Noi vogliamo, per quel fuoco che ci arde nel cervello, tuffarci nell’abisso
Charles Baudelaire
L’ex tennista tedesco, sei volte campione in un torneo dello Slam, è stato condannato da un tribunale britannico a due anni e mezzo per bancarotta fraudolenta. Dovrà scontare la pena in carcere. Becker è stato riconosciuto colpevole di aver trasferito centinaia di migliaia di sterline su altri conti, dopo il fallimento di una sua società, e di non aver dichiarato una proprietà immobiliare in Germania, nascondendo al fisco un prestito di 825mila euro e il possesso di titoli azionari
▻ Cadeva perché si tuffava. Un tuffo presume la conoscenza della profondità che ti aspetta. Si tuffa chi cerca perle, ha scritto una volta John Dryden. È un gesto che contiene un sentimento. Non si parla forse di tuffo al cuore? Cadere è un’altra cosa. Un’arte differente. L’abisso non lo misuri prima di averlo sperimentato. All’abisso si espone solo chi è salito sulle cime delle montagne, non chi striscia sulla terra (questa è di Kierkegaard).
Boris Becker era il signorino dei tuffi già a diciassett’anni. Quando diventò campione a Wimbledon sbucando come capitano gli amori a primavera. Aveva coraggio a buttarsi, c’era una logica in quel pezzo da teatro. Nella stessa Londra, adesso, è il rugoso sovrano del moto accidentale verso il basso.
Ai bei tempi, su Repubblica, Gianni Clerici lo chiamava Bum Bum oppure il testone. Vedeva in lui una specie di portiere applicato al tennis. Un sublime paradosso per uno che giocava da attaccante. Eppure, un portiere era davvero quando si gettava verso la rete, a parare gli insulti che arrivavano dall’altra parte sotto forma di un passante, il colpo che in questo sport più di ogni altro assomiglia a un affronto.
“Credeva in Boris soltanto sua mamma Elvira, e la maggior parte degli addetti avanzava riserve sulle sue capacità di spostamento, inferiori alla norma. Non c’era nessuno, d’accordo, che mettesse in dubbio il punch di quelle mani che già potevano calamitare un pallone da basket come quelle di un pivot. Ma il tennis era ormai diventato atletica con racchetta, e i dubbi dei più non erano certo infondati. Per quel che mi riguarda, ho sempre pensato che, con un braccio straordinario, si possa anche non essere straordinari corridori. Diventa, allora, importantissimo l’allungo, in un campo che è largo un metro e mezzo di più di una porta di calcio. Quanti tra i grandi portieri non erano sprinters? Nessuno se lo è mai chiesto ma, per il nostro sport, questa era una domanda importante. Altro a convincermi in Becker era la sua flessibilità muscolare. Durante una giornata di allenamento, a Montecarlo, l’avevo visto compiere un incredibile esercizio di stretching, simile a quello dell’uomo serpente del circo Barnum. Quel ragazzone tozzo si era afferrato un piede, ed era disinvoltamente riuscito a porre la suola dietro il collo. L’allungo e la flessibilità osteomuscolare si sommavano dunque, ad una capacità esplosiva di muscoli di grande sezione”.
Quanta capacità muscolare, ti serve adesso Boris, per cadere? In questi casi si dice: la Germania è sotto shock. In questo caso è vero. Ma nel vedere l’uomo che cade, c’è come una forma di distacco dai sentimenti provati per il ragazzino che si tuffava. Il pezzo che riassume il clima l’ha scritto Carsten Heidböhmer su Stern. È l’auto-biografia di una generazione.
“Con la sua vittoria a Wimbledon, Boris Becker ha innescato un boom del tennis in Germania. Ma con la sua vita dopo la sua carriera sportiva, ha distrutto la sua reputazione. Dov’eri il 7 luglio 1985? Per molti della mia generazione, questa data è indimenticabile quanto lo è quella della missione Apollo 11 del 1969 per i più vecchi. Quanto successe quella domenica al Centre Court di Wimbledon è stato incredibile per noi quasi quanto i primi passi sulla luna di Neil Armstrong. Un tedesco di 17 anni aveva vinto il torneo di tennis più importante del mondo. Resta tuttora il più giovane a Wimbledon. Con il suo clamoroso trionfo, Becker ha innescato un boom del tennis. Avevo 13 anni all’epoca ed ero una delle decine di migliaia di giovani che scambiavano le loro scarpe da calcio con scarpe da ginnastica bianche. Dopo la scuola, invece di andare al calcio, andavo al tennis. Lì alzavamo i pugni come faceva Becker dopo gli scambi e lì ci siamo tuffati su ogni palla, come se fossimo Boris sul verde di Wimbledon e non su un campo di cenere scheggiato”.
Ma i ricordi si chiamano così perché sono il passato. Heidböhmer su Stern dice che “Boris Becker ha ispirato finché giocava, quando non è mai stato noioso. Alle grandi vittorie sono seguite amare sconfitte: Becker ha perso quattro delle sue sette finali di Wimbledon. Ma c’era sempre. Ha vinto sei Slam, tre Masters, due volte la Coppa Davis per la Germania. Fu indimenticabile come sconfisse John McEnroe in 6 ore e 21 minuti nel 1987 sfidando anche il pubblico ostile degli Stati Uniti. Sono state partite come queste a far diventare Becker ai nostri occhi più grande della vita. Combinava una irrefrenabile voglia di vincere con una mente fredda e una classe giocosa. In una buona giornata nessuno poteva batterlo, nemmeno 16.000 spettatori che lo fischiavano. Il 30 giugno 1999, Becker ha concluso la sua carriera sportiva e quello è pure il giorno che segna la lenta scomparsa dell’amore per il mio idolo. Perché la persona venuta alla ribalta ha soppiantato l’atleta. Ha distrutto a poco a poco gran parte di ciò che aveva costruito nel decennio e mezzo precedente. Il 30 giugno è la data che unisce queste due vite: nel pomeriggio era ancora in campo e cercava di scongiurare l’imminente sconfitta agli ottavi di finale di Wimbledon, in serata è successo quello che i media scandalistici hanno poi definito l’affare dell’armadio delle scope. Mentre sua moglie Barbara era nella stanza d’albergo ad aspettarlo, Boris ha messo incinta la modella Angela Ermakova. Era solo l’inizio di molti episodi imbarazzanti nella vita dell’ex eroe del tennis. La cosa peggiore di tutta è stata la sua sciocca lite con Oliver Pocher in uno show di RTL nel 2013, dinanzi a un pubblico di milioni di persone. Sono diventato un ex tifoso, non ho più provato niente. Il destino di questo 54enne mi lascia stranamente indifferente: non provo più niente per il mio idolo da molto tempo. Il 7 luglio 1985 non avrei mai immaginato che sarebbe successo, quando ero giovane, quando il sole splendeva e un tedesco di 17 anni era incoronato re del tennis mondiale. Vorrei ricordarlo così. Sfortunatamente, un secondo Boris Becker è apparso accanto al raggiante eroe sportivo: un uomo grasso con uno scacciamosche in testa”.
Sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung, Pirmin Closeé ha scritto che “la detenzione mostra la tragedia della sua vita. In campo, i suoi punti di forza spesso nascondevano le debolezze. Dopo la fine della carriera è stato il contrario. La favola sportiva di una volta è diventata un dramma. Questa è la storia delle conseguenze della fama sulla vita. La storia di un atleta che non è maturato abbastanza per diventare un adulto responsabile fuori dal campo. Il processo ha dimostrato che Becker è rimasto almeno in parte l’adolescente inesperto dell’estate di quasi 40 anni fa.
Sempre su Stern Micky Beisenhertz gli scrive: “Mi ha spezzato il cuore vederti così. In tribunale, in una teca di vetro. Come in un museo. Un Neanderthal con una clava, l’animale primitivo con la racchetta da tennis. Boris Becker condannato al carcere. Homo erectus, homo sapiens, homo victus. L’uomo sconfitto. Sei andato in campo vincendo per noi, proprio come l’uomo preistorico che uccideva il mammut. I tuoi trionfi sono stati il nostro cammino eretto. Hai portato il fuoco nella nostra caverna della TV. Ma quelle fiamme hanno bruciato il tuo pelo rosso-biondo. Il pugno di Becker al cielo è diventato un polso con le manette. La magistratura non è un Lendl. Non perdona gli errori. Due anni e mezzo. La durata di una pandemia. Chiunque sia stato trascinato in televisione da quella rana avvelenata di Pocher, ha già scontato una pena massima. Ma lo stato di diritto britannico non controlla RTL. Se sarai per sempre il diciassettenne di Wimbledon, allora si dovrebbe applicare per te il diritto penale minorile. Eri una volta il nostro orgoglio. Oh, se solo avessi sposato tu Steffi Graf. Nel mio cuore giace un prato inglese sul quale ti tufferai per sempre”.
Ancora su Stern, Jochem Siemens considera: “Il mondo che Boris Becker un tempo governava era di 668,86 metri quadrati. Ora, 23 anni dopo, questa vita finisce in una cella che sarà forse sei o otto metri quadrati. Per due anni e mezzo. Con una buona condotta saranno quindici mesi: quindici mesi significa Natale, Pasqua, il suo compleanno, il compleanno di sua madre, i compleanni dei suoi figli, il torneo di Wimbledon, gli US Open, un mucchio di caffè espresso nel suo bar a Londra. Quando gli parlavi e cercavi di sondare gli angoli del suo animo nascosti tra le scogliere, se così possiamo dire, se gli chiedevi le cause del suo fallimento multimilionario, sempre ti guardava con un misto di arroganza e indifferenza, dicendo: – Non preoccuparti, Boris Becker ha sempre tutto sotto controllo”.
La stessa considerazione arriva dallo storico del tennis Chris Bowers, autore di un libro su di lui. «Ogni volta che gli parlavo, avevo sempre l’impressione che in fondo Boris pensasse sempre: – In qualche modo, me la caverò. E alla fine, quell’atteggiamento lo ha punito».
Secondo la giudice Deborah Taylor, l’atteggiamento di Becker dimostrava l’assenza di un rimorso e l’accettazione della colpa: «Anche se accetto la tua umiliazione come parte del procedimento, non c’è stata umiltà», gli ha detto. Una frase che stamattina la stampa tedesca enfatizza. Ma Bowers ne è certo: «Il giorno in cui morirà, le persone continueranno a dedicare i quattro quinti dei loro pensieri alla sua carriera nel tennis».
Al suono che hanno i tuffi, e non il rumore delle cadute.
coriandoli I commenti in Italia
Stefano Semeraro, la Stampa: “L’immagine di Boris Becker è stampata nella nostra memoria mentre scende a rete, un terremoto rosso al seguito del servizio più famoso del tennis. Pensarlo rinchiuso dietro le sbarre di una prigione, invece che sul Centre Court di Wimbledon, è strano, irreale, quasi grottesco”.
◇ Federico Ferrero, Domani: “Aveva il mondo in mano. Con i tuffi e i servizi scagliati ai duecento all’ora, un alieno di 17 anni di nome Boris Becker era atterrato sul campo centrale di Wimbledon facendo sbiadire in un lampo il resto della concorrenza. Su un binario parallelo, i doppi falli si accumulavano: una prima condanna per evasione fiscale nel 2002, che il giudice del 2022 gli ha ricordato come «un campanello d’allarme che lei ha deciso di non ascoltare, nonostante le fosse stata concessa la sospensione condizionale». Un pasticciaccio in un resort a Marbella, con un buco di qualche milione lasciato ad arrostire sotto il sole. A inizio anno, era pronto il contratto per diventare il supercoach di Jannik Sinner: chissà, forse pensava di cavarsela anche stavolta”.
◇ Marco Lombardo, il Giornale: “È arrivato con Lilian in tribunale mano nella mano e con la cravatta di Wimbledon addosso, la valigia preparata dal figlioletto Noah per il viaggio in galera. Si aspettava un disastro, forse gli è andata bene. Il tennis in fondo insegna che dopo ogni sconfitta si può ricominciare da capo”.
◇ Chiara Bruschi, il Messaggero: “La stampa inglese lo descrive mentre freddo e impassibile, dopo la lettura della sentenza si abbassa per allacciarsi le scarpe e afferrare la sua borsa. Entrambi marcati Puma. Ai suoi piedi, questa volta, non una borsone di racchette e asciugamani da tenere in panchina, ma qualche ricambio per la sua prima notte in carcere”.
◇ Antonello Guerrera, la Repubblica: “Abito grigio, viso arrossato, occhi gonfi, sempre in silenzio, visibilmente teso e senza nemmeno poter fumare. Non parla, prima di rinchiudersi in un’altra stanza con Lilian, Noah e gli avvocati. Dice tutto però la sua paradossale cravatta, quella verde e viola ufficiale di Wimbledon. Pare l’epitaffio della sua carriera: successo, fiaba, decadenza, eccessi, rimpianti, dissoluzione”.
◇ Andrea Sereni, Corriere della sera: “Tante le zone grigie della vicenda, tra cui il tentato ricorso, nell’estate del 2018, a una presunta immunità diplomatica in quanto consulente della Repubblica Centrafricana per lo sport nell’Unione europea. Una carica mai esistita. Eppure sembrava essersi rilanciato Boris quando, tra il 2013 e il 2016, si è seduto nel box di Novak Djokovic, allenatore insieme al fido Marjan Vajda. Riflessivo e furbo, attento e complice, ha saputo far crescere il serbo nell’eterno duello con Federer e Nadal, portandolo a vincere sei Slam”.