Vita da ultrà. Le indagini sulla guerriglia in autogrill
La rissa in autogrill sulla A1 ha un solo ferito ufficiale. Le indagini sono partite da lui. Si chiama Martino Di Tosto, oggi sarà giudicato per direttissima ad Arezzo, si tratta di un ultrà romanista della vecchia guardia. Repubblica racconta che dalla sua identità è possibile cominciare a disegnare la scena. È un esponente di spicco delle frange di destra presenti nella curva della Roma, fa lo chef, ha 43 anni. L’ipotesi degli investigatori, secondo Repubblica, è che agli scontri fossero presenti altri rappresentanti dei movimenti di destra della capitale.
“Che gli scontri fossero possibili, lo sapevano in molti tra le frange più violente delle curve di Napoli e Roma. Si sta cercando di capire se ci fosse un appuntamento. Già l’anno scorso si era sfiorata una rissa”. Un informatore che resta anonimo dice: «Chi frequenta la curva queste cose le sa, si guarda il calendario. Non è che ci si mette a scrivere in chat, ci si organizza a voce, non si lasciano tracce. Ci si prepara anche a sventare possibili attacchi delle tifoserie rivali».
Repubblica sottolinea che le identificazioni dei coinvolti negli scontri sono iniziate domenica allo stadio di Genova. Ottanta napoletani che erano a Badia al Pino sono stati controllati. In molti dopo gli scontri non sono andati a vedere la partita, per non essere identificati. Altri non si sono fatti medicare.
Due ulteriori arresti tra gli ultrà romanisti e uno a Napoli sono scattati in serata. Non tutti i tifosi scesi da macchine e minivan hanno partecipato agli scontri, secondo quanto si vede dai filmati. Alcune delle targhe verificate risultano collegate a mezzi presi a noleggio.
IL CODICE Fabio Postiglione sul Corriere della sera rivela l’esistenza di un “patto di sangue in Europa per dare la caccia ai romanisti” dopo l’omicidio di Ciro Esposito nel 2014. Così avvenne che duecento atalantini tentarono di assalire degli autobus e che la curva del Paris Saint-Germain abbia espulso chi sosteneva i romanisti. Così in Germania – scrive il Corriere – con il Monaco 1860 e il Borussia Dortmund. In Serbia con la Stella Rossa di Belgrado, in Bulgaria con il Plovdiv. A Napoli allora dicono: «Se si picchia un romanista nessuno viene lasciato solo».
Postiglione racconta di come viaggiano e si spostano, con “bastoni delle bandiere che nel fondo sono rinforzati come se fossero di ferro. Scarpe leggere con suole scavate per i fumogeni. Nessuna sciarpa o bandiera in vista. E la mappa precisa degli autogrill dove ci si può nascondere nei sottopassi e intercettare i nemici cogliendoli di sorpresa. Quando gli ultrà del Napoli si spostano noleggiano minivan con carte di credito di ragazzi insospettabili. Difficile riconoscersi in autostrada, specialmente se tutti sono vestiti di nero. Spesso capita di incrociare una carovana di minivan e confonderla per un gruppo nemico o viceversa. E allora prima di partire si decidono i codici di riconoscimento. I gomiti fuori dal finestrino? Bene, uno degli ultrà avrà il gomito in vista per tutto il viaggio. In pieno inverno si decide per altro. Luce accesa nel vano. Viaggio al centro corsia, sportello della benzina aperto, zainetti sul cruscotto. Ogni gruppo ultrà è un diretto riferimento di un quartiere della città e quasi sempre di un clan di camorra”.
Del tema si occupa anche Pierluigi Spagnolo, autore del libro I ribelli degli stadi. Una storia del movimento ultras italiano. Ne ha scritto sulla Gazzetta: “Il controverso mondo degli ultras, a oltre mezzo secolo dalla sua nascita, cambia ancora pelle e modalità di viaggio. Quando il tifo estremo si spostava in treno, negli Anni 80 e 90, l’irruenza scivolava lungo i binari, con “incroci pericolosi” tra affollati snodi ferroviari (Bologna e Milano, soprattutto) o desolate stazioni di campagna. Nel corso degli anni, soprattutto con pullmini e minivan, le auto “9 posti”, da noleggiare anche con poco preavviso, e che consentono libertà di movimento, percorsi alternativi, di dare meno nell’occhio. Privati dei treni e con sempre meno pullman, bisognava muoversi in piccoli gruppi, da “cani sciolti“. Le nuove regole di viaggio vanno di pari passo con il rinnovato look degli ultras, che spesso rinunciano a sciarpe vistose e sgargianti colori sociali, per vestirsi “casual”, mutuando una tecnica adottata dagli hooligans britannici dalla seconda metà degli anni Ottanta, per sfuggire al giro di vite voluto da Margaret Thatcher, alle leggi speciali della “Lady di Ferro”. Dal casual, nel giro di qualche anno, si è passati al “total black”, al vestirsi di nero, con felpe e giacconi che rendano il gruppo una macchia indefinita”.
Il Calcio Napoli condanna fermamente gli atti e i comportamenti di alcuni presunti tifosi, che purtroppo ancora frequentano gli stadi italiani, creando da sempre per i veri appassionati disagi e pericoli. Terrorizzando, come è successo ieri sull’autostrada A1, anche persone che tra l’altro erano completamente estranee a qualunque tifo calcistico. L’Inghilterra negli anni ’80 ha estirpato i facinorosi dagli stadi rendendo il calcio inglese il più sicuro e spettacolare del mondo, con provvedimenti drastici ma efficaci. Auspichiamo che il Ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, voglia prendere una volta per tutte iniziative appropriate e radicali. Sarebbe ingiusto, per colpa di poche centinaia di individui, vietare le trasferte a tutti. Ma non è tollerabile che persone violente possano viaggiare indisturbate per l’Italia e frequentare gli stadi
I DATI Franco Giubilei su la Stampa cita i dati dell’Osservatorio nazionale sulle manifestazioni sportive, dai quali emerge “una recrudescenza della violenza in serie A nella scorsa stagione rispetto al campionato 2018/19 (in mezzo ci sono state le chiusure per Covid): da 18 a 25 le partite con feriti in A, da 5 a 30 il numero dei feriti fra le forze dell’ordine, mentre calano i feriti fra i civili, da 22 a 16. Nelle tre serie professionistiche il bilancio generale vede la crescita degli incontri con feriti (da 43 a 44) e dei poliziotti e carabinieri colpiti (da 43 a 50). Niente a che vedere con i numeri esorbitanti di Anni 80, 90 e 2000 ma comunque segnali di ripresa degli atti violenti”.
La Stampa fa notare che “un tempo gli ultras che si affrontavano tenevano in bella evidenza colori e simboli, perché fossero evidenti a tutti. Invece negli scontri nell’area di servizio sull’A1 fra napoletani e romanisti erano tutti uguali: incappucciati e con giubbotti neri, secondo un nuovo codice di abbigliamento ultrà in voga negli ultimi anni che segna anche un mutamento nella fenomenologia della violenza legata al calcio”.
Tutti i giornali stamattina riferiscono la possibilità che si vada verso uno stop alle trasferte.
Secondo Dario Del Porto e Giuliano Foschini, su Repubblica, le forze di polizia e dell’intelligence sono convinte che “in gioco non c’è la violenza di una piazza ma un pezzo di sicurezza nazionale. I militanti ultrà contigui all’estremismo politico sono infatti soliti infiltrarsi in manifestazioni suscettibili di degenerare in gravi ripercussioni dell’ordine e della sicurezza pubblica”. Era successo due anni fa, con la devastazione seguita al nuovo lockdown decretato in Campania dal governatore De Luca. Presero parte, secondo i pm di Napoli, «frange violente di gruppi organizzati ultrà» ma anche «soggetti con contatti o rapporti con clan camorristici».
LA SOCIETÀ In un commento per il Corriere dello sport-stadio, il condirettore Alessandro Barbano ha scritto che “l’idea di fermare la violenza con l’effetto deterrente della severità penale è una pia illusione. In realtà l’appuntamento tra le due “teppisterie” rivali di romanisti e napoletani all’autogrill Badia al Pino, già teatro di una tragedia, suggerisce un dovere di sorveglianza di quella democrazia digitale dove i conflitti si preparano”.
Aggiunge: “Al netto di queste misure preventive, c’è una questione di lungo periodo che ci interroga di fronte alla violenza dentro e fuori dagli stadi. La riassumo in una domanda provocatoria: quanti dei centottanta fermati di fede giallorossa e azzurra hanno completato gli studi dell’obbligo e quanti beneficiano del reddito di cittadinanza? Mi piacerebbe saperlo, perché sono convinto che questa violenza sia figlia anche dell’ignoranza civile e del parassitismo sociale, attraverso il quale lo Stato ha stabilito un patto a perdere con ampie fasce sociali e aree del Paese. In un Mezzogiorno dove solo il 46 per cento dei cittadini ha un lavoro, e dove il numero dei giovani inattivi è altissimo, la violenza sportiva è ancora un linguaggio in grado di garantire forme di identificazione, ancorché al prezzo di un rovesciamento civile. Contro la violenza servono lavoro e doveri civici, non assistenzialismo e diritti a buon mercato”.
LEGGI ANCHE Come il cinema racconta gli ultras
Slalom 28 marzo 2020
Alcuni libri interessanti sul fenomeno ultrà
▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔
SÉBASTIEN LOUIS Ultras. Gli altri protagonisti del calcio
“La nascita degli ultras, di questo movimento folkloristico di tifosi, forse talvolta sopra le righe ma non ai livelli registrati nelle piazze, sembrò addirittura un buon diversivo per allontanare i giovani dalla politica e incanalarne le energie, la rabbia, la creatività distruttiva (o la distruzione creativa, a seconda delle prospettive) in spazi e momenti più che altro ludici. La stessa violenza che ben presto manifesteranno (violenza che, come già evidenziato, non era un’invenzione degli ultras, ma al massimo una loro rivisitazione secondo codici nuovi), si muove nell’alveo di una violenza simbolica e rituale in cui la ferocia era molto più percepita che reale.
La fascinazione della politica estrema riverberava tanto nei nomi quanto nelle pratiche: anche gli stadi avevano le loro Brigate Rosse (e Nere), il loro Settembre (Bianco) Nero, il loro Collettivo Autonomo (Viola), con tutto il corollario di contrasti interni ed esterni, seppur in un certo senso annacquati. Spentasi l’eco dell’ultima molotov infranta sull’asfalto, dell’ultimo sibilo di P38, il riflusso dalla politica ha finito per invertire il rapporto di forze a favore degli ultras e con esso le preoccupazioni delle autorità per questo fenomeno in inarrestabile ascesa.
Innescare il primo giro di vite è stata la più naturale delle conseguenze. Stuoli di cronisti, avvocati, politici e corpi speciali, orfani della materia prima di cui vivere, dopo la fine della lotta armata, si sono reinventati (a volte legittimamente e per forza di cose, a volte meno) un nuovo fronte e una nuova guerra in cui arruolarsi. Una guerra che sovente ha finito per assumere le sembianze di una vera e propria caccia” [Meltemi, 2019]
| La recensione di Ultimo Uomo [qui]
ANDREA FERRERI Ultras, i ribelli del calcio
“Nella contrapposizione tra tifo violento e forze dell’ordine, il 2007 ha rappresentato un momento emblematico, in grado di segnare un prima e un dopo. Non soltanto per la tragedia accaduta a Catania, ma anche perché a questa ne fece seguito un’altra. Alla ripartenza del campionato, infatti, fu un giovane tifoso a morire, questa volta per mano di un poliziotto.
… Per la cosiddetta «generazione Acab», cresciuta nelle curve del nuovo millennio, il conflitto con gli uomini in divisa era dunque assolutamente normale e faceva parte del bagaglio culturale dell’antagonista da stadio. Questo non si riconosceva più, o comunque solo in parte, nei codici di comportamento della «mentalità ultrà», ritenuta espressione di un tifo ormai normalizzato, che aveva perso quelle caratteristiche ribelli e anti-sistema tipiche dei pionieri. La “caccia” agli uomini in divisa proseguì anche nel secondo decennio del nuovo millennio, quando la tendenza a identificare il poliziotto come “primo nemico” divenne un segno distintivo per le frange più estreme del teppismo calcistico e un criterio di demarcazione rispetto agli ultrà istituzionalizzati. Se questi ultimi diedero una fisionomia più politica alla protesta contro il dispositivo emergenziale, coordinando una serie di iniziative che focalizzavano l’attenzione sulla criminalizzazione del movimento e sull’assenza di prevenzione, i primi sceglievano di portare il conflitto sul piano della clandestinità” [Bepress, 2014]
DANIELE POTO La nuova frontiera degli ultrà
Un libro per raccontare come stanno cambiando le curve con la pandemia: dagli stadi alle piazze, nel tentativo di sovvertimento dell’ordine costituito e nel segno della destra. Il giallo dell’omicidio di Piscitelli apre un focus su ricatti, devianze, criminalità, narcotraffico, sovranismo e legami con le mafie. Dunque, chi sono gli ultrà? Semplici supertifosi o soggetti spregiudicati con interessi oscuri? [Absolutely Free, 2021]
ALESSANDRO SALVINI Ultrà. Psicologia del tifo violento
“Il nostro ipotetico uomo della strada, leggendo il lunedì mattina i resoconti delle violenze allo stadio, si troverà alle prese con un problema che contiene due interrogativi categorialmente differenti: «Come e perché è accaduto?», «Di chi sono e quali sono le colpe?». Domande rispettivamente afferenti ad una dimensione conoscitivo-causale ed ad una valutativo-morale. In genere questo conflitto epistemologico non viene avvertito e viene messo via insieme al giornale. Per cui il risultato sarà l’accusare qualcuno o il biasimare altri e deplorare infine l’accaduto.
Le persone più accorte sono attente a non lasciarsi intrappolare da cattive domande, evitano la psichiatria da aula giudiziaria, si tengono a prudente distanza dagli interrogativi che mescolano piani conoscitivi diversi. In altri casi, creando anche qualche delusione evitano di trarre il “moralmente giusto” dallo “psicologicamente vero”. Infine quanto è accertabile attraverso la ricerca e l’esperienza, essi preferiscono considerarlo introduttivo al “verificabile” piuttosto che alla “Verità”. Tuttavia proprio la natura dei fenomeni a cui si interessano alcuni psicologi, impone che essi si confrontino con le domande del senso comune” [Giunti, 2004]
TOBIAS JONES Ultrà. Il volto nascosto delle tifoserie di calcio in Italia
“Sembra bizzarro a dirsi, ma un altro modo per individuare un ultrà è notare chi non presta attenzione alla partita. Il magrolino che guida i cori col megafono si chiama A’Lastica (Elastico) e sta tutto il tempo di spalle al campo, come fa la maggior parte dei suoi luogotenenti. Guardano le truppe. I più anziani trattano la curva come se fossero i padroni di casa durante una festa: chiacchierano, discutono sulle gradinate e spesso danno solo una rapida occhiata di sfuggita alle loro spalle per capire a cosa è dovuto il marasma di fronte a loro. Essere un ultrà ha poco a che vedere col guardare una partita di calcio, è piuttosto guardarsi l’un l’altro: ammirare il carnevale della curva, non lo sport che si gioca sul prato.
Il contrasto fra la percezione che hanno di se stessi e l’opinione che hanno di loro i benpensanti non potrebbe essere più marcato. La maggior parte degli italiani considera gli ultrà dei coglioni degenerati che non hanno un vero scopo nella società, descrivendoli spesso come dei sub-umani (animali è l’insulto più diffuso, ma anche pezzi di merda). Il presidente del Genoa, Enrico Preziosi, in una lunga invettiva, disse una volta che «gli ultrà dovrebbero essere spazzati dalla faccia della terra». «Nel calcio italiano», si lamentò Fabio Capello, «comandano gli ultrà». Nei loro cinquant’anni di storia gli ultrà sono stati, dicono i critici, violenti criminali mascherati da tifosi che distruggono le città a ogni partita in trasferta. Incarnano tratti distintivi pericolosi o comunque sospetti – cieca lealtà, affiliazione tribale, omertà nei confronti della polizia, mascolinità cavernicola e muscolatura possente e nel peggiore dei casi sono diventati per loro stessa scelta gli scagnozzi della criminalità organizzata o dei gruppi fascisti, che negli ultimi anni sono tornati in auge in Italia.
Eppure il mondo degli ultrà è talmente contraddittorio che c’è del vero in entrambe le descrizioni. E queste contraddizioni vengono messe in luce di continuo”. [Newton Compton, 2020]