1-0
Avevano ragione, quelli di The Athletic. Sono furbi, gli spagnoli. Fanno girare la voce che il possesso-palla non gli interessa, uno ci crede, ci casca, e loro si inventano una partita in cui suonano tutti gli spartiti possibili e immaginabili, il possesso palla e la profondità, il tocco e lo strappo, la dolcezza e la ferocia, o come dice in una bella immagine Paolo Brusorio su La Stampa: “Se il pianoforte oltre che a suonarlo sei capace anche di spostarlo allora ti chiami Spagna. È la plastica rappresentazione di quella linea ereditaria che traversa il calcio spagnolo, il tiki taka come lo abbiamo sempre visto sta in soffitta, qui siamo un paio di giri sopra. Loro hanno una scuola, noi ancora inseguiamo”.
Eppure, un tempo. Eppure un tempo il complejo de inferioridad batteva sul dente dove il dente duole, e il dente duoleva dall’altra parte. Fino a Vienna 2008, fino a quella sera in cui faceva caldo, trenta gradi, l’aria era umida e la palla ce l’avevano sempre loro. Con la quarta stella di campioni del mondo sulla maglia, l’Italia aveva scelto di giocarsela in linea con la storia e con la tradizione. Lasciandogliela. L’Italia dura, l’Italia cinica, l’Italia che alla fine vince sempre lei. Questa era l’idea che di noi s’era fatta la Spagna, Donadoni decise che non fosse il caso di fargliela cambiare. Avevamo ancora quella tradizionale attitudine a starcene rannicchiati dentro l’area di rigore, un atteggiamento che ogni tanto – spesso – viene rimpianto. Eppure non bastò. Anzi fu l’atto di nascita di un’inversione di segno, la fine del complejo e l’inizio del complesso.
Noi eravamo quelli che loro non riuscivano battere ma che in fondo disprezzavano. Don Fabio Capello era stato allontanato da Madrid con l’etichetta di essere troppo noioso. Il giorno in cui Claudio Ranieri aveva visto finire la sua avventura al Valencia, era stato trattato come se dal Mestalla fosse stato scacciato il diavolo. Il giogo del ranierismo, scrissero. L’Italia era Tassotti che fracassava il naso a Luis Enrique. L’Italia era la squadra che alza la Coppa al loro Mundial con l’opportunismo di Paolo Rossi e Gentile che strappa la maglia a Zico e Maradona. L’Italia era un’ossessione così grande, da sviluppare un’ansia di imitazione. Così Pedro Almodóvar voleva essere Fellini, Raffaella Carrà l’avrebbero voluta tutto per loro, Plácido Domingo e José Carreras soffrivano l’empatia col pubblico di Luciano Pavarotti. Tutto fino a quella serie di rigori, quella sera. Quando Donadoni fece entrare Del Piero a due minuti dalla fine al posto di Aquilani, per fargliene calciare uno. Sbagliarono De Rossi e Di Natale, e da allora la Spagna siamo noi a pensarli in termini di una lepre che scappa, un’ombra da inseguire.
LA PARTITA
Così hanno tenuto palla per il 73 percento del tempo, hanno tirato 20 volte in porta contro 4, 9 volte nello specchio contro una. La squadra di De la Fuente è andata all’attacco dal primo fischio, mescolando il condimento delle ali al sapore dei registi, la corsa elettrica di Nico Williams e Lamine Yamal ai con passaggi del trio Pedri, Rodri e Ruiz. Il dribbling di Williams è stato uno scompiglio ripetuto. Secondo The Athletic si tratta della migliore prestazione della Spagna da quando Luis de la Fuente è diventato allenatore [dicembre 2022], e “probabilmente la migliore prestazione dalla semifinale di Euro 2020 contro l’Italia, o forse anche dalla finale di Euro 2012, sempre contro l’Italia”. Due Ferrari contro l’Italia, titolava ieri mattina Marca in prima pagina. In effetti, riprende l’Équipe stamattina, questo Williams è una Formula 1.
Il punto vero stamattina è perfino un altro, il punto vero è quello che sottolinea Antonio Dipollina su Repubblica nella sua rubrica di tele-critica: “Nessuno risarcirà i molti spettatori delle rubriche Rai per i quattro giorni di opinionisti, esperti, ex calciatori che hanno riversato sugli azzurri aspettative da favola, tonnellate di complimenti smaccati, miele e giulebbe. E ora, il rischio altissimo è che siano in arrivo quattro giorni di segno esattamente opposto“.
COSA SI DICE IN GIRO DELL’ITALIA
Il povero Spalletti stamattina se la passa male. Arianna Ravelli lo cucina così sul Corriere della sera: “«Se potessi mangiare un’idea avrei fatto la mia rivoluzione» cantava Giorgio Gaber. Le idee di Luciano Spalletti sono buone, anzi ottime, forse persino troppo d’avanguardia per qualche azzurro, ma ieri sera sono rimaste tali, «astrazioni» appunto, e l’Italia non ha fatto nessuna rivoluzione. Il possesso, il gioco, il controllo della partita sono sempre rimasti in mano e tra i piedi degli spagnoli, che, questa volta lo diceva Pesaola, l’idea ce l’hanno rubata. Non c’è stato gioco, di nessun tipo, né relazionale né liquido, gli azzurri si sono semplicemente sciolti, se è vero che la metà campo l’abbiamo superata poche volte nel secondo tempo”.
| Giulia Zonca su La Stampa dice: “La prova che questa sia più di una sconfitta è Spalletti. Contro l’Albania impartiva posizioni, urlava incontenibile «Jorg, jorg» per cercare di posizionare Jorginho, neanche stesse giocando alla play. Contro la Spagna gli capita pure di girare le spalle all’azione. Forse non vuole vedere e di sicuro lo devasta più lo spreco dei pochi palloni perduti, quando si trova raro ossigeno fuori dall’area e si cede al primo tocco, che l’assedio. Tornano tutti i fantasmi e sono gli azzurri a portarseli in campo, a tenerli per mano: lo spettro dell’Europeo passato e purtroppo non è il coraggioso 2021, è il deprimente 2012”.
| Maurizio Crosetti considera su Repubblica che “Spagna-Italia ridefinisce al ribasso le nostre ambizioni e ridisegna la gerarchia europea (e per carità di patria, oggi neppure pensiamo a quella mondiale). Forse ci eravamo illusi. Forse, in troppi continuano a giocare a pallone meglio di noi. Gli spagnoli di sicuro”.
| Ma Arrigo Sacchi sulla Gazzetta scagiona il cittì: “Chiariamo subito un punto: Spalletti non ha colpe. È un c.t. che lavora da meno di un anno, ha ereditato una situazione complicata e sta cercando di dare uno stile a un Paese che non lo ha mai avuto. La Serie A non lo aiuta: la maggior parte delle squadre pratica un calcio vecchio, poco in linea con i principi europei, i giocatori faticano ad emergere per la massiccia presenza degli stranieri. Lavorare in queste condizioni è un problema serio, di cui si deve tener conto quando si dà un giudizio sulla Nazionale”
| Paolo Brusorio su La Stampa commenta: “Usciamo più ridimensionati di quanto immaginassimo, nessuno pensava che questa Nazionale potesse stare all’altezza delle grandi ma nemmeno che fosse così piccola”
| Alberto Polverosi sul Corriere dello sport-stadio sottolinea che “la Spagna andava a cento all’ora senza sbagliare un appoggio, un tocco, un lancio (per la cronaca: primo lancio sbagliato da uno spagnolo al 33′ del primo tempo, il lanciatore era Unai Simon…), ma noi non avevamo, non abbiamo, quella tecnica. Quando gli spagnoli aggredivano, nemmeno Jorginho trovava la misura, figuriamoci gli altri. Non era una questione di tattica, di strategia, di schemi, la differenza netta, perfino esagerata, era tutta nella tecnica, nella qualità pura dei singoli. Loro più bravi dei nostri, molto più bravi, troppo più bravi. La Spagna teneva palla, la faceva girare un po’ in orizzontale e tanto in verticale, attaccava al centro e sulle fasce, accelerava e rallentava, decideva tutto la squadra di De la Fuente. Non ci ha sorpreso la superiorità della Spagna, ci ha sorpreso questa clamorosa, imbarazzante, traboccante superiorità”.
| Anche Fabrizio Roncone sul Corriere della sera la chiama con il nome suo, “una spaventosa lezione di calcio”, ma poi cerca un bagliore, un lampo, una luce, una fiammella, uno spiraglio, qualcosa che forse non ha neppure un nome. “Adesso – dice – siamo dentro una verità netta e crudele: la nostra Nazionale ha dei limiti enormi e tutta la bravura di Luciano Spalletti, forse, non basta. Dobbiamo essere consapevoli e mantenere la calma. È da stupidi trovare scuse. Sono questi i calciatori che abbiamo. È davvero inutile mettersi a sperare nei progetti pieni di luce e di modernità del nostro cittì. Il suo genio e la sua pignoleria prossima al tormento hanno bisogno di tempo, forse. Sono, come sempre, pensieri sparsi”.
| Luigi Garlando sulla Gazzetta dello sport si associa: “Avevamo chiesto alla Spagna di dirci chi siamo. Era meglio che non ci avesse risposto… Forse abbiamo esagerato in ottimismo e Luciano Spalletti con noi. Temevamo alla vigilia che la tecnica, più che la tattica, potesse fare la differenza e così è stato. Fabian Ruiz ha fatto da tiranno con la sua qualità in regia. I talentuosi bambini da dribbling, che noi non abbiamo, ci hanno punzecchiato da tutte le parti. Rodri, in versione dimessa, ha comunque imposto la sua regia fisica che Jorginho non poteva contrastare. Dopo un primo tempo infernale, Spalletti ha smontato sistema e ambizioni e si è barricato con il 4-5-1. Siamo tornati quelli che contro la Spagna possono solo sperare di scamparla in contropiede. Un messaggio che non farà bene all’autostima della squadra Dimentichiamo tutto. Sforziamoci di credere che se ne abbiamo preso uno solo di autogol, forse qualche merito ce l’abbiamo. E lunedì a Lipsia riproviamo a giocare a calcio”.
| Ivan Zazzaroni, direttore del Corriere dello sport-stadio, non si rassegna, dice che “non siamo un granché ma neppure quelli presi a pallate dalla Spagna”, “una Spagna che ci ha palleggiato addosso: chi l’aveva descritta “verticale”, se l’è ritrovata orizzontale, trasversale, diagonale, perpendicolare, intersecante, obliqua, concava e convessa. Insomma, drammaticamente superiore”

GIUDIZI UNIVERSALI
DONNARUMMA | Paolo Tomaselli, Corriere della sera: “Gigio tiene a galla Azzurra, ogni parata è una secchiata d’acqua buttata fuori: su Pedri in avvio, su Morata in uscita, in volo su Ruiz, nel finale due volte su Perez. Sfortunato il tocco su Calafiori”.
▥ Matteo Pinci, Repubblica: “Quando la sua maglia fluo è comparsa nell’area spagnola lo abbiamo guardato come l’urna col sangue di San Gennaro. Aspettando che il prodigio riuscisse. Non c’è italiano, a Gelsenkirchen o davanti alla tv, che non ci abbia pensato. Ora Gigio fa anche questo: un gol. Il sangue non s’è sciolto, stavolta, ma il miracolo si era già materializzato nello stadio a cui hanno smontato il nome dello sponsor dall’insegna, lasciando sulla sua cima che ricorda il tetto di un supermercato solo la scritta Arena”
DI LORENZO Paolo Tomaselli, Corriere della sera: “Dopo un’eternità, ritorna a galla vincendo un duello con Morata. Il resto è un’apnea sfiancante, anche perché Chiesa non gli porta mai un po’ di ossigeno”.
▥ Matteo Pinci, Repubblica: “Uno di quei gonfiabili usati in allenamento avrebbe avuto più chance di fermare Williams. Anche perché non lo aiuta nessuno”.
▥ Guglielmo Buccheri, La Stampa: “Soffre di vertigini non appena Nico Williams addomestica il pallone: se puntato, va in tilt. Il giovane che incanta a Bilbao gli nasconde la palla o, meglio, gliela fa passare sotto le gambe, alla destra, dall’altra parte: Chiesa non lo aiuta, l’incubo continua. E continua anche quando in suo soccorso viene chiamato Cambiaso”
▥ Fabio Licari, La Gazzetta: “Una tortura fin dal primo minuto contro lo scatenato Williams. Va tanto in confusione che comincia a sbagliare gli appoggi da un metro. Andava cambiato”
CHIESA. Paolo Tomaselli, Corriere della sera: “Isolato, non fa niente per riconnettersi alla radio di bordo. Sbatte su Cucurella come una mosca nel bicchiere e se ha mezza palla buona, la spedisce in piccionaia. L’uomo in meno”.
▥ Guglielmo Buccheri, La Stampa: “Fa arrabbiare il saggio Donnarumma e a ragione: perché non aiuta Di Lorenzo? Oltre alle mancanze in fase difensiva, trasforma in un supereroe Cucurella che lo manda fuori giri ad ogni uno contro uno per l’intero primo tempo. Nella seconda parte trasloca a sinistra senza dare alcun segno di vita”
SCAMACCA. Paolo Tomaselli, Corriere della sera: “Riesce nell’impresa di fare fallo con il pallone tra i piedi: più che un leone, un gattone in gabbia. Docile”.
▥ Guglielmo Buccheri, La Stampa: “A leggerla dopo, la sfrontatezza di Morata aveva un fondamento: Alvaro non è pigro e si è visto, Gianluca un po’ di pigrizia l’ha fatta vedere. Siamo arrivati dentro Euro 2024 raccontando al mondo che abbiamo trovato il numero nove, ci siamo ritrovati in sala d’attesa”
▥ Ugo Trani, Corriere dello sport-stadio: “L’involuzione del centravanti nel match Gelsenkirchen deve far riflettere Spalletti e con lui gli azzurri. Scamacca, 18 presenze e 1 gol in Nazionale (inutile il 17 ottobre scorso a Londra: 3-1 per l’Inghilterra), ha appena chiuso la sua migliore stagione: 19 reti, 12 in A, 6 in Europa League e 1 in Coppa Italia. Se si è fermato alla Veltins Arena, bisogna capire perché”
COSA SI DICE IN SPAGNA DELLA SPAGNA
È un equipazo, uno squadrone, sostiene Alfredo Relano, il decano dei giornalisti calcistici, il giurato spagnolo per il Pallone d’oro. Su As considera che “nessuna squadra gioca gli Europei come questa Spagna di estremi, gioco allegro e profondo. Il risultato contro l’Italia, 1-0 con autogol, non spiega nemmeno lontanamente una partita che meritava di finire in una disfatta come la finale del 2012. Il lavoro calmo e sereno di De la Fuente, unito alla qualità dei nostri giocatori, ha dato vita a una squadra bella ed efficace, con forza, gioco e morale. Ieri ha impressionato Cucurella, che molti non avrebbero nemmeno immaginato nella lista iniziale.Tutto funziona così bene che lascia dire, o quasi ci costringe, che la Spagna è la favorita. Anche Carlos Carpio da Marca scrive che è “impossibile non dare la Spagna come favorita, se gioca così”
| Ancora su Marca, Raul Varela mostra che ci sono dei conti in sospeso dentro l’opinionismo spagnolo. Ricorda i giorni in cui Luis De La Fuente veniva chiamato “Luis de la qué”, mentre oggi “tutta l’Europa si innamora della migliore esibizione di calcio moderno di una Nazionale, la Spagna, che dopo aver perso per tutta la vita contro l’Italia, ora colleziona prestazioni strepitose contro gli azzurri, come nella finale di Kiev con Iker che chiese rispetto, l’esibizione di Isco con Lopetegui in panchina al Bernabéu, la Nations League a San Siro con Luis Enrique, ieri con Nico Williams che sembrava il fratello basco di Vinicius. La colpa, in senso buono, è di Luis de la qué. E di Pablo Amo e Juanjo González e Carlos Cruz e il resto dei collaboratori dello staff tecnico che parlano tanto e ancora di più con i fatti. Adesso – dice Varela – è il momento di affrontare la parte più pericolosa del torneo. Vivere con gli elogi, smettere di gareggiare per dieci giorni fino agli ottavi e imparare ad affrontare qualcosa che non abbiamo ancora toccato: il vento contrario”.
| Manuel Jabois, firma delle pagine culturali di El Pais, per la verità ha qualche obiezione. Dice che “la Spagna è una cena in cui tutto è andato bene, dai piatti al vino; una cena tra vecchi amici, argomenti di conversazione frivoli e poco spinosi, camerieri complici, uno chef attento che esce un paio di volte dalla cucina per unirsi al tavolo, il miglior tavolo che abbia mai avuto. Tutto questo in un giovedì alle 21 in riva al mare; un talentuoso fisarmonicista in lontananza e alcuni delfini che attraversano l’oceano. Quando arriva il conto, nessuno tira fuori il portafoglio. Come fa la Spagna con il gol. La Spagna – continua Jabois – ha giocato come undici ragazzini che scendono in campo dopo essersi costruiti un pallone, con la stessa gioia e la stessa voglia. Quando gli azzurri si sono accorti che gli spagnoli mancavano di mira, si sono fatti gol da soli, con un gesto di buona educazione senza precedenti”.
| Da El Mundo arriva invece una lettura gonfia di passione e di entusiasmo, un intervento di Inaki Diaz-Guerra: “in passato abbiamo creduto di poter diventare campioni con Calderé e Víctor Muñoz, con Górriz e Villarroya, con Salinas e Bakero, con Pizzi e Manjarín, con Luque e Raúl. E no, certo che no, non era possibile, ma non aveva importanza. Per alcune settimane ci sentivamo come la Germania. Oggi siamo la Germania. Almeno finché non ci elimineranno. E quando ciò accadrà, prenderemo due gin tonic e andremo a dormire. Non è così grave”.
È il qui, è l’ora, è il momento che Diaz-Guerra vuole godersi. “Finora nel torneo, solo i padroni di casa – scrive – hanno dato un’impressione migliore della Spagna. Due settimane fa pensavo che fosse impossibile per la Spagna vincere l’Europeo. Oggi lo vedo probabile. Il calcio delle Nazionali non è amore, è un’avventura estiva, sono state inventate per essere la cosa più importante del mondo per un mese, farsi tre scopate memorabili e poi sciogliersi come lacrime sotto la pioggia. Se abbiamo creduto di poter diventare campioni con Calderé e Víctor Muñoz, con Górriz e Villarroya, con Salinas e Bakero, con Pizzi e Manjarín, con Luque e Raúl, come potremmo non esserlo con Fabián e Morata?”.