. Dieci, dieci, ho preso 10 come Nadia! Non è divertente?
«Non mi sono scoraggiata. Amavo troppo lo sport e le acrobazie. Non ero molto aggraziata, non lo sono mai stata. Ma ho insistito finché non ho vinto questo titolo olimpico che non avrei dovuto vincere.
«Bela Karolyi mi aveva reclutata nel 1982, a Reno, durante una competizione nazionale. Lui e sua moglie Martha avevano mollato nel 1981 e avevano iniziato a lavorare con Dianne Durham, che l’anno successivo sarebbe diventata la prima ginnasta afroamericana a vincere il titolo nazionale. Erano lì con lei. Sono venuti da me e hanno detto: – Mary Lou, ti faremo diventare una campionessa olimpica. A casa non avevamo molto cibo in tavola. Bela si è rivolto ai miei genitori: – Vostra figlia ha le carte in regola per avere successo. Mi impressionò che l’allenatore di Nadia Comaneci conosceva il mio nome. Ho implorato i miei genitori di lasciarmi andare a Houston con lui per vivere il mio sogno olimpico. Sono partita con due piccole borse e cinque body.
«Mancavano solo due anni ai Giochi, mi sono ritrovata ad allenarmi otto ore al giorno. Bela ha organizzato per me un soggiorno presso una famiglia del posto. È stata dura, piangevo spesso. Venivo da una famiglia numerosa di origine italiana, tanto atletica quanto rumorosa. Avevo nostalgia di casa, potevo telefonare ai miei solo la domenica dopo le 17. Ma nessuno sapeva quanto fossi coraggiosa. Mi allenavo con i Karolyi da quattordici mesi, quando Bela mi portò a New York per la Coppa America al Madison Square Garden. Il giorno prima della gara venne nella mia camera d’albergo. Dianne si era fatta male all’anca. Bela si sedette su una sedia e mi disse: – Mary Lou, questa è la tua occasione, non deludermi. Nessuna pressione, eh? Ricordo di aver pensato che sarebbe stata un’esperienza folle. C’era Natalia Yourchenko, che aveva appena inventato il suo incredibile nuovo salto e c’erano tutte le ginnaste che avevo visto sulle riviste. Ho capito che non avevo nulla da perdere. Se mai avessi vinto, si sarebbe aperta una porta incredibile. E l’ho aperta. Nessuno mi aveva mai visto, ma io sapevo di poter aprire una breccia. La settimana successiva ero sulla copertina di una rivista. Era irreale. Quanto mi piaceva. Avevo bisogno di quella fiducia. La fiducia psicologica viene dalla forza fisica. Se sei ben preparata fisicamente, sei pronta. Con i Karolyi eravamo pronte per cose estreme.
«Alcuni dicevano che avrei potuto vincere e fare la storia. Ma io non li ascoltavo e Bela è stato bravissimo a tenere lontani i media. Nel 1983 mi sono infortunata al polso e non ho partecipato ai Mondiali; cinque settimane prima dei Giochi ho dovuto operarmi al ginocchio. I medici pensavano che non mi sarei mai ripresa. Ma non avevo intenzione di arrendermi.
«Alla cerimonia d’apertura non dovevamo esserci, Bela e Martha erano molto severi. Volevano che restassimo al villaggio a risparmiare le gambe. Allora le ragazze hanno mandato avanti me, al fronte, come al solito. E alla fine ho ottenuto il permesso. La cosa peggiore è che la squadra americana era l’ultima ad entrare al Coliseum. Abbiamo dovuto aspettare tanto ma quando siamo entrate nello stadio, che emozione. Eravamo le più piccole, eravamo in testa alla delegazione. Abbiamo affrontato tutto a testa alta. È stato emozionante.
«Credo che i miei pochi anni fossero una forma di ignoranza, mi hanno protetto. Non sapevo che le telecamere mi seguivano, che un miliardo di persone mi scoprivano. Come ginnasta ho sempre potuto nutrirmi dell’energia del pubblico. Non ero pronta per la follia che è seguìta. Il piano era andare a Houston, provare a entrare nella squadra olimpica,e dopo l’estate sarei dovuta tornare in Virginia per finire la scuola superiore. Magari unirsi al gruppo delle Cheerleaders. Non avevo idea di cosa sarebbe successo dopo. Ho ricevuto la mia medaglia un venerdì sera. Il sabato mattina era un giorno di riposo. Tracy Talavera e io stavamo progettando di comprare un anello che avevo visto in un negozio. Abbiamo superato i controlli di sicurezza uscendo dal villaggio olimpico e abbiamo dovuto fare marcia indietro. C’erano così tante persone che gridavano il mio nome, cercavano di toccarmi, ho capito che la mia vita era cambiata.
«Ho proseguito un po’, ma era difficile. Viaggiavo per il mondo, giravo spot pubblicitari, guadagnavo soldi. Sono stata la prima donna ad avere il suo volto sulle scatole di cereali, Michael Jordan è venuto dopo. Era un’altra vita. Ero una ragazzina a cui veniva detto cosa dovesse fare. I miei sponsor mi facevano pressione affinché continuassi. Ma quando ho vinto la Coppa America per la terza volta nel 1985, sapevo che era finita. Il mio corpo era così malmesso da dover portare una protesi all’anca. Ma io volevo essere ricordata come un campionessa, non una di quelle vecchie glorie che si ostina per niente.
«Essere considerata una pioniera mi rende orgogliosa. Non c’erano i social, ma tutti accendevano la televisione per guardare i Giochi. Ero sorpresa. Non avevo lo standard fisico di Nadia o delle sovietiche, le loro belle linee, la loro coda di cavallo. Ma credo che questo fisico abbia aperto la strada a un’altra ginnastica, più atletica, più gioiosa. Un po’ come Simone Biles oggi. Che peccato che l’Unione Sovietica abbia boicottato Los Angeles. Spesso la gente mi chiede: pensi di aver meritato l’oro: le russe non c’erano? Io rispondo di sì e ne sono convinta. Le avevo battuti tutti. Alla Coppa America, alla Coppa Chunichi. Cioè, io capisco la domanda. Ma mi spezza il cuore».
CADUTE
Il crepuscolo di Nadal
Rafone è sulle prime pagine di un paio di giornali sportivi spagnoli, quelli che hanno scelto in favore di questa bizzarria, seguire le Olimpiadi anziché il calciomercato o il precampionato del Barcellona. Così, mentre la Spagna celebra la coppia da oro nel doppio, Nadal+Alcaraz, la sua patria acquisita in virtù dei 14 titoli al Roland-Garros non può chiudere gli occhi su quello che pare proprio un tramonto. L’attesa partita con Djokovic sull’amata terra rossa è stata una mattanza mascherata nel finale da sconfitta dignitosa. Dalla Francia, Lucile Alard su L’Équipe ha scritto che “il sole era allo zenit, il caldo della giornata ha invaso le tribune ma ieri allo Philippe-Chatrier l’atmosfera era decisamente crepuscolare. Il crepuscolo di un gigante del tennis, alla ricerca delle sue gambe e del suo genio che tante volte lo hanno fatto trionfare su questo centrale del Roland-Garros”.
il 60esimo scontro diretto con Djokovic, forse l’ultimo, “non farà parte dei picchi della loro rivalità”. Sul 6-1, 4-0 c’era “persino tristezza nel vederlo maltrattato dal serbo in missione olimpica. L’ovazione, lanciata e poi quasi trattenuta quando ha messo a segno il suo primo game, è stata una stretta in gola. Come se gli spettatori si chiedessero se potevano riservare all’ex padrone del Roland-Garros questo tipo di applauso, destinato in genere a congratularsi con un pollicino al cospetto di un campione”.
Rafa ha detto che deciderà il suo futuro dopo i Giochi. Un oro nel doppio gli farebbe prendere con più serenità una decisione che pare ormai ineluttabile. Marco Imarisio sul Corriere della sera si dispone alla malinconia che verrà. “Mentre lo guardavamo mettere in fila le bottigliette e rientrare al cambio campo evitando di calpestare le righe, come abbiamo fatto altre centinaia di volte, è stato inevitabile pensare che presto non lo vedremo più. Che strano pomeriggio, sullo Chatrier, tutto un impasto di malinconia e commozione. Gli dei se ne vanno, lo sappiamo. Anche Rafa è pronto. E dopo di lui, toccherà a Novak. Così, durante una partita strana e delicata, con il più forte attento a non umiliare il suo grande avversario, ci sono passati davanti tanti momenti, della loro e della nostra vita”.
IL TEMA
Questa storia della piscina lenta
David Popovici ha vinto la prima medaglia olimpica della Romania dal 2004, ma il suo 1:44.72 è il più lento per l’oro dal 2000. Ian Thorpe è stato più veloce di lui di 0,01 secondi vent’anni fa. È l’ultimo dei dati sulla lentezza del nuoto olimpico 2024. Sembra la prova schiacciante, il conforto alla tesi di una piscina lenta. La vittoria di Popovici su Matt Richards per 2 centesimi è il margine più piccolo mai visto in questo evento, si tratta pure del podio più corto mai visto, con Popovici davanti al terzo classificato Luke Hobson di soli 7 centesimi.
Alessandra Retico su Repubblica se ne occupa e scrive: “Le linee guida della World Aquatics, sono state ampiamente rispettate nella costruzione della vasca, almeno quando Parigi ha vinto le Olimpiadi. Dopo, a gennaio 2023, la federazione internazionale ha variato la profondità minima richiesta: 2,5 metri fino a 3 (prima, il minimo era di 2 mt e fino a 3). Il vero problema è che ci sono dei limiti strutturali di cui gli organizzatori erano a conoscenza: più in profondità non si può andare sotto la Defense Arena, c’è un parcheggio enorme. Problemi di carico. Se la vasca in sé incide poco sul peso, la portata dell’acqua è enorme e non può essere ridotta: 2500 metri cubi. E di piscine ne sono state installate due. Per la scienza, maggiore è la profondità, più veloce sarà la piscina. In una vasca bassa, si producono onde di ritorno che rendono l’intero bacino più turbolento e mosso”.
All’ipotesi non crede Francesco Caligaris sul Foglio, dove parla di dibattito più surreale delle Olimpiadi. “La fisica offre una spiegazione, ma forse c’è anche dell’altro, e ha che fare con l’intangibile imprevedibilità dello sport e della mente umana”.
ARTEFICI
La prima medaglia per l’Ucraina
È arrivata la prima medaglia per l’Ucraina. L’ha portata Olga Kharlan, un bronzo nella sciabola individuale. Dopo aver perso in semifinale contro Sara Balzer ha superato la sudcoreana Choi Se-bin rimontando da 11-5 e vincendo per 14-15. Olga Kharlan vive in Italia. È la fidanzata di Luigi Samele. Ha vinto quattro volte i Mondiali e un oro nella sciabola a squadre olimpica nel 2008, aveva pensato di ritirarsi dallo sport nel dicembre 2022.
L’estate scorsa Kharlan è stata squalificata ai Mondiali per essersi rifiutata di stringere la mano alla sua avversaria sconfitta, Anna Smirnova, provocando una protesta della russa che se ne rimase seduta per tre quarti d’ora, prima che il risultato venisse annullato. Era la prima atleta dell’Ucraina che affrontava ufficialmente un’avversaria russa da quando il Cremlino aveva lanciato l’invasione, Kharlan si offrì di toccare le lame ma rifiutò il saluto fisico. Con quel gesto, Kharlan perse dei punti nel ranking, era fuori dagli standard di qualificazione per Parigi. È rientrata grazie a una wild card di Thomas Bach “per la sua situazione unica”.
Tom Daley non voleva venire a Parigi in viaggio di piacere. Voleva tornare con un oggetto in valigia, lui che è stato il primo tuffatore in assoluto a vincere tre medaglie d’oro olimpiche. Ha messo in borsa l’argento della piattaforma sincronizzata da 10 metri con il nuovo compagno Noah Williams, alle spalle della coppia cinese Yang Hao-Lian Junjie, al loro debutto olimpico, ma con tre mondiali di fila consecutivi alle spalle. Lian e Yang hanno totalizzato 490,35 punti in sei round, di cui 103,23 con il loro memorabile tuffo finale.
ALLONSANFÀN
La Francia sta suonando le sue campane
È la nostra vie en rose, esulta Jean-Philippe Leclaire, condirettore de L’Équipe, l’autore di una bella biografia su Platini tradotta in italiano da 66thand2nd, autore di un documentario meraviglioso su l’Heysel passato alla festa di Rma del 2022 e ancora inedito in Italia. Leclaire scrive che da venerdì c’è un intero Paese che passa da France 2 a France 3 col telecomando senza sosta. “La Francia scioglie il suo malumore post-elettorale nell’euforia olimpica. Forse bisogna tornare al 12 luglio 1998, quando Zizou Christ non aveva mai preso la metropolitana di Parigi per trovare una nazione così gioiosa, unita e orgogliosa dietro i suoi campioni. Non preoccupatevi, non tireremo fuori di nuovo la storia del black blanc beur, ma è chiaro che tutti questi galli trionfanti non hanno solo piume color giglio. Proprio oggi, le medaglie di Manon Apithy-Brunet e Sara Balzer nella scherma, Nicolas Gestin nella canoa-slalom, Victor Koretzky nella mountain bike, Joan-Benjamin Gaba e Sarah-Leonie Cysique nel judo, senza dimenticare Karim Laghouag e i suoi amici dell’equitazione o Jean-Charles Valladont con i suoi amici arcieri, celebrano almeno la diversità sportiva”.
Leclaire sottolinea il metodo con cui la Francia sta costruendo il suo medagliere, un metodo differente da quello inglese del 2012, quando nel Regno Unito si erano dedicati a diventare ancora più bravi negli sport in cui erano bravi [ciclismo, atletica, canottaggio]. Nei Giochi di casa, invece, i francesi sembrano “spazzare via con cura tutti i piani stabiliti dall’Agenzia Nazionale per lo Sport (ANS) di Claude Onesta. A parte che nella ginnastica femminile e nella pallamano maschile, hanno vinto le sedici medaglie in otto sport diversi in soli tre giorni”. Più sport che a Tokyo tre anni fa e per ora sono avanti nelle previsioni [16 a 14], le previsioni ultra ottimistiche di L’Équipe che ha immaginato 70 medaglie finali”.
Leclaire chiude con un gesto sportivo, una stoccata, una stoccata a quanti sono rimasti fermi [“nello spazio-tempo”] alla cerimonia di venerdì.
“Per loro l’Ultima Cena della cerimonia di apertura era inquinata, Philippe Katerine avrebbe dovuto indossare biancheria intima più grande e la fiamma olimpica doveva essere tricolore. A questi scontrosi vorremmo cantare La Vie en rose ma anche questo immenso classico di Marc Lavoine è stato ingiustamente ignorato da Thomas Jolly e Barbara Butch, la sua DJ preferita”.
Il judo è “un pane quotidiano” dice L’Équipe, un raccolto costante di medaglie [cinque finora], intanto la Francia ha avuto pure la sua prima finale franco-francese di questi Giochi, il derby della sciabola femminile al Grand Palais fra Manon Apithy-Brunet e Sara Balzer, come nel 1996, con il pubblico delle “due tribune a strapiombo che facevano vibrare la maestosa vetrata di canti degni di curve, scalpiti sonori”, incerto però se darsi all’una o all’altra, dice L’Équipe “non sapevamo bene se potevamo esultare per l’oro della prima o simpatizzare per l’argento della seconda”.
Nel dubbio L’Équipe ha dedicato alla scherma la prima pagina, anzi metà, l’altra è andata alla canoa slalom, all’impresa del bretone Nicolas Gestin davanti a 10.000 spettatori. Ora, 10.000 spettatori per la canoa slalom meriterebbero un saggio, perché in questo sport, dice L’Équipe, “non c’è alcuna nota estetica, abbiamo solo gli occhi pieni di spruzzi”. Ma non c’è tempo e non c’è spazio. Basta leggere solo che “da una porta all’altra, le acque sembravano aprirsi sotto il suo scafo che sfidava le trappole di un canale stretto dove gli altri fallivano sbattuti dalle onde”
A proposito di pane quotidiano. Oggi è il giorno di Clarisse Agbegnenou, un’icona dello sport francese. Arriva a questi Giochi dopo una catena di eventi fatta di “maternità, battute d’arresto, titoli, controversie, una trasformazione fisica” secondo la sintesi de L’Equipe. Nel maggio del 2023 era risalita sul tatami a undici mesi di distanza dalla nascita di sua figlia Athena. Aveva portato la bimba con sé, come pure aveva fatto Amandine Buchard, bronzo nei 52 kg. Era rientrata nel circuito da tre mesi appena, al Grande Slam di Tel-Aviv, con una polemica. Il kimono-gate, lo avevano chiamato in Francia. Si era rifiutata di indossare il judogi ufficiale della Nazionale, marca Adidas, per mettere quello del suo sponsor privato, marca Mizuno. Né Adidas né Mizuno sono partner commerciali di Slalom. Peccato.
Nell’ottobre del 2020 era stata una delle protagoniste del numero speciale de L’Equipe Magazine dedicato ai corpi delle donne, in particolare con lei la rivista aveva parlato della pratica sportiva con il seno grande. Lei era in copertina e nell’intervista raccontava di non portare più il reggiseno perché non riesce a sopportarne il ferretto.
«All’inizio dici a te stessa: Oh mio Dio, non ho più il reggiseno! Ci si fa prendere dal panico, ma poco a poco ci si abitua. D’altra parte, devi gestire cose come: “ah, ma, se non hai il reggiseno possiamo vedere il tuo capezzolo”. Io dico: sì? E allora? A chi dà fastidio? Io, mi trovo bene, se non ti va bene non guardare. C’è ancora molto da fare, su come le persone ci guardano, su come guardano i corpi delle donne. In gara noi ragazze dobbiamo indossare una maglietta sotto il kimono, i ragazzi non indossano nulla. Il fatto che i ragazzi siano a torso nudo, non disturba nessuno».
Agbegnenou raccontava che qualche anno prima c’era chi fermava lo sguardo sui suoi seni grandi. «OK, avevo i seni grandi ma non è un motivo, allora chiedevo: puoi guardare un po’ più in alto? E se qualcuno rispondeva: Non lo sto facendo apposta, insistevo: forse, ma se alzi lo sguardo di certo non lo fai più apposta. Anche se ne ho molto di meno di prima, attira ancora oggi l’attenzione. Ho anche un piercing tra i seni – perché mi piace – quindi cattura ancora di più lo sguardo. Ma finché mi sento bene con me stessa, non mi preoccupa. Che tu guardi o no, non cambierà ciò che voglio fare o chi voglio essere».
Clarisse è figlia di uno scienziato del Togo. È nata prematura ed è stata in coma per 7 giorni dopo un intervento per una malformazione renale. È l’ambasciatrice di una campagna che incoraggia le bambine a realizzare i propri sogni.
Le grandi fatiche di Léon Marchand, chiamato a nuotare nel giro di un’ora la semifinale dei 200 farfalla e la semifinale dei 200 rana. L’Equipe ha un reportage di Céline Nony dall’Arizona, dove il ragazzo di Tolosa è andato a studiare e nuotare per crescere, affidandosi a Bob Bowman, l’ex allenatore di Michael Phelps. “Sono appena le 6 del mattino, la notte è ancora aggrappata al cielo terso di Tempe, sobborgo di Phoenix. La città universitaria fatica a scrollarsi la notte di dosso, intorpidita dalle ore e dall’aria fresca di metà febbraio” eccetera.
AVREMO SEMPRE PARIGI
Chi è senza peccato, scagli la prima Senna
La decisione è stata presa nella notte, la Senna è ancora inquinata, la prova di nuoto di triathlon non si può tenere, la gara slitta a mercoledì per la gioia dell’anti-francesismo dilagante, il fronte del “vi abbiamo alzato la pioggia in faccia” come dice in chat il nume tutelare di Slalom.
Marco Bonarrigo sul Corriere della sera spiega: “Una figuraccia planetaria legata ai valori dell’escherichia coli presente nelle acque del fiume così fuori norma anche ieri mattina (circa 1.800 unità/100 ml contro le 1.000 di limite massimo) da costringere all’annullamento dell’ultima e unica ricognizione sul fiume: nel caso si gareggerà alla cieca. Le pressioni attorno alla decisione sono state enormi, la pulizia della Senna (costata 1,3 miliardi di euro di denaro pubblico per la creazioni di bacini di acqua iovana e condotte) era uno degli elementi chiave per giustificare la spesa dei Giochi e compensare i parigini dei disagi: vi romperemo le scatole per anni con i lavori, vi chiuderemo in casa durante le gare ma vi restituiremo un fiume pulitissimo dove potrete bagnarvi come 100 anni fa”. Il Corriere della sera sottolinea che “mai in un’Olimpiade o in un Mondiale era successo un fatto del genere, mai degli atleti si erano addormentati senza sapere se avrebbero gareggiato o meno soffrendo uno stress incredibile”.
In effetti no, ma è successo per esempio in Coppa del mondo di sci, quando qualcuno si è messo in testa di portare le gare a Zermatt, sul ghiacciaio di Cervinia, la Gran Becca, per una gara transfrontaliera da organizzare insieme con la Svizzera, in piena età di cambiamento climatico, con i bulldozer e le ruspe al lavoro, a trapanare e perforare, non a bonificare. Nessuna accusa di arroganza e presunzione, neppure quando non si è gareggiato perché la natura quando fa di testa sua non vuol sentire ragioni. In effetti il giornalismo svizzero si è insospettito e questo signore qui ci ha fatto un’inchiesta, mentre in Italia è dovuta intervenire la procura di Aosta.
La cerimonia, ancora
E niente da fare, anche oggi Aldo Cazzullo è rimasto imprigionato nella bolla della cerimonia d’apertura dei Giochi olimpici. Non gli passa. Ritorna allora su “quel «tableau», quel quadro scenografico, più che blasfemo, è sembrato a molti brutto. Personalmente mi ha colpito di più che Notre-Dame sia stata trattata come un laboratorio di falegnameria — con le immagini del cantiere — anziché per quella che è: la cattedrale di Parigi. Non si potevano usare simboli religiosi? Forse i francesi dovevano essere più umili, e affidarsi a un regista più popolare, uno come Luc Besson, come avevano fatto gli inglesi con Danny Boyle”.
A proposito del risentimento religioso verso la cerimonia è intervenuto il filosofo Francesco Valerio Tommasi su Domani, scrivendo che la cerimonia di apertura non aveva nulla di offensivo o contrario al cristianesimo. A meno di non voler considerare le drag queen o ciò che è queer come qualcosa di contrario al cristianesimo. “Il cristianesimo – si chiede – non è forse un messaggio rivolto a tuttə? Non professa la liberazione, piuttosto che l’oppressione? Non si richiama alla grazia, anziché alla legge? Non è scandalo e stoltezza? Ribaltamento dei potenti dai troni? Non è rifiuto dell’ipocrisia dei sepolcri imbiancati? Ecco che la provocazione parigina può essere allora la stessa provocazione del Vangelo”.
Cazzullo ritorna allora sull’assenza di quella che definisce “una certa Francia, da Giovanna d’Arco a Napoleone a de Gaulle. La tv pubblica ha organizzato un dibattito pro o contro l’apparizione grandguignolesca di Maria Antonietta con la testa in mano”. Ma non è questo il punto. Il cuore vero, reale, della storia, al quarto giorno di dibattito, arriva nelle ultime righe del suo intervento, quando scrive: “In effetti sulla Senna non c’era né la Francia della generazione dei nostri padri, quella degli chansonniers e del Crazy Horse, e neppure quella di noi cinquantenni. C’era una Francia rap e trap di banlieue, che esiste, ma che molti di noi non sentono propria”.
Ecco. Appunto. Finalmente ci siamo. E allora. Forse prima o poi un passo di lato noi cinquantenni e oltre dovremmo iniziare a prendere in considerazione di farlo. O no? In alternativa, se proprio vogliamo continuare a presidiare lo spazio della discussione senza ascolto, cancelliamo dai giornali i dolenti editoriali sulle ragioni per cui questi giovani, ah questi giovani, si allontanano dal calcio, si allontanano dalle Olimpiadi, non usano più il grammofono, la penna stilografica, tutte le cose che abbiamo conosciuto e amato noi cinquantenni, attoniti pure di fronte a questa scherma che non vince, oh la scherma non vince più. Colpa dei bambini che non si mascherano più da Zorro a Carnevale e non giocano più con le spade per la strada.
IL CALCIO ITALIANO
SANTE PAROLE. “È passato appena un mese dalla partita contro la Svizzera, che ci dette una formidabile lezione, umiliandoci e sbattendoci fuori dagli Europei. Eppure il calcio italiano già cammina baldanzoso sopra le proprie macerie, perfettamente concentrato sulla routine di stagione — calcio mercato, prime amichevoli — e su una nuova, clamorosa e lacerante battaglia tra Federcalcio e Lega, una storia politica di potere per avere più potere e difendere altro potere. … A proposito: e Spalletti? Sparito, inseguito da accuse tremende. Ma qual è il suo umore? È contento di ritrovarsi un tipo ingombrante come Buffon nell’inedito ruolo di direttore sportivo? Come pensa di ricucire il rapporto con lo spogliatoio? E le voci su Allegri e Ranieri, che molti vorrebbero al suo posto? Tra poco più di un mese, l’Italia torna in campo a Parigi, contro la Francia, in Nations League. Interessa a qualcuno?”. Lo ha scritto Fabrizio Roncone sul Corriere della sera
PALAZZETTI E DINTORNI
Gianni Petrucci fa cose. Ma non alle Olimpiadi
Nel bel mezzo di un’Olimpiade che l’Italia della pallacanestro guarda da spettatrice, uno dei candidati alla presidenza della federazione pallacanestro ha presentato ieri il suo programma. In 6 punti, e nei 6 punti come scrive il Corriere della sera ci sono delle priorità. Delle urgenze, ecco.
Sono la digitalizzazione, lo sviluppo del settore femminile, il reclutamento dei giovani e una migliore collaborazione con il territorio. Oh, finalmente. Le cose che andavano dette. Le cose che in effetti non hanno funzionato finora. Sono delle priorità da molto tempo, diamine.
Stupisce solo che siano i punti del programma del candidato che è alla presidenza dal 2013, dopo aver già guidato la federazione fra il 1992 e il 1999. Se ne allontanò non per darsi alle letture in campagna, ma per fare il presidente del CONI, un altro posticino dal quale le cose se vuoi farle, le fai.
Ma Gianni Petrucci promette di farle adesso tutte insieme, al suo terzo mandato, o forse è il quarto, il quinto, il sesto, chi lo sa, dipende da come li conti, e in fondo ormai a chi importa. Importa solo, ogni tanto, che la Nazionale non vada alle Olimpiadi, ma non per colpa sua, mica va in campo Gianni Petrucci, non è responsabile, su, anche se è stato lui a far fuori il cittì della sola partecipazione in vent’anni, non importa, non conta, anche se è stato lui a scegliere Pozzecco, anzi il Poz, rinnovandogli pure il contratto.
Non importa. Acqua passata. Importa che ora prometta di fare cose. Le promesse sono impegni solenni. Ci sarebbe da stare sereni e fiduciosi, se Petrucci non avesse con le promesse e con gli impegni un rapporto complesso. Aveva promesso per esempio di non ricandidarsi. Lo fece tra l’estate del 2022 e l’autunno successivo, in uno dei suoi tour mediatici: sui giornali italiani solo Urbano Cairo è più intervistato di lui. «Confido in un uomo di sport, magari un ex giocatore. Stimo molto Datome, nostro leader in azzurro, ma non necessariamente deve essere un figlio del basket. Meglio un uomo che ami e conosca lo sport, questa sarebbe la figura ideale per raccogliere un’eredità prestigiosa com’è quella del basket italiano» disse. Sottinteso: la sua. Qualche mese dopo aveva cambiato idea. Disse che non c’era da scandalizzarsi perché pure Sergio Mattarella aveva detto basta, e invece guardate dov’è.
E allora andiamo, prepariamoci al basket di Petrucci e a un nuovo quadriennio. Non certo a un quadriennio nuovo.
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