La ricostruzione dei Lakers e il futuro di LeBron: due dilemmi in un colpo solo

  Salva con nome. Il congedo ai Lakers era pronto in bozze. Mancava l’ultimo clic. Mancava l’ultimo canestro per metterlo in rete e l’ha segnato Jamal Murray in Gara-5, forse perfino una gara in più di quanto temuto. Adesso i signori di Los Angeles possono andare in vacanza. LeBron aveva già quell’aria un po’ così l’altro giorno in conferenza stampa, l’aria del padre che carica i sacchi a pelo, la tenda e la borsa termica nel cassone per un week-end di pesca ha scritto L’Équipe alla vigilia della partita fatale con i Denver Nuggets, aggiungendo una profezia – peraltro facile. Non appena i Lakers si arrenderanno, i giornalisti busseranno alla porta chiedendo: dove giocherà LeBron la prossima stagione?

Eccoci qua, ci siamo arrivati. È la domanda che perseguiterà la Nazione Giallo-Viola per un po’. Occhio alle date. LeBron ha tempo fino al 29 giugno per attivare un altro anno di contratto nella città dove è arrivato nell’estate del 2018 e dove ha vinto il suo quarto titolo nel 2020. Un anno ancora da 51,4 milioni di dollari, altrimenti sarà svincolato per la terza volta in carriera, come nel 2018 o nel 2014. A quel piunto sarà tutto possibile. Perché se King James è sul mercato, tutti i 30 general manager della lega saranno con la mano sul telefono per rispondere a una chiamata, non si sa mai. Uno scenario, quedsto, che si presta a trenta possibili soluzioni. Per i giocatori Over-38 la lega prevede contratti di tre stagioni al massimo. Un’ulteriore opzione è il ritiro. Difficile.

Tre stagioni costerebbero ai Lakers 162 milioni di dollari, alle altre ventinove quadre 157. Il podcaster Bill Simmons lo immagina a Dallas, dove la presenza di Luka Doncic e Kyrie Irving gli garantirebbe un’ultima corsa per il titolo. Il commentatore Colin Cowherd suggerisce l’approdo a Golden State, senza muoversi dalla California, logisticamente è più semplice, per giunta qualche mese fa i Warriors si sono informati con Rich Paul, agente e amico di James. Una coppia con Steph Curry, vuoi mettere.

Solo che LeBron ne ha in testa un’altra, di coppia. Con suo figlio Bronny, oggi guardia all’Università della California del Sud. Purtroppo, in giro dicono che non abbia il talento di suo padre. Deve essere vero, se ESPN lo proietta al 39esimo posto nel Draft del prossimo 26 giugno. È probabile che finisca per trascorrere più tempo in G-League che nella NBA vera e propria. Ma per tre giorni, fra la notte del Draft e la data di scadenza dell’opzione per i Lakers, LeBron sarà tormentato dai dubbi. 

 

  PROSPETTIVE

La panchina di Darvin Ham

 

Bisognerà dunque tener d’occhio gli account social di Shams Charania e Adrian Wojnarowski, i due insider NBA più informati, la cui rivalità ha meritato addirittura una pagina di Wikipedia. Uno di loro metterà per primo le mani sulla notizia della prossima squadra di LeBron. Garantito al limone. 

La seconda domanda che si stanno facendo in casa Lakers riguarda Darvin Ham, il loro coach. Come ha scritto The Athletic, il finale poco lusinghiero lascia il suo futuro in serio pericolo. Secondo le fonti del magazine, è altamente improbabile che rimanga al suo posto.

Nel 2022 Ham ha firmato un contratto quadriennale da 5 milioni di dollari a stagione. I Lakers erano convinti di avergli affidato una squadra competitiva, diciamo più competitiva di un’eliminazione al primo turno ai play-off. Il vicepresidente e direttore generale Rob Pelinka ha trattenuto Austin Reaves, Russell e Hachimura, ha prolungato il contratto a Jarred Vanderbilt, credeva che fosse abbastanza, credeva che fosse un nucleo affidabile attorno a Davis e James.

L’analisi di The Athletic è sfacciatamente segnata da una chiacchierata con lui o con il suo staff. A Ham vengono rimproverate “rotazioni fluttuanti e la mancanza di aggiustamenti”. Viene accusato di aver creato malcontento negli spogliatoi, “palpabile in tutta la franchigia”. Il vantaggio di 20 punti sprecato dai Lakers in Gara-2 della serie con Denver è stata l’ultima ragione del disequilibrio nei rapporti. Dopo un primo anno di successo, la situazione è cambiata. Scrive The Athletic che c’è stato enorme rispetto per lui come persona, i giocatori apprezzavano molto la sua carriera da professionista e il tempo trascorso come assistente allenatore ad Atlanta e a Milwaukee. Ma adesso uno di loro fa trapelare a The Athletic che «anche noi abbiamo bisogno di essere allenati».  

 

Dove ha sbagliato Darvin Ham? Un paradosso lo perseguita. È stata la vittoria dell’In-Season Tournament a peggiorare la sua situazione. Agli occhi dei manager dei Lakers, il successo nella prima edizione della Coppa a metà stagione è la prova della bontà della rosa, il segno che questo roster fosse competitivo. La pressione su Ham è cresciuta da quel giorno, ma da quel giorno sono cominciate pure le sbandate. I Lakers hanno perso 10 partite su 13 subito dopo la finale con Indiana, due serie di quattro sconfitte consecutive, per giunta contro squadre di seconda schiera come San Antonio, Chicago, Memphis e contro una Miami priva di Jimmy Butler. La rottura tra Ham e il nucleo dello spogliatoio è stata raccontata da The Athletic in un retroscena di inizio gennaio [qui]

È perfino più feroce l’analisi che viene dal giornale cittadino, ma va nel verso opposto. È feroce per la proprietà. Bill Plaschke, la firma storica sui Lakers del Los Angeles Times, parla di una squadra bloccata in un inferno di mediocrità senza speranza

Scrive il La Times: Soprirate, urlate, siamo di fronte allo stesso finale, allo stesso fallimento, alle stesse due parole noiose di sempre: e adesso?

Plaschke piega i dati al suo scopo e fa notare che i Lakers non hanno vinto l’anello per la 13esima volta negli ultimi 14 anni. In effetti anche i Celtics in 36 degli ultimi 37 anni. Non può essere questo il punto. Il punto è che a Boston possono farcela stavolta, a Los Angeles no. È su questo punto che l’analisi del Los Angeles Times è spietata e interessante. 

La risposta frustrante – si legge – è la stessa da cinque anni a questa parte, cinque anni in cui la squadra è stata gestita dai talenti – e dai contratti – giganteschi di LeBron James e Anthony Davis. Cosa si può fare? 

“La risposta è niente. Certo – dice il giornale di Los Angeles – potrebbero lasciare che James se ne vada e scambiare Davis con una superstar più molteplici scelte al draft, essenzialmente bruciando tutto e ricominciando da zero. Ma quando mai abbiamo visto i Lakers accontentarsi di una massiccia ricostruzione? E come pensate che reagirebbero i tifosi e gli sponsor dei Lakers a una cosa del genere? Qui pensiamo che una ristrutturazione sarebbe molto divertente e che i Lakers dovrebbero provarci, ma non lo faranno mai, quindi concentriamoci sulla realtà deludente. Per almeno i prossimi due anni, i Lakers sono bloccati da una stella che invecchia e un’altra fragile. Nel bene e nel male – più nel male che nel bene – i Lakers continueranno ad arrancare dietro James e Davis, ritrovandosi bloccati nel posto peggiore in assoluto che si possa augurare a una franchigia NBA. La mediocrità. Questo è il nome da dare al loro gioco, abituatevi, anche se dicono di voler fare di tutto per cambiare

E qui il Los Angeles Times scende in difesa di Ham. A quanto pare vogliono iniziare licenziando Darvin Ham solo due stagioni dopo l’inizio del suo mandato. A meno che non prendano l’unico sostituto perfetto, sarebbe un errore. A meno che non siano sicuri di poter rubare Tyronn Lue ai Clippers, dovrebbero lasciare che Ham prosegua il suo lavoro

Nei 12 anni trascorsi dall’addio di Phil Jackson, i Lakers hanno cambiato sette coach. A un certo punto dovranno dare al loro allenatore il tempo di lavorare. A un certo punto dovranno darsi un coach che crei una cultura.  A un certo punto dovranno smettere di lasciare che sia James a gestire le cose, non è vero? Se possono portar via Lue ai Clippers, lo facciano. È probabilmente il miglior allenatore della NBA. Lo avete visto vincere le partite dei play-off senza Kawhi Leonard? Ma se i Clippers si fanno furbo e gli offrono un ricco prolungamento, i Lakers dovrebbero tenersi Ham, assumendo un veterano della NBA e affiancandolo, uno che lo aiuti nei momenti difficili. Solo un anno fa, Ham ha portato una squadra divisa da Russell Westbrook a quattro partite dalle finali NBA. Dovrebbe essere abbastanza bravo, no?

Ricostruire i Lakers sarà un lavoro gigantesco.

Per giunta, come dicono sia Shakespeare sia Vasco Rossi, la vita continua anche senza di noi. Così i play-off NBA avanzano verso le semifinali di Conference senza LeBron, senza Curry e senza Durant tutti assieme per la prima volta dal 2005.

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