Come il cinema racconta gli ultras

 

Ciak, le curve
L’ultimo film di Lettieri e i precedenti
Farsi folla significa tenere lontana la morte
Don De Lillo

 

Il realismo? Di facciata
Un film di genere, con figure e situazioni riconoscibili e già viste tante volte. Un vecchio ultrà, il Mohicano (Aniello Arena) mantiene il suo prestigio ma guarda a quel mondo con disincanto. Tratta come un figlio il sedicenne Angelo (Ciro Nacca), il cui fratello era stato ucciso in uno scontro; si innamora di una ragazza intelligente e inquieta, Terry (Antonia Truppo). Vorrebbe forse cambiare vita o dimenticare, ma non è facile. E nel frattempo, anche gli ultrà non sono più quelli di una volta: le giovani leve vogliono fare di testa propria, scatenarsi contro le tifoserie rivali nonostante le diffide, e anche Angelo è tentato dalla voglia di vendetta.
È difficile non vedere l’ombra di Matteo Garrone nella rappresentazione dei luoghi e in molto altro. Il realismo è sostanzialmente una facciata: il film punta da un lato all’azione e a un certo folclore, e dall’altro ci tiene a far sentire la mano d’autore, anche in maniera vistosa con movimenti di macchina elaborati, anche se il risultato è più di ingombranti sottolineature che di un’autentica adesione alla materia narrata.
Il film ha qualche bel momento in cui il regista si ricorda della propria esperienza nel videoclip (in un montaggio quasi elegiaco sulle note di Voce ‘e notte) e nell’idillio tra il Mohicano e Terry, grazie anche alla forza della coppia Arena/ Truppo, con dialoghi credibilmente sospesi tra dialetto e frasi fatte, come ereditate dalla televisione (la sceneggiatura è dello scrittore Peppe Fiore). | Emiliano Morreale, la Repubblica

 

Perché Ultras non è Gomorra
«Ultras», bello o brutto che sia, offre l’opportunità di pensare al rapporto tra la propria storia e l’immaginario collettivo. E non alla falsa questione del rapporto tra realtà e finzione. Dopo il capolavoro cinematografico «Gomorra», purtroppo, anni di post-savianesimo seriale hanno colonizzato le coordinate con le quali ogni prodotto che ha a che fare con Napoli viene interpretato. Ma non è detto che i tempi non siano maturi per avviare una decolonizzazione dell’immaginario-Napoli. Del resto, ai colonizzati è proibito «immaginare» un racconto a partire dalla propria visione individuale. Dal colonizzato ci si aspetta sempre la «testimonianza» del mondo esotico da cui proviene. E quanto meno fedele il racconto appare, tanto più rabbiosa è la reazione di chi sente messa in discussione la propria modalità di rappresentazione. Afrofuturismo docet.
«Ultras» infastidisce gli Ultras, gelosi dei loro codici e insofferenti per le strumentalizzazioni mediatiche patite. Eppure gli Ultras sono consapevoli del fascino che il loro essere non omologati produce proprio su chi si occupa di cultura di massa: gli striscioni che competono per capacità di sintesi con i titoli del «Manifesto», le rime urbane che portano la forma-poesia dove Leopardi non arriverà mai, il sarcasmo che insegna a ferire quando la lotta è ad armi impari, l’auto-ironia che alle peggiori offese replica adottando l’iperbole come strategia dialettica di contrattacco; e tutte quelle altre forme di espressione che riducono il nemico mortale in un rivale da rispettare.  … «Ultras» disturba chi odia la serie Gomorra, ma anche chi l’ama. Chi l’odia confonde l’aggressività di alcuni personaggi con il fare camorristico che ha imparato ad associare a quel particolare tipo di relazioni umane che contraddistinguerebbe la vita nella città di Napoli. Peccato che, nei racconti, raramente si faccia a meno del cattivo. E in «Ultras», Gabbiano è il cattivo.
Chi ama Gomorra , invece, va in astinenza da adrenalina, perché «Ultras» è un film costantemente sottotono. Spesso i dialoghi sono rarefatti, in registri linguistici giustapposti come lo sono nella Napoli di oggi, e difficilmente diventeranno aforismi ad effetto, perché tutt’uno con le immagini in movimento; la solennità stona, e le relazioni sono sfibrate ma dense. … «Ultras» disgusta chi pensa che il film sia la storia di Ciro Esposito. È giusto. Anche io ho pensato alla morte che mi ha fatto più rabbia. … Ho pensato anche a Carmelo Bene: «Un Amleto di Meno» (1972), nel quale i personaggi del film conservano solo i nomi di quelli della tragedia shakespeariana. Ho pensato: «Ultras», una Gomorra di meno. | Gennaro Ascione, Corriere del Mezzogiorno

 

  I sentimenti degli ultras
Sulla carta era una sfida: rari sono i bei film sul mondo del calcio. Ma Francesco Lettieri, napoletano, classe 1985, autore di tutti i videoclip di Liberato e molti altri, dribbla trappole e tentazioni. Prima lavorando di fantasia (un cartello iniziale chiarisce che i veri Ultras sono altro e non hanno partecipato al film). Poi elaborando un’ambientazione inedita e struggente, per lo più ai Campi Flegrei, che dà un’inattesa patina sentimentale, nel senso migliore del termine, a questa storia costruita su due binari. Di qua Sandro detto il Mohicano, un capo ultras che ne ha abbastanza e vorrebbe cambiar vita, tanto più che si innamora (il portentoso Aniello Arena di “Reality”, fisico da bodybuilder e volto sensibilissimo). Di là lo smarrito Angelo (Ciro Nacca), un biondino senza padre che cerca un’identità nel gruppo dei coetanei e nei riti violenti dei più maturi ultras.
… Ciò che conta e ci prende alla gola in questo esordio imperfetto ma notevole sono i sentimenti. Perché se il mondo degli adolescenti e quello degli ultras, benché sorretti da un cast che mixa con sicurezza professionisti e non, restano abbastanza convenzionali, la storia fra Sandro e quella bellezza rimorchiata alle stufe di Nerone (Antonia Truppo, altra interprete sempre sbalorditiva) sorprende e commuove. Per l’intreccio di spudoratezza e vulnerabilità, timore e sensualità. Per la finezza della regia (che meraviglia quella scena costruita sui piedi e i tatuaggi dei due amanti). Per il coraggio di inserire la dimensione dell’eros in una vicenda e un ambiente apparentemente così lontani. Tutti quei ruderi e quelle rovine del resto parlano chiaro. Gli dèi abitano ancora lì. | Fabio Ferzetti, L’Espresso
Un film istruttivo
È una pellicola che non fa sconti, nel senso che non induce in sentimentalismi, ma si sforza, riuscendoci, di raccontare, da dentro, l’anima tormentata di un gruppo di ultras. Certo, per alcuni versi sembra che rientri in un filone napoletano, stile Gomorra, per rappresentare lo scontro generazionale tra chi si è costruito, con fatica, vuoi un impero del crimine, vuoi un gruppo di ultras e coloro, più giovani, che scalpitano per avere tutto e subito, senza aspettare. Però, al di là del discorso di fondo, a colpire sono sicuramente i dietro le quinte verosimili delle tifoserie, con i riti, le preparazioni alle trasferte, le gerarchie, il senso di appartenenza, il rapporto con le forze dell’ordine. Da questo punto di vista, un film vero, istruttivo, nel senso che aiuta a capire certi fenomeni legati al mondo del calcio, magari, dal di fuori, inspiegabili. Un plauso al protagonista Aniello Arena che ben duetta, a seconda dei momenti, con la sempre brava Antonia Truppo e con il giovane promettente Ciro Nacca. | Il Giornale

 

  La voce del produttore Nicola Giuliano
 ➣ Giuliano, questo film non fa la morale a nessuno, eppure si tratta di un argomento scomodo. «Non nasce dalla cronaca, non ripercorre alcun fatto reale. È pura invenzione, raccontando però il mondo degli ultras del Napoli».
➣ La società tuttavia non è mai nominata, vero? «Ho ottimi rapporti con Aurelio De Laurentiis, ma ho preferito non coinvolgere il Napoli in questo caso. Questo progetto era nato per un videoclip del rapper Calcutta ed avrebbe dovuto essere ambientato nel mondo ultras della squadra del Latina. Di fatto, la scuola di calcio è il Napoli, ma non ci sono i colori sociali e abbiamo fatto la scelta di non mostrare mai il calcio giocato».
➣ Singolare. Perché? «Come giustamente fa notare Francesco Lettieri, il vero capo ultras guarda la partita spalle al campo: restando girato, lancia e dirige i cori. Il suo interesse è il gruppo. … Lettieri ama il calcio e va allo stadio, ma non fa parte di gruppi ultras. Ma si è documentato, li ha frequentati, li ha studiati. Si era già fatto notare come talento nei videoclip, poi per un film ci vuole un passo lungo e lui ce l’ha. Penso che siamo di fronte alla rivelazione di una nuova grande personalità della regia in Italia, che già dall’inizio della carriera ha qualcosa da dire». | Intervista di Stella Cervasio, la Repubblica Napoli

 

Le polemiche
Ancor prima di apparire sulla piattaforma Netflix (venerdì 20 marzo) il film «Ultras» del regista Francesco Lettieri ha suscitato polemiche nel mondo ultrà napoletano, con iniziali giudizi sferzanti sui social che nelle ultime ore sono diventati perfino scritte offensive su striscioni e muri della città da parte di esponenti delle curve del San Paolo. Basandosi soltanto su quanto è stato possibile vedere nel trailer, quegli ultrà non si sono sentiti correttamente rappresentati nelle due ore della pellicola di Lettieri, che peraltro ha chiarito di non avere ricevuto alcun contributo di idee da questo mondo e ha sottolineato di essere frequentatore della curva, avendo cominciato a seguire le partite degli azzurri quando giocavano in serie C. Pochi mesi prima era morto l’ultrà azzurro Sergio Ercolano allo stadio di Avellino e Lettieri propone anche le immagini della devastazione del Partenio del 20 settembre 2003, una follia incontenibile per le forze dell’ordine, pagata dal Napoli con 5 partite a porte chiuse. Alcuni di quei capi ultrà, pochi mesi dopo, appoggiarono la scalata di Gaucci al club e, quando il tribunale assegnò il titolo a De Laurentiis, inutilmente tentarono di entrare nelle grazie del nuovo presidente, che invece anni dopo li denunciò alla magistratura per l’ennesimo ricatto subito sulla gestione dei biglietti.
… È emersa da anni l’infiltrazione della camorra nelle curve, documentata da inchieste della magistratura, tra le ultime quella sugli accoltellamenti avvenuti in Curva A il 30 agosto 2015 durante Napoli-Sampdoria, per un regolamento di conti sullo spaccio di droga in alcune zone della città. …  Questa sensibilità talvolta emerge anche nei gruppi ultrà, dalle feste negli ospedali pediatrici al recente striscione di sostegno alle comunità settentrionali colpite dal Coronavirus: è il lato che manca nel film di Lettieri, che si apre con il matrimonio di uno degli Apache e si chiude con il funerale del Mohicano, ucciso a Roma mentre metteva al sicuro il giovane Angelo, la gioia e il dolore accompagnati da cori da stadio. | Francesco De Luca, il Mattino

 

  Il look delle curve per Liberato
Lettieri ha costruito tutta l’immagine del suo protetto, il cantante mascherato Liberato (sono amici sin dall’adolescenza) ragionando sul look tipico degli ultras, a cominciare dal bomber scuro col nome scritto col font tipico dei gruppi organizzati e naturalmente il cappuccio e il fazzoletto sul volto per essere irriconoscibili, tutti con la stessa uniforme (e qui il doppio, il triplo, i troppi Liberato). Quindi la fascinazione per i gruppi storici, le Teste Matte o i Mastiffs o i Fedayn, viene da lontano per il regista tifoso del Napoli, autore del soggetto e della sceneggiatura con lo scrittore Peppe Fiore.
Tuttavia lo stile un po’ naturalistico e documentario di tutto il lungometraggio serve a rendere verosimile una vicenda totalmente inventata condita però con le immagini autentiche della presentazione di Maradona al San Paolo nel 1984 e soprattutto quelle televisive degli scontri con la polizia davanti all’Olimpico, il giorno dell’uccisione di Ciro Esposito, il 3 maggio 2014. … «Le decisioni si prendono insieme, l’ultras da solo non vale un cazzo. Io non sono nessuno, tu non sei nessuno. Solo quando siamo in gruppo e sto con voi mi sento un vero Apache» arringa Sandro sul porto tutto il gruppo di anziani, trentenni, muccusielli incerti, poi rincuorati col coro Augh, augh. … L’habitat di esistenze sottoproletarie (con scelte musicali peggio che mainstream) che s’arrangiano, con dialoghi molto immediati in dialetto stretto, con una spettacolare corsa di motorini sul lungomare di Bagnoli e chiese sconsacrate per radunarsi. | Flaviano De Luca, il Manifesto

 

  La versione del regista Francesco Lettieri
   ➣ Oggi ti chiediamo se in piena quarantena, Ultras non possa essere visto come un inno alla fisicità, al contatto, nel bene o nel male, tra persone. Un film sulla violenza che una tribù urbana, gli Apache, cerca di mettere tra sé e un mondo che non la ascolta, che non la vede, con cui non riesce a interagire. È più vicino a quello che avevi in mente?
«L’idea era proprio questa. Raccontare l’amore e la violenza, pulsioni umane istintive e antiche che, nella società contemporanea, vengono spesso represse, per riaffiorare in un numero sempre più ristretto di occasioni, come nel tifo organizzato. Mi interessava rappresentare lo scontro e la rivalità, l’individuazione certa di un nemico, in una chiave epica. Ho cercato di dare al racconto una struttura classica. Scrivendo, ho immaginato certe mischie come battaglie tra ateniesi e spartani».
 ➣ Tu non sembri avere un punto di vista né dal basso verso l’alto né dall’alto verso il basso, ma orizzontale, senza estetizzazioni né giudizi, quasi da mockumentary.  «Col mio film, che è molto lontano dal modello campano-criminale, ho cercato di non avere mai uno sguardo giudicante o moralista su cosa significhi essere ultras o su chi ha fatto della violenza la propria vita. Anche se la violenza mi sembra un’assurdità, ho cercato di calarmi nel mondo di chi investe la maggior parte del suo tempo libero per organizzare coltellate in autogrill, chiedendomi sempre le ragioni di tutto questo».
 ➣ Come fai a conoscere così bene gli ultras, il loro linguaggio, modi di fare, rituali? Come sei riuscito a fare tua una società non accessibile a tutti? «Quella degli ultras è una delle società più chiuse in assoluto. Non hanno social, non rilasciano interviste. Ogni gruppo ultras, inoltre, è diverso dagli altri e ci sono differenze insormontabili tra Nord e Sud e tra città e città. La mia prima preoccupazione è stata quella di raccontare una storia credibile e dunque rispettosa del movimento. Negli anni ho frequentato la curva e ho conosciuto davvero personaggi come quelli del film, anche se da lontano. Non è che partecipassi alle loro riunioni, ma a Napoli – tra cori, murali e stencil – la presenza della tifoseria si fa sentire e vedere. Dopo aver delineato la storia del film, ho sentito la necessità di studiare davvero. Attraverso le mie conoscenze di un tempo, ho ottenuto delle vere e proprie “consulenze”, su cui ho basato un lavoro di ricerca. Così ho potuto capire se un certo atteggiamento, una certa dinamica, un certo tipo di arma fossero verosimili. Anche l’abbigliamento ultras risponde a un codice preciso: ci sono dei marchi che sono ultras e altri che non lo sono».
 ➣ In Ultras hai ulteriormente consacrato la tua inquadratura-firma: quella, di spalle, che ritrae il Moicano prima ancora che vediamo il suo volto. La stessa che ha contribuito a rendere iconica la felpa di Liberato. È il tuo manifesto poetico?  «Col gruppo dei videoclip, che è ormai una famiglia e che, per fortuna, è rimasto con me anche per il film, abbiamo creato vari nomignoli per quella inquadratura. È vero che la usiamo spesso, un po’ come una firma. Alcuni la chiamano “nuchismo”, per via della centralità della nuca. Io la chiamo il “Refn”, perché mi ha ispirato il regista danese nella trilogia di Pusher. Ma l’ha usata anche Gus Van Sant in Elephant. Nello specifico del Moicano, l’idea era quella di svelarne la personalità gradualmente. Io sono uno che si fa poche pippe mentali, però potrei dire che è una metafora della rivelazione del suo dark side, insieme alle sue sconfitte e ai suoi fallimenti: le cose che, del resto, mi interessano di più di lui». | Giovanni De Stefano, Rolling Stone, 20 marzo

 

Ultrà

 

Il contesto
Ultrà uscì il 1° marzo del 1991. Era da poco scomparso il presidente Dino Viola, mentre di lì a pochi mesi la Roma giocò la finale di Coppa Uefa contro l’Inter e vinse la Coppa Italia contro la Sampdoria. La stagione precedente è ricordata da tutti come l’anno del Flaminio. Lo studio da parte degli autori del film (la sceneggiatura è di Giuseppe Manfridi, Graziano Diana e Simona Izzo) avvenne dunque in un periodo in cui la tifoseria romanista era in grande spolvero.
Sì è vero, c’era stata la rottura nel Cucs dopo l’arrivo di Manfredonia, ma tra Commando, Boys, Fedayn e Opposta Fazione possiamo dire che quel periodo è stato come uno dei migliori per qualità del tifo, trasferte oceaniche e per certi versi anche unità di intenti tra gruppi considerando la questione logistica Flaminio della stagione 1989-90 e la cavalcata Uefa del 1990-91. Si erano appena svolti inoltre i Mondiali di calcio in Italia con il rifacimento dei vecchi stadi e la costruzione di nuove strutture. | Patrizio Cacciari, Rudi, 31 luglio 2019

 

  Le figure dei due protagonisti
«Il Principe è un Peter Pan nero, sicuramente un disadattato, ma Red è un ragazzo normale, non è certo un Accattone pasoliniano. Il nostro intento era anche restituire la varietà di questo mondo. Gli ultra non sono certo tutti sottoproletari. Ci sono ultra altoborghesi, pariolini, altrettanto violenti». Aggiunge Simona Izzo: «Facendo i provini per il film, e ne abbiamo fatti quasi un migliaio, abbiamo potuto constatare che presi uno per uno questi ragazzi sono dolcissimi, disarmati, in gruppo si trasformano. La domenica, quando vanno “in missione”, sono come soldati, debbono dimostrare di essere dei duri. E confondono la forza con la violenza». | Alberto Crespi, l’Unità, 9 febbraio 1991

 

Un ritratto collettivo
Il cinema italiano della nuova generazione è approdato a Berlino con Ultrà alzando il tiro, lasciandosi alle spalle i simpatici e sempre più abili minimalismi dei piccoli equivoci, delle affettuose lontananze, dei vagabondaggi giovanilistici per affrontare alla grande come anche gli altri film italiani in concorso un tema importante. Nel caso di Ultrà la follia collettiva della passione calcistica così come la vivono i tifosi organizzati delle borgate romane. Chissà se Berlino intesa come il luogo in cui confluiscono spettatori e osservatori di ogni paese capirà il mondo di Ultrà. Ciascuno ha gli hooligans, e dopo la tragedia di Bruxelles, le follie legate al tifo calcistico dovrebbero essere internazionalmente comprensibili. E se qualcuno nato sopra la linea gotica avrà qualche difficoltà a capire le battute del gergo della tribù ultrà romanista, non potrà non capire il senso profondo di questo violento atto di denuncia. Perché di denuncia si tratta, anche se Ricky Tognazzi, di cui Ultrà rappresenta il secondo film e mezzo (dopo Piccoli equivoci, appunto, e Fernanda, l’episodio girato per la serie Piazza Navona) ha sempre detto che una denuncia non era tra le sue intenzioni. Diciamo allora che si tratta di un finto documentario, del ritratto collettivo delle vittime di una passione collettiva e vicaria al posto degli amori degradati, del lavoro che non c’è, delle famiglie indifferenti, della cultura popolare che si è involgarita che si organizza, si esprime e si libera secondo riti, codici e modelli comprensibili solo al gruppo; e che Tognazzi ha studiato, scrivendo e riscrivendo la sua storia, con l’attenzione di un antropologo che esamina una tribù sconosciuta a cui finisce per sentirsi vicino. … La vera violenza è quella esplosiva dei sentimenti di frustrazione e di rivalsa dei figli di borgata, gli ultrà romanisti che vivono il tifo violento come l’unica possibile affermazione, più interessati ai riti degli scontri che ai risultati delle partite (e in questo senso, è molto intelligente l’idea di non portarci mai dentro uno stadio).  | Irene Bignardi, la Repubblica, 20 febbraio 1991

 

  Uno sforzo di tenerezza
Tifoseria sul sentiero di guerra, cori scanditi, striscioni, insulti, parolacce, botte da orbi e peggio: nel film che si intitola “Ultrà” (in arrivo sui vostri schermi) troverete ovviamente tutte queste cose. Né più né meno allucinanti di quanto ce le fanno intravedere i servizi sportivi della tv. Ma Ricky Tognazzi (classe 55) ci ha messo di suo qualcosa di più: una solidarietà generazionale, uno sforzo di comprensione che evita di diventare complicità.
Tognazzi jr applica alla vicenda l’ottica di “Arancia meccanica” per cui la violenza è solo l’aspetto transeunte di un Bildungsroman giunto alle ultime pagine. E mi sembra che in questa chiave il film riveli delle notazioni poetiche (quel treno fermo all’alba in mezzo alla campagna) e un’inattesa voglia di tenerezza. E anche nella recitazione stupendamente mimetica di Claudio Amendola, oltre che nelle incisive presenze dell’intero gruppo, si avverte la mano di un regista. | Tullio Kezich, Corriere della sera, 20 gennaio 1991

 

  La conversione del borghese Tognazzi
 ➣ È strano il rapporto tra uno come Ricky Tognazzi e un film come questo: come ha fatto, lei, figlio di un qualche privilegio, della borghesia inevitabilmente distratta e inconsapevole, ad aver voglia e capacità di raccontare una realtà così diversa e lontana, quella degli ultrà degli stadi? Si è detto molte volte che l’incapacità recente del cinema italiano di raccontare la realtà italiana, era anche una conseguenza del distacco psicologico e materiale dei suoi autori: vivono una vita separata dal resto del Paese, non vanno in autobus, al contrario di quello che raccomandavano Zavattini e Amidei, non entrano in contatto con i diversi da loro… 
«Il senso di questo mestiere è solo nella capacità di mettere a fuoco e raccontare spicchi di realtà: è quello che ha fatto il nostro cinema di maggiore successo all’estero, ed era il neorealismo, quello che continua a fare da sempre il cinema americano… Io? Insieme con gli altri cosceneggiatori, siamo andati nelle periferie, abbiamo fatto migliaia di interviste, abbiamo studiato, letto decine di trattati di sociologia psicologia e psicoanalisi. Ed ecco questo film… Sì, è vero, io appartengo a una categoria umana privilegiata: posso raccontare, senza bisogno di molti studi, le nostre ansie borghesi, come ho fatto in qualche modo in Piccoli equivoci, ma anche quello, era comunque un film sulla realtà. Però non mi basta. E forse non è giusto fermarsi lì: è bene guardare dalla finestra, e possibilmente scendere per strada». 
 ➣ I film sul mondo del calcio, anche quel bell’Ultimo minuto che suo padre ha girato con Pupi Avati, in genere, non hanno avuto fortuna: il suo film parte già con molti consensi. Qual è la differenza tra il suo film e quelli che l’hanno preceduto? 
«Non so: non sta a me dirlo. Certo, con questo Ultrà, io e i miei collaboratori abbiamo cercato di entrare dentro i giubbotti dei nostri personaggi: di raccontarli dal di dentro, non dal di fuori. E mi pare che siamo anche riusciti a raccontare qualcosa di più che non il solo mondo degli ultrà degli stadi: abbiamo messo in scena, o almeno speriamo di averlo fatto, il mondo dei ragazzi di oggi in generale». 
 ➣ Non è un gran bel mondo, quello che lei ci mostra… 
«Ma non è neanche bello il contesto in cui questo mondo di giovani si muove. Diciamo che Ultrà è rappresentativo di uno stato d’animo e di un’emotività di fronte al mondo di oggi, che è tipico di tutti i giovani». | Anna Maria Mori, la Repubblica, 20 febbraio 1991

 

Le polemiche 
Amendola, tifoso vero della Roma, tutte le domeniche in curva «quando potrei comprarmi dieci tessere della tribuna Montemario», è sinceramente dispiaciuto di queste polemiche. «Domani (oggi per chi legge, ndr) c’è Roma-Parma e io sarò all’Olimpico come sempre, spero di poter incontrare questi ragazzi e discutere con loro. E sempre domani sera sarò a Tele Roma 56, dalle 10.30 in poi, per parlare con chi vorrà telefonarmi. Dicono di sentirsi “traditi” da me, che “ero uno di loro”, io vorrei rispondere che sono uno di loro e non li ho traditi. Io nel film interpreto un personaggio in cui non mi riconosco, e credo non si riconosca nessuna persona intelligente. Principe è un violento, un negativo che io ho interpretato negativamente, non certo per esaltarlo, ma per “denunciarlo” non alla polizia, ma alle coscienze degli spettatori. Quelli del Commando parlano di “violenza pulita”, io non ci sto, questa logica di legittima difesa non l’accetto, è interna a una cultura della violenza che non posso condividere. Nel volantino dei Boys c’è il lamento per le diffide ma c’è anche l’orgoglio di essere “temuti” dalle altre curve. Questo è un ragionamento da guerrieri della notte, ci vuole coerenza, o sei contro qualunque manifestazione violenta oppure accetti tutte le conseguenze di quello che fai».
Su un’unica critica Amendola e Tognazzi concordano: «Forse abbiamo sbagliato a intitolare il film Ultrà. È un nome in cui si identifica larga parte della curva, anche molti ragazzi assolutamente non violenti, diversi da quelli “emarginati” che raccontiamo noi». Tognazzi aggiunge: «In un certo senso è una reazione corporativa. Una sorta di rivendicazione del marchio». Quel che più colpisce, nella polemica, è che il film venga giudicato come un
“documentario”, non come un’opera di finzione, e con un atteggiamento da tifosi, più
che da spettatori. | Alberto Crespi, l’Unità, 10 marzo 1991

 

La tentazione dello stereotipo
Nel gioco delle associazioni, alla voce «tifosi» salta sempre fuori un’immagine piuttosto rozza: un soggetto ignorante con svariati problemi lessicali che può essere a scelta o molto violento o completamente debosciato. Non è esattamente, almeno non solo, il ritratto che esce dagli stadi, piuttosto è quello diffuso dal cinema, soprattutto quello italiano. L’esaltazione caciarona che trasuda da «Eccezzziunale veramente» con Abatantuono, ancora in versione terruncello, che cambia squadra a ogni episodio restando sempre uno sgrammaticato fanfarone, oppure l’aggressività cieca dei bad boys di «Ultrà», il film di Ricky Tognazzi che racconta la violentissima trasferta di un gruppo di romanisti. Il tifo di gruppo è visto così, poi certo ci sono gli appassionati più elitari, i malati dì calcio dei film di Gabriele Salvatores e quelli nostalgici che si danno appuntamento per vedere vecchie partite (storiche) in «Italia Germania 4 a 3». Ma l’animale da curva resta lì, inchiodato a uno stereotipo non sempre azzeccato, identificato con una folla becera e istintiva. | Giulia Zonca, la Stampa, 5 agosto 2002

 

I cani sciolti
In un certo senso il film inquadra il fenomeno dei cosiddetti cani sciolti, ovvero gruppi di amici, a volte sbandati, che non si riconoscevano nei gruppi leader di allora ma ne restavano ai margini, creando spesso problematiche ai gruppi stessi.  Raccontano alcuni vecchi tifosi di allora che quello dei cani sciolti era un fenomeno presente nelle trasferte già dai primi anni Ottanta, quando la Roma era capace di spostare a Milano, Torino, Firenze, dalle 10 alle 15mila persone. Per i gruppi organizzati era impossibile controllare un numero così elevato di persone, provenienti da tutti i quartieri della città. Quando la Roma giocava in trasferta, fin dal mattino iniziavano ad arrivare in treno nelle città ospitanti gruppetti di tifosi che si riversavano per le vie del centro e poi nelle zone limitrofe dello stadio per ore prima dell’inizio della partita. Puoi immaginare con quali conseguenze. Non è un mistero, per esempio, che le grandi amicizie che i tifosi della Roma avevano coltivato con tifoserie come quella viola o del Milan, finirono proprio a causa del comportamento indisciplinato dei cani sciolti.
Perché allora non è piaciuto? Perché in effetti manca un pezzo: il racconto del tifo, i sacrifici portati avanti durante la settimana, la realizzazione del materiale per le coreografie, l’organizzazione che all’epoca c’era prima di ogni partita, durante la settimana. Per esempio il Cucs curava per la partita casalinga una fanzine molto interessante. | Patrizio Cacciari, Rudi, 31 luglio 2019

 

  Rivisto da Ricky Tognazzi 25 anni dopo
➣ Come le venne l’idea di girare Ultrà?  «Fu merito di Claudio Bonivento che, con molta cautela, mi avvicinò, mi fece molti complimenti proprio per Piccoli equivoci e poi mi disse che aveva un film da propormi, qualcosa di completamente diverso. Mi buttò lì solo il titolo: Ultrà. Nient’altro. Come fanno i produttori. Da appassionato di calcio dissi immediatamente sì, mi affascinava il fenomeno sociale del tifo: avevo attraversato le piazze calde della politica degli anni Settanta, il movimento, ma qui si parlava di qualcosa di completamente diverso».
 ➣ C’era già l’idea di partire da Roma e dalla Roma? «In realtà no. Inizialmente tentammo di inventare una squadra di calcio, ma non avrebbe avuto alcun senso. Quindi partimmo da Roma per cercare di legare la pellicola a una territorialità profonda. Fu una gestazione molto lenta, complessa, a partire dalla sceneggiatura per cui furono fondamentali due persone: Simona Izzo, che riuscì a osservare il fenomeno da un punto di vista anche femminile, e Giuseppe Manfridi che aveva scritto un monologo a teatro e che in parte si ascolta nel film, quando Amendola si arrabbia al telefono in diretta con quella trasmissione sportiva».
 ➣ Claudio Amendola era già nel cast, ma uno dei punti di forza di Ultrà sono le facce e le vite degli altri attori, dallo Smilzo di Fabrizio Vidale al Red di Ricky Memphis, qui al debutto. Come li scelse?  «Per dirla alla Zavattini: con il pedinamento della realtà. Facemmo una lunga serie di audizioni in un appartamento di via Castellini, a Roma, con i tifosi che venivano e si confessavano davanti a una telecamera. Nel frattempo, durante una puntata del Maurizio Costanzo Show, io e Simona vedemmo Ricky, manovale che scriveva poesie metropolitane. Era perfetto, spontaneo, immediato. Lo chiamammo, fece il provino, lesse due scene ed era semplicemente perfetto. Avevamo solo un problema».
 ➣ Quale? «Che noi avevamo già il buono, Red, interpretato da Claudio Amendola, stavamo cercando il cattivo, Principe, e Memphis tutto poteva fare tranne che il villain. Il ruolo di Principe lo avevamo già proposto a Sergio Rubini, per farne un personaggio ripiegato, malato, quasi alla Un uomo da marciapiede, ma disse no. Sarebbe stato un altro film».
 ➣ Un’altra scelta perfetta per il tono del film fu affidare la colonna sonora a Antonello Venditti, che in realtà al cinema aveva fatto poco, solo Troppo forte con Verdone, poteva essere un azzardo… «Mi avvicinai a Antonello con molta cautela, sapendo che andavo a mettermi con un punto di riferimento della Roma, l’uomo che aveva scritto due inni (Roma Roma Roma e Grazie Roma, nda) quindi non solo con un semplice musicista. Mi chiese di vedere il film, che poi ci avrebbe pensato. A quel punto avevo già il montaggio completo, quindi glielo proiettai. Lui lo vide, si commosse e mi disse una frase che non ho mai dimenticato: “Sei riuscito a entrare dentro i giubbotti di quei ragazzi…”». | Ciak, 13 giugno 2016

 

Estranei alla massa

 

L’irruzione della vita nel cinema
Gli autentici protagonisti del lavoro di Marra sono i sette ultras che si sono lasciati seguire dal regista “armato” di DvCam, proprio come se anche lui fosse – e così è stato, in effetti, considerato – uno di loro: Ale, Max, Giotto, Flavio, Pino, Marco e Gianni; tutti davvero estranei alla massa, con le proprie individualità, innamorati “persi” della squadra del cuore, senza per questo rinunciare a vivere in modo compiuto in un quotidiano scisso tra le piccole e grandi gioie e delusioni private e un lavoro vissuto, al tempo stesso, come fonte di opportunità e frustrazioni. Così, in Estranei alla massa, s’alternano momenti buffi (si pensi alla “gag” alleniana – ma è tutto vero – del ragioniere che odia i rumori ma lavora in una rumorosissima segheria) con altri amari (la già citata trasferta a Treviso), situazioni goliardiche (le scene all’interno della frutteria e, soprattutto, l’impagabile viaggio in auto verso Treviso, col racconto, a modo loro, di Eyes Wide Shut autentico momento “cult” del film) con altre più liriche (la preparazione degli striscioni alle spalle delle malfamate “Vele” di Scampia, quartiere degradato della periferia di Napoli): d’altra parte, questo accade sempre quando la vita fa irruzione “nel” cinema.
Ovviamente, però, lo sguardo sicuro e personale di Vincenzo Marra – che ha realizzato Estranei alla massa prima di Tornando a casa – sa influenzare le traiettorie attraverso cui si manifesta il reale, senza sociologismi e al di là di qualunque approccio ideologico: Marra mostra (con) rispetto, verso chi inquadra e verso coloro che guardano; ma, allo stesso tempo, sa costruire le sequenze con grande padronanza, come quando il più piccolo del gruppo di tifosi – un ventenne che lavora come assistente d’un fotografo – si lascia andare a commenti disincantati sul matrimonio, proprio mentre alle sue spalle, in campo, viene realizzato il più tradizionale servizio fotografico “da cerimonia napoletana”. | Diego Del Pozzo, Sentieri Selvaggi, 3 agosto 2002

 

  Le parole del regista Vincenzo Marra
Fuori dal gruppo arrivano i tifosi di “Estranei alla massa”, meglio noti come E.A.M., i più vecchi ultras del Napoli, protagonisti di un documentario che è appena passato al Festival di Locarno. Questi ragazzi non sono brutti, sporchi e cattivi eppure hanno sempre la loro squadra in testa, sono appassionati veri, capaci di sobbarcarsi chilometri infiniti per andare in trasferta a seguire la loro ossessione.
«Io volevo raccontare Napoli attraverso un gruppo di persone con una passione comune. Ho scelto sette ragazzi, gli ho messo una telecamera addosso e ho passato moltissimo tempo con loro, seguendoli anche nelle giornate lavorative». Il regista è Vincenzo Marra, è un tifoso anche lui di quelli cresciuti con il calcio nel sangue: «Mio padre mi ha portato al San Paolo fin da piccolo, credo che il tifo nella mia città sia un patrimonio da salvaguardare. Non è uguale in tutti i posti, ci sono tifoserie come quella del Genoa, del Torino, della Fiorentina (chissà come soffrono ora) che vivono la squadra in un modo diverso, più… vivo».
Eppure questo partenopeo doc, abituato a girare con i non professionisti, visto che il suo primo film, «Tornando a casa», lo ha fatto con dei pescatori veri e ci ha pure vinto un premio della critica all’ultimo Festival di Venezia, non voleva dimostrare niente. «Io sono andato lì con la mia telecamera digitale, senza idee preconcette, pronto a qualsiasi cosa. E mi sono trovato davanti a questi ragazzi che vivono il calcio in modo ossessivo, ma hanno anche uno sguardo lucido sulla realtà. E stiamo parlando di gente che si suda la vita, che passa giornate faticosissime, eppure non vive lo stadio come sfogo».
Nel video c’è una trasferta particolare, Treviso-Napoli: il viaggio comincia sabato tra scomodità e speranze e i ragazzi escono dallo stadio mezz ora prima perché la loro squadra ha perso 5 a 1. Un disastro, la stanchezza e la delusione che si mescolano, eppure non c’è rabbia, solo quella tipica rassegnazione che vira più verso l’autodistruzione del replay infinito. Da quello mentale a quello davanti al videoregistratore. Perché i tifosi veri sono masochisti come pochi. | Giulia Zonca, la Stampa, 5 agosto 2002

 

Si stava meglio quando
Visto oggi il film fa lo stesso effetto di tutti i lavori del recentissimo passato – fine anni ‘90, inizio Duemila – e cioè l’idea che sembra trascorso un secolo anche se sono cambiati solo i dettagli non il quadro d’insieme. Un’era pre-crisi, pre-internet, pre-11 Settembre, pre-euro, in cui Napoli appare coi problemi cronici di sempre eppure normalizzata. Come i protagonisti, gente comune che bene o male lavora, tutt’altro che ultrà asociali, restituiti in efficaci interviste. Una città ancora analogica e non per forza irriducibile. Con poche linee della metro, senza aree pedonali, e decisamente meno aggressiva. Nella grana sporca delle immagini di Marra anche Scampia si staglia placida, verdeggiante (!), lontana dalle faide. Uno dei fedayn, in auto, scorge i palazzi e dice: «Quelle sono le Vele della 167». Non chiama neanche il quartiere per nome mentre oggi il brand Scampia lo conoscono pure in India.
Lo strazio maggiore è rappresentato, semmai, proprio dal calcio: il Napoli è in Serie B. I sette tifosi raggiungono in macchina, stoici, Treviso: incassano 5 gol e tornano a casa. Tenera a chi guarda oggi il film appare la passione dei fedayn ancora ignari di un futuro sportivamente tragico (il fallimento, la serie C) e poi smagliante (Champions, lotta scudetto). E un po’ li invidia. L’interpretazione del calcio non era stata completamente deformata dai diritti tv e dalle «bollette», le scommesse. Si stava meglio quando si stava così così? | Alessandro Chetta, Corriere del Mezzogiorno, 25 febbraio 2016

 

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