Il risarcimento a Geraint Thomas. Ma il Giro è una baraonda intorno al caso Evenepoel

RUOTE

Quasi quasi mi faccio uno shampoo. Neanche il Giro fosse la più surreale delle canzoni di Gaber, il Signor G si ritrova in rosa per interposta persona. Buffa la storia di Geraint Thomas, gallese, 36 anni, cui forse gli dei del ciclismo si sono decisi a restituire ciò che fin qui gli avevano sottratto: al Giro 2017 la caduta di una moto compromette la sua ascesa al Blockhaus, sofferente si ritirerà dopo la 12ª tappa; al Giro 2020, di cui è il favorito, è una borraccia a farlo scivolare a Enna nel chilometro di trasferimento verso l’Etna: frattura del bacino, game over. È con l’allegria dei naufraghi sopravvissuti al maltempo e al virus (12 corridori ieri non sono partiti o non sono mai arrivati in una Scandiano-Viareggio molto meno tappa di trasferimento di quanto sembrasse sulla carta) che il Signor G sorride sul podio mettendosi i galloni del leader («Inaspettato!») [Gaia Piccardi, Corriere della sera]

 

Ma Evenepoel è un caso e il Giro una baraonda

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Siamo a metà Giro e mai al mondo avremmo pensato di trovarci in una situazione del genere. La maglia rosa e altri otto, ieri, non sono partiti e quattro si sono ritirati.

Tredici corridori in meno e forse altri abbandoneranno nei prossimi giorni. E allora? Cosa succederà? [Davide Cassani, la Gazzetta dello sport]

Quando corridori dalle sembianze di uomini rana sono sfilati sul podio delle firme, dove si apprendeva che il passo del Gran San Bernardo, sarebbe stato cancellato dalla tappa di venerdì a causa della neve e del rischio valanga, l’abbandono di Remco Evenepoel continuava a suscitare scalpore[Alexandre Roos, l’Équipe]

 

Grazie che sei positivo. Ti sbaciucchiavi in continuazione

C’è tensione tra la formazione del belga e l’organizzazione del Giro, parte della stampa italiana ha criticato martedì la Soudal Quick-Step per non aver avvertito il direttore di gara, Mauro Vegni. Yvan Vanmol, il medico del team di Patrick Lefévère, si è rivoltato contro Vegni e il suo staff, li ritiene responsabili della situazione per la loro negligenza e la loro mancanza di professionalità, mettendo l’accento sulle conferenze stampa tenute in luoghi troppo angusti. Possiamo ribattere che avrebbe potuto iniziare a consigliare il suo corridore di smettere di scambiarsi baci con la moglie, ma non ci avventureremo oltre in questo campo di battaglia italo-belga, le responsabilità sono impossibili da stabilire

Alexandre Roos, l’Équipe 

 

E poi, guarda, la mascherina non la metteva nemmeno lui

Lo storico medico della Soudal Quick-Step accusa gli organizzatori, il Giro e insomma l’Italia per il contagio di Evenepoel: la sua grande sicurezza incontra non pochi ostacoli, il primo è che ci chiediamo come faccia a sapere cos’è successo visto che lui è in Belgio, a molti chilometri di distanza dal Giro. Visto che Vanmol ci ha accusato anche direttamente, prendendo di mira le «piccole salette dove si tenevano le conferenze stampa» – sappia che Remco domenica a Cesena non indossava la mascherina neanche per parlare con i giornalisti.

Alessandra Giardini, Bicisport 

 

Maschere e mascherine

Maschere. Perché Viareggio ed il suo Carnevale sono maschere. Perché sotto la pioggia battente ed il freddo, ogni volto è maschera: la pelle è modellata dal freddo e scolpita dalla pioggia. Gli occhi sono più occhi, gli zigomi diventano appigli, le sopracciglia scolpite, persino i baffi appaiono immobilizzati e gonfi. Ogni linea del volto è tratteggiata: così appare il viso di Magnus Cort Nielsen, che vince nel giorno della fuga, del Passo delle Radici, della nebbia, di un presagio di novembre. Maschere perché anche essere ciclista è una maschera, come ogni lavoro, dentro e dietro a quella maschera, desideri umani: quelli di Nielsen che vorrebbe scalare il Kilimangiaro e vedere un film sotto le stelle, accanto a una tenda. Maschere come una maschera è la fuga: quasi una catarsi, una purificazione, per chi la compie e per chi la guarda. Nella società, per gli uomini e le donne fuggire, lontani da tutto e tutti, può essere un desiderio di qualche tempo, poi diventa terrore, perché degli altri si sente necessità, anche solo della possibilità degli altri, di cercarli, di sentirli, di guardarli. Vedere un uomo in fuga è come vedere un cinema, affrontare quel brivido attraverso un gesto che è realtà e metafora. Una particolare forma di teatro [Stefano Zago, Al Vento]

 

I positivi non ce lo dicono

Comunque sia, le avventure di Remco Evenepoel hanno fatto luce sul problema Covid e vengono costantemente dichiarati nuovi casi. Non ci sono più regole certe, a illustrazione di quello che gli italiani chiamano casino, ovvero un pasticcio.  Radio Gruppo è in fermento da diversi giorni, molte formazioni continuano a schierare in corsa elementi ammalati. Questa anarchia virtuale è illustrata dal caso di Sven Bystrom, il norvegese della Intermarché-Circus-Wanty, positivo lunedì, ma che aveva deciso di continuare il Giro, prima di gettare la spugna martedì mattina, quando i sintomi erano finalmente comparsi. Ma per almeno ventiquattr’ore avrà portato il virus tra i compagni. La formazione vallone ha avuto almeno l’onestà di comunicarlo in tutta trasparenza, il segreto praticato da alcune squadre è un altro motivo che rende la situazione insostenibile[Alexandre Roos, l’Équipe]

 

I dolori del giovane suiveur 

«I corridori devono avere più coraggio e dare più spettacolo perché a noi tifosi basta poco per emozionarci. Mi addolora ma in questo Giro mi sembra di vedere corridori con poca voglia di essere qui…» | Lo scrittore Fabio Genovesi alla Rai

 

Però c’è pure chi non se ne vuole andare

Warren Barguil 8,5 – Investito dall’ammiraglia dell’Astana, si rialza dolorante e tiene duro nonostante la sofferenza: c’è chi al Giro ci vuole stare. In serata gli esami escludono fratture e traumi cranici ma la schiena gli fa molto male: speriamo che la notte non sia troppo difficile – di alessandra giardini, Bicisport

 

E c’è chi arriva ultimo, ma che fa 

“Derek Gee. Il canadese è al debutto in un grande Giro, e sta davvero dando il meglio: secondo a Fossombrone, secondo a Viareggio. Ottimo pistard, Derek ha scritto un meraviglioso racconto sulla sua prima Roubaix, quella vinta da Mathieu van der Poel: entrato per primo nella Foresta di Arenberg, come in una favola, è stato vittima di una foratura, ha aspettato una ruota nuova cinque minuti, è ripartito, si è fatto 90 chilometri all’inseguimento, da solo, senza sapere dove fossero gli altri. Ha tagliato il traguardo, 25 minuti e 44 secondi convinto di essere ormai fuori tempo massimo. Soltanto sul pullman ha saputo di avercela fatta: 135°, cioè ultimo, ma è arrivato[Alessandra Giardini, Bicisport]

 

Il Giro è una lotteria

La decisione presa martedì di reintrodurre l’uso delle mascherine nelle aree di partenza e di arrivo non cambierà molto le cose, il gruppo è un branco infettivo ambulante. È come cercare di ventilare una sala fumatori dell’aeroporto dal buco della serratura. Prima di pensare alle grandi battaglie in quota, alla resa dei conti tra Primoz Roglic e la Ineos, bisognerà sopravvivere a una forma di lotteria

Alexandre Roos, l’Équipe 

 

Il Giro a casa Coppi. Dove adesso in bici passeggiano

 ➣  Faustino, che effetto le fa rivivere le emozioni del Giro d’Italia che arriva a Tortona e che passerà da Villalvernia, il piccolo centro poco distante da Castellania dove si allenava suo padre?

«È una magia che si rinnova, più passa il tempo più l’affetto cresce. Mio padre è rimasto nel cuore degli italiani, è una passione che si tramanda di generazione in generazione. Perché quello era un ciclismo più eroico, ricco di fantasia. Non si vedevano tutte le corse in tv come oggi e la capacità di immaginare era davvero potente. Le sue gesta sono rimaste nel cuore della gente».

 ➣  Faustino, lei è cresciuto nell’ombra o nella luce di Coppi?

«A me i suoi successi hanno sempre dato un immenso piacere, anche perché io ho fatto altro ma mi portavo a casa l’affetto di tutti».

 ➣  Di carattere assomiglia più a sua mamma o a suo papà?

«A mio padre, senza dubbio: così mi diceva mia madre. Io avevo 4 anni e mezzo quando è morto. E io sono il tipo di persona che sta meglio per conto proprio. Mi piace stare da solo, vivere nella natura».

 ➣  Perché a Castellania si festeggia il 2 gennaio, data della morte di Coppi, e non la nascita il 15 settembre?

«Ormai quella giornata non è più triste, al contrario si è trasformata in ricordo ed è sempre una bella festa. Comunque, in occasione dei 100 anni della sua nascita, il 15 settembre 2019, abbiamo organizzato un evento bellissimo con festeggiamenti incredibili. Per noi figli, per Marina e per me, è stata una grandissima soddisfazione».

 ➣  I suoi figli vanno in bici?

«Fanno passeggiate». – intervista di daniela cotto, la Stampa

 

Una rara intervista a Marina

«Mi sembra sempre di non avere abbastanza ricordi, e forse non sono neanche tutti miei. Li ho messi insieme ascoltando più che parlando: tutte le volte che incontro qualcuno che lo ha conosciuto, aggiungo un pezzo. E il ciclismo è uno sport che non dimentica».

 ➣  Un ricordo sicuramente suo?

«Noi due che giochiamo. Soprattutto con i cani. Papà aveva una coppia di cani da caccia, Birbo e Birba. Un giorno andammo insieme in un allevamento e mi prese questo cucciolino di boxer, si chiamava Ero. Era attaccatissimo a papà. Noi cercavamo di tenerlo in giardino, ma quando tornava papà lui lo seguiva fino in casa e non voleva più uscire».

 ➣  Fausto lo immaginiamo serio.

«Riservato. Non triste, anzi. C’era tanto affetto attorno a lui. Mi ricordo quando arrivavano i suoi gregari in cortile c’era sempre tanta confusione, mi piaceva».

 ➣  Sapeva di essere la figlia di Coppi?

«Avevo questa percezione, ma per me era la normalità».

 ➣  Mai andata in bici?

«A me piace camminare».

 ➣  Marina, sa chi è Evenepoel? 

«Credo di sì. Non è il nipote di Poulidor?…» – intervista di alessandra giardini, la Gazzetta dello sport

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