Tre italiani sulle panchine delle semifinali di Champions

 

  EUROGOL

Quanto contano davvero gli allenatori nel calcio?

 

  La Champions League entra nella sua fase decisiva, le ultime cinque partite che assegnano il titolo. Si comincia domani con la prima semifinale, l’andata tra il Real Madrid di Ancelotti e il Manchester City di Guardiola. Mercoledì tocca al derby di Milano. Tre allenatori su quattro sono italiani

 

Ma non conta, non importa. Gli allenatori non fanno magie, anche se alcuni pensano di sì. Non sono David Copperfield o Harry Potter. Non possono far miracoli o spargere un po’ di polverina magica per insegnare ai giocatori come si gioca a calcio. Trascorrere ore e ore in analisi tattiche non è utile. Non mette nelle condizioni di vincere una partita. Le tattiche, gli schemi, sono tutte stronzate. Sono i giocatori che vincono la partita. Sono i giocatori che prendono le loro decisioni in campo. Il calcio è uno sport in cui l’allenatore ha poca influenza, meno che in qualsiasi altro sport. Il successo dipende dai migliori giocatori e i migliori giocatori costano. È impossibile ottenere risultati senza spendere molti soldi. La posizione in campionato dipende dai soldi che hai speso. I club possono cambiare allenatore, ma se i giocatori sono gli stessi, i risultati rimangono gli stessi.

Ecco. Questo flusso di coscienza, con queste parole una dietro l’altra, vengono da John Muller, per la rivista The Athletic, e fanno parte di un’inchiesta sul tema: Quanto contano gli allenatori. Ma prima che ve la prendiate con lui, questa collezione di pensieri non gli appartiene. Quando dice che l’influenza dei manager nel calcio è molto minore di quanto si creda, non bisogna credergli. Ha solo messo in fila dichiarazioni uscite di volta in volta dalla bocca di Pep Guardiola, Jurgen Klopp, Antonio Conte, Marcelo Bielsa, Massimiliano Allegri, Erik ten Hag, Ernesto Valverde e Juanma Lillo. Figuriamoci se lo pensano davvero, dice The Athletic. Non può essere, perché in realtà, scrive Muller, tutto ciò che gli allenatori dicono o fanno, fa notizia. Se uno accetta o lascia un lavoro, è la storia della stagione

 

Guardiola e Ancelotti, il Filosofo e il Pragmatico

 

  Questa allora rischia di esserlo. Vedere un’altra volta una partita tra una squadra di Guardiola e una squadra di Ancelotti significa assistere al nuovo paradigma del calcio, la sfida tra un Filosofo e un Pragmatico.

È la riflessione dello storico Jonathan Wilson sul Guardian, alla vigilia della semifinale d’andata tra il Real Madrid e il Manchester City.

Wilson racconta che sono passati poco più di nove anni da quando Guardiola ha incrociato per la prima volta Ancelotti da allenatore. Il Bayern aveva vinto il titolo di Bundesliga quasi un mese prima, chiudendo le sue partite spesso con 1.000 passaggi, il suo calcio sembrava inarrestabile. Per 18 minuti nell’andata al Bernabéu, il Bayern continuò a sembrare imperiale. Il Real mandò Benzema in gol. Il Bayern proseguì nel suo dominio della palla, il Madrid ebbe altre occasioni. Finì 1-0. 

In retrospettiva, dice Wilson, quella partita può sembrarci oggi un momento decisivo. Una specie di replica di quanto accaduto a Guardiola in semifinale contro l’Inter nel 2010 e contro il Chelsea nel 2012, quando le sue squadre avevano controllato il possesso e si erano fatte prendere in contropiede. Era successo di nuovo – dice l’editorialista del Guardian – e questa volta senza lo stesso senso di oltraggiosa sfortuna

Durante la cena dopo la partita di Madrid, Guardiola decise che avrebbe giocato al ritorno con il 3-4-3, ma preoccupato per la scarsa attitudine dei suoi per la difesa a tre, cambiò idea sul volo di ritorno. Pensò fosse più adatto il 4-2-3-1 per liberare l’estro di Arjen Robben e Franck Ribéry.

Il venerdì morì Tito Vilanova, suo amico, suo ex assistente. Il giorno successivo, il Bayern batté il Werder Bremen per 5-2. All’allenamento del lunedì, Guardiola chiese ai suoi come si sentivano. Li trovò erano entusiasti e fiduciosi. Bene, disse, allora attacchiamo. Lasciamo perdere il 4-2-3-1, giochiamo con il 4-2-4.

Wilson racconta che in seguito Guardiola ha definito questa decisione il più grande casino fatto nella sua carriera. Il Real Madrid se ne rimase fermo al posto suo, contrattaccava con Di María e vinse 4-0, con tre gol su palloni da fermo. È il giorno in cui nasce la contrapposizione tra Ancelotti affabile pragmatico e Guardiola intenso idealista

L’anno scorso, nella stessa fase della Champions League , in modo un po’ più bizzarro, dice Wilson, è successo di nuovo. Il bilancio delle loro sfide vede Guardiola in vantaggio con cinque successi su otto, ma quattro sono arrivati quando Ancelotti era sulla panchina dell’Everton.

Qui il ragionamento di Wilson si fa interessante. Allarga il campo. Dice che la coppia rappresenta i due tipi molto diversi di vedere il calcio. In 28 anni di gestione, Ancelotti ha vinto quattro Champions League ed è l’unico allenatore con uno scudetto in tutti i cinque principali campionati europei, ma li ha vinti una volta sola, come se gli mancasse la fame quasi patologica necessaria a sostenere la replica di un successo

Guardiola, l’ossessione ce l’ha. In 14 anni ha vinto due Champions League e 10 scudetti, soprattutto – dice l’editorialista del Guardian – ha cambiato i parametri di ciò che è considerato possibile nel calcio, sviluppando e affinando il suo concetto di juego de posición

La sua carriera è stata tutta una polemica per l’affermazione della sua visione del calcio. Ancelotti è molto diverso. La sua tesi da allenatore a Coverciano aveva per argomento lo schema ad albero di Natale, anche se a volte ha messo in campo il suo Milan a quel modo, si tratta solo di un’opzione fra le tante. È un pragmatico e questo forse significa che è sottovalutato”

Sullo stesso concetto si era soffermato Jamie Carragher la settimana scorsa sul Telegraph, quando sottolineava che il Manchester United di Alex Ferguson non ha influenzato altre squadre nel modo, non alla maniera del Milan di Arrigo Sacchi o del Barcellona di Guardiola. Ciò non significa che Ferguson non sia un grande allenatore, aggiunge stamattina il Guardian, ; probabilmente stiamo parlando del più grande nella storia del calcio britannico. Ma non era un radicale, uno che ha rimodellato il calcio alla maniera di Herbert Chapman, Rinus Michels o Valeriy Lobanovskyi. Gli allenatori – leggiamo – possono essere dei teorici visionari come Guardiola, uomini che cambiano il modo in cui è inteso il gioco. Oppure possono essere leader esperti come Ancelotti, si muovono in un ambiente che già esiste, facendo essenzialmente quel che fanno gli altri, ma meglio. A meno che voi non stiate scrivendo un libro sull’evoluzione delle tattiche nel calcio, non esiste uno migliore dell’altro. Esistono solo modi diversi di affrontare il lavoro

Wilson un libro sulle tattiche l’ha scritto. La Piramide Rovesciata è un caposaldo del genere. Sul Guardian adesso dice che in Inghilterra esiste un sospetto diffuso nei confronti della teoria e storicamente la preferenza viene accordata ai pragmatici. Non c’è solo Ferguson a provarlo, poche novità tattiche erano presenti anche nel calcio di Brian Clough o Matt Busby, mentre Alf Ramsey e Bill Shankly minimizzavano la natura radicale di ciò che stavano facendo. Parte della disapprovazione per Don Revie fuori da Leeds era radicata nell’idea che stava tentando di fare qualcosa contro le convenzioni. Ma tutto è cambiato 15 anni fa, quando Guardiola è diventato allenatore del Barcellona e il mondo si è reso conto di quanto sia potente una filosofia. Da allora, in particolare con l’ascesa della scuola tedesca, è stata percepita la necessità che ogni giovane allenatore avesse una teoria. Ma la teoria non è una garanzia di successo. Delle ultime 15 Champions League, ammettendo pure che ci siano delle sfumature come José Mourinho, un filosofo del pragmatismo, si può dire che sette siano state vinte da filosofi e otto da pragmatici. Il famigerato overthinking di Guardiola prima delle partite chiave può essere visto come il risvolto della sua fiducia eccessiva nella teoria

Secondo Wilson è questo il motivo per cui Erling Haaland potrebbe rivelarsi utile. Non tanto per i suoi gol, diciamo: non solo, ma perché ha allontanato Guardiola dal suo purismo. Haaland vuole la palla diretta, Guardiola preferisce il controllo e questa tensione si è rivelata creativa

Domani c’è la prova più grande. A casa del Pragmatico. 

 

Luigi Garlando sulla Gazzetta li vede comunque fratelli, in quanto figli del calcio di Arrigo Sacchi. Carlo per via diretta, Pep attraverso la mediazione di Cruijff. L’idea è la stessa: un gioco di dominio e bellezza, offensivo e collettivo. Entrambi sono ancora legati a Sacchi da un filo di telefonate. Arrigo ricorda a Carlo l’importanza dello sviluppo di squadra, quando il Real sembra troppo dipendente dalle giocate individuali di Vinicius e Rodrygo; a Pep, Arrigo fa notare che il palleggio del City si fa sterile, se manca il movimento e la palla arriva solo sui piedi e non viaggia negli spazi.

Non sono i soli eredi. Sono i migliori. Se Ancelotti e Guardiola sono arrivati così lontano, come nessuno dei tanti emulatori di Sacchi, è perché hanno saputo arricchire la lezione con idee proprie, in sintonia con i tempi nuovi. Carletto è partito da un rispetto religioso al dogma tattico che lo portava a diffidare dell’anarchia dei numeri 10, tanto da chiudere la porta del Parma in faccia a Zola e Baggio. Col tempo, ne ha intuito la magia e ha conquistato il mondo con un Milan zeppo di numeri 10. Il talento di Guardiola è la sensibilità con cui ha aggiornato di continuo la propria idea, per renderla imprevedibile, tenendo fermi i principi. Barcellona, Bayern Monaco, Manchester City sono mondi diversi, firmati dalla stessa mano. Più dogmatico, meno empatico, Pep ha fatto più fatica di Carletto a rimpicciolirsi davanti alla grandezza di una stella.

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