Il Brasile è la somma meravigliosa di ogni possibile contraddizione
Jorge Amado
Per la quinta volta nella storia e per la terza consecutiva, l’Italia di pallavolo gioca una semifinale ai Mondiali femminili. È stata l’unica nazionale sempre presente nelle ultime tre edizioni. Stasera c’è di fronte il Brasile, la sola avversaria che sia stata capace di batterla finora, nel girone di seconda fase, al tie-break, la settimana scorsa. Si rinnova la sfida con uno dei rivali più suggestivi. Questo è il romanzo di Italia-Brasile
Frammenti di una rivalità
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1938 Il rigore di Meazza
C’è un piccolo pezzo di cotone che il calcio italiano celebra da anni. Una reliquia del pallone che apre la storia di tutti gli Italia-Brasile possibili e immaginabili. È un cordoncino a cui abbiamo attribuito il merito di aver lanciato la Nazionale di Pozzo verso il titolo mondiale. L’elastico dei pantaloncini di Meazza.
Semifinale in Francia, 16 giugno, secondo tempo. Calcio di rigore per l’Italia sull’1-0. Il divo Peppino s’avvia a tirare quando s’accorge che rischia di mostrare allo stadio le sue mutande. L’elastico si è rotto. È incerto se ritirarsi a riparare il danno o presentarsi con tutto l’orgoglio italico sul dischetto. Va a calciare. Tira. Fa gol. Quel nastrino diventa una storia da tramandare.
| C’è l’epica e c’è il grottesco. Ne scrive Gianni Brera in Storia critica del calcio italiano:
“Al fischio dell’arbitro si fa avanti reggendosi i calzoncini con la mano sinistra: il piede destro fa pensare al portiere che tiri alla sua sinistra e vi si tuffa: la palla rotola beffardamente a sfiorare l’angolino del palo opposto e si adagia in rete. Soltanto adesso Meazza sostituisce i calzoncini e torna in campo per bailar calcio a sua volta”.
| Mario Sconcerti riprende l’episodio in Storia delle idee del calcio
“Mentre Peppino si avvia a calciare sente che gli è saltato l’elastico, le mutandine stanno rapidamente calandogli. Si ferma un istante poi decide. Non vuole allungare il momento. Sente il gol nell’aria. Si tiene le mutandine con una mano e con il resto prende la rincorsa. Naturalmente segna”.
Secondo la vulgata, l’elastico aiutò Meazza a ingannare il portiere. È una storia irresistibile. Si trova nel monumentale Dizionario del calcio italiano, ne hanno scritto Luigi Garlando in Ora sei una stella, Carlo F. Chiesa ne Il secolo azzurro, Mario Pennacchia in Il calcio in Italia.
La sua genesi è misteriosa. Mauro Grimaldi in La Nazionale del Duce: fatti, aneddoti, uomini e società, attribuisce la ricostruzione della finta con l’elastico alla stampa francese. Emilio De Martino, sul Corriere della sera del giorno dopo la partita, non ne fa cenno. Scrive: “Meazza, al quarto d’ora, con un tiro che è una meraviglia di stile – segna il secondo punto italiano”. Null’altro.
| È ancora più interessante ripescare l’articolo uscito su La Stampa. Si legge:
“Da questo rigore, dalla sua esecuzione, dipende praticamente la conferma di quell’esito che vuol dire l’entrata in finale. Gli occhi dei nostri uomini sono fissi su Meazza che si appresta al tiro. Il tiro stesso, tagliato, non lascia mercé a Walter. Due a zero. Meazza è soffocato dagli abbracci”.
La storia dell’elastico non c’è. Neppure una parola. La faccenda è strana. È anzi strana due volte perché la firma sotto l’articolo è di Vittorio Pozzo, il Ct della nazionale italiana che scriveva di calcio per il quotidiano di Torino. Potrebbe aver eliminato di proposito l’aneddoto. Potrebbe non essersene accorto. Potrebbe non aver attribuito gran valore alla cosa. Ma allora perché l’elastico diventa col tempo un elemento narrativo così centrale?
A guardare e riguardare le immagini presenti su YouTube, le braccia di Meazza sembrano lontane dal corpo, dal pantaloncino e dall’elastico. Potrebbe averlo retto mentre stava andando a calciare, forse per questo motivo Vittorio Pozzo non ne parla nel suo articolo. Fatto sta che questa storia ha l’aria di una leggenda diventata sempre più vera quanto più si allontanava dal tempo dalla cronaca. L’elastico di Meazza non lo toglie più nessuno dal romanzo di Italia-Brasile.
1968 Nelson Prudencio e la finale del triplo in Messico
Ai Giochi olimpici di Città del Messico, va in scena una delle gare più irragionevoli nella storia dell’atletica leggera. Dopo un primo salto nullo, nel turno di qualificazione Giuseppe Gentile salta 17 metri e 10, nuovo primato mondiale del triplo, sette centimetri meglio del polacco Józef Szmidt. Il giorno dopo in finale, 17 ottobre 1968, Giuseppe Gentile si supera di nuovo: vola a 17 metri e 22, migliorando il record. Ma è tutt’altro che fatta. Al terzo tentativo, il sovietico Saneyev salta un centimetro più in là, 17 metri e 23, ancora record. Quando arriva il quinto turno del brasiliano Nelson Prudêncio, ci scappa una nuova sorpresa e un nuovo primato: 17 e 27. Manca un turno e Saneyev lo sfrutta come si deve: fa 17 e 39. Quinto record del mondo in gara e oro. Prudêncio è d’argento davanti a Gentile. Che finirà a recitare per Pasolini in Medea.
| parole Giuseppe Gentile
«Pasolini voleva incontrarmi. Fu a fine ’68. Ci vedemmo all’Escargot sull’Appia Antica. C’era anche Maria Callas a tavola. Non sapevo cosa volessero esattamente. Mi raccontarono di Medea e del ruolo di Giasone. Girammo in Turchia. Furono momenti particolari».
➣ E com’era Maria?
«Così come Pier Paolo, era un personaggio di straordinaria sensibilità, spessore, cultura, forse anche fragile a modo suo. Ci frequentammo molto, sia con Maria sia con Pier Paolo. Tante volte siamo stati a cena in tre. Parlavamo di tutto. Pier Paolo aveva una passione speciale per sport, non soltanto come valore agonistico. Con Maria condividevo l’abitudine al training autogeno, lei per controllare il diaframma, io le gambe».
➣ Come fu il suo ’68, a parte il Messico?
«Non capivo il senso della ribellione, avevo 25 anni eppure non sentivo alcun bisogno di oppormi alla famiglia, contestare il potere genitoriale, il sistema. La protesta è rimasta alla periferia dei miei bisogni. Il distacco dalla generazione dei miei è stato morbido. Certo, provai dolore per l’assassinio di Martin Luther King, soffrii per il massacro di Piazza delle tre culture consumato prima dei Giochi (il 2 ottobre, ndr), ma il pugno di Tommie Smith l’ho sempre visto come la prima strumentalizzazione dello sport. Poi verranno i “brand”. Fu la fine della purezza dello sport». – intervista di enrico sisti, Repubblica, 14 ottobre 2018
1970 Pelé che salta su Burgnich
Siamo ancora in Messico. Il 21 giugno del 1970, Italia e Brasile giocano la finale delle finali della Coppa del mondo di calcio. Ne hanno vinte due a testa, gli azzurri nei lontani 1934 e 1938, i sudamericani nel 1958 e 1962. Chi si prende questa, tiene la Coppa Rimet per sempre. La Nazionale di Valcareggi è reduce dal 4-3 ai supplementari contro la Germania, la squadra dei cinque numeri 10 di Mário Zagallo ha battuto 3-1 l’Uruguay. Il gol d’apertura vivrà per sempre in una delle foto più famose mai scattate su un campo di calcio. Pelè che colpisce di testa saltando sopra il braccio disteso di Tarcisio Burgnich.
| Gino Palumbo sul Corriere della sera scrisse: “Che fosse una giornata assai storta per la «panchina», lo si era del resto capito sin dai primi minuti, quando improvvisamente, al 13′, mentre Bertini si stava comportando benissimo contro Pelè ed era riuscito a bloccarlo in ogni iniziativa, venne l’ordine di cambiare: su Pelè doveva andare Burgnich e Bertini doveva spostarsi su Rivelino. Un cambio del genere non può che avere effetti deprimenti: poiché è da prevedere che le marcature fossero state studiate in partenza, e che quindi Bertini si era preparato anche psicologicamente a controllare Pelè (e gli stava peraltro riuscendo): lo spostamento non poteva avere per il giocatore altro significato che quello di una bocciatura. Troppo rapida e immeritata. Sarà stato per caso, e sarebbe quasi certamente avvenuto egualmente, ma la realtà è che appena avvenne lo spostamento, dopo quattro minuti, il Brasile passò in vantaggio, e vi passò proprio con un gol di Pelé, il quale si elevò da terra, mentre Tostao effettuava un cross sulla sinistra, e rimase per qualche attimo impressionantemente fermo per aria, quasi sostenuto da chissà quale pilastro. Quando il pallone arrivò da lui, lui poté scagliarlo violentemente a rete”.
| testimoni Le parole di Burgnich
➣ Nella foto sotto Pelè che salta di testa, c’è lei, Tarcisio.
«Una finale senza storia quel 4-1 con il Brasile. Eravamo cotti. Venne Franchi a chiederci come stavamo. Risposi sinceramente: le gambe sono molli. Bisognava avere coraggio e cambiare squadra, buttarci tutti fuori. Ma su quella foto voglio dire una cosa: Pelè mi prese in controtempo. Ero in ritardo, non l’ ho nemmeno ostacolato. Pelè valeva Di Stefano. Maradona lo metto più in basso» – intervista di emanuela audisio, Repubblica, 2 giugno 2010
titoli | Corriere della sera: «Da bimbo vidi Pelé. Ora porto la nostra serie A negli Stati Uniti» – Il manager Charlie Stillitano, amico di Mourinho e Ancelotti «Nel ’94 mi chiesero di spostare i Mondiali per un concerto». Massimo Gaggi ha scritto: “È diventato l’ambasciatore della Serie A italiana, decisa a crescere in termini d’immagine e di business negli Stati Uniti: un grande mercato nel quale la Premier League inglese e la Liga spagnola sono assai più quotate del campionato italiano. «Per me, aggiunge, il calcio è sempre stato sempre emozione fin quando da ragazzino, era il 1973, feci il raccattapalle in una partita Lazio-Santos con Pelè in campo». Una passione che riversa nella sua trasmissione radiofonica su Sirius XM : due ore a partire dalle sette di mattina, cinque giorni a settimana: «Ho cominciato 16 anni fa con Chinaglia e non ho mai smesso»”.

1982 Paolo Rossi fa piangere una nazione
Ancora Mondiali di calcio, sono passati 12 anni, c’è un nuovo trofeo, si chiama Coppa Fifa. Lo hanno vinto una volta la Germania Ovest e dopo l’Argentina. Italia e Brasile rigiocano una partita decisiva, per la qualificazione alle semifinali, e i sudamericani hanno di nuovo cinque centrocampisti favolosi. Sono Cerezo, Socrates, Zico, Falcão e Junior. Uno lo devono mettere terzino. Gli basta il pareggio, l’Italia vince con tre gol di Paolo Rossi.
| Oreste Del Buono su La Stampa scrive: “Rossi è risorto in campo, era malato, era debole, doveva essere tenuto fuori, ma Bearzot ha insistito a farlo giocare e alla fine ha vinto la partita. Questa nazionale non sarà riuscita simpatica ad alcuni osservatori, ad alcuni giornalisti al seguito, non sarà riuscita simpatica specie a chi si è trovato occupato a parlarne, ma è una nazionale pratica e ostinata e sicura di sé persino nell’affermare il contrario dell’immaginazione, il contrario delle previsioni, il contrario di qualsiasi pronostico. No, siamo sinceri, non simpatica ma dura e persino coraggiosa, il meglio che si possa dire”.
Gli altri titoli – Repubblica. “Rossi, Rossi, finalmente Rossi”. La Gazzetta: “Rossi eccezionale”. Tuttosport: “Rossi dieci e lode”. Corriere dello sport. “Un Rossi da fantascienza”. Il Tempo: “È tornato Pablito”. Paese sera: “Pablito come ai tempi dell’Argentina”. Il Giornale: “Su tutti il ritrovato Pablito”. Il Giorno: “L’eroe della giornata è stato Pablito”. La Stampa: “La sua lunga sofferenza è stata premiata”. La Gazzetta: “Un recupero quasi incredibile”. Gianni Melidoni, Messaggero: “Non mi ero essersi sbagliato nel vederlo molto bene contro l’Argentina”. Nino Petrone, corriere della sera. “Forse nemmeno Gentile lo avrebbe fermato”. Tuttosport gli ha dato 10. Cinque giornali gli hanno dato 9.
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Slalom Mundial 6 luglio 1982
Tutto Slalom Mundial [qui]
1992 La disfatta della Davis a Maceiò
Quarti di finale di Coppa Davis. Omar Camporese apre la sfida battendo in cinque set Mattar, ma Cané si fa rimontare e sorprendere da Oncins, era avanti 2 set a 1. Il giorno dopo in doppio, Nargiso-Camporese rimontano due set di svantaggio, vanno avanti di un break nel quinto e si piantano: i brasiliani chiudono 6-3. Al terzo giorno Camporese è esausto. Il Ct Panatta si gioca la carta dell’esordiente Pescosolido. Va sotto di due set contro Oncins, vince il terzo, ma al rientro dopo il riposo è vittima di crampi. Polpacci, cosce, tronco. Panatta gli suggerisce di fare tre doppi falli, perdere un game di proposito e andarsi a sedere in panchina. Chiamano il medico, esce dal campo in barella.
| Racconta Mario Gherarducci sul Corriere della sera: “Ha la bava alla bocca. Una scena agghiacciante. I tre minuti regolamentari chiesti da Panatta trascorrevano senza che Stefano si riprendesse. Sembrava di legno, diceva Camporese, accorso accanto al compagno. Un colpo di sole con caduta di potassio. Non credo che sia stato solo il caldo – riferiva Panatta – Penso che Stefano sia stato tradito dallo stress nervoso”
Il Brasile va in semifinale contro ogni pronostico.
FUORI CATALOGO Lo stadio costruito sulla sabbia
“Sono figli nostri e di quest’Italia a pezzi, quasi un’enorme costruzione di Lego, il gabbione azzurro in cui siamo rimasti imprigionati quattro giorni viene smontato da stanche turbe di discendenti di schiavi neri. Uno ce n’è con i capelli biondi, che curiosamente somiglia a Jaime Oncins, l’arcangelo di pelle color giglio, quello che ha condotto le truppe brasiliane a buttarci fuori dalla Davis. Di fronte a questo stadio che scompare e lascia posto alla spiaggia, rimane innalzata, ironico monumento, la baracca in ondulato nella quale mi son dovuto rifugiare spesso, tra un set e l’altro. Al confronto, le latrine del mio battaglione alpino, il Morbegno, erano roba da grand hotel. Rimane anche l’esile costruzione di un vecchio venditore negro di cocchi. È lui che mi ha dissetato, direi quasi nutrito, negli intervalli dei match, che io affrontavo in sandali e calzoncini corti, armato di matita. La biro, infatti, stingeva per l’umidità dei fogli del notes, ridotti quasi a poltiglia di cellulosa. Nel ripercorrerli, trovo molte macchie che mi impediscono la lettura, punti ormai dimenticati dai protagonisti. Con il suo coltellaccio, il venditore mi taglia l’ultimo cocco. Ne abbiamo, di cocchi, in Italia?, si informa. E, mentre io tiro il licore zuccherino dalla cannuccia, vuole anche sapere se la nostra moneta sia il dollaro. I tifosi italiani gli pagavano spesso con un dollaro uno dei suoi frutti, che vale un decimo. Mentre succhio, mi verrebbe voglia di dirgli che un giocatore italiano ha speso in interurbane con la morosa una somma sufficiente a costruire una casa, e cioé un monolocale di mattoni color sabbia scura.
… Sulla spiaggia di Maceiò, mentre lo stadio non è più alto di un paio di metri, c’è un’incredibile quiete, come se i geni del luogo dovessero ritrovare una pace lacerata da tante urla, da tante passioni. Tutta quella gente che gridava è in fuga, all’aeroporto. Primi tra loro i membri della torcida, con il loro direttore d’orchestra D’ Artagnan, il trombettiere, lo stesso a cui un collega in cerca di colore locale chiese speranzoso: “Lei sa scrivere?”, per sentirsi rispondere: “Studio alla scuola di giornalismo”. Dò due dollari all’attonito vecchio delle noci di cocco e mi allontano cantando “ci andiamo a divertì, Nannì, Nannì”. Lo stadio di Maceiò è ormai smontato, scomparso. Un miraggio” – di gianni clerici, Repubblica, 1 aprile 1992
1994 Il rigore di Baggio a Pasadena
Un’altra finale ai Mondiali di calcio, stavolta a Pasadena, Stati Uniti d’America. Diventerà il puntino più nero sulla mappa geografica della carriera di Roberto Baggio. Il suo rigore sbagliato ha il torto di essere l’ultimo. Così pare il gesto decisivo di quella partita pareggiata 0-0 e persa ai tiri dal dischetto. Nella sua biografia Una porta nel cielo [Tea], Baggio scriverà:
| “Gli anni immediatamente successivi a Pasadena, sono stati i peggiori. Non ero io, il fardello rendeva inconcepibili i dribbling dell’infanzia. No, non l’ho mai metabolizzato fino in fondo. Perché perdere sul campo va bene, perdere per un rigore no. Non ci sarebbe da esultare neanche dopo la vittoria. Perché non è una vittoria. Mai. Chissà perché è salita così alta, quella palla. Ci sarebbe quasi da ridere, per uno come me, che di rigori ne ha sbagliati davvero pochi, e quei pochi se li è sempre visti parare. Mai un tiro alto, mai, neanche in allenamento, neanche per caso, neanche per disgrazia.
Deve avere un senso, una logica, una giustificazione, se un uomo che sa mandare la palla dove vuole, se la vede andare da tutt’altra parte. Voglio dire, uno mira al centro della porta, a mezz’altezza, sapendo che il portiere si sarebbe comunque buttato da una parte. E invece la palla decolla (e decolla male), come comandata dall’alto da una mano invisibile. I brasiliani dissero che fu Ayrton, il grande Ayrton Senna. Dopo, non resta che dolore. Con cui dovrai imparare a convivere”.
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antagonisti Senna e Baggio, Senna e la Ferrari
“Mi viene in mente quando correva in Formula Ford e andava sempre nel box Ferrari a seguire i Gran Premi. Lui si chiamava ancora Da Silva, lo conobbi lì ed era un ragazzino che sognava di correre con la Rossa, ma non l’hai mai guidata. Perché? Enzo Ferrari non lo ha mai voluto, non gli piaceva. In realtà lui avrebbe potuto guidarla, ma un campione come lui cercava la macchina migliore, cosa che la Ferrari in quel momento non era. La Rossa, in quel momento, non era infatti la macchina vincente che avrebbe dominato la scena in Formula 1 da lì a qualche anno e Senna, che ne era consapevole, preferì fare altre scelte. Dalla McLaren passò alla Williams, ma poteva fare ciò che voleva. Lui sognava una Ferrari vincente e non da terzo posto”. [Pino Allievi, firma storica di F1 per La Gazzetta dello sport, a Fan Page, 1° maggio 2019]
| “Quando ancora ero un giovane che sognava di diventare un giorno un grande portiere, la mia vera passione extra calcio era l’automobilismo. Ricordo l’emozione che provai assistendo a una 1000 km di Monza riservata ai prototipi: vinse una Ferrari guidata da Mike Parkes e da John Surtees. Insomma, non ho la pretesa di essere un esperto di velocità: però posso tranquillamente ammettere di aver seguito con attenzione, tra una parata e l’altra, quanto accadeva sui circuiti di mezzo mondo. Per questo affermo che un pilota come Ayrton Senna io non l’ho mai visto. La memoria mi spingerebbe a paragonarlo a Jim Clark, ma ai tempi della dello scozzese la televisione non era tanto presente negli autodromi, quindi ci dovevamo rifare, noi fans della velocità, a cronache che magari sconfinavano nella leggenda metropolitana. Invece Senna è stato il protagonista di un’era che non aveva segreti. Tutti potevamo controllare e verificare tutto, tramite le telecamere. E io di Ayrton ho avuto modo di apprezzare imprese strepitose.
… Mi piaceva la romantica contrapposizione tra le sue due anime. L’Ayrton pilota aveva qualcosa di sovrumano, per le ragioni che ho appena esposto. Ma senza casco, fuori dalla macchina, il personaggio esprimeva un moto, questo invece umanissimo, di sensibilità verso quanto apparteneva alla vita vera, ai problemi della gente comune, soprattutto c’era in lui una tensione non superficiale per i drammi del suo paese, il Brasile. L’1 maggio 1994, quando la sorte gli tagliò la strada a Imola, io stavo in panchina, come allenatore della Lazio, per una partita del campionato di serie A. Non ricordo assolutamente il risultato: in compenso, rammento vivissimo il dolore, come per un lutto personale, che provai quando mi dissero che Ayrton non c’era più. Ed è per questo che anni dopo, trovandomi in Brasile per la ragioni legate al mio mondo, il calcio, mi sono recato al cimitero di Morumbi. Per dedicargli una preghiera” – di dino zoff, prefazione a Senna. In viaggio con Ayrton di Leo Turrini
2004 La maratona olimpica di Baldini e Vanderlei de Lima
I Giochi di Atene. Non si è mai corsa prima una maratona più maratona di quella. Si assegna l’oro sulle strade leggendarie di Spyridōn Louīs, si arriva come allora allo stadio Panathinaiko di Atene. Il brasiliano Vanderlei Lima è andato in testa dopo i 30 km, il momento chiave della corsa, e vi è rimasto per un bel po’. E poi?
| “Fino a quel momento – racconta Emanuela Audisio su Repubblica – il ritmo era stato lento, nessuno voleva sprecarsi e strozzarsi. Baldini seguiva il brasiliano a ruota, senza accelerare, sprecare. E quando stava per recuperare, con un paio di strappi, dopo il trentesimo km, scrollandosi Tergat, è stato aiutato da un pazzo in kilt, Jumping Jim, che al 36 km ha placcato l’atleta brasiliano, l’ha portato fuori percorso, e gli ha anche fatto un po’ male, in nome di una lettura che non ha bisogno di pubblicità. In nome di Dio e delle sue scritture la corsa del sudamericano è stata interrotta. In quelle circostanze, con i chilometri alle spalle e il fiato che pesa ad ogni metro basta poco per rompere il ritmo, l’armonia della corsa. Lima è stato sportivo. è arrivato terzo, stremato dalla sua illusione, ma ha avuto ancora la forza sul traguardo per fare l’aeroplanino e disegnare un cuore. Quello che lui ci aveva messo in gara. Fortuna e fatica. Dio toglie, Dio dà. «Leggete la Bibbia». Strilla di gioia Stefano Baldini, Bello, biondo, primo. Pragmatico e coraggioso. Dalla via Emilia ad Atene. Tutta di corsa. In salita. Stefano Baldini vince la maratona e chiude le olimpiadi con un oro che non vedevamo da sedici anni. Guarda il cielo, alza il dito, chiude gli occhi. E continua a correre, in questo vecchio stadio dal respiro antico”.
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Slalom 10 aprile 2021
2004 e 2016 La maledizione olimpica della pallavolo maschile
Tre volte campioni del mondo con la cosiddetta Generazione dei Fenomeni, mai un oro olimpico per due sconfitte fatali contro l’Olanda sia ai Giochi di Barcellona del 1992 sia ai Giochi di Atlanta del 1996. Sembra un sortilegio. Ha frenato le ambizioni di Velasco e di Bebeto, un Ct brasiliano per la pallavolo maschile. Il malincanto si ripropone altre due volte in una finale per l’oro olimpico, in entrambi i casi contro il Brasile in finale. Ai Giochi di Atene l’Italia viene battuta al quinto set, con un punteggio record di 33-31. Sul 25-24 Papi ha sbagliato la palla del match-ball. Ai Giochi di Rio la sconfitta è più netta, 3-0, ma è una delusione lo stesso, perché l’Italia era reduce da una semifinale meravigliosa vinta al tie-break contro gli USA, e perché il Brasile lo aveva battuto per 3-1 nel girone eliminatorio.
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DI ROBERTO LIBERALE
Slalom 1° luglio 2020
| Aldo Cazzullo sul Corriere della sera scrive: “La maledizione continua: la pallavolo italiana è in ascesa costante, è lo sport più praticato dalle donne e il secondo dagli uomini, ormai abbiamo una scuola di tecnici, attiriamo i migliori talenti stranieri; ma l’oro olimpico continua a sfuggire a ogni generazione. I campioni di Velasco mancarono ad Atlanta nel 1996 una vittoria alla loro portata, i veterani di Montali furono sconfitti nel 2004 da un Brasile che aveva già in panchina il c.t. Bernardinho, artefice ora – insieme con Bruno il figlio palleggiatore, lo scatenato Wallace, il pubblico e gli arbitri – della sconfitta dei ragazzi di Blengini. Questo non toglie nulla all’impresa di una Nazionale che due anni fa disputò un Mondiale disastroso e un anno fa proprio qui in Brasile si lacerò in una disputa interna. Zaytsev e Giannelli sono punti fermi da cui ripartire. Nel volley il ricambio generazionale funziona. In altri sport no”.
E siamo qua. Di nuovo. Italia contro Brasile.
I CINQUANTA GIORNI DELLE MOLTE ITALIE | CAPITOLO QUARANTOTTO
Gabi contro Egonu: il duello delle schiacciate
Il quarto di finale tra Italia e Cina su Rai2 ha fatto un milione e 38mila spettatori, con l’11.2% di share e oltre 2 milioni e mezzo di contatti durante la partita. Era una partita giocata alle cinque del pomeriggio. Stasera i numeri possono crescere per la sfida tra Gabi e Paola, Paola e Gabi, due delle tre migliori attaccanti del torneo insieme con la serba Boskovic. Carlo Lisi sul Corriere dello sport-stadio parla di “due dei più limpidi talenti di questa epoca. Due campionesse e due personaggi tanto diversi tra loro Gabi non ha un fisico imponente come quello di Egonu, ma i suoi 181 cm sono sufficienti per farsi rispettare in campo. Arrivata in nazionale, anche per via dell’età mentre la stagione delle bicampionesse olimpiche brasiliane stava esaurendo la sua eccezionale storia, si è capito subito che sarebbe stata la degna erede di Sheilla e compagne”.
Saranno compagne di squadra l’anno prossimo nel Vakifbank di Giovanni Guidetti, ai Mondiali visto come Ct della Turchia. Gabi gioca da schiacciatrice ricevitrice, Egonu da opposta.
Gian Luca Pasini sulla Gazzetta ne ricorda gli inizi alla banda e scrive: “C’è chi dice che se avesse continuato in quella teoria tecnica di schiacciatrice ricevitrice sarebbe diventata ancora più forte e più completa (ad esempio in difesa e a muro), non ci sono controprove e Paola è il martello che è, avendo attaccando tonnellate di palloni. Gabi è una giocatrice di equilibrio che non sempre deve schiacciare grandi quantità di palloni (cosa che per esempio non le accadeva nel club di Istanbul). In Nazionale le cose sono un po’ cambiate quando la squadra di Zé Roberto si è trovata senza un bomber puro”.
Mettiamo in conto che 60-65 punti complessivi passeranno dalle loro mani. Ma potrebbero essere ancora più decisivi gli errori.
| voci Anna Danesi
Pierfrancesco Catucci sul Corriere della sera ha parlato con Anna Danesi, “la leader silenziosa dell’Italia. In campo parla poco, ma studia tanto e mura tantissimo. È la terza miglior centrale del Mondiale con 36 punti nel fondamentale. Ha trovato il tempo anche per sostenere l’esame di microbiologia (25), l’ultimo della laurea magistrale in Scienze della nutrizione”.
Non starà già lavorando alla tesi?
«No, ho solo iniziato a leggere qualche articolo sulla nutrizione nello sport e nel volley, il tema di cui mi occuperò. Ci penserò a casa dalla prossima settimana. Nella rincorsa per laurearmi a marzo mi sono ritagliata questi giorni per un’altra rincorsa».
È pronta a chiudere la porta in faccia a Gabi?
«Lei è un’attaccante sensazionale. Ma non basterà murarla: dovremo essere brave a forzare il servizio per mettere in difficoltà il gioco con le centrali. Tutto dipenderà da come giocheremo noi».
Quanto è cresciuta assieme a questo gruppo?
«Dal Mondiale 2018 abbiamo fatto tanti passi avanti. Abbiamo capito che ruolo ha ognuna di noi nel gruppo. Non ci prendiamo più per capelli come allora. E stiamo bene insieme».
Perché vi prendevate per i capelli?
«Le cose di spogliatoio restano lì. Di certo, è una bella sfida fare andare d’accordo 14 donne per così tanto tempo».