I gattopardi delle federazioni, lo ius soli sportivo e il colonnino del 2 ottobre

Vite olimpiche

  I GATTOPARDI DELLE FEDERAZIONI

Il quotidiano Domani parla di uno sport italiano fatto da dirigenti maschi e Over 60. “Chiamatelo Geronto-Coni”. L’84enne Franco Chimenti è alla ribalta della Ryder Cup di golf. Tredici presidenti di federazione hanno più di 70 anni, l’età in cui non si può più fare il sovrintendente dell’Opera, sei sono over 75. Sotto i 60 anni sono solo 14. Nessuno ne ha meno di 50. Età media: 64,7. Quella dei parlamentari in questa legislatura è di 51, quella dei sindaci di 54,9. Aligi Pontani racconta come funziona la perpetuazione del potere. Scrive: “Hanno vinto loro, che d’altra parte hanno vinto davvero con la famosa legge tana libera tutti. Che ha imposto, come misura compensativa, un’asticella di due terzi dei voti per essere rieletti dopo il terzo mandato. Come dire: solo chi dimostra di essere un vero monarca assoluto può esserlo a vita. Qui bisognerebbe aprire il capitolo su come funzionano le elezioni nelle federazioni, che sembrano concepite da un algoritmo di Intelligenza Artificiale istruito per la conservazione del posto conquistato”. [tutto qui]

 

I BAMBINI DI REGGIO EMILIA SENZA CALCIO

C’è un pasticcio a Reggio Emilia, dove 8 ragazzini extracomunitari del Progetto Aurora sono stati esclusi dal campionato di calcio. Lo racconta così Giulia Zonca su la Stampa: “Persi in una legge, eccoci qui, precisamente in Italia, dove se hai tra i 10 e i 17 anni e sei senza la cittadinanza, situazione frequente visto che nessun governo è riuscito a promuovere una legge che sancisca questo diritto per chi è nato e risiede qui a prescindere dalle origini dei genitori, iscriversi a un campionato di calcio dilettanti regionale è complicato. Forse. Ma pure saperlo con certezza diventa difficile”.

La storia è questa: “Una scuola calcio di Reggio Emilia non è riuscita a presentare la documentazione per otto dei quindici ragazzi, tutti gli extracomunitari della squadra, che di conseguenza ha deciso di ritirarsi mentre la questione viene portata in Parlamento sotto interpellanza. Prima per questa procedura valeva lo Ius soli sportivo promosso dal Coni nel 2016 che funzionava così: «I minori stranieri residenti in Italia vanno tesserati presso le federazioni con le stesse procedure previste per i cittadini italiani». Non vale più, questo governo ha cancellato la norma pur cambiando poco in sostanza. Adesso bisogna presentare un certificato scolastico a conferma della frequentazione di almeno un anno. Non è una rivoluzione e, se non c’era la volontà di farne una, si capisce ancora meno la necessità di ingarbugliare le pratiche a spregio”. 

 

LA RYDER D’EUROPA

Il Corriere della sera aprla di lezione dell’Europa unita per il nuovo successo nella Ryder Cup di golf. Da sfavorita a padrona del golf, scrive Domenicio Calcagno parlando dei protagonisti, “ognuno con la bandiera del suo Paese: quattro inglesi, uno svedese, uno scozzese, un danese, un norvegese, un irlandese della Repubblica e uno del Nord, un austriaco e uno spagnolo”. 

«L’Europa ha un’unica cultura — spiega Jon Rahm, spagnolo, numero 3 del mondo —, quando entri in squadra dimentichi da dove vieni e l’obiettivo tuo diventa l’obiettivo di tutti». «Sapevamo che non era già finita, anche loro sono andati vicini alla vittoria — rende onore agli avversari Donald —. Questo è uno dei giorni più belli della mia vita».

Pier Bergonzi, la Gazzetta dello sport: “Un giorno ricorderemo la Ryder Cup di Roma come uno dei grandi eventi dello sport italiano. E forse ricorderemo anche la lezione di questa sfida unica al mondo. La Ryder è stata l’occasione per far capire ai più che il golf non è soltanto un passatempo per ricchi. È un grande sport, che sublima l’individualità, perché chi parte dal tee della buca uno gioca contro se stesso e contro il campo. Per una volta abbiamo fatto squadra offrendo al mondo quella sensazione di Grande Bellezza che tutti si aspettavano fin da quando è stata scelta Roma”.

 

Americhe

  LA MORTE DI WAKEFIELD

Il Boston Globe rende omaggio a Tim Wakefield, protagonista di due World Series dei Red Sox, morto ieri per una forma aggressiva di cancro al cervello. Wakefield era famoso per il suo knuckleball. Chi ne sa, lo definisce come un lancio nel quale la rotazione della palla in volo è ridotta al minimo, per produrre un movimento irregolare è imprevedibile. È una giocata che sfrutta le cuciture della palla. “La gentilezza e lo spirito indomito di Tim erano leggendari come il suo knuckleball”, ha detto John Henry, il principale proprietario dei Red Sox. “Non solo ci ha affascinato sul campo, ma è stato un atleta raro,  la cui eredità si è estesa oltre i record. Ha incarnato il meglio di ciò che significa essere un giocatore dei Boston Red Sox”.

 

Ruote

COSA PASSA PER LA TESTA DI SAGAN

Alessandra Giardini ha disegnato per gli abbonati di Bicisport un ritratto di Peter Sagan definitivo, nel momento dell’addio alla strada, mentre si dedicherà un anno ancora alla mountain bike. 

“Lui aveva l’energia di un biker, lo stile di un ciclocrossista, una totale assenza di grazia a cui sopperiva con una gentilezza e una disponibilità imbarazzanti. Sembrava Andre Agassi a Wimbledon: anche vestito di bianco era una rivoluzione.  Ci voleva la sua immagine pop, da fumetto, per bucare gli schermi, i tablet, gli i-phone. E portare finalmente fuori il suo sport dagli anni più bui, quelli in cui non sapevi di chi poterti fidare”. 

Un pezzo che si chiude con uno squarcio sul futuro: “Peter non smette sul serio ma torna alla mountain bike: fa l’errore di tutti quelli che vanno un’altra volta dove sono stati felici convinti che sia un luogo, o una bici, a tenere stretta la magia. Scoprirà che in mountain bike era felice perché non era ancora diventato grande  perché la vita non lo aveva ancora deluso e annoiato e ferito”. 

 

  UNA DUCATI O L’ALTRA

Jorge Martin ha vinto il GP del Giappone e si è portato a -3 punti da Pecco Bagnaia leader del Mondiale. Una sola Ducati vincerà, sintetizza nel suo titolo Repubblica, mentre Massimo Calandri attacca così: “La caccia è finita. Martinator ha catturato Pecco, che un anno fa era il cacciatore e Quartararo la preda. Il francese venne impallinato in Australia, mancavano solo due gare al termine e la sua Yamaha non ce la faceva più. Oggi è un’altra storia. Più equilibrio, emozioni. Ci sono ancora 6 gp in calendario, con le sprint race fanno 12 gare in tutto, ben 444 punti a disposizione. Separati da appena 3 lunghezze dopo 7 mesi di millimetrici sorpassi e incidenti sotto sole e pioggia. Martin e Bagnaia guidano la stessa moto: quella meraviglia di potenza e agilità che è la Desmosedici Gp23 progettata da Gigi Dall’Igna. «Sono alla pari», dice l’ingegnere dei suoi piloti. Tra i ducatisti sarà una questione di puro talento, coraggio, fortuna. E resistenza” [tutto qui]. 

 

Eurogol

  AIUTACI BOATENG

Eurosport Deutschland racconta che Jérôme Boateng, senza squadra, si allena di nuovo con il Bayern, due anni dopo aver lasciato Monaco. Tom Muller scrive che i i campioni stanno accarezzando l’idea di rafforzare la rosa con il 35enne. 

“È abbastanza comprensibile sulla carta. Ci sono però dei punti interrogativi sulla forma fisica del difensore, e anche fuori dal campo la sua personalità offre materiale esplosivo. La preoccupazione di Thomas Tuchel che la squadra fosse al limite, con soli tre difensori centrali e sei difensori in tutto, aveva inizialmente incontrato più fastidio che comprensione da parte dei dirigenti. Tuchel è stato invitato a essere più creativo, secondo le parole del direttore generale Jan-Christian Dreesen a inizio settembre. Detto e fatto. Quando tutti i difensori centrali –  Min-Jae Kim, Dayot Upamecano e Matthijs de Ligt – sono stati indisponibili per la partita di coppa a Preußen Münster, Tuchel ha spostato al centro della difesa il centrocampista Leon Goretzka e il terzino destro Noussair Mazraoui. Un po’ troppo creativo. Arriva Boateng”.

 

    LA CRISI DEL LIONE

Lo sguardo basso di Grosso e il titolo: “Il Lione crede a Babbo Natale”. Cinque sconfitte in sette giornate, due punti in tutto, ultimo in classifica. La sconfitta sul campo del Reims, certifica ufficialmente la crisi dell’Olympique, alla quale Vincent Duluc dedica il suo editoriale su L’Équipe. “Il calcio è quasi semplice – dice – anche se bisogna essere ricchi, o anche molto ricchi, per vincere, non tutti i ricchi vincono, e talvolta si rompono con un forte rumore di piatti rotti, poco prima che arrivino gli ufficiali giudiziari”. 

Non è una bella prospettiva per il Lione, che solo tre anni fa stava giocando le semifinali di Champions. “Leggere la classifica questo lunedì mattina – scrive Duluc – suggerisce che è ora che Vincent Labrune si riaddormenti e metta fine all’ossessione miliardaria. Se Brest e Reims sono sul podio, quando il PSG è quinto, il Lione è ultimo e l’Olanda è davanti a noi nel ranking UEFA, non è perché alla Ligue1mancano i soldi. È perché li spende male. Il Lione non si è indebolito perché era povero, il PSG non ha fallito in Champions League perché non è riuscito a comprare, il Marsiglia non è in crisi perché Longoria non avrebbe avuto mano libera. Non è nemmeno perché il Brest ha improvvisamente ereditato dei soldi che oggi occupa il primo posto in classifica, mentre il modo in cui il Lorient sta lottando, dopo una campagna acquisti notevolmente costosa per la sua scala, sembra una citazione di Louis de Funès in La Folie des grandeurs: I ricchi sono fatti per essere molto ricchi, i poveri per essere molto poveri”. 

Duluc allora conclude: “Non sappiamo più di cosa sia ricco il Lione. Rischia la retrocessione, e non si tratta neppure di una cosa improvvisa. Il Marsiglia scivolò in B nel 1994, un anno dopo dopo l’incoronazione a Monaco, il Saint-Étienne nel 1984, tre stagioni dopo il suo ultimo titolo, il Bordeaux fece il suo primo periodo in B nel 1991, quattro stagioni dopo il quarto scudetto. Per arrivarci, bisogna impegnarsi molto. Quasi a ogni incrocio bisogna prendere la direzione sbagliata: indebolire la squadra ogni volta che pensi di rafforzarla”.

 

 

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