Questo conta. Conta piangere, ridere, sbracciarsi, chiedere alla folla di gridare oppure di tacere. Conta emozionarsi. Conta emozionare. Ma più di tutto conta sentire le emozioni e saperle trattenere, saperle costringere dentro quel perimetro in cui restano innocue. Forse nel tennis contemporaneo la differenza si fa così. Anzi, si fa certamente così, a sentire Toni Nadal, lo zio di Rafa. Ne ha scritto sulla sua colonna per il quotidiano spagnolo El Pais.
Zio Toni ricorda di quando – era il 1991 – il poeta e scrittore Antonio Gala descrisse “un mondo futuro più noioso in cui la stragrande maggioranza delle persone avrebbe risposto allo stesso modo agli stessi stimoli”. Predisse l’avvento dell’intelligenza artificiale, nome sotto il quale ormai facciamo entrare un po’ di tutto. Ma ci siamo capiti. L’uso di statistiche e studi di ogni genere, dice zio Toni, nel tennis ha consenti certo una maggiore circolazione delle idee e un accesso ai saperi più diffuso, d’altra parte a lui sempre che in Spagna, negli Stati Uniti o in Cina che sia, “i giovani i giocatori vengono preparati e programmati quasi in modo uniforme dai rispettivi allenatori sugli stessi principi e gli stessi fondamentali. Analisi e studi medici decidono, qui e oltre Atlantico, quanto devono durare gli allenamenti, quanto carico deve sopportare un giocatore, quali esercizi tattici deve eseguire”.
Tutti giocano uguale, tutte le partite sono alla stessa maniera. De Gregori direbbe che è solo un modo per convincerci a non uscire la sera. Eppure, fa notare zio Nadal, “nonostante tutto, in quasi tutte le competizioni i migliori atleti di ogni disciplina continuano ad arrivare alla fase finale. Tra le donne sei delle migliori otto hanno raggiunto i quarti di finale. Tra gli uomini, la peggiore testa di serie è stata la #11 con Alex de Miñaur. Cos’è, allora, che sfugge ai dettami delle nuove tecnologie?”.
Facile. I sentimenti. Almeno finché l’umanità non avrà inventato l’EA, l’Emozione Artificiale. I risultati sono decisi dalla pressione che può sentire un Griekspoor nel momento decisivo contro Zverev, oppure Francisco Cerúndolo contro un Djokovic dal ginocchio mezzo scassato.
Zio Toni ne è felice, “mi auguro che continui a essere così, non per togliere opportunità ad altri giocatori peggio posizionati, ma perché se riusciamo ad evolverci fino al punto di equiparare l’essere umano a una macchina, non so come potremo essere entusiasti della nostra crescita personale”.
È curioso. Di emozioni parla stamattina pure Mats Wilander su L’Équipe dall’alto di un’osservazione del tennis che dura da decenni. Wilander analizza gli sviluppi della gestione emotiva in una carriera. Dice che anche ai suoi tempi alcuni giocatori mostravano le loro emozioni, “anche Ivan Lendl lo fece contro di me nella finale degli US Open del 1988, ed è tutto dire. Ma niente a che vedere con oggi. Credo che sia legato ad almeno tre fattori. Innanzitutto il cambiamento nella natura del tennis: abbiamo riempito l’evento con ingredienti diversi dalla partita. Adesso c’è il diritto di parlare con il coach. La musica al cambio di campo. Lo schermo gigante che trasmette cose senza sosta. La richiesta ai giocatori di parlare al microfono. Poi c’è il contesto del mondo di oggi: il cellulare che consultiamo 24 ore su 24, il computer, Internet, i social network. I giocatori sono costantemente connessi. Di conseguenza, le loro vite sono più emotive e i loro sentimenti personali vengono a galla. Tutte queste cose fanno sì che la concentrazione vada e venga. I giocatori sono concentrati su sé stessi, non sul gioco. Ma non è facile quando così tante cose distolgono l’attenzione. Senza contare che sono circondati tutto il giorno dal loro team, con cui parlano dalla mattina alla sera. Non è facile mantenere la mente lucida e calma. Infine c’è l’evoluzione del gioco Ai miei tempi eravamo concentrati di più sull’avversario. Le partite erano molto più tattiche. Oggi quando sbagliano, i giocatori si innervosiscono più facilmente. Sembrano meno padroni di sé stessi».
IL CASO SWIATEK
Se esiste un esempio di tutto questo, si chiama Iga Swiatek. Secondo l’ex tennista polacco Fibak, non faremmo male a paragonarla a Borg. C’è la Swiatek dei campo, “berretto avvitato sul cranio, sguardo teso, mascelle d’ottone” e poi c’è la Swiatek che sta fuori dalla “personalità introversa, appassionata di lettura, cresciuta in un contesto familiare dove i sentimenti non venivano espressi e per la quale fino all’età di 17-18 anni era difficile guardare le persone negli occhi, come ha confidato a The Players’ Tribune. A volte le due si incontrano e rivelano la complessità del personaggio”.
Iga Swiatek was in tears after her win over Naomi Osaka
1 of the best matches of the year, & it took her absolutely everything to come back & win
Win or lose, the pressure these athletes go through is indescribable
Sometimes we forget they’re human ❤️
pic.twitter.com/R4W4Rh2uHo— The Tennis Letter [@TheTennisLetter] May 30, 2024
Una volta tornata negli spogliatoi dopo la vittoria in rimonta su Naomi Osaka, Swiatek è scoppiata in lacrime sul lettino da massaggio. Alle Olimpiadi di Tokyo del 2021, era stata vista piangere in campo con l’asciugamano calato sulla testa e lo stesso agli US Open, quando fu strapazzata da Fiona Ferro. Non è famosa per essere la più espansiva nel circuito, ma ormai dice L’Équipe, “non nasconde più le sue crepe. Il lavoro su sé stessa è iniziato da giovanissima, a 14 anni, quando è stata affiancato dalla mental trainer Daria Abramowicz, oggi parte integrante dello staff che la segue nei tornei per tutta la stagione, una rarità – fa notare José Barroso.
Pier Gauthier, ex giocatore che si è specializzato nella preparazione mentale, spiega che essere numero 1 del mondo a 23 anni, non è garanzia di tranquillità futura, anzi, ci sono aspettative e sfide colossali. Più risultati hai, più aumenta. È stato l’ex allenatore di Sébastien Grosjean e di Gaël Monfils, dice che «gestire lo stress e la frustrazione è un lavoro continuo; devi adattare costantemente il tuo software. Altrimenti può solo esplodere».