Entorno lo chiamava Cruyff. Ambiente, diciamo noi in Italia. È un termine entrato nel lessico quotidiano di chi racconta il calcio da una trentina d’anni, da quando nel 1992 l’ex Profeta del gol ormai in panchina tornò da Praga col suo Barcellona battuto per 1-0. Erano giorni agitati in Catalonga per via delle voci di un Cruyff pronto a dare le dimissioni. Viveva un profondo disaccordo con il presidente Nuñez. «Cosa non ha funzionato? Perché il pallone non è entrato? El entorno influye – disse Cruff – l’ambiente influenza e si ripercuote sui miei uomini. Per questo il Barcellona è un club molto complesso. Se non fosse così, si vincerebbe molto di più. Ne parlo da mesi, nessuno raccoglie».
Il club era spaccato, diviso fra nuñisti e cruyffisti. Non potevano immaginare che il famoso entorno, l’ambiente sarebbe diventato un fattore per spiegare in molti altri posti i risultati negativi. Qualche anno fa lo psicologo David McClelland, il papà della teoria dei bisogni, cominciò a indagare sul rapporto che esiste fra i risultati di un team di lavoro e l’ambiente in cui esso opera, dove per ambiente intendeva un insieme di variabili culturali che influenzano in modo diretto le motivazioni. Giunse alla convinzione che l’ambiente ci mette del suo per il 30%.
Il peso di un entorno non va sminuito, e viene da ripensarci stamattina alla vigilia di Juventus-Roma, la partita in cui si specchiano le vicende di giocatori che hanno attraversato la linea di quella rivalità [Dybala], altri che potevano stare in una metà del campo e si trovano nell’altra [Lukaku], altri ancora che boh, vuoi vedere che [Bonucci].
Nicola Balice su la Stampa scrive che “la Juve aveva sì pensato alla staffetta con Big Rom, ma non a ogni costo, anzi solo a patto di far valere le proprie condizioni. In tutto questo il contesto ambientale ha avuto il suo ruolo, il tifo bianconero ha da subito preso una posizione decisa: sì a Vlahovic, no a Lukaku. Così il tormentone si è sgonfiato, Dusan si è tenuto stretto il posto alla Juve, la Roma ha poi centrato il colpo a sorpresa dell’estate ottenendo il complicato doppio sì di Chelsea e Lukaku. Che stasera torna all’Allianz Stadium, da nemico pubblico numero uno.
Sarebbe stato clamoroso in fondo un suo passaggio in bianconero. Non tanto e non solo per quella notte di fischi e provocazioni persino razziste (prontamente punite col Daspo dalla Juve ancor prima che dalla questura) della semifinale d’andata della scorsa Coppa Italia, con tanto di squalifica amnistiata al centravanti belga. Quanto per il suo trascorso da interista dichiarato prima del tradimento («Non andrò mai alla Juve o al Milan…»), ma anche per una parabola ritenuta discendente da più parti e che non avrebbe giustificato un investimento così importante”.
| È molto interessante l’intervento di Emanuele Atturo su Ultimo Uomo nel quale si interroga sul senso che avrebbe Bonucci eventualmente alla Roma. “Ingaggiare un giocatore che non piace ai tifosi – scrive – instillare anche solo un piccolo sentimento negativo, anche una piccola venatura della coesione dell’ambiente, rischia di rompere l’incantesimo dentro cui vive la Roma da quasi tre anni. La tifoseria ha accettato più o meno tutto: alcuni derby persi malamente, un gioco anti-spettacolare e dei piazzamenti mediocri di classifica. Lo ha accettato in cambio dell’idea romantica di potersi identificare totalmente in una squadra, nella sua mentalità e nella sua guida spirituale, Mourinho, oltre ovviamente all’orizzonte di vittoria che rappresenta. Bonucci, in questo senso, rappresenterebbe forse il salto dello squalo: il momento in cui la narrazione della Roma smette di essere credibile. Per i romanisti Bonucci ha rappresentato la parte più violenta del dominio della Juventus, il suo simbolo, per il semplice fatto che lui ha fatto di tutto per diventarlo. In ogni sua dichiarazione ha sempre cercato un angolo leggermente provocatorio, è sempre sembrato attento all’idea che la Juventus dovesse vincere seguendo una sorta di missione storica”. Che ci farebbe allora con un’altra maglia addosso?
È questa la linea dell’orizzonte oltre la partita di stasera, dentro la quale in primo piano ci sono le biografie e gli stili allo specchio di Massimiliano Allegri e José Mourinho, due per i quali “il centravanti non è mai lo spazio, ma un numero nove (o 90), di maglia e taglia”. Lo ha scritto Massimiliano Nerozzi sul Corriere della sera, sottolineando che Dusan Vlahovic “ha bisogno di assistenza, dei compagni e del gioco”, mentre Romelu Lukaku “si fa bastare la prepotenza”.
Sebastiano Vernazza sulla Gazzetta dello sport considera che “il manifesto programmatico della strategia della Juve allegriana di ieri, oggi e domani: contenere, aspettare e ripartire. Gli stessi principi base a cui si ispira Mourinho. Il portoghese, per mentalità vincente e presenza scenica, sarebbe stato un allenatore perfetto per la Juve, ma il suo biennio all’Inter, con immersione totale nell’interismo, lo ha reso indigesto al mondo Juve”. L’entorno.
Sia la Juve sia la Roma conservano un baricentro basso, fra i 49 e i 50 metri. Tendono a recuperare palla fra i 34 e 35 metri, così – aggiunge Vernazza – si finisce nell’imbuto di “contropiede lunghi, alla vecchia maniera. Se tutti aspettano… – si domanda – chi si farà avanti? Una lunga fase di studio, questo ci aspettiamo stasera, e speriamo di sbagliarci perché, se uno aspetta l’altro e nessuno si fa avanti, lo spettacolo ne risente, anche se lo spettacolo inteso come gioco bello e coraggioso non è una priorità né di Allegri né di Mourinho”.