Perché Remco sia tornato a casa senza averne l’obbligo, l’ha spiegato il papà. «Ricordiamoci di quello che è successo a Colbrelli». Colbrelli Sonny, primo a Roubaix, e poi carriera finita dopo un arresto cardiaco in gara. Nulla si sa di relazioni con il covid, ma il signor Evenepoel vuol dire proprio questo: nulla si sa. Meglio non sfidare la sorte.
Cosimo Cito scrive su Repubblica che “ha vinto il Covid, hanno perso Remco, il Giro e l’idea che la pandemia fosse alle spalle. Forse nel resto del mondo sì, o almeno ci si convive più a cuor leggero. Nel ciclismo no. Ci si ammala e si va a casa come tre, due e un anno fa. Anzi di più. Se nel 2020 i ritirati per Covid al Giro erano stati 16, nel 2021 si era passati a uno, a due nel 2022. E ora siamo già a quota sei, in nove tappe. Qualcosa non va. L’Uci ha allentato le misure a gennaio, mettendo però alcuni paletti: non ci sono più i tamponi a tappeto nei giorni di riposo, ma sarebbe obbligatoria, in caso di positività, la tempestiva comunicazione al responsabile sanitario della gara, che col medico del team decide sulla sorte del corridore. La Soudal ha ufficializzato il ritiro di Evenepoel prima di comunicarlo agli organizzatori. È il terzo ritiro di sempre per un corridore in rosa dopo quelli di Merckx (1969) e Pantani (1999). Non c’è comunque una linea chiara. Dipende dal senso di responsabilità e dalla coscienza individuale. In assenza di obblighi i team stanno prendendo provvedimenti: la Ineos ha creato la sua bolla, con mascherine, gel, sanificazione degli ambienti. L’organizzazione renderà da oggi obbligatorie le mascherine nei luoghi di contatto con i corridori per i giornalisti”.
Sempre Repubblica riferisce che il medico della Soudal, Yvan Vanmol, ha attaccato l’organizzazione di Rcs Sport: «Ci sono sempre state conferenze stampa in stanze piccole e piene di persone. Remco è andato a casa per negligenza degli organizzatori».
La risposta di RCS arriva con un editoriale del vicedirettore Pier Bergonzi sulla Gazzetta dello sport. Scrive che “brucia l’addio improvviso di Evenepoel”, premette che “tutto ciò che ruota intorno alla salute, di tutti e quindi anche dei corridori, merita il massimo rispetto”, sottolinea che “se un corridore sta male e non può proseguire la corsa non ha altra strada”, e poi passa all’affondo.
Bergonzi scrive: “Non è più il Covid l’ombrello sotto al quale coprirsi… Remco Evenepoel ha scelto di lasciare il Giro perché si è reso conto di non essere più nella condizione psichica e soprattutto fisica (in questo caso sì per l’attacco influenzale) per vincere il Giro d’Italia. E il fiammingo ha una personalità grande quanto il suo talento. Diciamo che avrebbe fatto fatica ad accettare una sconfitta e ha preferito lasciare la corsa in maglia rosa, con due successi nelle due crono disputate. Ma se il campione e i suoi problemi fisici meritano rispetto, crediamo che anche il Giro d’Italia e la maglia rosa, uno dei simboli più iconici del ciclismo, avrebbero meritato più rispetto. Remco è il campione del mondo ed era il corridore faro della nostra corsa. Lui porta sulle spalle una grande responsabilità. Al suo posto avremmo quantomeno avvertito gli organizzatori domenica sera (cosa che né lui né la sua squadra hanno fatto). Avremmo passato la giornata di riposo cercando di recuperare le forze (la crono l’aveva comunque vinta…) e avremmo provato a partire oggi nella tappa che porterà il Giro a Viareggio. Un grande campione costruisce la sua leggenda anche per come affronta i momenti difficili. La storia del ciclismo è ricca di forfait di campioni per problemi fisici. Hinault, torturato da problemi al ginocchio, lasciò il Tour del 1980 quando era in maglia gialla e Marco Pantani abbandonò il Tour del 2000 dopo la tappa di Morzine, per un blocco intestinale, quando si accorse che ormai non avrebbe più potuto spodestare Armstrong. Lasciarono la corsa per problemi fisici. Perché non stavano bene. Ma noi oggi a quegli abbandoni diamo un altro nome: fughe!”.
Niente da fare, proprio non riesce a essere felice, il rapporto tra Evenepoel e la RCS. Al Giro di Lombardia del 2020, il belga volò per una ventina di metri in un dirupo, mentre scendeva giù dal Sormano. La curva non aveva protezioni. In quei giorni, più volte, le cronache della Gazzetta sottolinearono che Evenepoel aveva sbagliato ad affrontare la curva, la stessa curva dove però erano finiti fuori strada Laurens de Plus e Jan Bakelants nel 2017, più due cicloamatori nell’aprile 2018 (un sessantaseienne) e nel giugno 2019 (un quarantaseienne). Una strada oggettivamente pericolosa e sottovalutata.
Le acque dentro RCS devono essere parecchio agitate, anche tra un ufficio e l’altro. Marco Bonarrigo e Gaia Piccardi sul Corriere della sera scrivono: “Al netto della grave sgrammaticatura — l’organizzazione del Giro ha appreso del forfait della sua stella più brillante dai social anziché dai belgi, che si sono mossi con grande fretta e poca lucidità —, il problema è l’anarchia: in assenza di un protocollo comune, con l’Uci che consegna ogni responsabilità ai medici e ai team manager, una pericolosa confusione regna sovrana e l’obbligo della mascherina, in vigore da oggi in tutte le zone di contatto con i corridori, suona tardiva”.
Gulp.
Il Corriere della sera racconta che “per tutta la giornata di ieri si sono rincorse fantasiose ricostruzioni (Evenepoel si è ritirato perché sa che sulle montagne sarebbe stato in difficoltà: mah; Evenepoel punta al Tour: altamente improbabile che ci vada), a cui abbiamo deciso di non credere. La scelta della Soudal sembra piuttosto andare nella direzione della tutela della salute”.
L’ipotesi di Remco al Tour viene proposta di nuovo stamattina anche da L’Équipe, dopo la stampa belga ieri mattina.
Stamattina invece la stampa belga mette in fila le responsabilità degli organizzatori per il tampone positivo di Evenepoel. Martin Delvaux sull’Het Nieuwsblad sottolinea che RCS è intervenuta “solo dopo aver perso i suoi due beniamini del pubblico”, cioè Remco e Ganna.
Prima della partenza da Pescara, Evenepoel aveva detto: «Non sarei sorpreso se molte squadre si trovassero con qualche uomo in meno, dopo una o due settimane, a causa del covid».
“Tutti i corridori – racconta Het Nieuwsblad – sono stati stipati in una piccola stanza fumante, con 40 giornalisti e cameramen. Tutti senza mascherine. Evenepoel aveva invitato poche ore prima della sua conferenza stampa a metterle, in prossimità dei ciclisti. La sua supplica è caduta nel vuoto. In maglia rosa, è entrato a stretto contatto con almeno cinquanta persone dopo ogni tappa: alla consegna dei fiori, con i giornalisti televisivi nella zona mista, con gli spettatori che chiedono selfie dietro le recinzioni. Evenepoel indossava la mascherina, la maggior parte degli altri quasi mai. Il punto più basso è stato venerdì scorso, dopo la tappa di montagna a Campo Imperatore. Con nostra stessa sorpresa, abbiamo visto che i ciclisti venivano fatti scendere insieme al pubblico in cabinovie troppo anguste. Un centinaio di persone erano stipate nella nostra. Ben Healy indossava una mascherina per la bocca e non sapeva cosa temere di più: se l’altezza a cui la cabinovia si muoveva o il fantasma del covid. I meno attrezzati se la sono cavata con una sciarpa davanti alla bocca. Ironia della sorte, Evenepoel è sceso con molte critiche in elicottero. Sarebbe stato così difficile per l’organizzazione del Giro riservare delle cabinovie separate per il gruppo? O permettere che le interviste si tenessero all’aria aperta?”
“Il giorno prima dell’inizio del Giro – continua il giornale belga – l’OMS ha dichiarato che il covid non è più una crisi sanitaria internazionale, ma nel ciclismo il virus era in giro da un po’. Al Giro di Romandia, l’ultima grande corsa a tappe prima del Giro, sono piovuti contagi”.
L’Het riferisce una dichiarazione del gran capo del Giro, Mauro Vegni, secondo il quale il ciclismo ha mollato le redini un po’ troppo presto. Ora sull’obbligo di mascherine si chiede: «Avremmo dovuto introdurlo prima? Probabilmente sì».
In un altro pezzo, Gilles Liesenborghs e Christoph Meeussen raccolgono una serie di pareri sul ritiro di Evenepoel. Il cardiologo sportivo Guido Claessen dice che andare avanti non era un’opzione, a meno di non includere la morte tra le opzioni.
Come si prosegue
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Sono in tre nel giro di cinque secondi, adesso, a giocarsi la maglia rosa. L’abbandono di Remco Evenepoel ha reso leader Geraint Thomas, ma questo ritiro, dice Philippe Le Gars su l’Équipe “cambia la situazione e non è detto che possa essere gradito a Primoz Roglic”, l’altro favorito della vigilia, “che dovrà esporsi un po’ di più, con una squadra molto più debole del previsto, menomata da quattro casi di covid prima della partenza”.
Roglic è distante solo 2′ secondi dalla testa della classifica, venerdì è in calendario la tappa dell’ascesa verso Crans Montana.
“Non potrà nascondersi – secondo L’Équipe – e si ritroverà da solo contro la forza collettiva degli Ineos che avranno [quasi] solo lui da controllare”.
I tre corridori al vertice della classifica generale hanno tutti vinto almeno un grande giro dal 2018: Geraint Thomas il Tour de France 2018, Primoz Roglic tre volte la Vuelta fra 2019 e 2021, Tao Geoghegan Hart il Giro 2020. Nessun altro tra i presenti nel gruppo è mai salito sul podio in Italia, in Francia o in Spagna.
“Ci vorrebbe un’enorme combinazione di circostanze, per sgretolare l’esperienza di Roglic e degli Ineos Grenadiers”, fa notare L’Équipe. L’unico outsider individuato dal giornale francese è il portoghese Joao Almeida, 24 anni, la punta della UAE in assenza di Pogacar, a sua volta frustrato un anno fa, quando dovette lasciare il Giro a quattro giorni dalla fine per un tampone positivo, quando era al quarto posto della classifica generale, a meno di due minuti dalla maglia rosa Richard Carapaz.