Finché non trovi qualcosa per cui lottare
ti accontenti di qualcuno contro cui lottare
Chuck Palahniuk
▻ Una volta era Mourinho. Una volta il calcio era scontro e Pep Guardiola se ne stava facendo una malattia. Il piacere per il gioco e per il pensiero intorno al gioco – contro quello là – erano diventati una quotidiana razione di veleno. In mezzo alla schiuma dell’invettiva e della zuffa, la gioia del confronto si era trasformata in un assillo.
“Achab ammucchiava sulla gobba bianca della balena la somma di tutta la rabbia, di tutto l’odio sentiti dalla sua razza fin dai tempi di Adamo; e poi, come se il suo petto fosse stato un mortaio, le sparava addosso la carica del suo cuore ardente”. Questo è Melville. Ma questo era diventato pure Pep, correndo appresso a José. C’è un libro di Paolo Condò, I duellanti (Baldini&Castoldi), che racconta nel dettaglio il loro corpo a corpo in Spagna.
Fu poco dopo che Pep mollò tutto. La schiuma, il capodoglio bianco e il ruolo del Buono nella storia. Lo chiamò anno sabbatico, invece era rehab. Costrinse il Villain che si nutriva del rumore dei nemici, a cercare altrove chiasso e ostilità. Quando si sono re-incontrati a Manchester, lui al City e l’altro allo United, la rivalità non aveva più la miccia. Una botta a muro faceva più impressione. Nelle ultime nove volte in campo, c’è stata in palio al massimo una qualificazione agli ottavi di finale in Coppa di Lega, per il resto solo week-end ordinari di pallone domestico. Dieci dei 16 confronti precedenti erano stati invece un dai-eddài per un posto in una semifinale, in una finale o per un titolo. Non succede più dal 2013, e non certo per colpa di Pep.
Pep e l’argentino
▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔
Calcio brillante contro difensivo? Non perdo nemmeno un secondo per un dibattito tanto stupido
Pep Guardiola
In 12 giorni – da stasera fino al 16 di aprile – l’antico condimento su certe partite luculliane arriverà dal confronto con quelli che sono diventati nel frattempo i due nuovi opposti, due antagonisti che insaporiscono gli incontri con lui usando il sale, e non il pepe.
Guardiola vs Simeone in Champions, andata e ritorno.
Guardiola vs Klopp in campionato domenica e poi in finale di Coppa di Lega.
Con il Cholo e con il cholismo esiste una contrapposizione delle idee, con molta teoria a dividerli e poco terreno consumato per la pratica, soltanto tre precedenti, due dei quali sontuosi, quando Guardiola era in Germania, semifinale di Coppa dei Campioni 2016. Saúl Ñiguez segnò l’1-0 dell’andata al Calderón. Il Bayern tenne la palla per il 70% del tempo, al calcio reticolare aggiunse qualche pallone scaraventato in avanti per far allungare il mucchio di Simeone, tutto disposto al fiatone e alla difesona, alle giocate sporche, a qualche contropiede, a lasciare la vita o la morte su ogni palla. Una squadra impermeabile al concetto di spettacolo aveva vinto a quello stesso modo 13 delle 14 partite precedenti, andando in vantaggio e difendendo. Il portiere Oblak chiuse la sua ventinovesima partita della stagione senza prendere gol, mentre Guardiola si era inventato la quarta coppia diversa di centrali nelle ultime quattro di Champions, con l’ex terzino Alaba e l’ex centrocampista Martínez.
Il ritorno in Baviera – quello sì che fu elettricità. Uno studio di tre docenti del dipartimento di statistica dell’Università di München (Manuel Eugster, Jan Gerteis e Sebastian Kaiser) segnalò alla vigilia che l’incidenza del fattore campo al ritorno nelle Coppe non era poi così speciale. Avevano ragione.
Fu una vigilia in cui Guardiola dovette parare un paio di giudizi negativi dall’Italia. Gattuso lo accusava di aver creato dei mostri, Trapattoni di annoiare. «Io amerò il pallone fino all’ultimo giorno della mia carriera. Non gioco alla Trapattoni», rispose. Vinse 2-1. Non bastò. Con le regole di stasera se la sarebbe giocata ai supplementari. All’epoca pesò il gol in trasferta fatto da Antoine Griezmann, ovviamente in contropiede, nel momento di massima pressione dei tedeschi. Tre gol e due rigori parati, uno per parte. La gente dall’Allianz sfollò verso la fermata della metro di Fröttmaning battendo le mani ai suoi eroi, esausti, chiedendosi come sarebbe andata a finire se Thomas Müller non avesse sbagliato il suo tiro dal dischetto, 4 minuti dopo l’1-0 di Xabi Alonso su punizione. Guardiola ebbe il 72% di possesso, 33 tiri in porta e 11 nello specchio; Simeone ebbe un posto nella finale di Milano. Non fu il capolinea dell’Idea di calcio di Pep. Come fa ogni volta John Wayne quando finisce col suo cappello nella polvere, la vita ricomincia da un’altra parte, in un altro film, su un altro set.
Pep e il tedesco
▔▔▔▔▔▔▔▔▔
Il set era Manchester. Colonna sonora: Ancora Tu. Non rivolto a José, ma a Jürgen Klopp, incrociato sette volte nei Bayern-Borussia di Germania, con tre finali e una semifinale tra Coppa e Supercoppa nazionale. La vera rivalità non era nata all’epoca. C’era solo una distanza non taciuta.
«Quando non corriamo più degli altri, io sbadiglio. Meglio correre. Così una squadra ha il rispetto della gente. C’è chi dirige la squadra come un’orchestra. Fanno possesso palla, i passaggi giusti, ma è come una canzone silenziosa. A me piace vedere il pallone di qua, di là, le parate dei portieri, pali, traverse, noi che voliamo dall’altra parte. Devo farmi sentire dai miei, voglio una squadra che faccia bang. Se da bambino avessi visto giocare il Barcellona degli ultimi 4 anni, con la sua serenità, le sue vittorie per 5-0, per 6-0, credo che avrei giocato a tennis. Non mi piace il tennis, non mi piace il calcio della serenità. Il calcio di Guardiola non è il mio sport, non è la mia filosofia, mi piace il calcio delle battaglie. La pioggia, il fango, mi piace uscire dal campo con la faccia sporca, con le gambe così pesanti da credere che non riuscirai a giocare per settimane. Io esulto anche per una palla recuperata» | Jürgen Klopp a Repubblica, novembre 2013
Eppure, sia lui sia Guardiola raccontano di sentire Arrigo Sacchi tra le proprie radici. Il fascino del calcio è che ognuno lo vede a modo suo, ognuno può interpretare lo stesso spartito con un registro differente. Klopp è stato ingaggiato a Liverpool con un algoritmo, a Manchester l’algoritmo è direttamente Pep. È questo il sesto anno in cui si sfidano per la Premier. Tra 12 giorni gli scontri diretti saranno diventati 24. Se poi dovessero arrivare entrambi alla finale di Champions a Parigi (il Benfica stasera è il primo ostacolo dei Reds), con la 25esima partita Guardiola pareggerebbe il conto di quelle vissute contro Mourinho. La certificazione ufficiale di quale sia stato il vero dualismo contemporaneo nella storia della filosofia del calcio, mentre la Champions premiava una volta il catenaccio di Di Matteo, un’altra il pragmatismo di Heynckes o il galactismo di Ancelotti. Loro due teorizzavano. Chi era il poster del Tiki-taka, chi quello del Gegenpressing. Per superarsi, ciascuno è diventato un pezzetto dell’altro. Il City attuale è secondo solo al Liverpool in campionato per passaggi lunghi, il Liverpool è secondo solo al City per passaggi corti. Poco prima del lockdown 2020 era accaduto simbolicamente perfino di più. Guardiola aveva cancellato la propensione esclusiva per la palla a terra. Aveva anzi la squadra con più cross d’Inghilterra. Klopp aveva chiuso la partita contro lo Sheffield con 969 passaggi, nuovo record in Premier, strappato proprio a chi state pensando voi.
Le differenze tra loro in cinque voci
▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔
① TRAME Il metodo e le idee | La grandezza di Guardiola consiste nell’essere diventato un rivoluzionario – come dice lui – senza aver inventato nulla. Il centravanti di movimento, ribattezzato in Spagna falso nueve, esisteva già nella Nazionale d’Ungheria anni Cinquanta. La fitta rete di passaggi palla a terra era un patrimonio estetico e genetico dell’Olanda negli anni Settanta. Ma è stato lui a rivisitare tutto, impastare, infornare, servire al resto del mondo. Guardiola è un persuasore, Simeone è un motivatore, Klopp è un amplificatore di energia. Klopp è uno che accende falò, Simeone ti chiede di gettarti con lui nel fuoco, Guardiola ti convince che le fiamme che vedi non esistono. È un contrasto da paradigma. Hanno dato il loro nome a uno stile. Esiste il Cholo ed esiste il cholismo. Esiste Guardiola ed esiste il guardiolismo. Esiste Klopp e no, non esiste il kloppismo, ma prima o poi dovremmo fondare Klopstock, la Woodstock del pallone rock. Guardiola ha connesso il suo Manchester al mondo dei saperi attraverso gli astrofisici che lavorano per lo staff degli analisti. Klopp sfrutta il lavoro di due neuroscienziati presenti in organico al Liverpool. Simeone ha avuto il sostegno di tre economisti a Madrid, autori di un saggio sull’impatto del cholismo sui bilanci.
② MATRICI I loro maestri | Klopp è stato il primo front-man uscito dalla scuola tedesca che si fa risalire alla lezione di Ralf Rangnick. Le radici di Simeone e Guardiola vanno cercate in Argentina. Il primo ha una cellula madre non solo nelle idee di Carlos Bilardo, come spiegato dallo storico del calcio Jonathan Wilson: “L’educazione di Simeone non avrebbe potuto essere più lontana dalla filosofia Total Football basata sul possesso palla instillata a La Masia. La sua carriera giovanile è stata trascorsa al Velez, dove è passato sotto l’influenza di Victorio Spinetto, l’uomo che ha essenzialmente inventato l’anti-fútbol in Argentina. Per lui, coraggio e carattere – ciò che ha trasformato in “fibra” – erano la risorsa più importante che un giocatore potesse avere. Simeone aveva fibre in abbondanza e Spinetto lo amava per questo”.
Il secondo è invece sensibile al fascino di Bielsa, e dunque alla filosofia di Menotti, il calcio che riflette su sé stesso e sull’uomo. Guardiola definisce Bielsa il miglior allenatore apparso sulla Terra e come lui pensa che la vittoria abbia un senso solo se viene inseguita attraverso il gioco. Si è nutrito della lezione di Cruyff e vi dice cose incantevoli di Carletto Mazzone, sua guida da calciatore a Brescia. In lui deve aver riconosciuto certi tratti familiari. Il papà di Pep è stato un muratore, la madre una casalinga. Il regista David Trueba, suo amico, ripete che nelle costose scarpe italiane di Pep, batte un cuore con le espadrillas.
Per la partita di stasera, Filippo Maria Ricci sulla Gazzetta parla di “uno scontro stilistico meraviglioso, con due grandi centrocampisti cresciuti uno con Cruijff e l’altro con Bilardo e che anche in panchina continuano a pensare tanto e in modo diverso”.
Gabriele Marcotti sul Corriere dello sport-stadio aggiunge che sono “due modi diversi di intendere il calcio sul campo. Ma, forse, tanto in comune fuori dal campo, visto che entrambi sono “santoni” per tifosi e giocatori che mettono il gruppo al centro del progetto”.
Orfeo Suarez stamattina su El Mundo li chiama la bella e la bestia. “L’antagonismo per lo stile non impedisce il rispetto reciproco. Condividono il modo appassionato di vivere il calcio, un concetto più ampio del gioco e l’estrema dedizione”.
In prima pagina As scrive che se qualcuno può riuscire nell’impresa di eliminare il Manchester City, si tratta dell’Atlético.
③ IMPRONTE I loro allievi | Il giocatore tipo di Simeone è stato a lungo Koke, simbolo del calcio-ovunque nel quale si può fare a meno delle stelle. L’Atlético ne ha vendute tante senza scomporsi. È stato quando ha cominciato a comprarne, che si è smarrito. Il Koke nella migliore versione si sé, è un tuttocampista che fa spostare la palla agli avversari nella zona dove meno possono dare fastidio. Il giocatore tipo di Guardiola non è più Messi, come si sarebbe detto nei giorni catalani. Al Bayern si fece comprare Götze per riprodurre l’originale. Non è neppure quello Xavi al quale ha trasferito la dottrina appresa da Cruyff. Il giocatore tipo di Guardiola è forse adesso un terzino, uno qualunque tra quelli che ha maneggiato e rimodellato, un Alaba, un Kimmich, un Cancelo: ex giocatori di margini diventati primari, trasferiti dalla periferia dell’azione al centro storico.
Ladislao J. Moñino stamattina su El País cita invece Rodri come giocatore perfetto per comprendere l’aggiornamento delle idee di Pep. Rodri viene peraltro proprio da un’esperienza fatta nel centrocampo cholista di Simeone.
“L’evoluzione di Rodrigo spiega anche quella del proprio allenatore verso un calcio fatto di transizioni più veloci e verticali, con l’intenzione di giocare nel campo opposto. Una delle prime istruzioni che Guardiola gli diede appena arrivato, fu di dimenticare il purismo del tiki-taka. La curva verso l’alto di alcuni dei suoi parametri descrive la trasformazione”.
Eccole, le cifre. All’Atlético la sua media di passaggi nella metà campo avversaria era di 30. Al City, spinto dalla mutazione di stile, al suo primo anno ha fatto un salto significativo (40), ulteriormente migliorato con i 42 dell’anno scorso e i 44 di media attuale. Ognuna di queste cifre supera la media dei passaggi che Rodri ha eseguito nella propria metà del campo in questi due anni e mezzo (28, 32 e 29). Cresce progressivamente anche il numero medio di passaggi nell’ultimo terzo del campo. All’Atlético ne faceva 12 e nei suoi primi due anni in Premier 20. In questa stagione ha alzato la cifra a 24, con una percentuale di successo del 90%.
“Rodri – scrive El País – capisce in ogni momento di cosa ha bisogno la squadra”.
Il giocatore tipo di Klopp è uno che non sta mai fermo e strappa, strappa di continuo, che si tratti di Salah e Mané, oppure di Alexander-Arnold e Robertson alle loro spalle.
④ ORIZZONTI Loro e la politica | Il solo ambito nel quale il mite Guardiola non si è sottratto a gesti e parole estreme, sostenendo la causa indipendentista della Catalogna. Frequenta scrittori e registi, cantautori e poeti. Il calcio gli ha dato l’occasione di conoscere Lluís Llach e Miquel Martí i Pol, bandiere dell‘anti-franchismo e della diffusione della lingua catalana come ribellione alla dittatura. Di Simeone si conosce la simpatia per Pablo Iglesias, leader storico di Podemos. Lo slogan “partita dopo partita” è stato tradotto da lui politicamente in “voto dopo voto”. Mundo Deportivo ha scritto una volta che Simeone gli parlò di Barcellona e Real Madrid in termini di casta e suggerì a Iglesias di tagliarsi i capelli «per non sembrare un hippy guevarista». Lo invitò a lasciar perdere il colore viola, perché ricorda troppo la Chiesa e i cardinali. Quando Klopp dichiarò le sue simpatie politiche, lo scoprimmo più vicino a Guardiola che a Simeone. «Sono di sinistra, credo nel welfare state e non darò mai il mio voto a un partito che abbassa le tasse ai ricchi».
⑤ PAESAGGI Il look | Simeone ama vestirsi di scuro. Sostiene che portare il nero sia segno di rispetto per le proprie azioni e per quel che si fa. Guardiola ha una predilezione per gli stilisti italiani. È passato attraverso una lunga fase in cui il maglioncino a V grigio era la norma. Tutto è curato e placido nel suo mondo, anche la barba quando è sfatta. Tiene una bottiglietta d’acqua accanto a sé, in panchina o nel fine partita, perché sorseggiare in conferenza stampa lo aiuta a prendere tempo. Klopp è quello che ride. Qualunque cosa indossi. Sotto qualunque cielo. Lui indossa il sorriso.
⑥ PAROLE Le frasi cult | Guardiola: «Non provate a cambiare i calciatori, la chiave è sapergli schiacciare il bottone».
Simeone: «Non vince chi ha i migliori soldati, ma chi li usa meglio».
Klopp: «Quando il tunnel finisce e sbuchiamo sul prato, bam, pare di essere di nuovo partorito da mia madre. È come rinascere».