Quanta paura che fa Lia Thomas

Tra una settimana Lia verrà, si tufferà, vincerà due titoli universitari USA e forse batterà i vecchi record che resistono da quando andavano al college due mostri come Katie Ledecky e Missy Franklin. Sarà la stella dei campionati NCAA e molti, quasi tutti, diranno che va cacciata. Che non deve più gareggiare con le donne. Succederà nella città del Center for Civil and Human Rights, la struttura nata su un terreno donato dalla Coca-Cola. Succederà nella terra che ha sempre fatto i conti con il segregazionismo, le lotte sociali e le proteste, Atlanta, la culla di Martin Luther King. Succederà nella città delle Olimpiadi 1996, dove Krisztina Egerszegi vinse i suoi ultimi ori in carriera.

Lia Thomas si sentirà dire – ancora, di nuovo – che non deve gareggiare tra le donne. Perché l’inclusione è buona e giusta a patto che resti marginale, decoubertiniana, che si accontenti di partecipare, che sia perdente. Che sia una concessione. Che sia carità. Quando è baciata pure dal successo e dalla gloria, diventa esuberante.

Lia Thomas è la nuotatrice trans che sta scoprendo la differenza tra essere accolta ed essere accettata. Le sue vittorie sono contestate da chi perde. Giudicano la transizione di genere un vantaggio. Impugnano, ricorrono, contrastano. Come se Lia avesse fatto il suo percorso allo scopo di battere qualche avversaria in piscina.

Per la prima volta Lia Thomas ha parlato di sé e di quanto sta vivendo con un giornale. Ha scelto Sports Illustrated, alla vigilia dei campionati NCAA del 16 marzo.

«Voglio solo mostrare ai bambini trans e agli atleti trans più giovani che non sono soli. Non devono scegliere tra chi sono e lo sport che amano. Non so esattamente come sarà il mio futuro nel nuoto dopo quest’anno, ma mi piacerebbe continuare a praticarlo. Voglio nuotare e competere per quello che sono». Ma un pezzo consistente del Paese la combatte. Sports Illustrated la chiama un’ossessione della destra americana.

“La redazione di Swimming World ha paragonato Thomas alle atlete dopate della Germania dell’Est. La sua storia è un argomento di discussione regolarmente trattato da Fox News. I siti di opinione conservatori adoperano di proposito come affronto il nome da uomo che usava prima della transizione. Le sue mosse sono state minuziosamente monitorate dal Daily Mail nel Regno Unito, inclusi alcuni dettagli crudeli sulle sue abitudini nello spogliatoio femminile, forniti da un compagno di squadra anonimo”.

In Italia Rivista Contrasti se ne è occupata chiamandola Will (hanno scritto: “a tutti gli effetti un uomo – ci siamo capiti”) e titolando: “Ti piace vincer* facile”. Con l’asterisco. Zarina, newsletter dedicata allo sport femminile, ha replicato: “Non ho mai letto un parere più semplicistico e ignorante su un argomento così delicato”.

Al partito di chi si oppone si è unito Michael Phelps, chiedendo che ci sia «un campo di gioco uniforme». La squadra di Thomas si è divisa. Mike Schnur, allenatore sia del team maschile sia del team femminile di Penn, ha ricevuto e-mail che Sports Illustrated definisce odiose. Durante un raduno per un allenamento in Florida, gli allenatori hanno chiesto ai nuotatori di non indossare l’abbigliamento scolastico, nel timore di diventare dei bersagli. I social media manager del college hanno disattivato i commenti su alcuni post che menzionano Lia. La federazione americana ha ricevuto telefonate da parte di giovani nuotatrici, “preoccupate che da qualche parte – scrive la rivista americana – ci sia uno stuolo di prossime Lia Thomas alle porte, pronte a prendere il controllo delle loro piscine”.

Nell’intervista lei dice: «Sono una donna, proprio come le altre in squadra. Mi sono sempre considerata solo a swimmer. È quello che ho fatto per così tanto tempo; è ciò che amo. Non penso alle vittorie o ai record. Entro in acqua ogni giorno e faccio del mio meglio».

Sports Illustrated ne ricostruisce la storia, che qui su Slalom avete già letto nelle settimane passate.

“Una parte di lei – leggiamo – voleva che le persone conoscessero il suo percorso fino a questo momento, che sapessero cosa si prova ad abitare in un corpo senza sentire di appartenergli. Voleva che le persone sapessero com’è finalmente una vita autentica, cosa significa per lei finire una gara, guardare un tabellone dei tempi e vedere scritto il nome Lia Thomas accanto ai nomi di altre donne. Cosa significava per lei salire su un podio con altre donne, essere considerata alla pari”.

Penn era l’unico college in cui voleva andare. Le piaceva Schnur, il suo allenatore di lunga data. Hanno costruito rapidamente un legame, quando Thomas è arrivata al campus alla fine dell’estate del 2017. Durante il suo primo anno nel team maschile, ha battuto diversi record personali. Nei suoi primi campionati della Ivy League, nel febbraio 2018, si è piazzata fra i primi otto nelle 500 yard stile libero, nei 1.000 yarde stile libero e nei 1.650 yarde stile libero. Thomas racconta che ha iniziato a mettere in discussione la sua identità verso la fine del suo periodo alla Westlake High School di Austin.

«Mi sentivo disconnessa con il mio corpo», spiega. Provava sensazioni a cui non sapeva dare una risposta, sempre più forti mentre gareggiava nella sua prima stagione universitaria.

“Ha cercato su Google – racconta Sports Illustrated – e ha letto storie personali di donne trans. Quando è stata affiancata da un tutor trans nel campus di Penn, per la prima volta ha potuto parlare con qualcuno che aveva sperimentato ciò che stava provando. Una rivelazione”.

Lia Thomas lo ha definito «uno specchio di ciò che provavo. Tutto ha iniziato ad avere più senso».

Sono intervenuti nuovi pensieri. Ha cominciato a chiedersi – spiega Sports Illustrated – come si sarebbero sentiti i suoi genitori e i suoi amici. Cosa avrebbero detto i suoi allenatori. Ha raccontato a suo fratello i dettagli dell’estate trascorsa tra la stagione da matricola e l’inizio del secondo anno. Lui ha capito. Hanno telefonato insieme ai suoi genitori, Bob e Carrie Thomas, che da lontano avevano percepito la sofferenza, che qualcosa stesse disturbando il loro ragazzo. Alla rivista americana, papà Bob riferisce che il contenuto di quella telefonata resta privato, ma che lui e Carrie hanno detto alla figlia quanto l’amavano e che la avrebbero sostenuta.

«Avremmo fatto di tutto perché Lia potesse appartenere ancora alla nostra famiglia. Non l’avremmo persa».

La disforia di genere è aumentata durante il secondo anno universitario, soprattutto durante la stagione del nuoto.

«Ero molto depressa – racconta Thomas – sono arrivata al punto in cui non potevo andare a scuola. Il mio ciclo del sonno era molto incasinato. Certi giorni non riuscivo ad alzarmi dal letto. Ho capito allora che dovevo fare qualcosa per risolvere il problema».

Thomas si svegliava pensando alle persone che avrebbero potuto rifiutarla. Durante un allenamento, ha avuto un attacco di panico. Temeva di doversi rivelare al suo allenatore. Ha iniziato la terapia ormonale sostitutiva nel maggio del 2019. Sapeva che avrebbe influenzato il suo corpo e le sue prestazioni, che avrebbe avuto bisogno di più tempo di recupero tra un allenamento e un altro, che avrebbe dovuto ridurre i carichi, che avrebbe perso massa muscolare, che i suoi tempi sarebbero diventati più lenti, che sarebbe diventato un nuotatore peggiore. Ha messo in crisi tutto il suo mondo. Questo è attraversare.

«Ho fatto la terapia ormonale sostitutiva sapendo e accettando che avrei potuto non nuotare mai più. Volevo vivere la mia vita. Quasi immediatamente, i sentimenti negativi si sono placati. Mi ha sorpreso. Mi sono sentita mentalmente molto meglio. Un grandissimo senso di sollievo».

Ha ripreso a nuotare. Stavolta nel team femminile. Come i suoi genitori in precedenza, lo staff tecnico della Penn le è stato di supporto.

Le regole NCAA consentono agli atleti di cambiare genere. Prima di competere è necessario un anno di terapia ormonale sostitutiva. Durante quell’arco di tempo, con Schnur al suo fianco, Thomas ha dovuto continuare a gareggiare tra gli uomini. Al primo meeting del 9 novembre 2019, Thomas mise un costume da donna e nuotò così le 1.000 yard stile libero contro gli uomini della Columbia. Ha partecipato alle gare sempre più sporadicamente, tirandosi indietro mentre si abituava al nuovo corpo e ai tempi più lenti. Nel frattempo Schnur spiegava alla squadra femminile che presto Thomas si sarebbe unita a loro. «Non potete sperare di avere una compagna migliore», fu il suo discorso.

Durante le telefonate con i suoi genitori, Thomas considerava quale nome scegliere. Fu mamma Carrie a trovare Lia, così Catherine divenne il secondo nome, il nome di battesimo completo di sua madre.

La vita ufficiale di Lia Catherine Thomas è cominciata a Capodanno 2020.

«Una sorta di rinascita – ha spiegato a Sports Illustrated  – per la prima volta nella mia vita, mi sono sentita completamente connessa al nome che porto, a chi sono, alla mia vita».

È arrivato il covid a spezzare la stagione universitaria 2020-21. Doveva essere l’anno da senior per Thomas. Quando sono ripresi gli allenamenti con Penn alla fine dell’estate del 2021, si sentiva fisicamente diversa in modo definitivo dalla persona che a suo tempo si avvicinava ai tempi di qualificazione per i campionati NCAA tra gli uomini. In quel momento, la terapia ormonale sostitutiva era iniziata da più di due anni. Ben oltre quanto richiesto del regolamento. Thomas racconta che la sua altezza si è ridotta di 2 centimetri e mezzo. La forza non era più la stessa, il grasso corporeo si era ridistribuito in modo differente. Tenere i vecchi ritmi di allenamento era impossibile.

“Capì che non poteva essere ossessionata da ciò che non riusciva a fare. Ma contro le altre donne era veloce”, racconta Sports Illustrated. È questo il punto di svolta. Quando inizia a battere le altre. Questo è il momento in cui comincia la parte più raccontata e esibita della storia: le proteste. La sofferenza non l’ha vista nessuno. I genitori di alcune atlete di Penn hanno inviato una lettera alla NCAA chiedendo che Thomas fosse dichiarata non idonea alle competizioni femminili.

“Gli argomenti – scrive Sports Illustrated – sarebbero presto diventati familiari a Thomas. Sostengono che la sua pubertà le ha dato un vantaggio rispetto alle avversarie. La scienza avrebbe mostrato che le donne trans hanno mani e piedi più grandi, cuori più grandi e una maggiore densità ossea e capacità polmonare. La lettera dei genitori della Penn sostiene che sia in gioco l’integrità dello sport femminile. Chiede che ci sia uno spazio protetto ed equo per competere, parla di una minaccia diretta per le atlete”.

La NCAA non ha risposto, il direttore atletico di Penn Alanna Shanahan ha inviato invece un’e-mail alla squadra. Sports Illustrated ha potuto leggerla. C’è scritto che il college “supporta pienamente tutti gli studenti-atleti e si impegna a essere un ambiente accogliente e inclusivo”. Nella lettera c’è scritto che se qualcuno fosse animato da un sentimento di ostilità o di rabbia, può utilizzare le solide risorse a disposizione, incluso il dipartimento di consulenza e servizi psicologici dell’università.

Sports Illustrated trova significativo che la lettera dei genitori sia stata spedita in forma anonima. Non ci sono le firme, nel timore di essere accusati di transfobia. La rivista ha parlato con alcuni di loro, a condizione che ne fosse protetto l’anonimato. «Sosteniamo Lia come donna trans e speriamo che conduca una vita felice e produttiva, perché è quello che si merita – ha detto uno di loro – ma quello che non possiamo fare è restare a guardare mentre riscrive i record e batte le donne biologiche. Se non parliamo qui, accadrà a un college dopo un altro. Lo sport femminile così come lo conosciamo, non esisterà più in questo Paese».

Thomas tende a minimizzare ogni contrasto, ma quando Sports Illustrated ha mandato in piscina il suo reporter Robert Sanchez – l’autore del servizio – ha colto per intero la freddezza prevalente intorno a lei. Viene accusata di scherzare sulla facilità con cui vince le gare, di aver nuotato volutamente in modo lento a un meeting di gennaio contro Iszac Henig, atleta trans della squadra femminile di Yale. Viene accusata di definirsi il Jackie Robinson degli sport trans. Thomas nega tutto. Nega e sostiene che non esistono supporti a metà.

«La risposta molto semplice è che non sono un uomo. Sono una donna, quindi appartengo alla squadra femminile. Le persone trans meritano lo stesso rispetto che riceve ogni altro atleta».

Dieci Stati USA impediscono attualmente agli atleti trans di prendere parte alle gare. Il 24 gennaio scorso è stato organizzato un incontro virtuale di 90 minuti per discutere dei rimedi legislativi nello sport universitario. Più di 250 persone hanno partecipato. È stato consentito anche a Robert Sanchez di Sports Illustrated di presenziare, a condizione che i partecipanti non fossero identificati e che le dichiarazioni non fossero attribuite a nessuno. Erano presenti ex campioni olimpici di nuoto, allenatori attuali o del passato dei college, una delegazione di genitori di Penn, dirigenti della federazione americana. Alcuni si sono chiesti se la Georgia, la sede dei campionati, non potesse approvare in tempo una legge per vietare a Lia Thomas di competere. Se non potesse diventare l’11esimo Stato che nega le gare agli atleti trans. È stata discussa l’idea di un boicottaggio, senza troppa presa. Otto giorni più tardi, la federazione nuoto ha aggiornato le linee guida, stabilendo una serie di nuovi requisiti e istituendo una commissione medica di tre persone, per determinare se le donne transgender hanno un vantaggio competitivo rispetto alle concorrenti cisgender. Le nuove linee guida fissano in cinque nanomoli per litro il livello massimo di testosterone, la metà della soglia rispetto alle precedenti regole olimpiche. Un livello che va tenuto per 36 mesi consecutivi prima di candidarsi a nuotare tra le donne. Trentasei mesi: non è un caso. Nel giorno dell’inizio dei campionati NCAA, Lia Thomas sarebbe stata in regime di terapia ormonale sostitutiva da 34. Due settimane dopo la decisione della federazione americana, la NCAA ha impugnato il regolamento, citando «impatti ingiusti e potenzialmente dannosi» per una modifica così tardiva. L’attuazione delle nuove linee guida è stata congelata. Lia Thomas è al momento dentro le regole per partecipare. Lei dice che sarà «un’esperienza straordinaria e bellissima. Prima di rivelarmi, non riuscivo a vedere un futuro». Ha lasciato il corso di economia e si è iscritta alla facoltà di giurisprudenza. Ha maturato l’intenzione di impegnarsi nelle battaglie sui diritti civili. È ancora presto per sapere se la ritroveremo ai Trials per la qualificazione a Parigi 2024. Sports Illustrated ha chiesto alla federazione USA come si regolerebbe in quel caso. La risposta è stata che non ci saranno problemi, se Thomas dovesse rappresentare gli USA alle Olimpiadi.

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