domenica 28 maggio 2023
# Giorno 11 della Seconda Manche
[aggiornato alle 10.10]
RUOTE
Come Roglič ha vinto il Giro d’Italia
Il Giro d’Italia ha avuto il vincitore che cercava, un nome di nuovo luccicoso da aggiungere all’albo d’oro, dopo tre edizioni su quattro assegnate invece a un corridore mai apparso nel libro della gloria di Tour e Vuelta. Primož Roglič, di Vuelta, ne ha prese tre e un Tour lo lasciò in modo traumatico sulla salita della Planche des Belles Filles nel 2020, una cronoscalata fatale al penultimo giorno. Il Giro ha corteggiato Remco Evenepoel mettendogli km e km a cronometro nel percorso. Uscito di scena il belga per il covid, abbiamo finto che fosse spasmodica l’attesa per un attacco, un duello in montagna, uno scatto, qualcosa, qualunque cosa di diverso da quella che in fondo andava chiamata noia. Invece s’è deciso tutto a cronometro, una specie di vendetta della mano del Caso contro chi aveva disegnato un Giro così.
Roglič ha perfino temuto che finisse come in Francia. Alexandre Roos, immaginifico inviato de L’Équipe lo scrive stamattina sul giornale francese. “Il ciclismo – dice – è un grande ordinatore di destini, un forza superiore che tira i fili, con una mano dà ciò che ha tolto con l’altra, tra crudeltà e gentilezza. Abbiamo però pensato che le disgrazie per Roglič non fossero finite, quando a poco più di tre chilometri dall’arrivo, la sua ruota si è incastrata in un’asperità della strada e la sua catena è saltata. In quel momento aveva 16 secondi di vantaggio su Geraint Thomas e c’era ancora abbastanza pendenza sul Monte Lussari per agguantare i dieci che lo separavano dalla maglia rosa. Non si capisce come il leader Jumbo-Visma non abbia fatto toccato i fili che lo mandavano in tilt, chiunque altro sarebbe andato in corto circuito, rivivendo le immagini horror di tre anni fa, gettato la spugna di fronte a tanta ingiustizia”.
Invece Roglič ci ha riso sopra. Dice che ha avuto un po’ di tempo libero per stare in piedi di fianco alla sua bici. È risalito in sella e ha ricominciato, mentre Geraint Thomas, in calzoncini neri “imbiancati dalla sudorazione, con la maglia rosa aperta sul petto sottile, soffriva” [ancora parole di Roos].
Roglič ha rovesciato il Giro e il suo destino. Ha preso 40 secondi all’arrivo al gallese, più di quanti gliene servissero, “a riprova di essere stato il più forte, in assoluto, al termine di una cronometro in cui i primi cinque sono anche quelli della classifica generale di questo Giro”, fa notare Roos. “Tante cose sono state capovolte sabato, la classifica generale, certo, ma soprattutto le traiettorie personali di Primoz Roglič e Geraint Thomas”.
Marco Bonarrigo sul Corriere della sera analizza le cause dell’epilogo, questa corsa decisa con il quarto scarto minimo nella storia del Giro. Nel 1948 Magni vinse su Cecchi per 11 secondi, nel 1974 Merckx su Baronchelli per 12, nel 1955 ancora Magni su Coppi per 13.
“Prima tesi: Geraint Thomas – dice Bonarrigo – ha perso il 106° Giro d’Italia perché, dopo una vita a inseguire i guadagni cronometrici marginali postulati dagli scienziati di Ineos/Sky, ha prima commesso un errore grave (la scelta dei rapporti) e poi cambiato la bici alla base della salita con la sgangheratezza di un principiante. Seconda tesi: viste le ampie chiazze di sale sul body fradicio e il volto stravolto in partenza, il gallese era bollito, travolto dalla fatica delle Tre Cime. Comunque sia andata, mai come nella Tarvisio-Monte Lussari di ieri si sono visti due atleti di livello eccelso approcciare una cronometro in modo diametralmente opposto. Fin dal mattino, quando G. è salito in ricognizione in macchina (superficialità? stanchezza?) mentre Primoz ha voluto perlustrare gli ultimi tre chilometri a passo d’uomo, studiando ogni cambio di pendenza e assorbendo l’energia dei tifosi. Diverse le scelte tecnologiche. Coraggiosamente da hipster quella di Rogla, che si è fatto montare una bici identica alle gravel di gran moda con cui i biker scorrazzano sugli sterrati, puntando sull’agilità assoluta e sul «meglio mulinare le gambe come un frullino che piantarsi». Classica quella di Thomas che ha utilizzato un modello da salita, alleggerito in alcuni punti, presumendo di essere capace di sprigionare più potenza del rivale. O anche, spiegano i maligni, perché lo sponsor tecnico della Ineos non dispone di un set come quello dello sloveno”.
Il GP di Monte-Carlo
Max Verstappen ha conquistato la pole position a Monte-Carlo. Ha battuto per 84 millesimi Fernando Alonso, nonostante un ultimo tentativo in cui ha toccato il muro. Leclerc ha chiuso terzo, ma perderà tre posizioni sulla griglia per una penalità [impeding], Quarta l’altra Ferrari di Sainz. Nelle Q1 Perez è andato contro il muro alla Santa Devota e partirà per ultimo.
Giorgio Terruzzi, firma del Corriere della sera, si è divertito: “Un festival della guida ad altissimo livello che nulla ha a che fare con una corsa monotona, avara di sorpassi. È questione di spazio, di allunghi minimi e colpi secchi di sterzo, ciò che, appunto, rende spettacolari le esibizioni della vigilia quando, a due passi da chi guarda, con il rumore degli scarichi che rimbalza sulle facciate a specchio, sulle balconate, sugli hotel a molte stelle di questa giungla d’asfalto, ciascuno butta dentro marce e cuore, gas e anima. Ma sì, che si facciano qui le qualifiche di ogni gara da disputare altrove. Qui, dove la linea che separa un azzardo da un errore è carta velina. Qui, dove anche Tsunoda oppure Ocon, scovano e cavano un numero da campione, un giro da urlo; dove Alonso può davvero sfoderare la zampa del vecchio animale. Ah, che libidine. Il fascino è old style”
TENNIS
La terra promessa di un Roland-Garros senza Nadal
Quattordici Coppe dopo Nadal, il Roland-Garros deve inventarsi un altro re. È un’occasione per gli outsider o come li chiama sul Domani Federico Ferrero, voce di Eurosport, le seconde linee di lusso. “Si scorgono i presupposti perché il Roland-Garros torni a rappresentare quello Slam nel quale si può infilare anche il non (ancora) eletto, semplicemente un primo tra i pari, un giocatore con caratteristiche particolarmente affini per il gioco sulla terra: le scivolate, gli spin, il respiro lungo degli scambi sul rosso”.
È questo lo Slam dove più spesso eccelle un tennista che non ha mai vinto altrove.
“Se finora il ragionamento pareva accantonato – spiega Ferrero – è perché il triumvirato Djokovic-Federer-Nadal ha sballato ogni statistica degli ultimi vent’anni, non solo a Parigi; a scorrere l’albo d’oro del torneo, però, la storia offre indicazioni in questo senso. Partiamo pure dall’era analogica ma già professionistica: Adriano Panatta (1976) e Yannick Noah (1983), gli ultimi per Italia e Francia; l’eroico Michael Chang del 1989, l’imprevedibile Andrés Gómez (1990), l’arrotino Sergi Bruguera (1993 e 94), il gladiatore austriaco Thomas Muster (1995), l’infornata ibero-argentina con Carlos Moyá (1998), Albert Costa (2002), Juan Carlos Ferrero (2003), Gastón Gaudio (2004). Campioni che hanno fatto centro solo e soltanto in questo appuntamento, il campionato del mondo su terra battuta”.
Invece i numeri 1 spesso sono stati battuti con scuorno. “Tra un annetto – ricorda Ferrero – ricorrerà il quarantesimo dell’autoflagellazione di John McEnroe, giunto a un soffio dal titolo più rimpianto nella finale del 1984, persa scelleratamente contro Ivan Lendl. Negli anni Novanta, Becker ed Edberg fallirono l’assalto a Parigi – lo svedese fu vittima sacrificale dell’indiavolato Chang, Becker non superò mai lo scoglio della semifinale; parimenti King Sampras, coi suoi 14 Slam e una vita da numero uno, salvo che nella Ville Lumière”.
Certo, nel frattempo, scrive Ferrero, “il gioco è stato rivoluzionato dalla modernità, così i materiali, la preparazione atletica, gli stili. I grandi appuntamenti sono stati livellati nelle condizioni di gioco – erba più lenta, cemento mediolento, terra più rapida – per consentire alle gerarchie consolidate di offrire ai tifosi le medesime sfide nel maggior numero possibile di occasioni, e agli organizzatori sfide vendibili a più caro prezzo. Non a caso, Federer e Nadal si sono sfidati quaranta volte, Federer e Djokovic cinquanta, Djokovic e Nadal cinquantanove”.
Daniele Azzolini su Tuttosport considerava l’altro giorno: “L’addio di Rafa, immediato forse no, prossimo di sicuro, accentua nei tennisti quel senso di libertà che viene dall’essersi sottratti al giogo ventennale, e fa sentire amica la democrazia, che in ambiente agonistico è strumento potente sebbene a nessuno sia dato conoscere le ricadute che potrebbe avere. Il Roland Garros indossa la sua miglior veste “open”, e lo fa con accortezza”.
Stefano Semeraro su La Stampa stamattina lo chiama un appello monco che genera un senso di spaesamento. Paolo Bertolucci sulla Gazzetta dello sport venerdì analizzava così: “Non trovare ai nastri di partenza il re della terra battuta che ha alzato il trofeo per ben 14 volte non può lasciarci indifferenti. Il passo falso di Roma non può sminuire le credenziali di Carlos Alcaraz che, seppur molto giovane, possiede la personalità, II bagaglio tecnico e la gagliardia fisica per disimpegnarsi a dovere. Le quasi due settimane di riposo lo avranno certamente ritemprato La vittoria al Foro Italico e una parte di tabellone meno affollata da nomi pesanti hanno intanto prepotentemente alzato le quotazioni di Daniil Medvedev”
italianismi
In un intervento di stamattina sulla Gazzetta, Paolo Bertolucci scrive che “Sinner è chiamato a un rapido riscatto, per il quale possiede senza dubbio tutte le qualità. Per una volta, il sorteggio sembra dargli una mano, ma sarà fondamentale per Jannik, il meno dotato fisicamente dei big nonostante i grandi progressi, non sprecare energie preziose nelle prime uscite, magari complicando partite già vinte. L’obiettivo sono i quarti contro Medvedev, avversario terribile per i rebus tecnici che riesce a proporre all’azzurro, ma sulla terra le differenze potrebbero assottigliarsi. Quanto a Musetti, Parigi è l’occasione per dimostrare che sulla terra il suo gioco vario e spumeggiante può impensierire ogni avversario, ma il sorteggio non è stato così benevolo: Norrie al terzo turno è un osso duro e poi gli ottavi con Alcaraz farebbero tremare i polsi”.
parole Una Chris Evert mamelica parla dei nostri
➣ Sinner a Roma è uscito agli ottavi ma dopo i primi giorni di allenamento a Parigi ha detto di sentirsi molto meglio.
«È un giocatore che sta crescendo costantemente, ognuno ha i suoi tempi. Il lavoro che sta facendo con Darren Cahill, una persona molto esperta e capace, gli ha permesso di crescere e maturare. Anche fisicamente ha mostrato grandi progressi e con Alcaraz ha già vinto. La loro è una bella rivalità, di quelle che fanno bene al tennis».
➣ Noi italiani siamo orfani di Matteo Berrettini che per il secondo anno consecutivo non sarà al via a Parigi.
«È stato poco fortunato con il fisico. E credo che la sua vita, dopo la finale di Wimbledon, sia completamente cambiata. Tanti contratti, tante attenzioni, tante ragazze. Come se ognuno volesse portarsi via un pezzetto di Matteo. Conoscendo il suo carattere, così gentile, credo abbia fatto fatica ad abituarsi a questa dimensione. È una fama che può travolgerti. Se poi insieme a tutto questo arrivano anche gli infortuni, allora è davvero complicato. Però Berrettini è un ragazzo intelligente, ha un bel tennis, e ha ancora tempo davanti a sé, farà tesoro di questa esperienza.
Ha solo 27 anni, e ora la carriera dei tennisti si è allungata. Penso che avrà modo di tornare ai suoi livelli». – intervista di federica cocchi, La Gazzetta dello sport
LE GUIDE INUTILI DI SLALOM | TRE PARTITE CHE GUARDIAMO OGGI
Come promette di fare ogni giorno, Tennis presenta tre partite che proprio non possiamo perdere.
① Jessica Pegula contro Danielle Collins ➔ Scrive Steve Tignor: “Ci sono grandi somiglianze e differenze tra Pegula e Collins in questa fase della loro carriera. Sono entrambe americane, hanno entrambe 29 anni e sono entrambi fiorite in ritardo. Pegula ha raggiunto il primo dei suoi cinque quarti di finale in uno Slam nel 2021. Collins ha raggiunto la sua prima finale in Australia, nel 2022. Entrambe si sonon affinate sui campi in cemento della Florida, nessuna delle due è quella che chiamereste una naturale giocatrice da terra battuta. Ma entrambe sono arrivate ai quarti di finale a Parigi: Collins nel 2020 e Pegula l’anno scorso”.
Pegula conduce il testa a testa per 4-0, ha vinto 25 partite su 34 nel 2023, mentre Collins solo 9 su 19.
② Ben Shelton contro Lorenzo Sonego ➔ Shelton è il ragazzo americano che prima di brillare a Melbourne non aveva mai messo piede fuori dall’America. Sulla terra europea è un debuttante. Ha partecipato a sei tornei ATP sul rosso, più un Challenger, e ha vinto in tutto due partite. Sonego invece sul rosso è a casa sua. “Comunque vada a finire – prevede Tennis – il servizio di Shelton e il diritto di Sonego dovrebbero illuminare il campo 13”.
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③ Taylor Townsend contro Anastasia Potapova ➔ Entrambe sono state delle stelle nel circuito giovanile, raggiungendo il numero 1 della classifica jr: Townsend nel 2012, Potapova nel 2016. Da professioniste, nessuna delle due si è avvicinata a quella classifica, entrambe stanno crescendo nella condizione. Potapova ha vinto un titolo a Linz e ha raggiunto la posizione numero 24. Townsend ha battuto la numero 1 americana, Jessica Pegula, a Roma. La settimana dopo ha fatto la finale a Firenze. “Potapova ha il gioco da fondo convenzionale più solido e può scambiare in top-spin di diritto con chiunque. Ma la creatività e la varietà di Townsend – abile sia a rete sia con la smorzata – la rendono una giocatrice migliore sulla terra battuta. Nessuna delle due è immune agli scherzi del nervosismo: Potapova si agita facilmente, Townsend è nota per dare un break di vantaggio o due”
VITE OLIMPICHE
Il record del mondo di Crouser
Ryan Crouser ha gettato di nuovo la palla di ferro dove nessuno l’aveva mai lanciata. Al Drake Stadium di Los Angeles, l’americano ha migliorato il suo primato del mondo quando in Italia stava arrivando la mezzanotte, 23 metri e 56 centimetri è la nuova misura, come scrive Andrea Buongiovanni sulla Gazzetta, ha tirato “praticamente sulla luna”.
Siè migliorato di 19 centimetri rispetto ai Trials per l’Olimpiade di Tokyo, il 18 giugno 2021, quando all’Hayward Field di Eugene, in Oregon, fece atterrare la palla a 23 e 37.
Racconta Buongiovanni: “La nuova impresa gli rende in qualche modo giustizia: Ryan, il 18 febbraio, a Pocatello, in Idaho, in un meeting indoor, aveva incrementato il limite di un centimetro (23.38), ma quella prestazione – dopo qualche tempo – è stata cancellata per irregolarità nella pedana. Il riscatto arriva con gli interessi”.
In California, ieri sera Crouser ha lanciato tre volte sopra i 23 metri e 20, come dire che ha messo a terra tre delle sei migliori misure di sempre.
“L’uomo nato a Portland – scrive Buongiovanni – sopraffino interprete della tecnica rotatoria, unisce potenza e agilità come pochi fanno. La catena cinetica messa in movimento perfettamente, il rilascio velocissimo, un pieno di energia a spingere l’attrezzo, i pugni al cielo in segno di giubilo ancor prima che la palla di ferro da 7260 grammi tocchi terra, la pedana di Ucla – in terra battuta – ha dimensioni quasi insufficienti per contenere la bordata. Appassionato di matematica, scienze, dinosauri e… fai da te, hobby quest’ultimo ereditato da nonno e bisnonno carpentieri, durante il lockdown costruì una pedana in legno da usare nel prato dietro casa. La sua dieta, da 5000-5500 calorie al giorno, prevede 5-6 pasti equilibrati. Che sia questo il segreto?”.
Oggi è quel meraviglioso giorno in cui vanno in scena i 100 metri galattici a Rabat, seconda tappa della Diamond League, ma senza Marcell Jacobs. Per citare il sommo poeta, ma che parlammo a fà sempre d’’e stesse ccose, e dunque senza perder tempo in polemiche in perfetta solitudine, godiamoci Fred Kerley campione del mondo contro il bronzo iridato Trayvon Bromell, a pochi giorni dal Golden Gala di Firenze. Il cast di contorno è tutto fuorché di contorno, con Yohan Blake, Akani Simbine, Letsile Tebogo e Ferdinand Omanyala. Per uno che non sia in grado di correre intorno ai 10 secondi, c’è il rischio di arrivare sesto su sei.
AMERICHE
Tutto succede in Florida. Anche la rimonta dei Boston Celtics
Tutto succede in Florida, dicono gli americani da qualche giorno, quando posano gli occhi sullo sport, e non solo. La Cbs sta ripetendo che qui s’è spostato il centro del mondo. Prendiamo i Panthers, per esempio. Non hanno mai vinto la Stanley Cup, il campionato americano di hockey, ma dal prossimo week-end tornano a giocare una finale dopo 27 anni. L’eroe dei dischi NHL si chiama Matthew Tkachuk, decisivo coi suoi gol nelle finali della Conference a est, contro i Carolina Hurricanes. Frederik Andersen, il portiere, se lo sta sognando di notte, per la sua capacità di colpire nei finali di partita. In tutto ne ha segnati 21 in 16 partite di play-off.
I Panthers sono diventati la prima squadra della lega così come la conosciamo oggi, a essersi qualificati per i play-off essendo rimasti fuori dalle posizioni giuste per il 70% della stagione. Aspettano di conoscere l’avversaria, una tra i Dallas Stars e i Vegas Golden Knights [2-3, da 0-3 nella serie]. [continua qui]
CLIC
L’attimo prima del tap-in
La Giornata Tipo su Twitter: “Le foto riescono ad immortalare i momenti. Questa foto è il momento preciso in cui viene scritta una pagina di storia della NBA. Poco prima Miami ha ribaltato una partita già persa, grazie ad un finale irreale di Jimmy Butler. 3/3 ai liberi a 3 secondi dalla fine. Miami-Boston 103-102. Il punteggio è lì in alto sulla destra. A Boston resta solo il tempo per il tiro della disperazione. Derrick White fa la rimessa dopo il time out. Il suo compito è solo quello di passarla nel migliore dei modi a Tatum, Brown o Smart. Si libera Smart, tiro da tre punti, palla sul ferro. Miami è in finale.
C’è un solo uomo tra i dieci in campo, tra i 20.000 presenti nell’Arena, e tra le milioni di persone collegate in tv, che vede il tiro di Smart un po’ corto, pensa che ci possa essere il tempo per un secondo tentativo, e che si possa riscrivere il finale. Derrick White, dopo la rimessa, vola a rimbalzo.
Gallinari in panchina ha le mani nei capelli. Coach Mazzulla non sa se ridere o piangere. Nessun tifoso di Miami ha ancora iniziato a festeggiare.
White ci arriva, la tocca”.
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titoli | New York Times: “Cosa ha significato Carmelo Anthony per la città di New York” – Originario di Brooklyn, ha ringiovanito il pubblico dei Knicks e ha abbracciato la cultura della città, fuori dal campo [qui]
Bleacher Report: “Carmelo Anthony ha rifiutato offerte da grandi squadre europee prima del ritiro”
Dunkest: “Anthony Davis può essere il leader di una squadra da Titolo NBA?”
◇ La Gazzetta dello sport: “Dramma Semionova: amputata una gamba alla “gigantessa” invincibile”
in tv lunedì notte ore 2.30 Sky: Boston-Miami [Gara-7]