Sostiene Corvino. La costruzione del giovane Lecce con il ds vintage

L’età del mercato digitale è arrivata per allargare il perimetro della democrazia. Se cent’anni fa solo la Fiat poteva permettersi di mandare qualcuno in Sudamerica a scoprire campioni per la Juventus, oggi un abbonamento a Wyscout ce l’hanno pure in serie C. Puoi prendere un fenomeno in Georgia senza esserci andato mai. Puoi rintracciare il nome del mediano giusto da infilare fra il tuo regista e la tua mezzala grazie a un algoritmo. Per brevità lo chiamiamo Moneyball. E poi c’è Pantaleo Corvino, che quando deve prendere Nikola Krstović in Montenegro dice che lo vuole vedere, lo vuole incontrare, «perché le pelli si toccano con le mani». 

Ha fatto sempre così e non vuole smettere. Anche se lo scudetto non l’ha vinto mai e i club più piccoli dovrebbero avvantaggiarsi dallo smart working, dovrebbero riuscire a ridurre il gap delle disponibilità economiche grazie allo streaming e all’uso dei data. Corvino invece prende ancora la valigia e va, quando si deve andare. Ha messo in piedi la squadra più giovane della Serie A, la seconda d’Europa dopo il Tolosa, con un monte ingaggi di 15 milioni e sette Primavera in prima squadra, dopo che quella Primavera aveva vinto il campionato. Ha preso uno svedese che fece due gol all’Italia con la Under 21 [Pontus Almqvist] e il famoso montenegrino, stessa provenienza di Vucinic e Jovetic, altre due scoperte sue. Anzi. Prima di chiudere, adesso racconta di aver fatto una telefonata proprio a Mirko Vucinic, oggi nello staff della nazionale del suo paese.

«Dimmi la verità. Com’è questo Krstovic?», gli ha chiesto.

«Quanto lo hai pagato, direttore?», gli ha risposto il vecchio pupillo. 

«Dieci milioni», ha detto Corvino. 

«Allora hai fatto un bel colpo» è stato il verdetto di Vucinic. 

Non era vero. Corvino lo aveva preso per meno di quattro. Krstović ha segnato già due gol e il Lecce è al terzo posto dopo tre giornate. 

Costantino Giannattasio su Cronache di spogliatoio racconta che il mercato estivo del Lecce è stato tutto finanziato dalla cessione allo Sporting di Hjulmand. Era arrivato due anni e mezzo fa per 170mila euro dall’Almira, in Austria. È stato rivenduto per 18 milioni più 3 di bonus. “Poesia pura, ma anche sostenibilità economica”. Ha messo questa bottega d’artigianato fra le mani di Roberto D’Aversa. “Adesso, la squadra produce volumi di gioco importanti. È quarta per tiri tentati (49), seconda per dribbling riusciti (32, di cui 10 da parte di Almqvist, al pari di Leao) e ha segnato 2 gol in ognuna delle 3 partite disputate finora. Le premesse per fare una grande stagione ci sono tutte” dice Cronache.

 

«Dicono che sia bravo a vendere, ma vorrei sottolineare che ho sempre ceduto giocatori da me acquistati. Quindi, senza false modestie, anche a comprare non devo essere male» 

 

La vita di Corvino è fatta di patti con mediatori slavi, buone relazioni in giro per il mondo, una biografia costruita su certi passaggi leggendari confessati in qualche intervista, l’ultima pochi giorni fa al Fatto Quotidiano. Dalla doppia data di nascita [«Sono nato il 12 dicembre, ma mi hanno registrato il 1° gennaio in modo da guadagnare un anno sul militare»] all’arruolamento in aeronautica [A 15 anni e mezzo mio padre, muratore, si è ammalato e poi è finito in sedia a rotelle: per portare a casa la pagnotta ho mollato il pallone e sono stato costretto a tentare il concorso: 25.000 aspiranti per 1.500 posti] e alle successive dimissioni [«Lasciai uno stipendio da 2 milioni per una pensione da 600 mila lire. Il problema fu dirlo a mio padre. Per i due mesi successivi impose a mamma di non aprirmi la porta di casa. Era un maestro muratore»].

Si chiama Pantaleo Oronzo, perché il primo nome era del nonno da parte di padre, il secondo da parte di madre, ma ce l’ha con suo figlio perché al nipote ha dato un nome differente. Deve essere uno di questi giovani che vanno su Wyscout. Lui invece si vanta d’esser cresciuto con gli ulivi secolari; «quando devo concentrarmi, quando devo riflettere, vado in campagna e mi metto sotto un ulivo. Ho un’azienda agricola e sono stato costretto a estirpare 1.200 ulivi: uno strazio, un dolore poco descrivibile, ne ho salvato qualcuno secolare anche se non produce più nulla». 

Se non fosse diventato direttore sportivo, avrebbe fatto il contadino. È stato in viaggio di nozze in Belgio, in treno, il giorno dopo era dentro uno stadio a vedere il Bruges. Si portò in tribuna pure sua moglie, le comprò un panino con il würstel e non sapeva che nel frattempo lei era pure incinta. Sostiene Corvino che la cosa più crudele nel calcio è spiegare a un ragazzo dopo un provino che quello non è il mestiere suo, dirlo ai genitori che ci credevano e che l’avevano accompagnato, chiudere il discorso con la frase «meglio se studi». 

È una cosa parecchio cruda da fare. Ma le pelli si devono toccare con le mani. 

 

LA LEVA CALCISTICA  DEL MARTEDÌ

 

SOLE SUL TETTO DEI PALAZZI IN COSTRUZIONE Milano non vede l’ora

Mancano più di dieci giorni alla ripresa del campionato, al ritorno della serie A con il derby di Milano, ma pare che si giochi domani. La Gazzetta dedica già nove pagine alla partita. La Nazionale, la nobile maglia azzurra che i quotidiani hanno rimproverato a Mancini di aver dimenticato e tradito, arriva alla 10. Anche se gioca prima. La nazionale è un bene supremo, ma non sempre, si sa. Quelle degli altri non ne parliamo. Milano non vede l’ora di riavere il derby da primo posto, allora sono preoccupati che la Francia gestisca bene Giroud e che questa trasferta dell’Argentina in Bolivia possa essere un gran fastidio per l’Inter e per Lautaro. 

Comunque. 

Carlos Passerini sul Corriere della sera parla di derby ad alta quota e racconta: “L’ultima volta, anzi l’unica, che Inter e Milan si sfidarono da prime in classifica fu più di sessant’anni fa: 4 febbraio 1962, 2-0 per i nerazzurri, reti di Morbello e Suarez. «Se provate a domandare in giro chi ha segnato i gol dell’Inter, forse a molti sarà sfuggito di mente. Ma tutti invece sanno che ha vinto Herrera» scrisse l’indomani Gino Palumbo sul Corriere, celebrando lo scacco del Mago a Rocco. A fine stagione, per inciso, lo scudetto andò al Milan. Oggi come allora, Milano è al centro del palcoscenico”. 

Paolo Condò su Repubblica ha scritto lunedì mattina che si tratta di un derby prematuro, “perché Milan e Inter sono in fase di crescita impetuosa, tra due mesi saranno opere più compiute: però è un bene per la trama del campionato che le grandi in ritardo abbiano subito una chance per ricucire con almeno una delle fuggitive. Il Milan ha vinto a Roma con una prova in totale controllo prima e poi, dopo l’espulsione di Tomori, più faticosa. Ha segnato un gran gol Leao, a ricordare a tutti che non vive di soli assist; ha giocato molto bene Loftus-Cheek che, come l’altrettanto apprezzabile Pulisic, si sta rilanciando al Milan dopo le delusioni al Chelsea”.

 

E NEVE E POLVERE CHE TIRA VENTO Le critiche per Mou

Andrea Pugliese su la Gazzetta ha avuto l’impressione che “la terza Roma di José Mourinho sia fisicamente giù e con la testa “cotta”. Nel senso che molti dei giocatori chiave delle prime due stagioni (Cristante, Pellegrini, Mancini, Smalling, Rui Patricio e Spinazzola) in questo arco di tempo sono stati spremuti (la Roma ha giocato ben 108 partite, sempre al massimo della tenuta nervosa) e sono arrivati in questo terzo anno scarichi e in parte vuoti dal punto di vista motivazionale. Insomma, a “tradire” Mourinho in questo primo scorcio di stagione sono soprattutto i suoi fedelissimi”.

Sul tema c’è stata una discussione a Pressing qualche sera fa, fra Ivan Zazzaroni, direttore del Corriere dello Sport-Stadio, e il telecronista Riccardo Trevisani. Se siete appassionati del genere la trovate sul sito di Mediaset

 

  CAMMINA CHE SEMBRA UN UOMO Fabbian

Francesco Pietrella sulla Gazzetta racconta la bella storia della famiglia di Fabbian. Il nonno sfiorò il professionismo qualche decennio fa. Un giorno Nereo Rocco si presentò a Rustega – frazioncina di Camposampiero, vicino Padova – “imbacuccato dalla testa ai piedi, con impermeabile e cappello nero. Solito look. Gabriele Fabbian ci sapeva fare, si divertiva come libero, era la stellina sedicenne del Giorgione in quarta serie, le sue movenze, la sua testa sempre alta e le uscite pulite avevano stregato Rocco, allenatore della Triestina”:

Papà Emilio si oppose. Erano ancora tempi in cui i genitori volevano che i ragazzi studiassero o che badassero alla terra. Settant’anni dopo, Giovanni ha impiegato cinque minuti per segnare in serie A. 

 

  CON LE SCARPETTE DI GOMMA DURA Incontrare De Laurentiis

Il Corriere dello Sport-Stadio parla delle trattative sfinite del presidente del Napoli. 

“Dieci incontri senza lode. Victor-ADL giù la maschera. Distanza enorme sull’ingaggio di Kvicha. Niente accordo. C’è l’intesa con Piotr, manca quella col manager”. Tutto bene, dai. Antonio Giordano attacca: “Incontrarsi e dirsi: boh!” 

 

DI GIOCATORI TRISTI CHE NON HANNO VINTO MAI Alfredo Bonaccia

Marco Ciriello sul blog Mexican Journalist ha pubblicato un racconto breve sull’ultimo degli “ex ragazzi di Reggio Calabria condannati per l’abbattimento del Dc-9 nei cieli di Ustica”. Lo scrittore ha immaginato Alfredo Bonaccia, “che aveva 15 anni nel 1980, stava giocando su un campetto di calcio la sera del 27 giugno e tirando angolatissimo colpì col pallone l’aereo, come hanno accertato i radar di Marsala e Palermo, tirandolo giù. Era suo il missile”.

Alfredo lei oggi ha 58 anni e per 43 si è proclamato innocente, come si sente?

«Sempre innocente, non ho smesso di sperare che venga fuori la verità».

Ma in questi anni si è fatta una idea diversa?

«No, sempre quella, che un pallone di cuoio non può creare un cedimento strutturale d’un aereo. […] Ma vi pare possibile che un pallone distrugga un aeroplano? Ma che paese è l’Italia».

Il paese di Pinocchio, di Dante, di Leonardo, dell’impossibile.

«Delle favole e anche dei Borgia».

 

L’ALLENATORE SEMBRAVA CONTENTO Marek Hamsik

Hamsik sarà in panchina, collaboratore di Francesco Calzona, il ct italiano della Slovacchia. Ne ha parlato con Antonio Giordano, in una intervista per il Corriere dello Sport-Stadio

«Sono qua per imparare e sono curioso di farlo, senza avere fretta. Ho già il mio bel tesserino da allenatore, la Licenza A, quella che mi consente di allenare l’Under 19. Ho la mia Academy, con 400 bambini, ai quali spero di poter offrire qualcosa del mio vissuto. Ma per dare devo ancora ricevere, dunque ascolto e memorizzo. Ho un percorso da fare, c’è stata questa possibilità e l’ho colta. Sono, chiaramente, legato alla mia terra e non mi sembra vero poter restituire operativamente l’affetto che chiunque mi ha fatto sentire». 

 

UN PALLONE CHE SEMBRAVA STREGATO Luis Alberto

Rivista Undici celebra la partita sontuosa del laziale al San Paolo.

“Luis Alberto non ha solo determinato il punteggio della partita: ha anche indirizzato la sfida tattica, ha permesso alla Lazio di superare indenne la sfuriata iniziale degli avversari e di prendere il comando del gioco nella ripresa. Il numero dieci spagnolo ha fatto tutto questo appagando gli occhi e la mente di chi ha seguito la gara, mescolando semplicità e bellezza, intelligenza e classe, efficienza e arte. Come avviene da anni a questa parte, dopotutto. Sì, magari avviene in modo intermittente, ma quando Luis Alberto accende a luce non si può fare altro che ammirarlo, per poi battergli le mani” [per intero qui].

 

ENTRÒ NELL’AREA TIRÒ SENZA GUARDARE Federico Chiesa

Alberto Polverosi sul Corriere dello sport-Stadio si occupa del suo ruolo: “Attaccante esterno, seconda punta, prima punta, il cammino di Federico Chiesa verso la parte migliore e definitiva di se stesso è già a buon punto. Oggi Chiesa è un giocatore diverso, cambiato nelle gambe come dice il suo allenatore, ma anche nella testa. E’ passato da un bruttissimo infortunio, è maturato, ora è consapevole di giocare insieme ad altri 10 compagni. Siamo di fronte a una doppia trasformazione, quella individuale (diciamo tecnica e fisica, mentre sul piano atletico ha lo stesso furore e lo stesso strappo dei primi tempi) e quella tattica, di posizione sul campo. E questa è la vera novità.   Chiesa ha nei piedi una quindicina di gol secondo Allegri ed è la ragione per cui lo vuole più vicino alla porta. Probabilmente anche le intenzioni di Spalletti sono queste. I il record di 10 gol, a Firenze, nel tredicesimo attacco di quel campionato, Federico lo ha stabilito partendo spesso dalla fascia e non dal centro, così da poter sprigionare le migliori energie avendo più spazio a disposizione”

 

IL PORTIERE LO FECE PASSARE Jon Jongbloed

Roberto Beccantini sul Corriere dello sport-stadio rende omaggio al portiere della grande Olanda 74-78 morto qualche giorno fa.

“Era un tabaccaio che diventò portiere, un portiere che restò tabaccaio. Così strambo, per i tempi e per il ruolo, da scolpire un confine che si sarebbe rivelato uno strapiombo. Non tanto per il domicilio che gli avevano assegnato, il numero otto invece del simbolico uno, l’indirizzo canonico degli inquilini solitari e mezzo matti, capaci di emozionare, da Albert Camus a Che Guevara, gli scrittori e i ribelli. Eravamo fermi al tuffo messicano con cui Gordon Banks aveva bruciato sul rogo l’incornata di Pelé che sembrava gol, allo stile sobrio di Dino Zoff, ai balzi impossibili di Ricky Albertosi. Con Jongbloed precipitammo, ignari, nel futuro Portava le ginocchiere, snobbava i guanti, e sulla maglia aveva quel recapito lì, da centrocampista, “colpa” dell’ordine alfabetico. Le mani gli servivano per rinfrescare la posizione e le funzioni. Furono i piedi a farne un “diverso”. Li usava spesso, con il ghigno del fumatore incallito che sa cosa fare, semplicemente perché sa cosa “non” vuole fare”. 

 

IL RAGAZZO SI FARÀ Azzurretti per Spalletti

Ci sono giovani con cui Spalletti può aprire un ciclo in Nazionale? Secondo Lorenzo Cascini su Cronache di spogliatoio ce ne sono, eccome. Qui fa nomi e cognomi, scrivendo che “alcuni hanno già fatto vedere cose molto buone. Esterni di spinta, centrocampisti di inserimento e trequartisti estrosi. Giocano titolari e fanno vedere cose molto buone partita dopo partita. Qualche esempio? Udogie, Miretti, Baldanzi, Scalvini e ce ne sarebbero tanti altri da fare”.  Ne abbiamo anche all’estero, “per mettersi in mostra, subito con i grandi. Della serie: «In Italia non c’è spazio?». Bene, ce lo creiamo da soli. Da Ndour a Casadei e Gnonto di esempi ce sono, anche qui, a bizzeffe”. 

A proposito di giovani, sempre Cronache si è accorto nei giorni scorsi che il Parma di Fabio Pecchia eccelle in B con otto titolari nati dopo il 2000.  “Nelle prime tre giornate – si legge – l’età media è stata di 24.8 anni, più bassa dei 25.2 della scorsa stagione e dei 26 del primo anno in Serie B dopo la retrocessione”.

 

  EUROGOL 

 

     Cinque gol in quattro partite, per il signore inglese pagato 100 milioni, l’unico acquisto estivo del Real Madrid nel dopo-Benzema. Dodici punti in quattro partite contro Athletic Bilbao, Almería, Celta Vigo e Getafe. Rivista Undici scrive che “a Madrid un esordio così scintillante non lo vedevano dal 2009, ovvero dall’arrivo di Cristiano Ronaldo L’impatto di Bellingham dunque, è stato davvero devastante Merito anche di Ancelotti, che ha cucito su di lui un 4-3-1-2 tutto nuovo: Bellingham, infatti, viene utilizzato nel ruolo di trequartista alle spalle di due attaccanti con caratteristiche da esterni offensivi, solitamente Vinicius e Rodrygo, e quindi può sfruttare uno spazio lasciato volutamente libero dal suo allenatore. E lo fa piuttosto bene, non c’è che dire”

 

    Rivista Undici dice che Kaoru Mitoma sta incendiando la Premier League con la maglia del Brighton, in questo inizio di stagione. Andrea Sponticcia ricorda che Mitoma si è laureato in Scienze Motorie, con una tesi sul dribbling. Scrive: “Per cercare di capire la correlazione tra mente e corpo al momento dell’atto, Mitoma ha interrogato tanti suoi compagni di gioco e analizzato centinaia di ore di materiale video, arrivando infine a questa conclusione: i migliori dribblatori non guardano il pallone, ma tutto il resto. Come i cecchini e gli stenografi e Ludwig Wittgenstein, gli specialisti del dribbling non si soffermano sul medium che permette loro di assolvere la loro funzione, ma vanno oltre. Per essere un dribblatore d’élite, non puoi preoccuparti di dove sia la palla mentre cerchi lo spiraglio o il controtempo giusto”

 

    Sul blog Pallonate in faccia Valerio Moggia riprende un tema che era apparso nel dibattito pubblico nel mese di dicembre, durante i Mondiali del Qatar. Perché non ci sono calciatori neri in Argentina? Brian Lorenzo Pérez,pattaccante afrodiscendente del General Roca, ha raccontato in un documentario per Al Jazeera di aver subito insulti razzisti in campo, una costante nella vita di un nero in Argentina. Pérez si augura di vedere al prossimo Mondiale qualche giocatore nero in nazionale, Moggia scrive che “per come stanno le cose oggi, sembra però difficile che la sua richiesta potrà essere soddisfatta, a meno di un’esplosione di un giocatore come Juan Carlos Gauto, il 19enne attaccante appena trasferitosi dall’Huracán al Basilea. In generale, la battaglia per rendere visibili gli afrodiscendenti in Argentina deve partire innanzitutto da un piano culturale, portando le persone a prendere coscienza della propria eventuale origine africana.  La seconda parte di questa battaglia, è quella che diventerà sempre più importante nei prossimi anni. La comunità di argentini di seconda generazione – i figli degli immigrati senegalesi, maliani, liberiani e sierraleonesi giunti nel paese negli ultimi trent’anni – presto inizierà a emergere a livello sociale, e come vediamo in Europa lo sport è uno dei primi ambiti dove questi ragazzi iniziano a mostrarsi, La grande sfida dell’Argentina sarà farsi trovare pronta quando questo accadrà”. 

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