La sella da 300 euro di Mohoric

 

 

ruote 

La Sanremo dello sloveno inatteso

 

Sloveno, ma non è Pogacar. Matej Mohoric è un vincitore inatteso di Sanremo. Come i Jalisse, In sedici classiche monumento, aveva raccolto finora un quarto posto alla Liegi del 2020 e sempre alla Sanremo un quinto (2019), un decimo (2020) e un undicesimo posto (2021). 

È scappato in discesa, nell’interpretazione più moderna del ciclismo da iper-watt, ma in fondo con lo stesso copione che era stato scritto già per Eddy Merckx nel 1972 e per Francesco Moser nel 1984. Se in salita non stacchi e non ti stacchi, quei 4-5 secondi di vantaggio che bastano per arrivare dall’Aurelia a via Roma, vatteli a prendere in discesa. Fatto.

 

Alexandre Roos su l’Equipe allora chiede: Sapete chi ha vinto? Chi? Matej Mohoric? Certo, ne parleremo più avanti, ma il primo vincitore della classica di ieri è stata proprio la Milano-Sanremo, che ha ricordato a tutti la sua natura selvaggia e indomabile. Ammettiamolo. Ha spezzato tutti i nodi di quello scenario cucito con il filo bianco nel quale ci siamo immersi. Una boccata d’aria fresca, quando ormai pensavamo che Tadej Pogacar e Wout van Aert fossero partiti per scrivere le trame di tutte le gare alle quali avrebbero preso parte in questa stagione. Un promemoria salvifico: nessuno è al di sopra del suo sport e soprattutto di una così imprevedibile gara. Wout van Aert e Tadej Pogacar hanno pensato che bastasse surfare con la loro forma vista alla Parigi-Nizza e alla Tirreno-Adriatico per sfilare su via Roma? La vecchia Classica italiana ha risposto

 

Eppure, i quasi trecento km prima del Poggio, avevano scremato eccome il gruppetto di chi andava a giocarsi la corsa negli ultimi nove. Ma sulla Cipressa non c’è stato l’attacco da lontano tanto reclamizzato, Van Aert e Pogacar hanno fatto 0-0 sul Poggio, con un sorprendentissimo van der Poel alle calcagna, alla sua prima corsa dopo un lungo stop per problemi alla schiena. Tra le ruote veloci avevano retto il passo Mads Pedersen e Arnaud Démare. Il fantasma dell’arrivo allo sprint è stato scompaginato da Mohoric, arrivato da solo come Stuyven nel 2021. 

 

Poiché siamo a Sanremo: musica. Marco Bonarrigo sul Corriere della sera ha scritto che parafrasando De Gregori, anche un grande ciclista lo vedi dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia. Ma, da ieri, lo riconosci pure dall’audacia tecnologica

Il riferimento è al manubrio sul quale Mahoric ha puntato il dito mentre tagliava il traguardo, sul pulsantino che ha fatto la differenza tra lui e i fenomeni Pogacar e Van Aert. Si chiama «dropper», aziona un meccanismo idraulico che alza e abbassa l’altezza della sella in modo istantaneo e preciso. Sulla salita del Poggio, la sella della Merida di Mohoric era altissima per permettere alle lunghe leve dello sloveno di rispondere ai violenti attacchi del Cannibale Pogacar. Ma allo scollinamento, Matej l’ha abbassata di due centimetri trasformando la bici in un bisturi di precisione in curva. Ha fatto il pelo al guardrail, ha messo le ruote in una canalina, ma ha recuperato l’assetto: con la sella alta – lui che pure è discesista sublime – sarebbe finito sulle serre sanremesi o spiaccicato contro un muro

Pier Augusto Stagi sul Giornale dirige invece La Rappresentante di Lista per raccontare l’assenza di italiani dai primi 10. Giacomo Nizzolo correva con un casco sul quale aveva trascritto il testo di Ciao Ciao. Chiedeva un po’ di… fattore “c” – dice Stagi – ma la sua corsa finisce lungo la discesa del Poggio: per terra. Ci è andata male. Il primo degli azzurri è Antonio Albanese 11esimo , ma chi ama il ciclismo e questa generazione di fenomeni, non può che essere felice. Il divertimento c’è ed è assicurato. È vero, ultimamente si divertono sempre gli altri: che poi sono quasi sempre sloveni.

Cosimo Cito su Repubblica dice che la diavoleria di Mohoric costa 335 euro ed è stata autorizzato dall’Uci perché si trova regolarmente in commercio. Lo sloveno dice di averla comprata su Internet. I centimetri abbassati tra ascesa e discesa sono stati sei. 

Avere un baricentro più basso – spiega Cito – permette una migliore guidabilità del mezzo. Già inventore della posizione “super tuck”, quella in cui si pedalava con il bacino sul tubo orizzontale della bici, pericolosissima e bandita nel 2021, Mohoric si fa promotore di una nuova rivoluzione tecnologica. In discesa, al Giro 2021, Mohoric aveva rischiato davvero la vita. Allora, mentre andava giù a modo suo dal Passo Godi, in Abruzzo, aveva sbagliato una curva, tirato troppo il freno ed era stato catapultato in aria, prima di finire pesantemente di testa sull’asfalto: solo il casco l’aveva salvato. 

Pier Bergonzi sulla Gazzetta dello sport ha scritto: E  adesso chiamatelo kamikaze geniale. La Milano-Sanremo di Matej Mohoric è un “Monumento” al coraggio, alla fantasia e all’innovazione. Lo sloveno entra nel club dei grandi discesisti, ma anche in quello dei visionari capaci di indicare una via nuova. Mohoric si è giocato almeno due jolly nella picchiata del Poggio. È sopravvissuto per miracolo a due curve disegnate all’inferno e ha fatto la differenza con il dropper. Mohoric ha messo nel sacco l’intero gruppo e ha nascosto anche ai suoi compagni l’azzardo di quella sella telescopica

 

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Slalom 8 agosto 2020

 

 

Come Mahoric ha interpretato il Poggio verso Sanremo

 

      L’impeccabile Poggio di Matej Mohoric, scrive l’Equipe, offrendo la ricostruzione della corsa dello sloveno sullo strappo dove tutti aspettavano Pogacar e van Aert, tutti guardavano loro, mentre nell’ombra l’underdog piantava i semi della sua sorpresa. 

Mohoric si è infilato tra i 26 rimasti in testa alla corsa, mentre in altri anni se ne contavano fino a quattro volte di più: una conseguenza del ritmo infernale fatto dai Jumbo-Visma sulla Cipressa poco prima.

Meno di un chilometro dopo essere entrati nel Poggio, racconta l’Equipe, Pogacar ha prodotto una prima accelerazione. Van Aert è stato il primo a reagire, anche Van der Poel lo ha fatto, ma nel momento sbagliato. Cinquecento metri più avanti, il secondo scatto di Pogacar, seguito da Alex Arunburu. Van Aert ha forzato il ritmo per non farsi staccare. Mohoric ha lasciato che si sfogassero. Primoz Roglic ha accennato un contropiede. Van der Poel si è mosso per rispondergli. Erano tutti convinti che la corsa si stesse decidendo là. Mohoric sapeva che non era così. Guardava tutti con saggezza dice l’Equipe

Pogacar ha accelerato una quarta volta, associandosi a un attacco di Soren Kragh Andersen. Van Aert e Van der Poel si sono alleati per riprenderli. Matej Mohoric, fino a quel momento al riparo dietro Caruso, si è ritrovato da solo – racconta il giornale francese – ma non si è fatto prendere dal panico

Alla curva verso destra che arriva dopo la cabina telefonica, è partito per lanciarsi in discesa. Ha guadagnato sei secondi. Quanto gli serviva. Nelle sue pagelle per Bicisport, Alessandra Giardini ha scritto che era il più gettonato dai cercatori d’oro, quelli che alla vigilia provano a sparigliare il campo dei favoriti d’obbligo tirando fuori un nome altro. Il suo era molto più che credibile: Matej è forte, soprattutto in discesa, funambolo ma anche attento, coraggioso ai limiti della follia, con una squadra fortissima alle spalle. E poi, che non guasta, è pure sloveno. Non c’è Sonny Colbrelli, la Bahrain si gioca il jolly e sbanca tutto

Il più alto dei voti anche per van der Poel. Le tre certezze della vita – ha scritto Giardini -: si nasce, si muore e van der Poel ci proverà. Non ce ne voglia Mohoric, ma quello che abbiamo visto fare (anche) oggi a MVDP è strabiliante. Prima volta che corre su strada in questa stagione, dopo un lungo stop per infortunio: terzo in una Monumento che sfiora i 300 km. Ma non è ancora tutto: alla fine era incupito, perché lui voleva vincere. Fuoriclasse

 

ULTIMI

Il bresciano che è stato per mille km in fuga verso Sanremo 

 

Imboccare il Poggio davanti è un’emozione molto bella

Alessandro Tonelli

 

Tra le maglie della corsa è rimasta impigliata la storia di Alessandro Tonelli, 29 anni, bresciano, in fuga per 284 km. E fossero solo questi. L’anno scorso era scappato verso Sanremo restando davanti per 268 km,  stessa cosa con i 265 km del 2020 e con i 250 del 2019. Fanno poco più di mille in quattro anni. Sempre con il vento in faccia. Cercando qualcosa che neppure si sa dire bene. È per questo che in genere si va. 

Davide Bernardini su Suiveur raccontò la sua vicenda durante il lockdown. Durante una corsa in Cina, Tonelli era rimasto coinvolto in una brutta caduta: trauma cranico, nove costole e cinque vertebre fratturate. 

Spalle andate, ferita ad una tempia suturata con alcuni punti, pneumotorace. Non potendo volare per via dell’eccessiva pressione alla quale il suo corpo sarebbe stato sottoposto, rimase un mese in Cina. Quando la quarantena che ha caratterizzato l’ultima primavera è diventata obbligatoria, Tonelli ha raccontato d’averla presa con filosofia: d’altronde ne aveva già vissuta una, sapeva come si faceva. Qual è stato il senso di tutto quello che abbiamo vissuto – e stiamo ancora vivendo, non scordiamocelo – non lo so, sinceramente credo che non ci sia nemmeno. Nemmeno Tonelli si sarà chiesto se aveva senso andare in fuga nella Milano-Sanremo più lunga di sempre, altrimenti non ci sarebbe andato. Le fughe sono questo, un’infrazione del buonsenso.

 

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