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I campioni del Brasile assenti al funerale di Pelé
Nella stanza del Memoriale verticale che ha accolto il corpo di Pelé si sentiva “il rumore della cascatella artificiale del giardino, tra palme, panchine, un violino che sembra lì per accentuare la malinconia e il cinguettio impertinente di pappagalli in una voliera”. Così racconta Matteo Pinci da Santos per Repubblica. Si sente pure l’eco delle polemiche perché O Rei, l’idolo, la stella senza la quale nulla sarebbe stato possibile, l’icona del Paese, è stato lasciato solo dal calcio che coi suoi mille-o-non-mille gol ha reso grande.
Dove sono i campioni del mondo come lui? Quelli del titolo del 94 in America e gli ultimi, quelli dell’estate in Asia del 2002. Perché non sono venuti alla cerimonia d’addio di Pelé? Éric Frosio su l’Équipe, scrive che “ingenuamente, immaginavamo di incrociare Romario, Dunga, Cafu, Ronaldo, Rivaldo o Roberto Carlos. Il funerale della più grande stella della storia del calcio non poteva svolgersi senza la presenza dei suoi eredi, i vincitori dei Mondiali del 1994 e del 2002. Dopo 24 ore di veglia nel suo giardino di Vila Belmiro, la tana del Santos, dove Pelé ha segnato 288 gol, nessuno si è degnato di presentarsi. Romario e Ronaldo hanno inviato delle ghirlande. Gli altri si sono accontentati di un messaggio di commiato, a tratti succinto, sul proprio account Instagram”.
Il giornale francese riferisce di un fastidio nell’opinione pubblica per queste assenze. A parte gli ex compagni del Santos Clodoaldo e Lima, a parte Mauro Silva e pochi altri, nessuna stella del passato ha interrotto le vacanze per andare a Santos, “città facilmente raggiungibile da San Paolo, dove molti di loro vivono”. Rivaldo ha fatto sapere di trovarsi a Orlando. Cafu ha spiegato che il lavoro gli ha impedito di muoversi.
Neto, ex attaccante di Santos e Corinthians, oggi voce di Band TV ha accusato i vincitori del 2002: «Forse si spostano solo se c’è un rimborso. Sono dei campioni del mondo e non vengono a salutare Pelé. Come minimo, è una mancanza di rispetto». L’ex centravanti del Napoli, Careca, ha detto di non capire cosa sia successo. «Dovrebbero mostrare gratitudine. Mi aspettavo di più da loro. Mostriamo l’immagine di un Paese che non è unito, nemmeno di fronte alla nostra leggenda, questo molto deludente».
Emiliano Guanella su la Stampa trova un riflesso politico. “L’affaire rischia di diventare una questione di Stato, specchio della triste realtà del Brasile, l’incapacità di fare i conti con il proprio passato. Succede, per esempio, con i delitti commessi durante l’ultima dittatura militare; mentre in Argentina decine di aguzzini e torturatori sono stati condannati e sbattuti in carcere, in Brasile non c’è mai stato uno straccio di processo e ancora oggi ci sono picchetti di seguaci dell’ex presidente Bolsonaro che chiedono un golpe militare per impedire alla sinistra di governare. Il neopresidente Lula ieri è venuto a salutare Pelé e se ne è andato senza fermarsi con la stampa. Ha capito che non era il momento per comizi, anche in tempi di sovraesposizione mediatica un funerale è luogo di cordoglio e rispetto”.
Il calcio che spacca l’America Latina
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Di calcio e politica in Sudamerica ha scritto su Latinoamerica 21 Rogelio Núñez, ricercatore in storia contemporanea presso l’Università Complutense di Madrid. La sua tesi è che la Coppa del mondo non è riuscita a ripristinare i legami politici nel continente, al contrario di quanto accaduto per l’Africa e per il mondo arabo intorno ai risultati del Marocco.
Carlos Granés, autore di American Delirium, sostiene che di fatto l’America Latina è divisa in due blocchi incomunicabili, una tendenza che il calcio ha rafforzato. La politica e il calcio si abbeverano entrambe al nazionalismo e sono passioni che si alimentano. Núñez sottolinea come il Sudamerica sia invaso dal sentimento che chiama “anti”, con diverse declinazioni: anti-fujimorista, anti-lulista, anti-bolsonarista, antipetista, anticorreista, “l’unica articolazione possibile nella società latinoamericane. Una spaccatura che non solo rende quasi impossibile la convivenza, ma che finisce per minare la comune identità”.
Nel ricordare la vicenda della maglia della Nazionale brasiliana di cui si è appropriata la fazione politica che fa capo a Bolsonaro, Núñez sottolinea l’assenza del presidente argentino Alberto Fernández in Qatar, “per un insieme di motivi che vanno dall’evitare l’effetto-scalogna fino alla necessità di non mostrarsi frivolo” e sostiene allora che il calcio come forte collante sociale, perde forza “in contesti come quello latinoamericano, di forse polarizzazione, dove prevale ciò che separa, sia su scala regionale sia all’interno dei paesi”.
MEDUSE I DEBITI DEL SANTOS ► Dall’Argentina il Clarin sottolinea il brutto momento che attraversa il Santos e che dura da un po’. Sono 10 anni che non vince un titolo, “annebbiando il ricordo della squadra che Pelé trasformò in un rullo compressore del calcio mondiale all’inizio degli anni 60. Il club da cui sono usciti anche Neymar e Rodrygo si sta trascinando in periodo di digiuno durante il quale i tifosi hanno visto crescere avversari come il Flamengo e il Palmeiras. Il declino è testimoniato anche da diversi divieti della FIFA di fare mercato, a causa di trasferimenti non pagati e per un debito che nel 2020 era di circa 132 milioni di dollari, al cambio attuale”.
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RITI UN ALONE DI SACRALITÀ ► Marco Belpoliti su Repubblica riprende il tema dei corpi sottoposti a tanatoprassi, quello di Ratzinger a San Pietro e di Pelé a San Paolo, ricordando che “questa pratica è stata patrimonio specifico dei regimi politici in cui l’elemento della santificazione del leader era indispensabile per continuare il suo culto post-mortem. Fu mummificato Lincoln dopo il suo omicidio, poi ancheEvita Peron, personaggio dotato di un carisma tutto suo, e di recente i corpi di due presidenti nordcoreani della genia Kim. La necessità di imbalsamare i due papi appena morti, quello cattolico e quello calcistico, non si porrebbe come indispensabile dal momento che, almeno nel caso di Papa Ratzinger, si applica la teoria dei due corpi del re, valida per tutti i sovrani e le teste coronate ancora in circolazione. Nel XVI secolo i giuristi inglesi, come ha spiegato Ernst Kantorowicz, produssero una nuova concezione giuridica per cui il sovrano aveva due corpi, uno naturale e uno politico. Il primo è quello mortale, che va incontro a tutti i problemi della esistenza terrena comprese malattie e infermità di vario tipo. L’altro, il corpo politico, è un corpo invisibile che il re riceve nella sua investitura a quel ruolo, e che sopravvive alla sua morte, e si trasmette per eredità ai discendenti”.
Belpoliti considera allora che nel caso di Pelé ci troviamo al cospetto di una figura “che reca con sé la propria divinità legata al corpo mortale, mentre quello divino non ha forse ancora un erede diretto che lo possa sostituire prendendone il posto. Il suo passaggio attraverso l’esposizione ci dice che il calcio è circondato da un alone di sacralità; la figura di Pelé è più quella di un Santo, che non quella di un Papa Re. Che la destinazione del corpo invisibile di Edson Arantes do Nascimento, è perciò quella dell’icona sacrale e della leggenda, alimentata dall’esistenza di una memoria visiva: le registrazioni delle partite e dei suoi gol. Qualcosa di ben più efficace del ricordo mnemonico dei singoli o della testimonianza fotografica”.
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Che cosa si dice in giro dei selfie di Infantino
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Thom Gibbs sul Telegraph ha definito vergognoso il suo comportamento, chiedendosi: “Non c’è più nulla di sacro?”. E poi: “Chi può davvero volere un selfie con Infantino? Non si sa ancora se l’ambasciatore del Qatar sia fuori Vila Belmiro e stia facendo diligentemente la fila per il suo turno, nell’attesa Infantino si è accontentato di un gruppo di uomini, tra cui l’ex ala del Santos Manoel Maria. In un video della gaffe, nessuno sembra opporsi al presidente della Fifa e agli amici che stanno fotografando il loro dubbio ricordo. Il primo ministro danese Helle Thorning-Schmidt incassò delle critiche per il suo selfie sorridente al funerale di Nelson Mandela nel 2013, accanto a David Cameron e Barack Obama. Forse si potrà rilanciare la loro spiegazione: che l’atmosfera sembrava più celebrativa che tragica? In effetti, sarebbe sbagliato pretendere che il lutto in tutto il mondo corrisponda alle aspettative di quieta riflessione che esiste nel nostro paese”.
Il Telegraph accenna all’idea di Infantino di avere uno stadio Pelé in ogni nazione del mondo [“Gli auguriamo buona fortuna per dover portare la proposta oltre il confine con l’Argentina”] e scrive che “se la Fifa dovesse decidere di procedere con il Peleverso, possiamo star certi che la federazione britannica si unirà in una collaborazione sinergica, nessuna fascia da capitano controversa, pagheremo con la Visa e berremo Coca-Cola Zero. Prima di annunciare il suo progetto per lo stadio, Infantino ha reso un tributo blando a Pelé, dicendo di aver avuto il grande privilegio di incontrarlo in diverse occasioni, trovandolo un incredibile uomo con un grande cuore. Sfortunatamente, le sue parole suonano molto simili alla gag del comico Limmy alla morte di qualsiasi celebrità, mettendo in ridicolo l’inanità del lutto formale. La missione spesso ripetuta da Infantino è rendere il calcio veramente globale. Da un lato questi appelli all’unità mondiale sono ammirevoli. Dall’altro, sono banali come We Are The World, la risposta sbagliata di Michael Jackson a Band Aid. Il calcio unisce il mondo, dice lo slogan di una delle sciocche campagne promosse dalla Fifa in Qatar. Il mondo sta arrivando a una conclusione unanime su Infantino: è molto simile a qualsiasi altro idiota con un account Instagram”.
Dalla Spagna, As lo definisce un selfie inopportuno, mentre in Italia Massimo Gramellini ne ha scritto nella sua rubrica quotidiana per il Corriere della sera, titolando: “Asilo Infantino”.
“Nel guardare questa foto – ha scritto – una vocina interiore che sarebbe presuntuoso identificare con la coscienza non si stanca di ripetere che esiste un problema di prossimità. Certo, c’è salma e salma, e un ambasciatore planetario di allegria calcistica suscita sensazioni diverse da un papa emerito. Però a nessuno, forse nemmeno a Infantino, sarebbe venuto in mente di scattarsi un selfie con amici e conoscenti a ridosso delle spoglie di Ratzinger, infischiandosene del contesto. Una forma minima di rispetto che avrebbe meritato anche Pelé. Lui odiava i funerali e diceva che sarebbe andato soltanto al suo. La speranza è che all’arrivo di Infantino si fosse già allontanato”.