Adesso che succede tra Mourinho e la Roma. Cosa scrivono in Spagna della Coppa a Siviglia

In porta c’era Yassine Bonou, marocchino, che ai Mondiali in Qatar aveva parato due rigori agli spagnoli. L’ultimo calcio al pallone l’ha tenuto per sé Gonzalo Montiel, argentino, il piede del tiro decisivo in finale. Quando sei circondato dai segni, le Coppe prendono una strada che pare impossibile far deviare. Stamattina la stampa spagnola celebra allora la settima Europa League vinta dal Siviglia, come scrive José Espina su As da immortali, perfino “in quella che è stata la peggiore stagione degli ultimi 20 anni, sette mesi trascorsi a flirtare con la retrocessione in campionato”.

Rischiava di trovarsi in B, il Sivigilia, invece giocherà la Champions. “Non è la tua competizione feticcio, Siviglia. Tu, in realtà, sei la squadra feticcio della Coppa. La tua Coppa. Perdere una finale – scrive Espina – è come rompere con una ragazza. Questo Siviglia aveva lasciato andare diversi titoli di recente, alcune Coppe del re, diverse Supercoppe, in fondo un torneo minore il cui lutto scompare alla fine dell’orario di lavoro. Ma l’Europa League, oh l’Europa League, è un amore adolescenziale con cui il club è cresciuto, anni e anni di idillio. Un amore che stava per essere rubato da quel machiavellico cattivo portoghese nella notte di Budapest. José Mourinho e la sua Roma hanno minacciato di uccidere una passione che rifiuta di morire. Che sembra eterna”.

Con minore lirismo, Orfeo Suarez su El Mundo elogia invece “l’antidivo che seppellisce il divo”, cioè il 62enne Mendilibar seduto sulla panchina degli spagnoli, al suo primo titolo in carriera, “con tutti gli ingredienti della scena: estasi e tragedia. L’Europa League ha spesso il sapore dell’iniziazione per un allenatore. Fu così per lo stesso Mourinho al Porto, dove iniziò il suo lavoro nel calcio, tanto controverso quanto colossale. È vero che Mendilibar non aveva vinto niente fino a Budapest, ma nemmeno Juande Ramos, Unay Emery o Lopetegui, quando ci sono riusciti con questa squadra, che è il Real Madrid dell’Europa League. Le uniche primedonne a Budapest erano Mourinho e Dybala. Hanno dimostrato perché lo sono, con l’irriverente dominio della scena da parte del tecnico e la magnifica realizzazione del primo gol dell’argentino. Anche se tornano a Roma senza Coppa”.

Il decano del giornalismo sportivo spagnolo, Alfredo Relano, l’uomo che vota per il Pallone d’oro, su As aggiunge: “La macchina da presa puntava in primo piano sull’orafo che disegnava il nome del Siviglia sul trofeo e per un attimo ho pensato che la cosa sensata da fare sarebbe stata portarsi avanti con il ​​lavoro, perché questa coppa è sempre dalla parte del Siviglia. È stata una finale tremenda, in cui il subdolo Mourinho, che aveva un Dybala molto più sano di quanto avesse annunciato il giorno prima, ha applicato tutta la sua esperienza, tanta, per contrastare le virtù avversarie. È bravo in questo, è bravo in molte cose, è un bravo allenatore. A lui le vere obiezioni vanno rivolte come cittadino. È un allenatore talmente bravo che finora non aveva mai perso nessuna delle cinque finali europee, il che forse può servire a scusare o almeno a far capire il suo eccessivo atteggiamento finale”. Un riferimento alla medaglia d’argento respinta, mentre Marca pubblica il video di un burrascoso dopo-partita con l’arbitro, nel parcheggio.

“Ma il Siviglia – continua Relano – era uscito imbattuto da sei anni, e ora sono sette. È stato grande il lavoro di Mendilibar in questi due mesi e mezzo, e anche in questa finale dura e tesa, raddrizzata al volo, una partita così lunga, 147 minuti compresi i supplementari e i recuperi, iniziata a maggio e terminata a giugno. Mendilibar ha mantenuto la calma, l’ha trasmessa ai suoi giocatori”.

Il settimo cielo, lo chiama il Mundo Deportivo da Barcellona, dove interpretano le faccende del mondo sempre in chiave culé. Così il direttore Santi Nolla stamattina dice che l’esempio è Rakitic [ex Barcellona] e che sottolinea che in finale di Supercoppa europea non avremo un altro Guardiola vs Mourinho [al link lo speciale di Slalom del febbraio 2020 sulla loro rivalità].

Marca in prima pagina gioca con la storia di Roma e titola: “Ave, Siviglia” mentre Alberto Fidez firma un commento nel quale scrive che “il destino doveva qualcosa a tutti gli allenatori modesti” e ha scelto di risarcirli attraverso Mendilibar, come “rappresentante di una categoria umana“. Rafa Cabeleira su El Pais parla di una finale in cui si è visto il “mourinhismo puro: perdite di tempo, proteste, pressioni continue sull’arbitro” e aggiunge che “c’è qualcosa in José Mourinho che entra nei tessuti molli dei club che allena, li impregna di qualcosa di autentico, di difficile da battere: nessuno è giallorosso come lui, come prima era stato aquila, culé, biscione, bleus, merengue e persino red devil“. Tutti i simboli e i colori dei club della sua carriera.

I commenti italiani 

 

Daniele Dallera sul Corriere della sera dice che “è arrivato il momento del dialogo, tra Mourinho e i Friedkin, è da questo incontro, e anche da una sconfitta, che si può e deve ripartire. L’era del silenzio e dell’incompatibilità deve finire qui.  Mourinho ha rivelato che i suoi capitani, Pellegrini e Mancini, conoscono verità e futuro. Una delle sue tante stranezze di una vita da Mou, perché quelli informati dovrebbero essere i Friedkin, padre e figlio, la proprietà della Roma. Chissà che adesso diventino un po’ più ciarlieri e soprattutto ascoltino il loro allenatore”.

Paolo Condò su Repubblica domanda: “Qual è il compito ultimo di un allenatore? Vincere i trofei? Migliorare i giocatori? Crescere i giovani? Ecco, nel momento in cui la Roma piange su una finale perduta ai calci di rigore ci piace pensare che un grande allenatore debba saper fare tutte le cose che abbiamo indicato, ma che il suo compito ultimo, ciò per cui verrà ricordato o meno, sia quello di trascinare la gente allo stadio.  I due stadi riempiti di passione — l’Olimpico era esaurito come se la partita si giocasse lì — testimoniano di un lavoro eseguito e di una passione che sarebbe un peccato disperdere. Non c’è un lembo delle magliette giallorosse che non sia intriso di un sudore profondo, ed è di questo che si è innamorata la gente. Mourinho ne è stato il gran sacerdote: sappiamo che non passerà alla storia del calcio per la bellezza del suo gioco, ma in fondo sono anni che in quella storia già ci abita per la capacità di ispirare un ambiente.  interrompere quest’esperienza — vale per Mou, vale per Paulo — sarebbe un peccato”. 

Il Corriere dello Sport-Stadio titola in prima pagina: “Che gli vuoi dire?“. Ivan Zazzaroni, il direttore che da tempo sostiene l’avventura del portoghese a Roma, parla di sconfitta che vale come una vittoria. Dice: “Per dieci mesi ho cercato di raccontare le gioie, le ansie e i tormenti dell’allenatore più importante della storia della Roma – resto, non resto, dov’è finita la società? -. Sto ancora illudendomi che ci possa essere un terzo anno e un quarto perché quello che lui ha saputo dare a una parte della città e a chi è riuscito a coinvolgere è straordinario“.

Alessandro Angeloni e Stefano Carina sul Messaggero scrivono in modo esplicito che ci sarà, ci sarà ancora Mourinho, nel cammino della Roma: “Anche in una notte del genere è riuscito a essere Special. Sì, perché con 20mila increduli sugli spalti a Budapest, altri 55mila a Roma in un Olimpico popolato di maxischermi e una squadra a pezzi, fisicamente e psicologicamente, ha tirato fuori il coniglio dal cilindro. Come aveva fatto con Dybala, in campo, qualche ora prima. Stavolta la sorpresa è di quelle che ti spiazza ma che strappa allo stesso tempo un sorriso. José l’ha fatta a tutti un’altra volta: «Rimango, non me ne vado, resto qui con voi» è il succo del discorso che ha fatto prendendo i suoi ragazzi, riunendo la famiglia sotto il settore di innamorati con le lacrime agli occhi. I rigori, ancora loro, a spegnere sogni di gloria. Ma non la voglia di riprovarci. Con la sua squadra“.

Minori certezze arrivano da Alessandro Barbano, condirettore del Corriere dello Sport-Stadio, ancora critico come da tempo con la famiglia Friedkin:  “Tutto si può dire di Mourinho, che sia ruvido ed egocentrico, narcisista e litigioso, ma vuoi chiederti con quale materiale umano questo prestigioso allenatore ha lavorato per due anni? Vuoi chiederti, e risponderti, su quale incremento di valore ha portato al club, valorizzando ragazzi fino a ieri considerati prestiti da serie minori? Vuoi chiederti come ha fatto a gestire la catena di infortuni che per tutta la stagione hanno azzoppato alcune delle pedine su cui faceva più affidamento? E vuoi chiederti, da ultimo, quale fluido d’amore ha sprigionato dalla sua mimica sulfurea, per irretire e portare alla fedeltà un pubblico generoso, schiodandolo dallo scetticismo di troppe annate deludenti? Mourinho forse saluta e passa, meritando un grazie lungo quanto una memoria incancellabile. La Roma resta e merita di più di ciò che ha visto finora da questi dirigenti“.

Nel gioco delle parti, la Gazzetta invece i Friedkin li difende, e con Andrea Di Caro scrive: “Da quando sono arrivati i Friedkin, il marchio a livello internazionale è cresciuto moltissimo. Il progetto resta di alto livello. Investimenti, rafforzamento del club, acquisto di giocatori importanti, il progetto nuovo stadio avviato e in passato invano inseguito da Viola, Sensi e Pallotta. La Roma non si ferma a questa finale“.

Elia Pagnoni sul Giornale sintetizza: “Peccato, perché la Roma ci aveva illuso di poter vedere per la prima volta cinque italiane in Champions, invece adesso dovremo sperare di averne almeno sette nelle prossime coppe, se la Fiorentina dovesse vincere tra una settimana la propria finale“.

 

VOCI Quando Capello vinse e non festeggiò

 ➣  Come ha vissuto lei, schivo, gli entusiasmi dell’ultimo scudetto della Roma?

«Sono stati cinque anni favolosi, anche se vissuti da un’angolatura particolare. Alla ricerca della migliore sistemazione, son rimasto nell’appartamento a Mostacciano, con vista sul raccordo anulare. Ma i festeggiamenti li hanno fatti solo i tifosi».

 ➣  In che senso?

«Ero abituato, negli altri club, a feste pazzesche fino alle 5 del mattino, con le famiglie. Invece la cosa assurda fu che non si organizzò una cena a livello societario. Quella sera andai al ristorante per i fatti miei. Quando ci fu l’evento al Circo Massimo, avevo già comprato i biglietti per uno dei miei viaggi avventurosi e, offeso, partii».

Intervista di monica colombo, Corriere della sera

 

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