I tedeschi hanno inventato la parola, Schadenfreude, il piacere per la disgrazia altrui. Gli inglesi hanno inventato il calcio, ma il piacere per la disgrazia calcistica altrui ha tutta l’aria di essere un brevetto italiano. Il riassunto migliore di questo machiavellico sospetto rimane lo striscione apparso all’Olimpico durante Lazio-Inter il 2 maggio del 2010, quando al primo gol di Samuel apparve nella curva dei tifosi di casa una scritta grande così: Oh nooo.
La Curva Nord stava facendo il tifo per la sconfitta dei suoi, perché avrebbe lanciato l’Inter verso lo scudetto e lo avrebbe sottratto alla Roma. “In molti pensano – secondo Mediaset – che la squadra di Edy Reja si scansò: di certo il clima all’OIimpico quella sera era surreale”.
In Inghilterra lo stanno chiamando “dilemma morale” e in queste ore abita nelle animucce afflitte dei tifosi del Tottenham. Se gli Spurs battono il Manchester City nel recupero di stasera, mantengono una piccola possibilità di portar via all’Aston Villa l’ultimo posto in Champions League. Se invece perdono, quasi sicuramente fanno portar via il titolo all’Arsenal.
È uno scenario simile a quanto accaduto nel 1999. L’ultima partita di quella stagione portò il Tottenham sul campo del Manchester United, con la consapevolezza che una vittoria o un pareggio all’Old Trafford avrebbero contribuito a rendere l’Arsenal campione.
“Nessun tifoso degli Spurs lo voleva – racconta Phil Hay su The Athletic FC, la newsletter di calcio della rivista americana – e la squadra del ’99 venne avvertita”.
Il suo allenatore, George Graham, ci scherzò su e disse che avrebbe fatto giocare in porta Jose Dominguez, un’ala di un metro e sessanta. Quando Les Ferdinand portò la squadra in vantaggio, si dice che abbia sperimentato il panico all’idea di passare alla storia come il giocatore del Tottenham che aveva regalato lo scudetto all’Arsenal. Non accadde. Il Manchester United reagì, vinse il titolo, riportò la pace nel cuore di Les Ferdinand.
Desiderare che la propria squadra perda: che cos’è? “È un sacrilegio o un sacrosanto tribalismo?” si domanda Hay.
Ad Ange Postecoglou ieri è stato domandato se capisse perché una parte del tifo spera in una sconfitta. La sua risposta: «Come possiamo diventare una grande squadra, se nelle partite importanti ci tiriamo indietro?».
Un commento, dice Hay, che ignora del tutto il potere della schadenfreude all’interno di una tifoseria di qualsiasi club.
“Chiamatela meschinità, chiamatelo dispetto, ma nessun tifoso del Tottenham vuol sentire i tappi saltare dalle bottiglie domenica fra le strade di Londra”.
La storia è piaciuta anche in America. Il Wall Street Journal parla della squadra che chiede aiuto ai suoi peggiori nemici per vincere il campionato. Il Guardian ospita un intervento-testimonianza di Jamie Redknapp: “Gli Spurs non molleranno contro il Manchester City. Non è nella natura di un calciatore. Potrebbe essere doloroso per i tifosi aiutare l’Arsenal, ma la mia esperienza con il Liverpool nel 1995 mi dice che l’istinto dei giocatori prevarrà”. Il suo racconto si riferisce all’arrivo in volata tra il Blackburn e il Manchester United, grande rivale Red dei Reds. Come regolarsi con il Blackburn che sarebbe venuto ad Anfield?
“Il motivo per cui i calciatori sono calciatori è che fin dall’età di cinque o sei anni vogliono vincere. Sono stati formati così e agire diversamente significherebbe andare contro tutto ciò che sono. Come si può sbagliare un tiro di proposito? Non è possibile”.
Jamie, per favore. Ti voglio bene.