Non è tanto quel che ha vinto, eppure ha vinto parecchio. Bill Walton è stato considerato uno dei centri più dominanti e versatili mai visti, tradotto in titoli fanno due con l’Helix High a La Mesa in California, due NCAA alla UCLA, due in NBA con due squadre differenti, a Portland nel 1977 e a Boston nel 1986. Uno dei migliori giocatori di sempre, secondo una delle periodiche classifiche della lega. Ma non è questo, non è neppure questo. Se Bill Walton è stato Bill Walton, si deve al suo basket – certo – ma pure alla maniera di viverlo, di raccontarlo, di farlo dialogare con la sua vita.
Nel ritratto che Jason Quick ne fa per The Athletic, Walton è un signore che “ha portato il suo entusiasmo contagioso e il suo amore per il gioco nelle trasmissioni televisive, dove offriva commenti ficcanti e coloriti con cui ha intrattenuto generazioni di appassionati”.
Walton viene descritto come un uomo “sempre ottimista, sorridente da un orecchio all’altro, saggio, affettuoso”. Aveva subito 39 interventi chirurgici durante la sua carriera da giocatore, principalmente ai piedi e alle caviglie, operazioni che gli fecero saltare 762 partite in 13 stagioni, tre delle quali del tutto perse. Nella sua autobiografia Nothing But Net Walton ha scritto che questo è il suo più grande rimpianto, aver giocato male certe volte, anzi, aver dovuto giocar male. Era brillante nel passaggio, anche in quello con cui sapeva avviare il contropiede dopo un rimbalzo preso. Quelli che hanno giocato con lui, lo stanno definendo in queste ore il compagno di squadra ideale, il genere di compagno che contribuisce a migliorare il tuo gioco.
I giornali e i siti americani stanno ricordando i 44 punti segnati nella partita per il titolo NCAA del 1973 contro Memphis State, con 13 rimbalzi e sette stoppate, oppure il 21 su 22 al tiro nella vittoria di UCLA. Walton giudicava che il momento più gratificante per lui fosse il passaggio dai Clippers ai Boston Celtics. Accettò un ruolo da riserva al fianco di Robert Parrish, giocò 80 delle 82 partite della stagione regolare, 16 delle 18 ai playoff. Con una media di 7,6 punti, 6,8 rimbalzi e 2,1 assist in 19 minuti, prese più voti di Ricky Pierce a Milwaukee e di Eddie Johnson a Sacramento aggiudicandosi il premio di sesto uomo dell’anno, una magnifica e lussuosa ruota di scorta nella macchina di Larry Bird e Kevin McHale. «Il mio più grande risultato personale come giocatore», diceva.
LA POLITICA
L’uomo Bill non è stato meno interessante. “Nei turbolenti anni ’70, con l’infuriare della guerra del Vietnam e il Watergate che minava la fiducia nel governo degli Stati Uniti – racconta The Athletic – Walton divenne più di un semplice giocatore di basket. È stato una voce nel movimento della controcultura”. Come Kareem Adbul-Jabbar, come Bill Russell e come Mohammed Ali, ma era un bianco.
Nel maggio del 1972 fu arrestato nel campus di UCLA per aver protestato contro l’escalation della guerra in Vietnam. C’è una foto di lui seduto su Wilshire Boulevard con le braccia pacificamente alzate prima del suo arresto. «Protestare – ha detto Walton – è quel che consente di ottenere. La spinta verso un cambiamento positivo richiede azione. Le forze del male non cambiano da sole i loro modi».
Una settimana dopo la sua seconda stagione con i Trail Blazers, era il 1975, Walton prese parte a una conferenza stampa a San Francisco difendendo gli amici Jack e Micki Scott. L’FBI li aveva messi sotto accusa per aver offerto riparo a membri di quell’Esercito di Liberazione Symbionese che aveva rapito Patty Hearst. Gli Scott negavano qualsiasi illecito, Walton chiese al mondo e ai tifosi di pallacanestro di «stare al nostro fianco contro il governo degli Stati Uniti», arrivando a definire l’FBI «il nemico».

LA TELEVISIONE
Per le generazioni più giovani, Walton era la voce del basket in tv, il commentatore più esagerato, “a volte demenziale” dice The Athletic. Il bello è che Walton in principio non amava affatto parlare, né dare interviste. Era balbuziente. All’età di 28 anni, raccontava, il giornalista tv dei New York Knicks Marty Glickman gli diede una serie di consigli su come correggersi, doveva rallentare i pensieri, leggere ad alta voce, masticare gomme senza zucchero per rafforzare i muscoli della mascella. Invitò Walton a identificare i suoni che gli davano problemi – ed erano parole con D, H, S, Th e W – gli disse di cercare nei libri e negli articoli parole con quelle lettere e quei nessi, per esercitarsi. Walton raccontava che imparare a parlare era stato il suo più grande risultato e il suo peggior incubo.
Fatto sta che nel 1990, Prime Ticket Network lo assunse come analista. Ha lavorato con NBC, ABC, CBS, FOX, ESPN, Turner Sports, più di recente commentava il basket per le trasmissioni ESPN del basket Pac-12. Nel 2001 gli diedero un Emmy per la migliore trasmissione televisiva sportiva in diretta, per i suoi commenti “oltraggiosi e insoliti” [The Athletic].
John Feinstein sul Washington Post ne dà una definizione magnifica. Lo chiama “il bardo del basket, un poeta dietro un microfono”. Tutti quelli che hanno incontrato Bill Walton hanno un aneddoto su di lui. “Per quanto fosse eccezionale come giocatore – dice il Washington Post – da molti considerato il terzo miglior lungo di tutti i tempi dietro (forse) Kareem Abdul-Jabbar e Bill Russell, non c’è mai stato nessuno come lui come conduttore televisivo. Walton era sempre preparato e spesso portava le trasmissioni in direzioni che nessuno avrebbe immaginato. Aveva al suo fianco Dave Pasch, una spalla perfetta, la sua mancanza di ego permetteva a Walton di essere la star e, cosa più importante, di essere se stesso. Alcuni trovavano lo stile di Walton fonte di distrazione, la maggior parte delle persone lo amava perché era diverso”.
Dan Shaughnessy da quella Boston di cui Walton si innamorò scrive sul Globe che “nessuno più di lui ha desiderato giocare per i Celtics. Ed è crudele e ironico che Bill muoia mentre i Celtics sono pronti per un’altra apparizione nelle finali NBA, la possibilità di vincere un 18esimo titolo”.
Shaughnessy racconta di averlo sentito un’ultima volta al telefono venerdì scorso, ignorando come tutti che stesse così male. Gli aveva scritto per chiedergli chi fosse un ragazzino che appariva in foto insieme a lui, Danny Ainge e Larry Bird al City Hall Plaza dopo la vittoria dei Celtics nell’86. Un ragazzino dritto in piedi, con la testa sotto il gomito sinistro di Bird. «È uno dei miei quattro figli, Adam, il più grande, ora ha 48 anni – gli ha risposto Walton con un sms – sai, Larry è sempre stato molto gentile».
“Ho pensato – scrive Shaughnessy – che lo avrei rivisto alle finali. Continua a splendere, amico mio. Siamo tutti migliori per il fatto di averti conosciuto“
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