Djokovic scarica le colpe sull’agente. Ma c’è un mistero sui codici QR dei test

Il caso di Nole in Australia

 

    Siamo a quel momento del film in cui il Biondo, Tuco e Sentenza si guardano e si tengono le armi puntate addosso. È il Mexican standout, lo stallo alla messicana, il triello. L’invenzione di Sergio Leone con cui John Woo ci ha costruito una carriera. È una scena che mette in tutti i suoi film, un punto fermo. A un certo punto spuntano questi tre che si minacciano. In genere succede dopo che una macchina che si è rovesciata su stessa, è sbattuta contro un muro, si è rimessa sulle ruote, ha attraversato un ponte che stava cadendo, è cascata infatti in acqua, è sprofondata, ma al volante hanno scalato la marcia, allora è risalita, ha accelerato sulla banchina, si è lanciata tra le fiamme, e grazie all’acqua rimasta sulla carrozzeria le ha spente; allora l’uomo alla guida si sporge e spara al nemico, spara, spara, spara, poi si ricorda di non aver allacciato la cintura, allora posa la pistola sul sedile accanto, allaccia la cintura, si guarda allo specchietto, toglie un po’ di cenere dalla faccia, a volte capita che manovri su un brufolo, riprende la pistola, non s’accorge che c’è un camion di fronte, gli va addosso, anzi gli va dentro, lo attraversa, ne esce dalla coda, arriva al casello della tangenziale, si accende una sigaretta, frena, i freni non rispondono, la macchina sfonda la sbarra senza fermarsi al pedaggio, un poliziotto le prende il numero di targa, si lancia all’inseguimento per la notifica della multa, e la scena va avanti così, finché il produttore non ricorda a John Woo che la pellicola costa. Ecco, allora lui la pianta e mette tre che si guardano con la pistola. Tranne ne La Battaglia dei Tre Regni, ambientato nel 208, dove aveva le spade e farlo con le spade non va bene. Siamo allo stallo all’australiana, dovete solo decidere tra Djokovic, il premier australiano Morrison e il boss del torneo Craig Tiley chi sia il buono, chi sia il brutto, chi sia il cattivo. 

 


  pagine Il dettaglio dello sperone

 “Un giorno stavano girando una scena e il direttore di produzione Fernando Cinquini era molto contento perché avevano fatto tutto nei tempi stabiliti. Poi Sergio gli disse: «Non ho fatto il dettaglio dello sperone»; Fernando rispose: «Va beh, non preoccuparti di un’inezia come lo sperone – lo giriamo quando ci pare». Alla fine venne il giorno in cui sul piano di lavorazione del direttore di produzione c’era scritto: “Dettaglio dello sperone”, così lui andò da Sergio e disse: «Vogliamo farlo adesso?». E Sergio disse: «Beh, sai che mi servono trecento comparse, diligenze, cavalli, carabine e tutto il resto». Perché, sì, era il dettaglio dello sperone, ma sullo sfondo lui voleva vedere tutta la vita della città, con gente che camminava e cavalli che passavano. Da quel momento in poi diventò una leggenda ricorrente del mondo del cinema. Ogni volta che un regista dice: «Mi manca solo un dettaglio» bisogna assicurarsi che non sia come il dettaglio dello sperone” – di cristopher frayling, Sergio Leone: Something To Do With Death (Faber & Faber, 2000)


 

Djokovic ha già stabilito nel frattempo chi sia il cattivo e accompagna il nostro sguardo sul dettaglio dello sperone. Che un dettaglio – per definizione – non è. Il dettaglio è il documento che potrebbe sbatterlo fuori dall’Australia, ne parlava ieri Ben Rothenberg su Twitter. La falsa dichiarazione sui viaggi nei 14 giorni precedenti l’arrivo a Melbourne: Djokovic ha omesso di segnalare il passaggio in Spagna. Il cattivo? L’agente. Il suo agente. 

Con una dichiarazione notturna su Instagram, Djokovic ha incolpato lui l’errore nelle sue scartoffie. Ha solo ammesso di non essersi isolato dopo il risultato positivo del covid del 16 dicembre. Quel modulo con l’omissione del viaggio è “un errore amministrativo” di cui non è responsabile in prima persona. Per il resto, ha spiegato di non essere stato informato del suo risultato positivo fino al 17 dicembre. Dice di aver assistito a una partita di basket a Belgrado il 14 dicembre, quando gli è stato riferito che un certo numero di persone era risultato positivo al covid. Senza sintomi – racconta – ha fatto un test antigenico rapido che è risultato negativo, per cautela nello stesso giorno è andato a fare un molecolare. Era asintomatico, si sentiva bene, e se n’è andato a un evento di tennis a Belgrado, per consegnare dei premi a dei bambini. E poi aveva un impegno con l’Équipe, l’intervista per il premio di giocatore dell’anno. Gli pareva brutto disdire. Aveva preso – dice – un impegno da molto tempo, non voleva deludere il giornalista. Così si è messo la mascherina, di aver rispettato le distanze – tranne quando hanno scattato le foto – e via, che sarà mai il contagio?

“Mentre tornavo a casa dopo il colloquio per isolarmi per il periodo richiesto – continua Djokovic su Instagram – riflettendoci, penso che sia stato un errore. Accetto che avrei dovuto riprogrammare questo impegno”. Così come l’agente che si scusa per il pasticcio sul modulo e per la dichiarazione falsa. Un passaggio su cui il ministro dell’Immigrazione australiano, Alex Hawke, può scrivere la seconda sentenza di cancellazione del visto e l’espulsione dall’Australia. 

 

I dubbi sul codice QR dei suoi test |  Nel suo intervento notturno, Djokovic non ha chiarito nulla a proposito delle rivelazioni dei tedeschi di Der Spiegel, secondo cui il codice QR del suo test PCR del 16 dicembre ha mostrato un risultato negativo alla prima scansione dell’inchiesta giornalistica (lunedì alle 13.19) e un risultato positivo alla seconda (lunedì alle 14.33). Un’anomalia inoltre risulta tra la versione di carta del risultato del test e la sua versione digitale. Hanno date diverse. Secondo i risultati del gruppo di ricerca IT Zerforschung e di Der Spiegel, il test del 16 dicembre ha un numero progressivo di 7371999. Nei documenti viene indicato che il risultato si è avuto attorno alle ore 20. Il timestamp del tampone positivo fornisce un risultato assai diverso: 26 dicembre, alle 14 e 21. Dieci giorni dopo la data segnalata come quella del contagio. Il punto è che il tampone negativo del 22 dicembre ha come numero 7320919, più piccolo di 51080 unità. Avrebbe dovuto essere maggiore. Se è buono il test del 16 dicembre, potrebbe essere stato registrato nel database serbo 10 giorni dopo, quattro dopo aver avuto l’esito negativo. 

Robert Potter, il ceo dell’agenzia di sicurezza informatica, parla di troppi dettagli che non combaciano. «Il timestamp che contiene il QR code del suo test positivo non combacia con quello inserito nei documenti. Djokovic ha alcune domande da dover chiarire».  

Zerforschung considera che il timestamp nel QR code possa essere stato rigenerato quando il file pdf è stato scaricato, magari il 26 dicembre. Ma non si spiega il codice numerico più alto per il test positivo.

“Se i fatti fossero veri – scrive l’Équipe – sarebbe una bomba in grado di scuotere il mondo del tennis. L’ATP aveva detto ai giocatori che una manomissione dei test poteva portare tre anni di squalifica e, vista la gravità della situazione, questa scoperta porterebbe sicuramente alla fine della carriera di Djokovic, l’uomo che è in corsa per diventare il più grande giocatore di tutti i tempi”.

 

Stefano Semeraro su la Stampa riferisce che “le autorità cittadine, dal canto loro, temono che se dovesse davvero scendere in campo potrebbero verificarsi degli incidenti (le tifoserie serba e croata anni fa scatenarono già dei tafferugli). Così, fra Nick Kyrgios che dichiara di vergognarsi di essere australiano per quanto capitato al collega, e l’ex coach di Djokovic Boris Becker, che gli consiglia di vaccinarsi, la lunga vigilia degli Open si è trasformata in un campo minato”. Paolo Rossi su Repubblica si fa delle domande: “Come pensava Djokovic un mese fa di poter partecipare agli Australian Open? La domanda è molto più cattiva e sottile, per il numero 1 del mondo, dopo aver appreso che non è vaccinato. E, conoscendo anche i motivi di esenzione previsti dagli organizzatori, l’unica via per lui per ottenere il via libera era prendersi il Covid in queste poche settimane. Ma è davvero questo quello che ha cercato disperatamente Novak? È credibile come strategia nel programmare la stagione per un professionista del suo calibro? O il contagio gli ha inaspettatamente aperto una chance quando aveva implicitamente rinunciato al torneo?”. 

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