GLI ANNI CON IL QUATTRO
Francesco Moser partì alle 15.44, Fignon nove minuti dopo. Ma la distanza fra loro che contava di più era di 81 secondi, 1 minuto e 21 di vantaggio per il francese in maglia rosa. L’aveva vestita alla terzultima tappa, alla fine della Selva di Val Gardena > Arabba, cinque colli da scalare, cinque colli sui quali Moser era andato in crisi come mai prima in un Giro disegnato apposta per lui, senza troppe montagne e con lo Stelvio cancellato per il solito maltempo.
Aveva passato indenne pure il Block Haus e Fignon se ne era lamentato: troppe spinte, troppo traino, troppi aiuti. Dopo il crollo sui colli, 24 ore prima della cronometro decisiva all’Arena di Verona, Moser si era tuffato in modo burrascoso sul traguardo di Treviso per una volata contro i velocisti Bontempi e Rosola, gli faceva gola l’abbuono di 10 secondi e se lo prese.
Fignon era stato sotto attacco tutto il giorno. Argentin si era alleato con Moser e aveva tentato una fuga solitaria da lontano, mandando nel panico la maglia rosa quando il vantaggio aveva toccato il minuto, costringendolo così a lavorare per raggiungerlo. A Fignon restavano gli ultimi 42 km in cui difendersi. Nella crono dalla Certosa di Pavia a Milano i km erano stati 38 e Moser gli aveva dato 1 minuto e 28.
LE PREMESSE
Quando Candido Cannavò vide Moser arrischiarsi a Treviso in volata per una manciata di secondi, intuì che la corsa non era affatto finita, parlò di “ruvida, ruggente e sanguigna volata”, di “tuffo di
Francesco, nell’inferno di uno sprint acrobatico e cattivo” e di “straordinaria popolarità di questo personaggio” che “sl presta oggi a molte chiavi interpretative. Non è né strategia, ne diplomazia in lui ci sono un rapporto diretto con la realtà e una sintonia con i sentimenti della gente”.
Luigi Gianoli, raffinata firma della Gazzetta anni Ottanta, ricordò come fa il coro dell’Aida, che all’Arena di Verona è sempre stato di casa. “Ritorna vincitor, ritorna vincitor. Oggi il canto non si rivolge a Radames, che tornò vincitore ma sbagliò tattica e fini col morire di fame nel buio di un immenso sepolcro, bensì a Moser che nello svelto percorso da Soave a Verona deve vincere per l’esultanza dell’esercito moseriano che ha conquistato l’Italia. Si tratta di un finale grandioso tra quelle pietre rosate che videro duemila anni fa lotte cruente dei gladiatori, cacce rischiose tra reziari e belve trasportate dall’Africa, che vide sontuosi giochi a cavallo; che nel Cinquecento, quando gli spalti vennero ripristinati, ospitò spettacoli meno crudeli, qualche giostra, qualche carosello, sinché con l’inizio del nostro secolo il melodramma si impadronì dell’ellisse dorata per dispensare, soprattutto agli stranieri, i furenti e dolcissimi splendori della nostra lirica”.
Non c’era il ciclomercato e della bicicletta si parlava così, tanto che Gianoli andò avanti con Bandello, Shakespeare, Catullo, Can Grande e Visentini, anzi “le bizzarrie di Visentini” – che il giorno prima aveva denunciato insulti e aggressioni da parte dei tifosi di Moser, basta, a fine stagione mi ritiro, aveva detto, perché quel Giro era stato “una corsa senza respiro, non priva di capricci, di ansie, di battaglie anche dietro le quinte, animata dagli slanci di Fignon. dalla lena di Argentin, dalla gamba di camoscio del buon Lejarreta, e infine dal solenne volo e dalla sofferta difesa di Moser, il più schietto, il più umano dei corridori che tutti hanno atteso a Verona come nell’Aida attendono ogni volta Radames”
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L’UOMO E LA TECNOLOGIA
E fu così, Radames arrivò e vinse, in sella a un anticavallo che montava le ruote lenticolari già viste a Città del Messico per il record dell’ora. Pierre Chany, inviato de L’Équipe, disse che “come epilogo, il Giro non poteva sperare di meglio di questo patetico duello” fra due atleti “dal temperamento egualmente generoso”
“Moser immenso” strillò la Gazzetta dalla prima. Cannavò scrisse che Moser aveva riportato “nei nostri anni Ottanta i giorni di Fausto Coppi e di Gino Bartali”. Era andato a 51 di media, come fosse stato un altro tentativo di record dell’ora. “Ma a noi piace pensare – scrisse Cannavò – che quel Moser incastrato nella sua astrale- bicicletta, che pedalava a capo chino, immerso nella sua fatica, fosse sospinto da altri spiriti: il senso di un’impresa ai limiti umani gli scorreva nel sangue”.
Lo scrittore Nascimbeni, ancora sulla Gazzetta, disse che “tifavano anche le sfingi dell’Aida” e mise l’accento sull’umanità dell’impresa, il cuore, il coraggio, la fatica. La tecnologia in quegli anni non aveva un buon ufficio stampa, mentre aveva una buona reputazione il professor Conconi. Fignon si lamentò pure del fatto che l’elicottero per le riprese Rai volasse troppo basso, e che quel roteare di pale avesse smosso troppo l’aria, causandogli dei danni. Era tutto il gigantesco vento che spingeva per portare un Giro a Moser.
Gian Paolo Ormezzano su La Stampa scrisse che accanto “agli aspetti poetici, sentimentali, umani vistosissimi”, andava sistemata [“e presto”] “la tematica del ciclismo nuovo, anzi ormai del ciclismo postmoderno, se oltre all’uomo si considera anche la macchina, che davvero è una scultura del Duemila: la bicicletta cioè con le ruote lenticolari, con il telaio arcuato e proiettato in basso, con la ruota anteriore più piccola, con il manubrio a corna di vacca, più o meno cioè la bicicletta del Messico che Moser ieri ha messo su strada, dopo aver depistato un po’ tutti, anche i suoi parenti stretti, i fratelli Aldo ed Enzo, parlando di telaio normale, di paura a usare, nel sempre possibile vento, le ruote piene con «effetto vela», di timore a impugnare, nel percorso a molte curve, il manubrio a corna di vacca. Moser invece ha usato quasi tutto del Messico, soprattutto se stesso, bisogna dire. Perché se Fignon e tutti gli altri hanno fatto a Moser i complimenti, questo significa che tutti sono certi di una cosa: nessuno, se non Moser, poteva ricavare quei vantaggi dalla bicicletta speciale, poteva estrarre cosi tanto dal nuovo strumento. SI ripete lo stupore del Messico, ma anche la logica del Messico, quando gli scienziati dicevano di Moser: ci siamo limitati a mettere a punto, a ritoccare uno splendido motore di Formula 1, incarnato poi in un personaggio straordinario per intelligenza, umiltà, volontà”.
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Ormezzano era stato all’opposizione lungo l’arco delle tre settimane, abbastanza critico verso quella spinta generale e generosa alle spalle del Francesco-nazionale. “Avevamo avanzato riserve – scrisse alla fine – non su Moser, ma sul contorno al suo personaggio. Tifosi troppo caldi, cioè, e non sempre profondamente sportivi (si ricordi Visentini; e anche ieri ci sono stati brutti fischi per Fignon, Giro d’Italia disegnato facile per lui e fatto facilissimo, almeno quanto a salite, da decisioni non sempre chiare, come ad esempio la ridicola tappa di riserva al posto dello Stelvio, la cui impraticabilità era nota da tempo. E giuria tollerante con lui, dura con Fignon. E Visentini lapidato, Visentini colpevole ma criminalizzato, sino a che, i nervi a pezzi, ha dovuto scendere di bici. Soltanto un enorme Moser poteva essere superiore a certe piccolezze; e cosi è stato”.
[Disclaimer: Negli anni Ottanta il papà di Slalom era saronniano]