Il nuovo mondo di Simone Biles

  VITE OLIMPICHE

  PARLARE, RIDERE, ABBRACCIARE LE AVVERSARIE: COSA E’ CAMBIATO IN SIMONE BILES

Tre anni fa, Naomi Osaka e Simone Biles erano le due donne chiamate a salvare con la bellezza i Giochi di Tokyo circondati dalla pandemia. Fu un’esperienza irreale per entrambe, ma tutt’e due sono rimaste in piedi eccome, tutt’e due sono arrivate fin qua. Osaka ha fatto tremare Iga Swiatek al secondo turno del Roland-Garros. È arrivata al match point contro la più inavvicinabile delle tenniste sul rosso, sebbene non si tratti della sua superficie preferita. Insomma: non era in preventivo che uscisse al primo turno in due set contro Angelique Kerber, la tedesca che si ritirerà un minuto dopo la cerimonia di chiusura di Parigi. 

Ci resta Simone, e non è poco. Ci resta, anzi, quella che Carlos Arribas su El Pais definisce l’emancipazione di Simone Biles, il simbolo del potere dei Giochi olimpici sulla vita delle persone. Ieri L’Équipe l’ha intervistata chiedendole se ricordasse cosa pensò all’inizio della sua collaborazione con gli allenatori francesi Cécile e Laurent Landi, a fine 2017, quando le suggerirono di concludere la carriera a Parigi. 

«Ho risposto che erano completamente matti. Esattamente come quando mi chiedono di provare nuovi elementi… Onestamente penso che non avrei mai preso in considerazione i Giochi di Parigi se non avessi vissuto tutti questi traumi. Dopo i Giochi di Rio, pensavo davvero di aver finito con la ginnastica. Mi sembrava di aver raggiunto l’apice delle mie capacità. Ho vissuto la mia vita migliore durante il mio anno sabbatico. Ma ho anche finito per capire di essere ancora giovane. Perché non provare a tornare? Oggi sento che il mio corpo sta invecchiando, ho più da perdere ora. Ma mi sento fortunata per essere riuscita a durare, per aver aperto gli occhi a molte persone, soprattutto ginnaste, sul fatto che certe cose sono possibili. Per credere in te stesso, devi identificarti con dei modelli. In questo senso sono orgogliosa»

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Del suoi esordio internazionale, anno 2013, Simone ricorda i giorni in cui «ero molto frizzante, estroversa, un po’ iperattiva. Avevo ancora bisogno dei farmaci per l’ADHD [disturbo da deficit di attenzione, ndSl], ma ero anche molto ottimista. Con un obiettivo: partecipare ai Giochi. I Mondiali del 2013 mi hanno permesso di iniziare a credere in me stessa e nella mia ginnastica. È pazzesco come i tuoi obiettivi e i comportamenti cambino da un’Olimpiade all’altra. Prima di Tokyo, avevo una sensazione. Probabilmente sapevo che stavo entrando in depressione. Ma un meccanismo dentro di me lo oscurava. La pressione era enorme, non c’era spazio per errori, mi erano promesse vittorie, avrei battuto i record. Penso che tutti vogliano essere famosi. Ma quando accade, ti trovi di fronte a un muro e affronti una crisi di identità. Come ci sono arrivato? È davvero quello che volevo? Non ho mai avuto paura di usare la mia voce, ho sempre voluto essere schietta, sincera riguardo ai miei sentimenti, a ciò che ho vissuto. Ho cercato di portare alla luce tutto quel che avevo provato, per me e per tutte coloro che invece non ce la facevano a esprimersi. Anche per questo sono ambasciatrice dell’associazione Amici dei bambini. Io stessa sono stata data in affidamento all’età di 3 anni, con la mia sorellina, prima di essere adottata dai miei nonni. Ma Tokyo non era né il momento né il luogo giusto per fare tutto questo. Gli impegni hanno messo a dura prova la mia serenità mentale. Il cervello è strano. Sa quando deve richiamarti all’ordine».

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Simone dice che «non avevo idea di cosa fossero i Giochi. In teoria, è un momento in cui il mondo si riunisce, dove gli atleti cercano l’eccellenza ma vivono storie sorprendenti, creano del cameratismo, creano scambi. Ma per il covid siamo stati confinati. Eravamo chiusi nella nostra stanza, impossibilitati a uscire nei corridoi, a giocare a carte o a chiacchierare. Era soffocante, fisicamente e mentalmente faticoso. Mi dispiace pensare a chi ha vissuto solo quell’edizione silenziosa dei Giochi. Il mondo era in pausa, noi no. Era anche ingiusto nei confronti dei nostri cari rimasti a casa. Forse ci siamo sentiti tutti in colpa, ma… (esita) abbiamo fatto del nostro meglio, adattandoci alla situazione. Io ho capito che volevo solo uscire da quella stanza e pensare a me. Sapevo che il processo di guarigione sarebbe stato lungo. Ma ero anche convinta che ce l’avrei fatta. Come riassumono le tre parole tatuate sulla mia clavicola sinistra, Still I Rise, una poesia di Maya Angelou. Ho sempre saputo affrontare le sfide della vita. 

IL NUOVO ESERCIZIO PROMESSO

«Tra i Giochi di Tokyo e la mia testimonianza davanti al Congresso degli Stati Uniti in relazione al caso Nassar, ho seriamente considerato il ritiro. Ero devastata. Ero depressa finché non è iniziata la terapia. Mi sentivo un fallimento. Anche se parlavo di salute mentale o cercavo di responsabilizzare le persone sulla questione, menzionare Tokyo era come una dose di richiamo. Ma ho anche capito che non volevo avere rimpianti tra dieci o quindici anni. Non so se è stata una mancanza fisica, ma ho ricominciato ad andare in palestra. Ho ricominciato a ridere con le altre ragazze. Non sapevo se avrei potuto ricominciare e progredire. Non sapevo dove stavo andando, ma sapevo di volerlo fare. Nessuno più mi costringeva ad alzarmi la mattina per dedicare delle ore all’allenamento. È stata una decisione personale, molto intima.

«A Chicago, alla mia prima gara ero molto nervosa. Avevo lavorato tanto ma non ero sicura e a mio agio. Permettermi di essere così vulnerabile davanti al pubblico è stato un rischio, ma prenderlo per me era già una vittoria. Ero in ansia per quello che la gente avrebbe detto. A Tokyo ho ricevuto molti messaggi negativi, insulti. Ero debole, codarda, egoista, avevo preso il posto di una ginnasta più brava, per colpa mia la squadra americana non aveva vinto la medaglia d’oro. È stato tutto violento e ingiusto. Non avrei dovuto prestare attenzione a quegli stronzi, ci ho provato, ma era oltre le mie possibilità. Al contrario, sapevo che la comunità della palestra capiva cosa stessi passando. 

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«A Chicago ero scioccata. La sala gremita, tutti quei bambini con i cartelli che mi incoraggiavano, mi ringraziavano, mi applaudivano. È stato rassicurante vedere che non tutti mi avevano abbandonato. Ma mi sono sempre rifiutata di lasciarmi accecare da questo sostegno. Come in un brutto film, ti chiedi quanti di loro poi ti fischieranno e ti lanceranno pomodori marci. Non è la maggioranza, ma molti vogliono solo vederti fallire. E io ho già sperimentato la follia che segue una caduta.

«Leggo ancora commenti offensivi, dicono: Scapperai di nuovo? Ma adesso sono in grado di rispondere. Credo che questo derivi dal fatto che stiamo cercando, al nostro livello, di cambiare la cultura della ginnastica. Con il pretesto della competizione dovremmo essere nemiche delle nostre avversarie? Mi rifiuto di pensare che sia inevitabile. Possiamo cercare la performance in modo sano, confrontandoci, senza voler schiacciare le altre. Ecco perché questo movimento sta diventando internazionale. Nella mia palestra in primavera si allenano ginnaste straniere, quotidianamente come Mélanie De Jesus Dos Santos o per dei corsi di perfezionamento. Tutti traiamo beneficio da questa emulazione. Si finisce per tifare per la tua avversaria in gara, perché non dovrei? Ci rispettiamo tutte perché siamo cresciute sotto gli stessi vincoli, dedicando le stesse ore di allenamento, subendo gli stessi infortuni. Ci incontriamo regolarmente ai vari tornei, abbiamo creato legami di stima e amicizia. Perché restare fedeli a vecchi schemi, quando la geopolitica metteva le ragazze l’una contro l’altra? È stupido credere di dover odiare per avere successo. Preferisco la cordialità. Durante gli ultimi Mondiali, ero felice per Mélanie, sono corsa a baciarla. So cosa significa per lei. La competizione resta stressante, ma almeno l’ambiente è più disteso. Io non voglio tornare a casa e dire: – L’atmosfera era terribile ma ho vinto delle medaglie. Preferisco di gran lunga ricordare una risata con Rebeca Andrade, un’emozione condivisa con Mélanie. Preferisco che dietro le medaglie ci sia questo significato». 

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Il New York Times ha pubblicato delle guide per chi non ne sa tanto di ginnastica e si vuole orientare durante le gare del ritorno olimpico di Simone Biles: il volteggio | il corpo libero | le parallele | la trave

 

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