Dal carcere alla finale scudetto. L’allenatore di hockey che scappò da Berlino Est e ora torna in città da avversario

  Il campionato tedesco di hockey su ghiaccio sembra la Bundesliga di calcio. Per gloria passata e per tradizione, la proiezione del Bayern Monaco è l’Eisbären Berlino: in questi giorni cerca il suo decimo scudetto. Nei panni del Bayer Leverkusen c’è invece il suo avversario in finale, il Bremerhaven, che non l’ha vinto mai. Ma Xabi Alonso una storia come Thomas Popiesch se la sogna. All’età di 17 anni l’allenatore della squadra sorpresa ne dovette scontare quattro anni di prigione nell’allora DDR. Era nato a Berlino, dalla parte dell’Est. L’hockey era la sua passione e all’epoca primeggiava la Dynamo, la squadra della Stasi, la polizia segreta. Thomas aveva iniziato a giocare per loro. Uno degli attaccanti più talentuosi del vivaio, all’età di 14 anni. Che grande coppia con Andree Kaiser, il suo migliore amico, oggi fotografo.

Un giorno nello spogliatoio trovano una foto del presidente Erich Honecker e sopra c’è una scritta che pare un insulto. Qualcuno racconta che è stato Thomas, lui giura di no, non è vero, non c’entra niente. Lo giura all’epoca e continua a giurarlo adesso. È scritto pure in Just Get Out of Here!, il libro scritto da adulto propri ocon Andree. Non gli credono. Lo sospendono dalla squadra per un anno e da quel momento sente crescere dentro uno stato di rabbia per l’ingiustizia, una mosca sotto un bicchiere, ecco cos’è, perciò comincia a trascorrere la maggior parte del suo tempo a capire come dal bicchiere si possa uscire.

Andree gli dà una mano. Lo convince. Ha un grande piano. Il grande piano in realtà è un atlante di terza media su cui sta cerchiato il nome di Bratislava, la città della Cecoslovacchia, così vicina al confine con l’Austria da essere individuata come un sogno di libertà. Capirai.

Così un giorno partono. Ma hanno forbici troppo deboli per tagliare la recinzione. Thomas getta il sacco a pelo sul filo spinato e tenta di scavalcarlo a quel modo. Non riesce a passare oltre. la fuga finisce là. La Suddeutsche Zeitung ha raccontato la storia, dicendo che Thomas Popiesch l’ha ripetuta più e più volte, eppure fa sempre venire i brividi lungo la schiena degli ascoltatori

La Stasi lo riacciuffa. Proprio loro. Quelli della sua squadra. Lo mettono dentro. Perdeva la libertà e ogni prospettiva di diventare un giocatore di hockey su ghiaccio nella DDR. Una trappola totale, dai 17 ai 21 anni, «l’età in cui sviluppi i tuoi bisogni, potete immaginare – dice Popiesch – il tempo della festa».

Quando esce, anno 1987, il pensiero di riprovarci non lo sfiora neppure. «Avevo troppa paura di essere catturato di nuovo, troppa paura di andare di nuovo in prigione». Ma nel giro di due anni l’aria che gli manca gli fa di nuovo passare la paura. Poco prima che cada il Muro fa un secondo tentativo, passando attraverso l’Ungheria e attaccando da quella parte il confine verso l’Austria. «Ma ho perso completamente l’orientamento nella foresta e mi sono addormentato su un trespolo». Viene svegliato la mattina dopo da un guardaboschi. «Quando ho visto il ciuffo di camoscio sul suo cappello, ho capito che era austriaco. Non dimenticherò mai quella sensazione. In quel momento ho pensato: ce l’ho fatta».

Era libero. Così poté perfino ricominciare a giocare da professionista. Per il Duisburg, per il Krefeld, per la squadra di Francoforte, per l’Essen, prima di diventare allenatore. Prima di trasferirsi a Bremerhaven nel 2016.

In tutti questi anni sente di aver reciso il suo legame con Berlino. I suoi genitori e sua sorella vivono ancora là. Suo padre ha 83 anni. Thomas va a trovarlo quando la squadra è in trasferta in città, ma «emotivamente mi sono separato da Berlino quarant’anni fa».

Ci sta tornando di nuovo in questi giorni di finali, una serie di sette partite, e come si può facilmente immaginare per rendere perfetta questa storia, l’Eisbären è il nome post-Muro della Dynamo. 

Il Bremerhaven è invece un piccolo club che cerca le persone giuste, prim’ancora che i giocatori giusti. Quest’anno tutto si è incastrato alla perfezione. La guida del gruppo è stata a lungo Mike Moore, professionista della NHL a Calgary, per sei anni in squadra, uno dei protagonisti della scalata dalla serie B. È stato il capitano. Il suo successore oggi si chiama Jan Urbas, sloveno. Ha convinto un paio di connazionali a seguirlo [Miha Verlic e Ziga Jeglic]. Ross Mauermann di origine americana con passaporto tedesco si è sposato in città e non intende muoversi. Popiesch dice di trattare i suoi giocatori come avrebbe voluto che avessero fatto a suo tempo con lui. Dopo l’allenamento vanno a bere una birra insieme.

Popiesch ha vinto il premio di allenatore dell’anno e ogni tanto si fa il suo nome per la nazionale. Da poco, solo da poco, forse proprio per via di questa finale scudetto raggiunta, sente che il suo tempo al Bremerhaven è finito. Anche in questo – ecco – non è uno Xabi Alonso. Sua figlia e sua moglie vivono a Colonia. Forse è il momento di riunirsi, anche se lui smussa, dice ma no, in fondo andiamo avanti così da 20 anni, e stiamo bene. Se dovesse cambiare, ha scritto la Suddeutsche Zeitung, non sarebbe per il focolare di casa, ma perché ha trovato qualcosa che lo attrae, tipo costruire una nuova realtà daccapo.

«Non so come sarebbe oggi la mia vita se la seconda fuga non fosse andata a buon fine. Ho potuto giocare, ho trasformato il mio hobby in una carriera. Ho potuto cancellare i se e i ma. Ha funzionato tutto». Nessuno in Germania si sogna di mischiare le due storie e di chiamare fuga pure questo eventuale addio. Per Gara-2 c’era papà in tribuna. Tornerà per Gara-4 e dopo si vedrà. Popiesch dice solo: . «Ora vede anche lui che è valsa la pena scappare da Berlino».

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