QUANDO NADAL SENTE IL PROFUMO DELL’ARGILLA
Nuno Borges, non Jorge Luis. Portoghese, non argentino. Un tennista, non il tipo che una volta ha detto: «Noi siamo la nostra memoria, noi siamo questo museo chimerico di forme incostanti, questo mucchio di specchi rotti». Eppure tocca a Nuno questo passaggio, questo momento a suo modo storico, trovarsi da quell’altra parte della rete nel pomeriggio in cui Rafa Nadal è di nuovo la memoria di sé, un museo chimerico che cammina, una forma incostante che ne sta cercando una stabile, un mucchio di specchi rotti, certo, pure questo, specchi che per due anni hanno rimandato un’immagine sbeccata.
A venticinque mesi di distanza dal Roland-Garros 2022, nel sentire di nuovo il profumo di quella sua amata terra rossa, Rafone pare tornato all’aleph, e non per finzione. All’età di 36 anni, dal basso del suo numero #261 al mondo, oggi cerca il 93esimo titolo in un torneo ATP, in questo angolo di Svezia, il paese di Wilander e Borg, dove già alzò una coppa 19 anni e 11 mesi fa. Nadal ha vinto almeno un titolo per 19 stagioni di fila, dal 2004 al 2022, adesso gli passa davanti l’occasione di licenziare il 2023 come un’eccezione, non come il momento in cui è cominciato il declino. Gli passa davanti l’occasione di mostrarsi il ricordo di sé, l’uomo che sulla terra battuta ha vinto 483 partite e ne ha perse meno di 50, l’uomo che ne vinse 81 di fila fra il 2005 e il 2007, altre 50 fra 2017 e 18. Quel Nadal di ieri ha avuto una proiezione del Nadal di oggi, il Nadal che nei quarti di finale ha vinto la partita più lunga nella storia del torneo contro Navone, quattro ore, segno che sta bene, lo specchio è riparato.
Questo Borges, questo Nuno, ha 27 anni ed è il numero 51 del mondo dopo essere stato anche #46. È diventato il 2° portoghese della storia a entrare fra i primi-50. La vittoria più prestigiosa nella sua carriera è arrivata a Melbourne in gennaio, quando ha battuto il bulgaro Dimitrov per portarsi agli ottavi di finale. Battere il #261 al mondo non sarebbe un’impresa, se quello non si chiamasse Nadal. È la sua prima finale.
Ho capito come sopravvivere, ha detto Rafa dopo la semifinale vinta ieri in rimonta. Era sotto di un set e un break contro il qualificato croato Duje Ajdukovic [4-6, 6-3, 6-4].
Juan Gutiérrez su Diario AS ha scritto che questa finale ha il sapore della gloria, considerato il calvario che vive dal 2022. “Ora assapora i successi di Bastad come qualcuno che ritorna dall’inferno. Nessuno pensi che sia stato facile. Vincere questo trofeo sarebbe bello, ma la sua presenza in Svezia guardava oltre. il suo corpo ha risposto. E anche il suo tennis”. Steve Tignor sulla rivista Tennis si chiede se sapevamo che Nadal fosse anche spiritoso. In effetti, boh, l’umorismo non è la prima caratteristica che viene in mente per Rafone. Invece, scrive a Bastad ha trascorso “una vera e propria settimana di tour d’addio, forse la prima che ha avuto in tutto l’anno, perché giocando pure in doppio con un amico, ha mostrato il suo lato più leggero”. L’amico è Casper Ruud – che a suo tempo frequentò l’accademia maiorchina. Segno che sta preparando pure l’altro torneo olimpico, quello che giocherà al fianco di Carlitos Alcaraz.