Lo spot di LeBron per portare il basket a Las Vegas

123-109 La prima cosa che ha fatto LeBron James dopo aver sollevato il trofeo è stata mettersi nel ghiaccio, tirare fuori dell’uva e sgranocchiarla. Sempre che l’uva si sgranocchi. Ha regalato le sue scarpe al dirigente Nike Lynn Merritt e si è sentito proclamare mvp del nuovo trofeo inventato dalla NBA per sparigliare la noia e la routine. La finale tra i Lakers e gli Indiana Pacers era stata presentata come un duello tra il Vecchio e il Bambino, LeBron vs Tyrese, ma le partite vanno per conto loro, non seguono le nostre aspettative, non guardano i poster, così è sbucato Anthony Davis [“sembrava Wilt Chamberlain”, dice The Athletic] con 41 punti e 20 rimbalzi. Ma stamattina è divertente poter dire che James, quattro volte campione NBA, 19 volte All-Star, capocannoniere di tutti i tempi della lega, possiede un titolo che Michael Jordan e Bill Russell non hanno mai sfiorato né visto. Ha chiuso la finale con 24 punti, 11 rimbalzi e quattro assist. Ha preso 17 dei 25 possibili voti per il premio di mvp, nella serata in cui i Lakers sono rimasti per 36 minuti senza segnare mai una tripla e in fondo cercandone poche [2 su 13 alla fine], facendo felici i puristi e i custodi della tradizione nella partita più carica di innovazione da qualche decennio a questa parte. Hanno vinto con i rimbalzi [55-32] e con un parziale di 13-0 costruito a 5:50 dalla fine. Davis ha segnato gli ultimi 10 punti di quello spicchio. 

Se i Lakers sono alla pari con i Boston Celtics nel numero di anelli [17 a testa], possiamo considerare l’In-Season Tournament come una specie di spareggio per il titolo di a franchigia migliore della storia? Se lo domanda il Washington Post. E chi lo sa. 

 

L’eredità della Coppa

▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔

  ARTEFICI  Tyrese Haliburton  ► Sappiamo che i Pacers hanno avuto 20 punti ciascuno da Tyrese Haliburton e Bennedict Mathurin, non sono bastati, ma l’immagine di Tyrese non ne è uscita sfocata. Anzi. Scrive Sam Amick su The Athletic  che “in quest’era di crescita globale, un’era nella quale gli ultimi cinque mvp del campionato sono andati a giocatori internazionali, accanto a stelle americane come Ja Morant e Zion Williamson che lottano ancora per raccogliere il testimone da LeBron James, Haliburton è ufficialmente the next best thing della NBA. Ha il gioco giusto per far parte di questa lista, insieme con la stella nascente del Minnesota Anthony Edwards.  Ha il tipo di stile abbagliante che fa crescere gli ascolti, un carattere gioioso in campo che entra in sintonia sia con i compagni di squadra sia con i tifosi. Ha tutti gli aspetti immateriali che fuori dal campo funzionano nel marketing: personalità, un sorriso accattivante, agio davanti alle telecamere, la gioventù spontanea emersa l’altra sera, quando ha guardato la la prima fila e ha esclamato: – Oh, ma quello è Doctor J”. The Athletic racconta che c’è stato un tempo, non tanto tempo fa, in cui Tyrese avrebbe avuto la stessa reazione nei confronti di LeBron, il suo giocatore preferito da piccolo. Non ho mai avuto l’occasione di chiedergli un autografo, ma alle pareti della stanzetta teneva attaccata una copertina che Sports Illustrated gli aveva dedicato. 

 

  PROSPETTIVE  Una squadra a Las Vegas  ►  È opinione comune in America che questo torneo sia il segnale del prossimo passo NBA: l’espansione verso Las Vegas. Una trentunesima squadra che prenda casa lì. Ne scrive Tashan Reed su The Athletic ricordando che il basket professionistico era già passato in città. Ci sono state partite di esibizione, l’All-Star Game del 2007, la Summer League, qualche partita degli Utah Jazz negli anni ’80, una partita di playoff tra i Los Angeles Lakers e i Portland Trail Blazers nel 1992, la G League Ignite, la WNBA. Ma l’NBA non aveva mai portato qui il suo prodotto con tanta potenza e tanta convinzione. Il commissioner Adam Silver si muove con molta cautela quando parla di allargare il campionato, ma la sua prudenza viene meno ogni volta che pronunzia il nome di Las Vegas. Il pregiudizio verso la città dle peccato è caduta.

Nel 2022 Oak View Group ha comprato un terreno vicino a The Strip pensando di farci un casinò resort da 10 miliardi di dollari, finanziato privatamente, con un’arena da 1 miliardo di dollari e 20.000 posti, costruita dunque secondo i parametri della NBA. L’amministratore delegato di OVG, Tim Leiweke, ha detto in estate che la costruzione inizierà comunque, anche senza l’impegno di avere una franchigia. Un processo simile a quello adottato con la Climate Pledge Arena di OVG a Seattle, una ristrutturazione da 1,15 miliardi di dollari avvenuta nel 2021. The Athletic dice che non siamo nelle fiabe. “Non significa che la società sia ignara di quali porte potrebbero aprirsi con una nuova arena a Las Vegas”. 

«Ci sono molte persone che conosco che vorrebbero acquistare una franchigia in NBA, se ne diventasse disponibile una a Las Vegas» sono ancora parole di Leiweke. «Sono convinto che molte persone si farebbero avanti, se l’NBA decidesse di espandersi. Ma ciò di cui hanno bisogno è la certezza di un’arena. Non possono restare con un punto interrogativo». 

The Athletic si interroga. Se anche l’arena OVG diventasse realtà, è giusto chiedersi – dice – se Las Vegas abbia abbastanza spazio per un’altra franchigia professionistica. Per molto tempo la città è stata tenuta fuori da ogni campionato, ma oggi i 2 milioni e 200 mila abitanti possono fare il tifo per i Golden Knights nella NHL, per le Aces in WNBA, per i Raiders nella NFL. Fra due anni arriverà una squadra di baseball. La risposta è stata entusiasmante. Le Aces sono in testa alla classifica delle presenze, i Raiders al secondo posto per entrate annuali, inoltre Las Vegas si è inventata da poco un Gran Premio di Formula 1 e ospiterà il Super Bowl nel 2024. La sua economia può reggere anche una squadra NBA? C’era il tutto esaurito per la finale, 19mila persone, in prevalenza tifosi dei Lakers. Ma pure molti vuoti intorno alla semifinale Pacers-Bucks. 

Chris Mannix  su Sports Illustrated giudica inevitabile l’espansione e pensa a un futuro con i Las Vegas Sinners [così, tanto per dire]. Ha scritto: “Quando il covid ha bloccato il mondo dello sport, è stata l’NBA a riportarlo in vita. Quando si tratta di Las Vegas, l’NBA è in ritardo. È colpa di quello sfortunato All-Star Game di tanti anni fa, quando più di 400 persone furono arrestate. Gli ingorghi intasarono la Strip. In  città ebbero la sensazione di aver perso il controllo su quanto accadeva. La lega se ne andò senza alcuna ansia di tornare”. Invece stamattina c’è LeBron James che ha ribadito il suo interesse a diventare co-proprietario di una squadra a Las Vegas. In ogni caso, dice SI, “ci saranno un sacco di miliardari dalle tasche piene pronti a proporsi, quando accadrà. Preparatevi a giocatori d’azzardo, contatori di carte, qualunque cosa. Lo scopriremo”.

 

LEGGI ANCORA

 

Viva i cambiamenti

▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔

Insomma. Il nuovo torneo NBA che non poteva funzionare, sembra aver funzionato benissimo. Jerry Brewer, editorialista del Washington Post, dedica il successo dell’In-Season Tournament a quelli dei “lamenti impulsivi, i burberi del cambiamento, i guardiani della tradizione”. È piaciuto il nome minimalista [IST] e sono piaciuti i campi all’opposto, esagerati, coloratissimi.

“Non è stato un torneo perfetto né è garantito che diventi un appuntamento fisso, ma ha offerto vibrazioni da college. La routine – scrive Brewer – fa parte dell’ossessione sportiva. C’è troppa comodità, troppa passione per il denaro sicuro dietro al mantenimento delle stesse cose, sebbene alcune abitudini risultino pericolosamente obsolete e dannose per il benessere a lungo termine. È fondamentale tutelare la differenza tra una tradizione vitale e un’abitudine insensata. Eppure i campionati sono spesso troppo conservatori, non hanno voglia di correre un rischio. Il commissioner Adam Silver ha fatto molto di più che introdurre un torneo preso liberamente in prestito dal calcio internazionale. Ha trasformato in un’azione lungimirante la consapevolezza e la preoccupazione dei consumatori di sport verso il cambiamento. Ogni lega sportiva, soprattutto quelle con stagioni lunghe, farebbe bene a sperimentare”. 

Il Washington Post ricorda come nel loro nuovo accordo di contrattazione collettiva, i giocatori e la lega hanno negoziato politiche di partecipazione che limitano il riposo per i non infortunati e hanno stabilito una soglia minima di 65 presenze per essere votato mvp. “Erano misure necessarie – si legge – per cambiare la narrazione ingiusta e semplicistica dei milionari deboli e viziati che non vogliono giocare. Mentre queste decisioni hanno alimentato un dibattito, il torneo IST ha entusiasmato la gente. Quando era stato rivelato il formato di gioco con i gironi alcuni erano confusi. La lamentela più grande era nella domanda: cosa lo renderebbe speciale?   La NBA è stata abile nel gestire il pessimismo. Ci sono voluti quasi 10 anni di Silver come commissioner per portare a compimento questo piano. Sicuramente si è guadagnato il beneficio del dubbio per un lancio più rapido della sua prossima grande idea”.

Probabilmente: la trentunesima squadra a Las Vegas. La città a cui hanno perdonato i peccati. 

 

LEGGI ANCORA

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.