1994 L’ESTATE DEL MONDIALE AMERICANO DI SACCHI
LO SPETTACOLO E’ MARADONA
È il giorno che separa la disfatta dalla sopravvivenza. Il Mondiale di Sacchi è a un bivio. Contro il Messico, l’Italia si gioca il passaggio del turno dopo la sconfitta all’esordio contro l’Irlanda e la vittoria sulla Norvegia in 10, con sostituzione di Roberto Baggio e grande freddo tra il 10 e il cittì. Un grande freddo che è il riflesso di un clima più diffuso. Siamo partiti per gli USA con una pellicola di sfiducia intorno al l’Arrigo Geniale. C’è un intervento di Giorgio Tosatti, editorialista del Corriere della sera, che alla vigilia dei Mondiali sintetizza bene l’umore generale.
“Ci avviciniamo a questi Mondiali con un cittì che spacca. Ha il suo partito di difensori e un partito che sta all’opposizione. Giorgio Tosatti sul Corriere della sera, per esempio. Ha scritto nei giorni passati: “II problema è sempre quello: Sacchi non ha le idee chiare, si dibatte fra dubbi, ripensamenti, tentativi. Ossessionato dal desiderio di stupire il mondo, di modellare giocatori come statuine d'argilla, di cambiar loro parte e compiti, di creare una squadra sua, in modo che nessuno possa dire: in fondo bastava integrare il Milan e vivere tranquillo. Così tutto è in forse: modulo, uomini, schemi". "Speriamo che conquistare un posto non diventi cosi faticoso da lasciare stremati gli azzurri. Non confondiamo i pessimi risultati pre-Mondiali di Bearzot con questi. Nell'82 la squadra era fatta da anni, Enzo non la cambiava neppure se giocava malissimo. Aveva le idee chiare su modulo e uomini. Sacchi non ha risolto ancora i suoi tanti dubbi. Fa una bella differenza. Bisogna fortificare le fasce, allargare la manovra, potenziare il gioco aereo, scegliere una formula chiara. Rispetti le caratteristiche dei giocatori: ha talenti così validi per vincere questo Mondiale se si rassegna a non esserne il protagonista assoluto, il Demiurgo”.
Ora siamo al sole alto dei film western. Candido Cannavò, direttore della Gazzetta, scrive la mattina del 28 giugno 94: “Non è comodo giocarsi il mondiale in una partita secca, dentro un girone che vive una sorta di mezzogiorno di fuoco – ora Usa Est – negli stadi di Washington e del New Jersey. L’Italia può uscirne prima e lanciatissima verso nuove avventure oppure ultima con un tristissimo oceano da riattraversare verso chissà quali pomodori, interpellanze parlamentari, processi da spiaggia. Meglio non pensarci”.
Secondo Cannavò il fatto più grave è che “la squadra si è vista mancare in tutto o in parte, i suoi punti di riferimento più solidi: non soltanto lo sfortunatissimo capitano Baresi ma anche il Maldini nella veste di miglior terzino del mondo. E soprattutto che Roberto Baggio che ha vinto tutti i palloni d’oro dell Terra, prometteva di diventare il leader assoluto e ha smarrito estro, mira e felicità proprio in vista de mondiali. E poi, il mondiale maledetto di un portiere-sicurezza come Pagliuca. lo penso che questo strano e interessantissimo torneo, al di là del mezzogiorno che ci apprestiamo a vivere, proponga al nostro Arrigo – che resterà pur sempre l’artefice della più grande rivoluzione del nostro calcio moderno di club – di scordarsi senza inutili struggimenti di ciò che doveva essere e non è stato. Lui deve uscire dal suo ormai danneggiato e triste laboratorio e deve inventare per la nazionale, tappa dopo tappa, un nuovo cammino con il coraggio, l’intuito e la prontezza di cui si servì giovedì sera per inventare la squadra che, in dieci contro undici, avrebbe battuto la Norvegia. Un salvataggio chiama l’altro. L’importante è andare avanti”.
LA RINASCITA DI MARADONA
Dieci anni dopo l’arrivo a Napoli, i giornali italiani in questi giorni sono di nuovo pieni di Diego. Dopo il gol alla Grecia e gli occhi sgranati nella telecamera, ha stupito anche nella partita contro la Nigeria. Alessandro De Calò da Boston scrive per La Gazzetta: “Maradona, ancora Maradona, di nuovo Maradona, sempre Maradona. Sembra rinato per un processo di clonazione, come quel personaggio di Woody Allen nel film Il dormiglione. Dopo aver ricevuto botte su botte dai grandi, grossi e ingenui nigeriani, quando tutti pensavo fosse arrivato, per lui, il momento di uscire e tirare il fiato, s’è scatenato. Dieci minuti, gli ultimi, da mettere in cornice. Dieci minuti da cineteca della storia del calcio. Sulla soglia dei trentaquattro anni, neanche Pelé riusciva più a correre così. Ma intanto Maradona ne aggiunge altri, di stimoli, emozioni, ricordi. Diciamo la verità: quanti credevano a questo suo ritorno mondiale? Pochi intimi, quasi nessuno. Del resto, quattro mesi fa era grasso come una botte, sparava ai giornalisti che lo aspettavano sotto casa. Si teneva addosso i fallimenti di Siviglia e del Newell’s Boys, le due squadre che gli avevano dato molti soldi e una chance per riscattarlo dopo che la Fifa l’aveva liberato dal Napoli proprio per permettergli di giocare questi mondiali negli Stati Uniti. Il progetto era di recuperare Maradona, restituirgli un’immagine positiva da poter vendere agli americani per sponsorizzare il soccer“.
Lodovico Maradei, ancora sulla Gazzetta, parla di doppia folle scommessa vinta da Basile, “ripresentare Maradona e schierarlo in campo senza rinunciare né a Caniggia, né a Batistuta, ne a Balbo. Tre punte più un uomo che deve per forza di cose lesinare le energie. Dietro di loro un Redondo centrocampista di regia e un Simeone che in Italia ricordano, sia pur fugacemente, come mezzala d’attacco. Con quest’armamentario da calcio d’altri tempi, l’Argentina sembrava destinata al massacro o quanto meno al ridicolo. Invece è con Brasile e Belgio a punteggio pieno, ed è forse in assoluto l’unica formazione ad aver convinto pienamente. Fosse il grande Diego nella condizione esplosiva di Messico ’86, andrebbe bene lo stesso. Ma oggi è meglio che la sua fiammella alimenti dall’interno l’Argentina e che lui sia come un artificiere con molti pezzi a disposizione e che a sua volta incuta ancora timore e rispetto negli avversari. Maradona e Caniggia: sembrano due favole a lieto fine, in un mondiale che aveva bisogno di recuperare protagonisti di alto spessore”.
Non durerà. Lo scopriremo presto.
VOCI
ENZO JANNACCI, IL SUO MESSICO E LE SUE NUVOLE
➣ Enzo Jannacci, sarà “Messico e nuvole” come nella sua famosa canzone?
«Macché. Vinciamo sicuro»
➣ Così ottimista?
«Sì, per disperazione. Nel senso che siamo disperati, tanto. E la disperazione del nostro paese, dalla politica a tangentopoli a Berlusconopoli, si riflette sul campo e ci esalta» .
➣ Michele Serra ha dichiarato che fatica a tifare Italia perché sa che Berlusconi s’ impadronirebbe di un successo azzurro. Questo disagio diffuso a sinistra non la riguarda?
«Io stimo molto Serra ma credo che il pallone non vada mischiato con la politica. Queste sono chiacchiere. Il fatto è che bisognava andare in piazza due anni fa per spiegare ai giovani che c’ è differenza tra la Repubblica di San Marino e quella di Salò. Bisognava impedire a qualcuno del Pds di credere che avrebbero vinto comunque. Anch’io come Eco mi vergogno di essere italiano: perché adesso siamo identificati nel mondo come fascisti, anche tanti giornalisti sono fascisti. Io ho visto il Duce appeso, Fini no. Fini non sa neanche cos’ è la resistenza. Bisognava suonare l’allarme prima, invece di preoccuparsi adesso del calcio. Divertiamoci col pallone, con questi undici ragazzi che ci fanno godere. Anche se pure quelli sono tutti di Forza Italia» .
[intervista di emilio marrese, Repubblica]
IERI
Candido Cannavò, La Gazzetta: “Il nostro Roby ha 27 anni e ancora se ne discute. Emerge subito una sgradevole domanda: se Baggio fosse stato un Platini, Sacchi lo avrebbe sacrificato all’interesse della squadra? La risposta è secca: no, non ci avrebbe neanche pensato. Un vero leader non può essere sostituito in una situazione di emergenza. Anzi deve essere proprio lui a pilotarla. Ma Baggio, si sa, è un giocatore fuori da ogni canone: gioiello, gingillo, artista, bravissimo ragazzo, capo non per attitudini, ma per volere altrui. Fascino e dannazione vengono da questa sua persistente atipicità che Sacchi conosce e valuta realisticamente, al di là delle parole. «Non cambierei Baggio con Maradona». Bene, ma avrebbe mai pensato di sostituire un Maradona nell’attimo cruciale al Giants Stadium?”