Lo sport passato da Miami

  ▻  L’ultima volta che Muhammad Ali fu Cassius Clay su un ring, Miami non aveva nemmeno una squadra per cui tifare. Era solo preoccupata in quei giorni di proporsi come nuova meta per il turismo. La settimana prima di quel match con Sonny Liston, aveva ospitato i Beatles per la loro seconda apparizione all’Ed Sullivan Show, in diretta da un hotel sulla spiaggia di Deauville. Ernest Hemingway se n’era già andato nell’Idaho a morire, dopo aver raggiunto nella sua casa alle Keys il numero di 688 pagine per il manoscritto di The Dangerous Summer, uscito poi a puntate su Life. I touchdown dei Seahawks erano spariti già da una quindicina d’anni. Visti e non visti più. Avevano giocato una sola stagione nella All-America Football Conference prima di filarsela a Baltimora, giacché a Miami a loro volta nessuno se li filava. La lega di football avrebbe assegnato una nuova franchigia all’avvocato Joseph Robbie e all’attore Danny Thomas per 7 milioni e mezzo di dollari, pregandoli di non portarla a Philadelphia dove avrebbero voluto, ma in Florida, perché a Miami la popolazione aumentava – a settembre ci sarebbe stato anche il primo grande sbarco di esuli cubani, l’esodo di Camarioca – e sport professionistico non ce n’era. Al massimo potevano vantarsi di una squadra di polo universitaria d’una certa tradizione. Diciannovemila persone avrebbero scelto il nome Dolphins per la squadra. Ma questo viene dopo. Un anno dopo il match. 

 

  La Miami senza ancora franchigie del 1964 aveva solo una palestra dall’altra parte della città, Overtown, la 5th Street Gym dov’era atterrato per volere di chissà quale cielo la medaglia d’oro olimpica di Roma, quel Cassius Clay mandato a crescere alla scuola di Angelo Dundeee e del dottor Ferdie Pacheco, lui pure arrivato da Cuba con una laurea in farmacia.

Ali e Miami. Miami e Ali. Entrambi giovani, sfacciati e mozzafiato. Cosa sarebbero stati l’uno senza l’altro? Ali e Miami sono diventati grandi insieme ha scritto l’Herald, il quotidiano della città nella ricostruzione di Linda Robertson in occasione del quarantennale dell’incontro.

Quando arrivò, era timido e ambizioso. Quando se ne andò, era l’elettrico e controverso Muhammad Ali, il volto più riconoscibile al mondo

Quando se ne andò, anche Miami era diventata altro. La lingua di sabbia che nelle serate allegre di tappi saltati dalla bottiglia Hemingway chiamava il pene flaccido dell’America puntato verso il sud, era diventata una Republican Country, secondo definizione di Vittorio Zucconi in uno dei suoi reportage elettorali, un territorio repubblicano e conservatore saldato con la colla dell’anticomunismo nella curiosa alleanza di cubani fuggiti, di antiche vedove coi capelli tinti d’azzurro che pedalano sui loro tricicli ortopedici nei sentieri tra le mangrovie cigolando dal gabinetto del medico all’ufficio del loro agente di borsa

Negli anni Novanta, quando il caso l’avrebbe deputata a essere decisiva nei duelli per la Casa Bianca, la Florida era il luogo di incontro di haitiani e gli altri popoli del Caribe, i cubani con il permesso di soggiorno garantito e i nicaraguensi, i colombiani della “piovra”, gli argentini, i brasiliani, onda umana dopo onda umana gettata su queste spiagge, dalla interminabile bufera sudamericana. E la Florida che fu dei Seminole – raccontava ancora Zucconi per Repubblica – l’unico popolo indiano mai sconfitto dai bianchi, oggi non appartiene più a nessuno. È divenuta per questo la perfetta metafora dell’America fine secolo, non più wasp, bianca, maschia e anglosassone, non ancora donna, non integrata e non separata. Tra le Little Havana, le Little Haiti, le Little Brooklyn, le Little Bogota (e Little Medellin) che tessono la coperta d’arlecchino floridiana di oggi è perfettamente possibile nascere, vivere, lavorare, arricchirsi, ammalarsi e morire senza conoscere una sola parola d’inglese

 

Sai benissimo che non possiamo essere all’altezza di Miami

Ernest Hemingway, “Avere e non avere”

 

In quel 1964 nel quale Flip Schulke lo aveva fotografato in una piscina e si era scandalizzato perché in un negozio non avevano voluto vendergli una camicia, l’ancora Cassius Clay preparava la sua trasformazione. A Miami vinceva il mondiale dei pesi massimi. A Miami annunciava la conversione all’Islam. A Miami prendeva un altro nome e dichiarava guerra alla guerra del Vietnam. Tre giorni prima del match mondiale, il promoter Bill McDonald gli domandò se davvero si fosse convertito. Minacciò di annullare il combattimento. Il non già Ali tenne il punto e andò a fare i bagagli. Al suo addetto stampa che protestava, McDonald disse: «Miami è il profondo sud. Non posso organizzare un match con un tipo che ci considera diavoli bianchi e che ha Malcom X come capo del suo team». Fecero un patto. Malcolm X non si sarebbe fatto vedere in giro fino alla sera del match. 

Il giovane Cassius viveva inizialmente in un motel di Overtown, il Mary Elizabeth sulla Northwest Second Avenue. «Un covo di ladri, magnaccia e prostitute» lo giudicò Pacheco e dispose il trasferimento al Sir John. Clay aveva un conto aperto al ristorante Famous Chef e andava a tagliarsi i capelli dal barbiere Sonny Armbrister, dove c’era l’usanza di comporre versi in rima, e lui imparò. Faceva jogging sulla MacArthur Causeway fino alla Fifth Street Gym e la polizia lo fermava perché pensava stesse scappando da qualche scena del crimine. Si avvicinò alle moschee che seguivano il verbo del giovane ministro Malcolm X incontrando un musulmano di nome Sam Saxon. Vendeva il giornale sulla Second Avenue. 

Il figlio di un diacono e preside di una scuola elementare, Nelson Adams III, 10 anni, diventò uno dei primi ragazzi neri a iscriversi alla Allapattah Elementary per soli bianchi dopo che questo pugile con una Cadillac si era trasferito nell’appartamento della porta accanto, a Northwest 15th Court, diventando il suo modello al posto degli altri possibili a quei tempi: Martin Luther King, John Fitzgerald Kennedy o Bill Russell. Alcuni lo chiamavano ancora Clay, altri già Ali, il piccolo Nelson lo chiamava Champ. Nella storia raccontata sempre dal Miami Herald, Clay viene descritto come il pifferaio magico di quella generazione di bambini. Li faceva sedere sulle ginocchia e gli raccontava delle storie. Aveva installato un proiettore cinematografico, uno schermo e delle sedie da giardino nel suo cortile. Accompagnava i piccoli a scuola, in spiaggia, gli faceva i giochi di prestigio. Nelson Adams è diventato un ostetrico. Di notte, artisti come Count Basie, Ella Fitzgerald, BB King e Aretha Franklin si esibivano a Miami Beach, ma non erano autorizzati a dormire negli hotel per soli bianchi. Così rientravano a Overtown attraverso la sopraelevata. 

A Miami Ali avrebbe sposato Sonji Roi e da un tribunale di Miami avrebbe fatto annullare il matrimonio. I luoghi in cui viveva, sono andati via via in decadenza rispetto ai giorni in cui ospitavano questa Harlem in miniatura. Il motel Sir John è stato demolito dopo che i cavalcavia dell’autostrada sono arrivati dentro Overtown. La casa sulla Northwest 15th Court è stata comprata da un’insegnante di educazione fisica. La Fifth Street Gym è andata giù nel 1993, ma quando nel 2011 ha riaperto grazie a un greco, Emanuela Audisio è andata per Repubblica a vedere cosa fosse diventata.

 


  Gabbiani, sudore, sangue. Nello stesso posto: angolo Quinta e Washington Avenue. Oggi la palestra è a pianterreno, allora era al secondo. E il tanfo non è più lo stesso. La sentivi, prima di vederla: l’odore della minestra di pollo era intenso, il ristorante cinese che c’era prima l’aveva lasciato in eredità. La scala era alta e stretta, quindici gradini, «come scalare una montagna» linoleum per terra, un posto scrostato e cadente, mangiato dalle cimici. Un mito pulito in mezzo allo sporco. Ci venivano tutti: da Rocky Marciano a Sonny Liston a Joe Louis. Molti pugili orfani della spartana Stillman’s Gym sull’ottava Avenue a New York che nel ’61 era diventata condominio. Era la fabbrica di pugni più famosa d’America. Pure se le due docce erano sbeccate, lo specchio arrugginito, e l’acqua quando s’intasava colava giù nel negozio di liquori. Il cartello diceva «no smoking», ma sulle scale c’era chi masticava tabacco. Nessun comfort, niente aria condizionata. Si sudava, si tremava. Un ring, due sacconi, una panca di legno, armadietti schifosi, una lavagnetta con i nomi di chi si allenava quel giorno. Nel peggio c’era il meglio. L’ingresso alle donne era vietato. Ora è diverso. C’è una porta a vetri, vecchi poster e fotografie storiche, ma atmosfera nuova. Per 59 dollari potete fare un sacco di roba, anche wrestling, cardio-boxing, corsi di autodifesa per donne. Ci sono ragazzi e ragazze, qualche pugile, tanto passato, un altro futuro. 

di emanuela audisio, la Repubblica, 7 febbraio 2011


 

Prima di quel match, la boxe a Miami era stata Jack Sharkey contro W. L. Young Stribling, 27 febbraio 1929, inizialmente pensato in un cinodromo, poi tenuto nel campo da polo di Miami Beach. Si rivelò un disastro. Per molto tempo non sarebbero rimasti che il Miami Jai-Alai e Hialeah Park, le due attrazioni sportive della zona: spettacoli di jai alai e corse di cavalli. Vent’anni dopo Ali e due dopo l’esodo di Mariel, 125 mila cubani imbarcati dall’isola verso la Florida, l’Orange Bowl avrebbe ospitato il match tra Aaron Pryor e Alexis Arguello, 12 novembre 1982: il match tra un pugile residente in città e un esiliato del Nicaragua. Un perfetto evento generazionale per una città che stava consolidando il proprio mito. Miami per i cubani anticastristi è un concetto. Il sinonimo della libertà. Siamo nel decennio nel quale la saggista Joan Didion pubblica i suoi reportage, raccolti in volume in Italia da il Saggiatore

 

  pagine | “Miami non è esattamente una città americana nell’accezione comunemente data a questo termine fino a poco tempo fa, ma piuttosto una capitale tropicale: ricca di pettegolezzi e povera di memoria, smisuratamente edificata sulla chimera del denaro in fuga e ammiccante non tanto a New York, Boston, Los Angeles o Atlanta, ma Caracas e Città del Messico, l’Avana e Bogotà, Parigi e Madrid. Non sono mai passata attraverso il controllo di sicurezza di un volo per Miami senza provare una sensazione di leggerezza mista a un innalzamento del livello di guardia, dovuto alla coscienza di aver lasciato il mondo civilizzato per entrare in un’atmosfera più fluida in cui lo scetticismo riguardo all’osservazione delle istituzioni democratiche nella fascia temperata degli Stati Uniti regnava sovrano. La sensazione era quella di trovarsi in una capitale sudamericana a un paio d’anni da un cambio di governo.

di joan didion, Miami

 

  Alla loro settima stagione in NFL, i Dolphins avevano vinto nel 1972 il Super Bowl, alla fine di quella che viene ricordata come la stagione perfetta. Senza nemmeno una sconfitta. Prima e unica volta nella storia del football americano. La prima vera grande gioia sportiva. Kyle Munzenrider sul Miami New Times lo inserisce nella lista dei dieci eventi cittadini da ricordare, ma è molto più di un episodio locale. Secondo una leggenda metropolitana, i giocatori di quella campagna dei Dolphins stappano una bottiglia di champagne ogni volta che nel corso di una stagione l’ultima squadra imbattuta perde la sua prima partita. Così da celebrare il record che si perpetua. 

I Dolphins sono rimasti l’unica franchigia per molti anni. Prima che arrivassero gli Heat in NBA (1988), i Marlins in MLB (1991, due World Series vinte nel 1997 e 2003) e perfino i Panthers in NHL (1993), una squadra di hockey su ghiaccio in Florida. Siamo passati da una città che non aveva nulla a una con quattro squadre d’élite nel giro di sei anni, il che è fondamentalmente inaudito. Forse i commissioner delle leghe vedevano Miami Vice. Una volta che David Beckham avrà capito come vanno le cose, diventeremo un colosso mediatico a cinque squadre

 

  David Beckham. Il proprietario assai glamour della squadra di calcio, l’Inter, più californiano nello stile – lui – a dire il vero, l’icona che da un po’ di tempo racconta come il suo obiettivo sia avere in America insieme Ronaldo e Messi. Così da segnare quel giorno lo scarto definitivo tra il tutto e il niente, tra le origini di Miami e l’evoluzione, dando ragione a Philippe Boulet-Gercourt, che parlando del romanzo di Tom Wolfe Back to Miami, su le Nouvel Observateur ha scritto: Una Miami può nasconderne un’altra. Una metropoli incredibilmente cosmopolita ed energica, che negli ultimi anni è diventata una delle città più interessanti d’America.

Dove? Come? A Wynwood: Ormai qualsiasi metropoli ha il suo quartiere artistico, ma questo è un vero gioiellino. A Hialeah, il quartiere cubano, zeppo di casitas senza fascino. Gustiamo i pastelitos fondenti intinti nel caffè, prima di spingere la porta di una bottega dove acquistare incensi e statuette di santi di ogni tipo. A Star Island, l’isola dei miliardari a metà strada tra Miami Beach e Miami. Qui hanno abitato o vivono Don Johnson e Shaquille O’Neal. Leoni di pietra, campi da tennis, piscine, yacht ancorati davanti alle ville. Non sempre di gran gusto, sono il riflesso esatto di una certa Miami ossessionata dalla celebrità. All’Upper East Side, Morningside, tra la 50esima e la 62esima Strada: Era il quartiere più ricercato, prima di cadere in rovina e ritornare, ora, alla ribalta. Stupende ville nascoste tra la vegetazione

 

  Se in chiave pop gli anni Ottanta sono stati Miami Vice, i Duemila sono CSI Miami. Se il Novecento ha creato il mito di Ali, il nuovo secolo ha costruito in Florida quello di LeBron James. Quando arrivò The Decision, la città ne fu sostanzialmente sorpresa. C’era qualche indiscrezione, ma i tifosi degli Heat non gli davano peso. La sola preoccupazione, ricorda il Miami New Times, era in quei giorni che Dwyane Wade firmasse il rinnovo del contratto. Invece alla ESPN il King dell’Ohio si presenta e dice che lascia Cleveland e va là. A Miami. 

Era come vincere la lotteria”

Era qualcosa che una franchigia di Miami non aveva mai avuto, una centralità, un dominio, ma che intorno alla squadra avrebbe accumulato anche l’odio del resto d’America, perché Miami è stata costruita con i soldi della droga, Scarface e gli altri, palme, oceano e crimini, malavita in costume. La città lazzarona, rifatta e depravata, che sculetta in spiaggia: gay, ballerini, cubanos, dolce vita da chirurgia plastica, anche sull’art deco, pensionati che non vogliono ritirarsi dalla vita. Mentre il basket si basa sul solido mito americano dello sport: lavoro, responsabilità, miglioramento. Zitto e tira (ancora Emanuela Audisio, la Repubblica).

 

  Adesso che il Re è un uomo politico e parla dalla California, Miami è di una californiana, è la casa di Serena Williams. Ha vinto il torneo otto volte, anche se in questi giorni non lo gioca. Massimo D’Adamo su Il Tennis italiano ha raccontato del trionfo del 2015 e del traffico che dovette superare sulla Highway 95. Un budello di asfalto che facendo sfoggio delle sue otto corsie rasenta la costa atlantica e dal gelido Maine scende serafico con le sue 45 miglia orarie verso Connecticut, New Jersey, Pennsylvania e Virginia. Poi inforca la Florida e nell’ultimo tratto si getta nel tepore di Miami. Un tragitto che a occhio e croce, anche Serena Williams doveva aver seguito uscendo dalla sua villa mozzafiato nella placida Palm Beach Gardens. Doveva aver brigato, anche lei, per qualche avenue prima di montare sulla stessa highway per ignorare il centro di Miami e arrivare di lato negli spogliatoi del Crandon Park Tennis Center

L’ultima volta che Muhammad Ali fu Cassius Clay su un ring, Miami non sapeva dove sarebbe andata a parare. Questa è Miami, dice Mitch Glazer, il sole e la famiglia, la felicità e l’innocenza, e poi la notte, e poi due mondi che si scontrano, e tu alla fine che cosa ci puoi fare. 

 

  Se ti capitasse di volare tra L’Avana e Miami, e abbassando lo sguardo sull’azzurro del mare vedessi qualcosa che solleva spruzzi come li solleverebbe un cavallo buttato giù da una scogliera, e dietro questi spruzzi una barca nera con l’opera morta e i ponti verdi che insegue lasciandosi dietro una scia bianca, be’, quelli siamo noi.

Ernest Hemingway

 

[pubblicato in origine il 28 marzo 2021]

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